Come d'alto virtù l'adorni e vesta, egli medesmo riguardando ammira: poscia verso l'antica atra foresta con secura baldanza i passi gira.
Era là giunto ove i men forti arresta solo il terror che di sua vista spira: né gli sembrava quello orrido bosco, ma lieto, verde, ameno, ombroso e fosco.
Passa più oltra ed ode un suono intanto, qual roco mormorar di lucide onde, e di musico cigno il flebil canto, e 'l lusignol che plora e gli risponde:
e quasi di Narciso e d'Eco il pianto, e l'aura sospirar di fronde in fronde: e lire e cetre, ed arpe e versi in rime: tanti e sì vari suoni il suono esprime!
Il cavalier, pur come a gli altri avviene, n'attendeva un gran tuon d'alto spavento; e n'ode poi di ninfe e di sirene, d'aure, d'acque, e d'augei, dolce concento:
onde, maravigliando, il piè ritiene, e poi se 'n va tutto sospeso e lento; e per via trova un vago e picciol fiume, che si copre del sole al chiaro lume.
L'un margo e l'altro di quel rivo adorno spira soavi odori e lieto ride: ei distende il suo torto e freddo corno dintorno al bosco che nel grembo asside:
né pur gli fa quasi corona intorno, ma i verdi calli un suo ruscel divide; bagna egli il bosco, e 'l bosco il fiume adombra, con bel cambio fra lor d'umore e d'ombra.
Mentre mira il guerrier dove si guada, gli apparve un ponte, che è d'intagli e d'oro, maraviglioso in vista, e larga strada par che prometta a più ascoso tesoro.
Passa, e passato a pena avvien che cada da gli archi il ruinoso aureo lavoro; onde se 'l porta via l'onda repente, fatta d'un picciol rivo ampio torrente.
Ei si rivolge, e con spumose corna, quasi per lunga pioggia o nevi sciolte, vede che gonfio gira, e 'n sé ritorna con mille rapidissime rivolte.
Desio di novità nulla distorna, sì ch'ei spia tra le piante ombrose e folte; e 'n quelle solitudini selvagge sempre a sé nuova maraviglia il tragge.
Dove in passando il suo vestigio ei posa, par che ivi sorga un fonte, e un fior germoglie. Là s'apre il giglio e qui spunta la rosa, o 'l bel giacinto con cerulee foglie:
e sovra, e 'ntorno a lui, la selva annosa parea ringiovenir l'antiche spoglie. S'ammolliscon le scorze, e si rinverde ne le fronde e ne' rami il fresco e 'l verde.
Rugiadosa di manna è l'alta fronda e stilla da le scorze il dolce mèle: e di nuovo ode pur quella gioconda strana armonia di canti e di querele.
Ma 'l coro uman ch'a' cigni, a l'aura, a l'onda facea tenor, non sa dove si cele: non sa veder chi formi i chiari accenti, e faccia d'alto suon vari concenti.
Mentre ei pur guarda e fede il cor dinega a quel ch'il senso gli offeria per vero; vede un mirto non lunge, e 'l passo ei piega dove giunge nel mezzo un bel sentiero:
l'estranio mirto i rami innalza e spiega più de la palma e del cipresso altero: e sovra tutti gli arbori ei frondeggia, com'ivi il bosco abbia l'ombrosa reggia.
Fermo il guerrier nel vòto spazio, affisa a maggior novità gli occhi e le ciglia; pianta gli appar, quasi gemendo incisa, ch'apre feconda il cavo ventre e figlia:
e n'esce fuor vestita in strana guisa ninfa d'età cresciuta, o maraviglia! E vede insieme poi cento altre piante cento ninfe produr dal sen pregnante.
Quai le mostra il teatro, o quai dipinte miriam selvagge dèe fra faggi e pini, nude le braccia e l'abito succinte, con bei coturni e con disciolti crini:
con tai sembianze si vedean le finte figlie del bosco, avvolte in bianchi lini: se non ch'in vece d'arco o di faretra, chi tien vïola, e chi liuto o cetra.
E tosto cominciâr canti e carole, e di se stesse una corona ordîro, e cinsero il guerrier, che pare un sole, com'è rinchiuso il centro in ampio giro:
cinser la pianta insieme, e tai parole nel dolce canto risuonar s'udîro: –Ben caro giungi in queste selve amene, o de la diva nostra amore e spene!
Giungi aspettato a dar salute a l'egra, d'amoroso pensiero arsa e ferita. Questa selva che dianzi era sì negra, stanza conforme a la dolente vita,
vedi che tutta al tuo venir s'allegra e 'n più leggiadre forme è rivestita.– Tal era il canto, e poi dal mirto uscìa un dolcissimo tuono, e quel s'apria.
Come a l'aprir d'un rustico Sileno maraviglie vedea l'antica etade, così quel mirto da l'aperto seno imagini gli mostra e belle e rade:
donna dimostra il cui splendor sereno quasi parea d'angelica beltade. Mira il guerriero, e riconosce il viso ond'ebbe d'aureo strale 'l cor diviso.
Quella lui mira in un lieta e dolente, e mille affetti in un sol guardo ha misti; poi dice: –Io pur ti veggio, e più lucente pur ritorni a colei da chi fuggisti.
A che ne vieni? A consolar presente le mie vedove notti e i giorni tristi? O vieni a mover guerra, a discacciarme, che mi celi il bel viso e mostri l'arme?
Giungi amante o nemico? Il ricco ponte io già non preparava ad uom nemico, né gli apriva il ruscello, i fior, la fonte, sgombrando a' pronti passi il duro intrico.
Togli questo elmo omai, scopri la fronte, e gli occhi a gli occhi miei, s'arrivi amico: giungi i labri a le labra, il seno al seno, porgi la destra a la mia destra almeno.–
Seguia parlando, e 'n bei pietosi giri volgea lo sguardo e scoloria i sembianti, falseggiando i dolcissimi sospiri, e i soavi singulti e i vaghi pianti:
tal che incauta pietate a quei martìri intenerir potea gli aspri diamanti; ma 'l cavaliero accorto omai, non crudo, più non attende e stringe il ferro nudo.
Vassene al mirto. Allor colei s'abbraccia al caro tronco, e s'interpone e grida: –Ahi, non sarà mai ver che tu mi faccia oltraggio tale e l'arbor mio recida;
deponi il ferro, o dispietato, o 'l caccia prima nel petto a l'infelice Armida. Per questo sen, per questo core al mirto sol passi, e scacci l'amoroso spirto.–
Egli alza il ferro e 'l suo pregar non cura. Ma colei si trasmuta (o fèri mostri!) Sì come avvien che d'una, altra figura, trasformando repente, il sogno mostri:
cosi ingrossò le membra e fece oscura la faccia, onde sparîr gli avori e gli ostri: crebbe in gigante altissimo, e si feo con cento armate braccia un Briareo.
Cinquanta spade impugna, e con cinquanta scudi risuona, e minacciando or freme. Ogni altra ninfa ancor d'arme s'ammanta, fatta orribil Ciclope, e nulla ei teme;
ma doppia i colpi a la nemica pianta, che pur, come animata, ha piaghe e geme. Sembran de l'aria i campi Averni e Stigi, tanti appaiono in lor mostri e prodigi!
Trema sotto i suoi piè l'orrida terra, sovra fulmina il cielo e par che avvampi: vengono i venti e le procelle in guerra, e gli spirano al volto i tuoni e i lampi.
Ma pur un colpo il cavalier non erra, come virtù contra il furor s'accampi: talor si volge a' mostri, e 'ndarno ei batte l'aria leve e fugace, e nulla abbatte.
Ond'ei disse fra sé: –Vaneggio ed erro qui con la spada, onde convien che adombre; ma questo scudo ond'io mi copro e serro, con la croce i fantasmi omai disgombre.–
E la croce innalzò, chinando il ferro, lucida fiammeggiando opposta a l'ombre. Ratto allora sparîr l'orride larve: ei la noce troncò che mirto parve.
Tornò sereno il cielo e l'aura cheta, tornò la selva al suo primiero stato, non d'incanti terribile né lieta, piena d'orror, ma de l'orrore innato.
Ritenta il vincitor s'altro più vieta ch'esser non possa il bosco omai troncato: né trova incontro, e fra se dice: –O vane sembianze! e folle chi per lor rimane!–
Quinci s'invia verso le tende, e 'ntanto colà predice il solitario Piero: –Già vint'è de la selva il novo incanto già sen ritorna il vincitor guerriero:
eccolo, e come un sol che indora il manto di bianca nube, umilemente altero.– Quel da l'arme spargea fiammelle e raggi, e segnava di luce ermi vïaggi.
E con mille sonori e lieti gridi raccolto ei fu da l'animose squadre: –Andai (lor disse) a quella selva: i' vidi: vinse la croce ombre maligne ed adre,
e le scacciò da tenebrosi nidi con queste mie lucenti arme leggiadre: libera è omai d'incanto e da fantasma la terra che d'antico error si biasma.–
Ma già Goffredo onor devuto e grande gli fa co' doni in disusato stile. Due gli manda di fiori auree ghirlande, ch'ei vinse in giostra, e d'òr cinto, e monile:
urne d'argento onde l'umor si spande, quasi da fonte, e ricca preda ostile di torte spade e di faretre ed archi, ch'ebbe espugnata Marra, e Biblo ed Archi.
Cuoia dipinte, e tele in cui germoglia o vite o celso; e 'l rode augello od aspe. L'ago vi figurò fior, frutti e foglia, con qual fil prezïoso il Sero inaspe,
e con qual più lucente in aurea spoglia l'intesse abitator de l'indo Idaspe: ed odori d'Arabia e gemme aggiunge a ciò che nera man orna e trapunge.
Da' doni, e dal lavor di seta e d'auro, a la battaglia il cavalier si volse; e pria che il sole inchini al lido Mauro, vendicar vorria l'onta ond'ei si dolse.
Tutti gli altri prendean cibo e restauro nei lunghissimi giorni; ei nulla volse tre dì piangendo, e del suo duol si ciba; ma nel dolor grazia del ciel deliba.
L'altro si prova al salto, e prova al corso, ne l'armi che non fûr opre mortali; e gli par che abbia al petto e intorno al dorso, quasi da girne a volo, e piume ed ali.
Poi vede il gran Circin sì pronto al morso, cui non sarian correndo i venti eguali, quando si scioglie l'animosa turba de' cavernosi monti e 'l mar perturba.
Candido è quel destrier, né macchia il tinge, quasi puro armellin che schiva il fango, e par che voglia dir, mentr' egli ringe con dolorosa voce: –Io teco il piango.–
Il guerrier su vi monta, e 'l gira, e spinge; poi dice: –Tu sei pronto, io pur rimango; e poi ch'è morto il mio fedel diletto, nuovi a l'ingiuria mia compagni aspetto.
Noi ce n'andrem ne le dolenti valli donde tu sol fuggisti empia fortuna. Pensa che passo al mio dever non falli, per vïolenza, o per turbata luna.
Sai di gloria e di morte i brevi calli: via da fuggir non è rimasa alcuna; se me non lasci morto al duro varco, per cui passasti il mar leggero e scarco.–
Così gli disse; e quel destrier feroce, pur come avesse mente umana e senno, parve lagnarsi a la dolente voce, e 'ntender del signore i detti e 'l cenno.
E già fiammeggia la purpurea croce a gli altri che suo duce che in guerra il fenno; e nel suo mezzo il sol che i raggi vibra, lucente più che in Sagittario, o 'n Libra.
Intanto, appresso l'acque il verde e 'l fresco godeansi Adrasto e di Ducalto i figli, sotto gran tenda in cui la sedia, e 'l desco sono i tapeti candidi e vermigli:
né temean di francese, o di tedesco, o d'italica forza onta e perigli: quando, occulto, il figliuol del gran Guglielmo giunse, e scoprissi al folgorar de l'elmo.
E come in riva d'un corrente fiume spaziano i vaghi augei tra' fiori e l'erba; altri s'attuffa, e sparge altri le piume, e qual ritorna a la pastura acerba;
ma 'l cibo, e l'onda, e lor natio costume oblian, veggendo l'aquila superba, che in lor d'alto discende e quasi a piombo, e cessa de' minori il volo e 'l rombo;
così allor tutti al suo venir turbârsi e Siri e Turchi, e 'l popol nero e 'l bianco, e cercâr di fuggirne, o di ritrarsi da quella luce non veduta unquanco:
e i primi già fuggian tremanti e sparsi lungo il torrente assai cresciuto, ed anco sin ne la tenda, ov'il possente Adrasto non sperò di trovar duro contrasto.
Era già sorto, e con feroce sguardo, chiedea: –Qual fuga è questa? e chi gli scaccia?– Rispondea Doldechino: –Il gran Riccardo forse sarà da le possenti braccia,
di cui non è più fiero o più gagliardo, da i nostri liti insino al mar che agghiaccia. Tu medesmo vedrai, pria ch'egli aggiunga, come d'asta e di spada e féra e punga.
E far prova potrai di tua possanza, e de la sua, ch'ha sì propizia sorte.– –Vedrò (l'Indo dicea) com'ei s'avanza: poi giudici saran fortuna e morte:–
ma Riccardo di fiamma avea sembianza, che fra le nubi va per vie distorte; mentre per l'aere impetüoso turbo tutto il rivolge omai dal chiaro al turbo.
Tauro è nel primo incontro allor percosso, che pari ha quasi al re statura e membra: rompe la dura lancia il naso e l'osso, e trapassa la parte ond'uom rimembra,
tal che di ruinoso alto colosso, di quel gran corpo la caduta assembra, se d'alta base alfin lo scuote e svelle vïolenza di spirti e di procelle.
Con l'impeto medesmo ei spinge a terra Pirga, Asimar, Rospeo, Feronio, Ilargo, Gangetico, Rodalto; e spezza e sferra ciò che rincontra insino al dubbio margo.
Cento altri e cento ancide, e 'n breve guerra omai vince il furor di Troia e d'Argo; sin ch'ebbe contra il re de gl'Indi adusti, fra quelli spazi a tanta gloria angusti.
L'Indico re con la terribil forza la sua fortuna e 'l cavalier prevenne; ma passar non pote la dura scorza de lo scudo che il colpo aspro sostenne:
ei, come nave che si piega a l'orza, si torse, e si fiaccâr le dure antenne; ma Riccardo, il destrier rotando a destra, la spada ha già ne la fulminea destra.
E 'l fére in mezzo, e gli divide e frange (come dal ciel discenda) il duro usbergo. E tutto apre del petto al re del Gange le sanguigne latebre, e 'nsino al tergo:
onde l'alma crudel s'affanna ed ange, cacciata a forza dal nativo albergo: precipitoso il corpo allor trabocca, come suol rimbombar caduta ròcca.
Dintorno a lui la fèra gente e negra percote e sforza, e braccia incide e fronti, e fra la turba atterra estinta od egra, Balduc, Bolfengo, Amardo a morir pronti,
più che a fuggire: e come avvenne in Flegra, paion monti di strage imposti a' monti: ei con la spada folgorar su l'empio stuolo, e far doloroso e giusto scempio.
Qual ne l'aria il caval si gira, e calca l'orzo che sotto i piè si franga e peste, tal sovra i morti il gran guerrier cavalca, per quelle vie di cieco orror funeste.
Sotto il destrier ne la confusa calca rompe corazze e scudi, ed elmi e teste: macchia al corsier la sella e l'armi stesse la sanguigna di morte orribil mèsse.
Angelo par che folgoreggi e spiri, come allor che Dio volle aspra vendetta, sovra Caldei discese, o sovra Assiri, con quella spada che non taglia in fretta.
Tutti fuggìan sin a gli ondosi giri del torrente che gonfio il corso affretta; ma de l'ampio Cedron l'onda transversa partì lor fuga, onde fêr via diversa.
Una parte di loro indietro è volta vêr la città, ch'in più sereni giorni la pompa trïonfale avea raccolta, e d'auree spoglie empi tiranni adorni:
l'altra cadea precipitosa e folta sovra le rive e gli umidi soggiorni: e l'onda raccogliea di cerchio in cerchio, la gente spinta da timor soverchio.
Chi qua, chi là nel gran torrente ondeggia, o con impeto avverso o con secondo; e gridando de l'armi il peso alleggia; giù l'acqua volge elmi e loriche al fondo:
e quasi di cavalli orrida greggia l'empie, e d'uomini e d'arme il grave pondo: ne l'acque ei spinge il suo destrier d'un salto, facendo a' fuggitivi un fèro assalto.
E fèro pasto al magro ingordo pesce prepara di sanguigne atre vivande; mentre gli empi persegue, e turba, e mesce là 've il torrente è più sonoro e grande.
Cedron tutto rosseggia, e spuma, e cresce, sovra le rive alfin s'innalza e spande, e 'nonda (ch'altra via gli è chiusa e tronca) quella trista di morte orrida conca.
Par ch'egli sol vittorïoso occùpi ambe le rive e la divisa valle: nuotan molti fuggendo a l'erte rupi, o sotto gli archi del marmoreo calle:
e braman pur spelunche, antri e dirupi, mentre han la morte a le fugaci spalle; o di trovar fra l'acque aperto e scisso, per lor refugio, almen l'oscuro abisso.
Non ritrovava intanto o pace, o posa, l'alma inquïeta del feroce Argante; ma del fin de la guerra ancor pensosa, mille forme d'orrore avea davante:
il rischio de' fratei, l'età gravosa del vecchio padre ed, anzi il fin, tremante: i preghi de la moglie, e i teneri anni del figlio, il proprio onore, e i lunghi affanni.
Del suocero le voglie, assai diverse da le paterne, e l'odio grave antico de le due genti a guerreggiar converse contra il comune lor aspro nemico:
e 'n varïando le fortune avverse vera gloria non cede al finto amico: ned al proprio fratel lasciarla agogna e teme in altrui laude onta e vergogna.
Però venia dal fonte a l'ampia porta, aspettando de' suoi vere novelle, a cui fe' Doldechin l'usata scorta; parte il grido saliva a l'auree stelle,
quando, del suo pensier Lugeria accorta, con molte l'incontrò dolenti ancelle, da la gran torre incontra lui discesa, che movea frettoloso a dubbia impresa.
Una di lor portava in braccio il figlio che poco anzi lasciato avea la culla, e pargoleggia ancor nel gran periglio, e de l'altrui dolor sa poco o nulla:
bello era come rosa o fresco giglio; e spesso del gran padre il duol trastulla, che Giordano il chiamò: le genti dome Salmansar il dicean con regio nome.
Tacito rimirando il fèro padre, come soleva, al pargoletto arrise. Piangeva appresso la dolente madre: e presa quella man che tanti ancise,
e spesse volte a le nemiche squadre de la vittoria alto sentier precise, disse: –Questa virtù che gli altri affida, signor mio caro, a morte alfin ti guida.
Abbi pietà del tuo figliuol diletto che non conosce la miseria umana, e di me, dal paterno e caro aspetto, e da la patria mia tanto lontana,
che lascerai nel mal securo letto, vedova sconsolata in terra estrana, la qual, priva di te, vorrei la morte, pria che di real sangue indegna sorte.
Più caro mi sarebbe andar sotterra, lasciando tante mie serve meschine, che, senza te, di lacrimosa guerra veder cattiva il già temuto fine;
e rimaner ne l'infelice terra fra morti e dolorose alte ruine: né fuor che la tua vita altro convene a tanti affanni miei conforto e spene.
Tu marito, tu padre e tu fratello, di tua presenza al mio timor soccorri. Non so qual di là su fiamma o flagello strugge le squadre ove tu incauto accorri.
Deh! Noi tutte difendi e 'l fido ostello, tra queste integre ancora eccelse torri, e raccogli la turba anco smarrita: forse ne salverà maggiore aita.–
Così diss'ella; e 'l cavalier turbato: –Non t'affligga, mia cara, amata cura, de la mia fine e del mio dubbio stato, oltra modo (dicea) doglia, o paura:
ch'io non andrò pria che 'l prefigga il fato, per man de' miei nemici a morte oscura; ma contra il ciel non ha riparo e schermo il vile, o 'l forte, e 'l mio destino è fermo.
Torna dunque a l'albergo, o mia fedele; e de l'ancille tue pensier or prendi, ed a' lavori pur di bianche tele, o pur di seta e d'òr, pudica attendi.
Noi cura avrem de la tenzon crudele, uomini usati in guerra a' casi orrendi; io più d'ogni altro, che produsse, e pasce la sacra terra che nudrimmi in fasce.–
Così alla donna il cavalier rispose: a baciare 'l figliuolo indi è rivolto, ma de l'armi lucenti e spaventose quel rimirando il fèro padre avvolto,
fuggì 'l paterno aspetto e 'n seno ascose de la bella nudrice il capo e 'l volto; onde la cara madre ed egli insieme ridon di lui che semplicetto il teme.
Ei discoperto già de l'elmo il viso, tra le braccia il bambin lusinga e molce; e de la bocca il desiato riso bacia, che rende il travagliar più dolce:
e poi che da sé l'ebbe alfin diviso, prega, in vece di lui che il mondo folce, falso profeta: onde nel ciel dispersi fûro i suoi preghi, a la giustizia avversi.
–Dammi, spirto di Dio, che viva e cresca questo mio figlio, e che di me sia degno: degno de gli avi antichi anco riesca, che ne l'Asia acquistârsi imperio e regno:
e co 'l tuo nome e co 'l valor accresca questo, a cui son difesa, anzi sostegno: e spoglie di nemici in guerra morti sanguigne, e gloria a la sua madre apporti.–
Così pregò di sua fortuna in forse, ma di vano sperar gonfiato e pieno; ed a la cara madre il figlio porse, che l'accogliea ne l'odorato seno.
Poscia al maggior periglio il passo ei torse, al suo feroce ardir lentando il freno: ed uscì per la porta a l'acque opposta, ond'ebbe il nome in su l'altera costa.
Del ferro sostenea l'usato incarco sovra il destrier con mille arcieri avanti. Gli scudieri portârgli e lancia ed arco; e gran faretra empiêr d'armi volanti.
Ei Riccardo mirò sul fero varco, non lunge a' fulminati empi giganti, che del gran ponte i passeggiati marmi tenendo, risplendea di luce e d'armi.
Tutte già tinte avea l'onde tranquille; or da quel lato ingombra il ponte e guarda con la spada alta che, sanguigne stille spargendo, par ch'ella fiammeggi ed arda.
Perian nel gonfio corso a cento, a mille la turba ch'a fuggir fu pigra e tarda, e i suoi guerrier lungo le torbid'onde van quasi a caccia in quelle antiche sponde.
E molti allor, come il timor gli caccia, d'una ne l'altra morte, a lui sospinti venìan, fuggendo a le famose braccia del gran Riccardo, e vi giaceano estinti.
Egli senza perdon fére e minaccia i petti e i visi di pallor dipinti: non si muove a pietà, né prego intende; ma tutti in braccio a morte agguaglia e stende.
Fra gli altri, sua mercé pregando inarra di Rodoano il frate e di Sanguigno, Afar, ch'oprò già spesso o rastro, o marra, fuggir credendo il suo destin maligno;
ma preso con la madre intorno a Marra, trovò pietà nel cavalier benigno: e, donato da lui, pervenne in Rodi, donde partissi usando inganni e frodi.
E com'era di lui nel ciel prescritto, indi fuggì la libertà promessa; e seguendo il romor d'Asia e d'Egitto, tornava a ritrovar la morte istessa.
Ben il ravvisa il cavalier invitto, come il dolente al suo furor s'appressa, che gittato avea l'asta e 'l caro scudo, e de le solit'arme è quasi ignudo.
Non vedeva al fuggir guado né riva, stanco, anelante e di sudore sparso; però mesto e tremante a' piè veniva del glorïoso vincitor di Tarso,
che mirar quasì crede ombra cattiva; e disse: –Qual vegg' io di nuovo apparso? Forse risorgeran dal cieco Inferno l'alme che già mandai nel duolo eterno?
Poscia che l'Asia in me discioglie i servi, ch'io già pensai pacificarmi in tutto; né gli ritiene in lungo error protervi del mar canuto il tempestoso flutto:
ma ben questi vedrà com'io conservi i fuggitivi in così acerbo lutto.– Così dice, e previene i tardi preghi, mentre quel pensa ove s'inchini e pieghi.
Tardi tendea la mano inerme, esangue, supplicando il meschino a' piè disteso, che giù scendea su gli occhi il caldo sangue d'aspra ferita onde fu a morte offeso:
tal che non prega più ma geme e langue; pur non lasciò il ginocchio, u' s'era appreso. –Vivi (ei dice) se puoi, ch'a te perdona Ruperto c'ha di gloria in ciel corona.–
Ma l'empio Omar, che nome e patria e fede mutar già volle, or non vacilla e manca; né dispera il morir, né vita ei chiede, e 'l timor volge in rabbia, e 'l cor rinfranca:
e con due spade impetüoso il fiede, sapendo come l'altra usar la manca: perch'il fellon d'ambe le mani è destro, possente e fiero, e di ferir maestro.
Ma l'elettro, del ciel lucente dono, e l'auro eletto il suo furor non prezza; e de' colpi è fallace il pondo e 'l suono; e 'l ferro stesso ivi si piega, e spezza.
Da l'altra parte, qual fulmineo tuono, stride la spada a le vittorie avvezza, e 'l fére in testa, e poscia a mezzo il ventre vien che per doppia via passi e rientre.
E, qual da sacco che si squarcia o solve, caggiono sparse allor l'interne parti; caliginosa notte i lumi involve del corpo che perduto ha l'arme e l'arti;
e gittato è ne l'onda, e l'onda il volve ch'un altro lago fa d'umori sparti, sì che mareggia, e spuma insino al basso, e morte al morto mar precide il passo.
D'arida sete intanto accesi, e molli di sangue e di sudor, gli altri fuggîro; e piene avean la costa, e i poggi, e i colli, con men sinistro fato il Turco, e 'l Siro.
Perché fortuna non atterri, o crolli quel dì l'imperio lor, volgendo in giro, la maggior parte si raguna; e densa è intorno Argante che fuggir non pensa.
E dice fra suo cor: –S'indietro io torno, che ne diranno i vecchi e l'umil plebe? Qual odio al padre aggiungo? e quale scorno? Che parve altrui quasi Creonte a Tebe.
Ritornò Soliman di spoglie adorno, e 'l suo lume a l'estremo ancor non ebe: il mio s'oscura (oimè!) per breve caso, e 'l mio nome fatal giunge a l'occaso.
Or che sarà s'io mi nascondo e serro, ed Emireno invoco a darmi aita? Ma sia che può, già nel morir non erro: fallo è restar senza l'onore in vita.
Aiutimi, se può, la destra e 'l ferro, e questa schiera in sì grand'uopo ardita.– E 'ntanto pur vedea con fèro sguardo l'espugnator de le città, Riccardo;
che già, lasciato il ponte, a gli alti poggi appressarsi parea primiero e solo. Argante disse a' suoi: –Lasciam che poggi questo superbo, e 'l suo feroce stuolo:
e, se vi pare, andiamgli incontra; ed oggi abbia fin d'Asia, o pur d'Europa il duolo, prima che i pochi sparsi in un raccolga, e più securo il corso a' suoi rivolga.
Ben che di luce ei si circondi e copra, e forza abbia di ferro, e man di foco: man di foco e di ferro, il petto a l'opra non mi farà parer tremante e fioco.
Or la vostra virtù per me si scopra, amici, e non si biasmi il tempo e 'l loco: ch'anch'io son de' Beduchi, e nulla sterpe da questo regno ancor l'eccelsa sterpe.
Son di real progenie, e non rammento la nostra antica istoria e 'l regno prisco; ma come cento fûr saette e cento onde s'elesse il re nel dubbio risco.
Questa non è minor guerra o spavento; ma con voi tutto spero e tutto ardisco, pur di quel sangue, onde ciascuno inscrisse le quadrella, ed a' Persi il cor trafisse.
Già non vogliam mostrar le spalle ignude, ma 'l petto armato al mio nemico e vostro; né tornare a la salsa alta palude, o de' gelidi monti al duro chiostro:
e non possiam, ch'il varco a noi si chiude. Io di vittoria il calle a voi dimostro. Dunque ciascuno omai rimembri e speri l'alta origine prisca e i nuovi imperi.–
Così diss'egli: e tutti il suono accese de le parole al periglioso affanno. Ma vago Celebin d'altere imprese, l'ultimo figlio del crudel tiranno,
prima lasciò la somma parte, e scese dove mirò de' suoi l'orribil danno. Poi si pentì, che già vicino è giunto al gran Riccardo, e dal timor compunto.
Ed in fuga cangiò l'assalto audace; ed a' suoi non potendo omai raccôrsi, a la torre di Siloe, a cui soggiace l'altra porta, volgeva obliqui i corsi:
come scampa talor cervo fugace, del gran veltro latrante i fèri morsi, ch'il prende, o pare, e già tra' fèri denti crede d'averlo, e morde l'aria e i venti.
Ciascuno alzava a quella vista il grido: risuonavano il ciel, le valli e l'acque, ma tardo era al soccorso il volgo infido, ben che del suo periglio a tutti spiacque.
Quel, tornar non potendo al dolce nido, correva a l'ombra ove sovente ei giacque: e, temendo una più di mille spade, fuggiva e rifuggia l'oblique strade.
Carri o cavalli mai non fûr sì presti al corso, ove sia posto o premio o palma, come un fuggir, l'altro seguir vedresti; perché non son qui pregio, o cara salma,
ricchi panni d'argento e d'òr contesti; ma del figlio del re la vita e l'alma. Riccardo tal l'estima, e vuol ch'ei pèra: e lunge sgrida or questa, or quella schiera.
Vieta l'offesa a' suoi; gli altri spaventa da la difesa, e minacciando il segue. Non è la fuga per fuggir più lenta; ma l'uno e l'altro par che si dilegue.
Ma già Riccardo il giunge e già s'avventa, e vien che il passi omai, non pur l'adegue; che 'l rapido Circin non stima intoppo; l'altro al suo corso alfin par tardo e zoppo.
Giungeano in loco solitario ombroso, là dove Siloe mormorando sorge; Siloe mirabil fonte ancor famoso, che giova a gli occhi, ond'uom poi chiaro sorge,
e suol due giorni aver pace e riposo, ch'acqua non versa, e 'l terzo anco risorge: era appunto quel dì cresciuto al colmo, e 'l tributo spargea tra 'l faggio e l'olmo.
D'opre maravigliose alta regina bellezza a l'umil loco e pregio accrebbe: de' marmorei lavacri opra o ruina or non riman, dove bagnossi e bebbe.
Qui di fuggir la morte, omai vicina, a Celebin ch'è disperato increbbe, onde movea con fèri colpi invano a l'assalto inegual l'ardita mano.
Foco da le belle armi e fiamma ei trasse, sangue non già per animosa prova: né sé da maggior forza alfin sottrasse, comunque che si copra, o volga, o mova.
Convien che per l'usbergo al cor trapasse la spada ch'i suoi colpi in lui rinnova, e cacci l'alma ne l'eterno esiglio, l'alma che non temea maggior periglio.
Come del morto cavalier s'avvide, al trar de l'elmo, a l'oscurar de gli occhi, e de le guance, che più bianche ei vide di fredda neve che gelata fiocchi;
duolsi di lui ch'acerba morte ancide, pria che la mèta in giusto spazio ei tocchi: e di conforme età la bella imago mosse d'alta vittoria il cor presago.
E disse: –Altra vendetta io bramo e cerco, altra me n'offre pur fortuna ingrata. E se gloria maggiore oggi non merco, tu la m'impètra in cielo, alma beata.–
Così diss'egli; e volse i lumi a cerco, e vide l'aria di saette ombrata, e fèra pugna sotto un fosco nembo, ch'a la terra copria l'orrido grembo.
A' suoi ricorse in perigliosa parte, e parve in alta rupe accesa fiamma, che i cavernosi monti apre e disparte, e scote le radici, e 'l giogo infiamma.
Chi dianzi si vantò d'ardire o d'arte, or di vero valor non ha più dramma contra il suo sforzo, anzi il bestemmia e fugge, mentre ei percote, atterra, ancide e strugge.
Egli, che tutto vince, e poi disdegna l'alme e le forze al suo valor nemiche, pur come fosse altra vittoria indegna de le sue glorïose alte fatiche,
di Soliman la spaventosa insegna cerca, e l'orgoglio de l'imprese antiche; ma non la vede fiammeggiar mirando, né può saper dove l'incontri o quando.
Né 'n quell'ardor quel dì dispiega, o mostra alcun le sue lucenti ed auree spoglie; né d'altra pompa la vittoria inostra, ma 'n più secura parte allor s'accoglie.
Te, che t'opponi Argante, e quasi in giostra, sdegno maggiore a morte allor ritoglie: tre volte ei chiama Soliman, tre volte pon gli altri in fuga, e par che nulla ascolte.
Da la sublime torre i bianchi velli mostra il re veglio lacrimoso intanto, ed Argante richiama e i suoi fratelli, con alta voce d'angoscioso pianto.
Mancato è de' feroci al ciel rubelli il superbo orgogliar, l'ardire e 'l vanto: sol difendon le torri e l'alte mura, con folta pioggia di saette, e scura.
Qual d'Oceàn ne' procellosi regni quando si turba in ciel l'occaso e l'òrto, son talor rotti per tempesta i legni, antenne, vele, sarte appresso il porto:
tal di guerra apparian gli orridi segni: puniti gli empi e vendicato il torto: e di più forte man ferite impresse, e rotte membra, e smagliate arme e fesse.
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