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1544–1595

LIBRO VIGESIMOQUARTO

Torquato Tasso

Già riportava il sole i dì correnti e co 'l Leon nemeo volgeasi intorno, e con gli strali suoi di luce ardenti da l'orizzonte saettava il giorno,

quando vittoriose altere genti trasse Goffredo, oltre l'usato adorno, e là drizzolle, ove l'antica sponda d'Ascalona nemica al mar s'inonda.

E mossi al mover suo pareano intanto e valli e monti, e trombe a prova e squille, co 'l sacro suono e con l'altero canto, tutte fêan rimbombar l'onde tranquille.

Già 'l pastor col suo coro in aureo manto seguian gli altri devoti a mille a mille. Qui nel tempio s'udiano i preghi e i carmi, e là tremar la terra al suon de l'armi.

Appresso al fiume, che nel mar discende e lascia a destra la città vicina, alzò Goffredo le sublimi tende, allor ch'a l'occidente il sole inchina:

e quivi il tempo a lui promesso attende, in cui l'alta vittoria il ciel destina: e come apparve la purpurea luce, trapassa l'onde al guado il sommo duce.

Era il giorno ch'al sol si scolorâro, oltra 'l corso immortal, gli ardenti raggi; e vinto il Re del ciel Satàn avaro, drizzò 'l trofeo de' sostenuti oltraggi.

Ma questo d'orïente uscia sì chiaro, come brami tardar gli alti vïaggi. Gloria e splendor gli accrebbe, e senza velo volle mirar l'opere illustri il cielo.

Goffredo già passato il picciol fiume, in ampia valle scende e quinci arriva al salso mar che di canute spume sparge fremendo l'arenosa riva.

La fama precorrea con ratte piume, spargendo il suon che l'Indo e 'l Mauro udiva, e di terrore empiea quel lido e 'l porto con le sue trombe, anzi l'Occaso e l'Orto.

L'ammiraglio superbo e pien di sdegno che fortuna sì dubbio il fin sortisca, disse: –O di Babilonia antico regno, ov'è la gloria tua temuta e prisca?

Ben è de l'onor tuo disprezzo indegno che tanto incontra te Goffredo ardisca con poche schiere: e ne l'aperto campo creda trovar da noi rifugio, o scampo.

Io mi credea che d'aspettar securo fra' suoi ripari e le profonde fosse, ei si tenesse, o dentro al vecchio muro ch'una e due volte a suo poter percosse.

O fatto ha de la mente il lume oscuro, e male estima temerarie posse: o fame il caccia, quasi estrania belva dal suo covile, e da l'antica selva.–

Così dic'egli, e con minacce ed onte pur accresce de' suoi l'orgoglio insano. Ma già gli viene imperïoso a fronte, con le sue schiere, il vincitor soprano:

e l'ordinanza sua, larga di fronte, di fianchi angusta, spiega in largo piano: stringe in mezzo i pedoni e rende alati con l'ale de' cavalli entrambi i lati.

Nel corno destro alloga il duce Franco, su 'l lido il gran Roberto, il buon Raimondo, Precoldo, Irpin, Clotareo, il vecchio stanco, Ramboldo, a pochi di valor secondo.

Con Roberto il Normando ei regge il manco, dov'è maggior de la battaglia il pondo. Perch'il nemico, che di gente avanza, quinci di circondarlo avea speranza.

Qui Camillo, Aristolfo, e qui dispone Ettorre e l'altre schiere a prova elette: e gente a piè ne' cavalier frappone, usa a pugnar ne le mortali strette.

Poscia, di palme degna e di corone quasi una terza schiera appresso ei mette, e Riccardo ne fa duce e maestro, opposto de' nemici al corno destro.

E dice: –La vittoria è in te riposta, ch'a tanti illustri in arme oggi comandi. Tieni pur la tua schiera alquanto ascosta dietro quest'ale spazïose e grandi:

e potendo il nemico urtar di costa, rompi l'ordine ostile e spargi e spandi, ch'egli vorrà (s'il mio pensier non falle) ferirci a' fianchi e circondar le spalle.–

Quinci sovra un corsier di schiera in schiera parea volar tra cavalier', tra fanti. Scopria la maestà del viso altera, fulminava ne gli occhi e ne' sembianti.

Confortò il dubbio, e confermò chi spera, rammentando a l'audace i propri vanti, le prove al forte; a questo e pregi e palme, prede promise a quello e care salme.

Fermossi alfine ove l'invitte e prime e più nobili schiere avea raccolte: e d'alta parte incominciò sublime, co' detti, ond'è rapito ogn'uom ch'ascolte.

Come in torrente da l'alpestri cime soglion qui derivar le nevi sciolte, così correan volubili e veloci da la sua bocca le canore voci.

–O de gli empi nemici aspro flagello, e domator' del lucido Orïente! ecco l'ultimo giorno, ecco già quello che pur tanto bramaste, omai presente.

Né senza alta cagion ch'il suo rubello popolo or si raccolga, il Ciel consente. Ogni vostro nemico ha qui congiunto, per fornir molte guerre in un sol punto.

Noi raccorrem molte vittorie in una; né fia 'l rischio maggior d'alta fatica. Non temiate di caso o di fortuna, sì gran turba mirando e sì nemica:

che discorde fra sé mal si raguna, e fra gli ordini pur se stessa intrica. Pugneran pochi, e de' più arditi e scaltri, mancherà a molti il core, il loco a gli altri.

Quei ch'incontra verranci, uomini ignudi fian per lo più, senza vigor, senz' arte; che da lor ozio e da' servili studi la vïolenza or allontana e parte.

Le spade omai tremar, tremar gli scudi, tremar veggio l'insegne in quella parte: conosco i dubbi moti e i suoni incerti: veggio la morte loro a segni aperti.

Quel capitan, che d'ostro adorno e d'oro trae fuor le squadre, e par sì fèro in vista, vinse forse talor l'Egizio o 'l Moro; ma 'l suo valor non fia ch'a noi resista.

Che farà, ben che saggio, in tanta loro confusïone e sì turbata e mista? Mal noto è (credo) e mal conosce i sui; ed a pochi può dir: –Tu fosti: io fui.–

Ma sommo duce io son di gente eletta, e già gran tempo guerreggiammo insieme: e poscia un tempo a mio voler l'ho retta. Di qual di voi non so la patria e 'l seme?

Quale spada m'è ignota, o qual saetta (ben che per l'aria ancor sospesa freme) non saprei dir s'è Franca o pur d'Irlanda? e chi la pon su l'arco e chi la manda?

Chiedo solite cose. Ognun rassembri quel medesmo ch'altrove io già l'ho visto; e con l'usato zelo omai rimembri l'onor mio, l'onor suo, l'onor di Cristo.

Ite, atterrate gli empi, e i tronchi membri calcate e stabilite il primo acquisto. Ma perché tardo ciò ch'il ciel dimostra? Avete vinto, e la vittoria è vostra.–

Parve che nel finir fiammelle e lampi scendesser verso lui dal ciel sereno, come talvolta da' cerulei campi scuote l'ombrosa notte aureo baleno:

ma questa è luce ond'ei più chiaro avvampi, quasi la mandi il sol dal proprio seno: e, girandogli al capo, i giri illustri del sacro regno pareggiâro i lustri.

Ma se cosa del Cielo aprir cantando presontüosa può lingua mortale, angel custode fu ch'a lui, girando, corona fe' con lo splendor de l'ale:

e rilucer vedeasi a quando a quando, pur come fiamma, a gran diadema eguale. Trasse Emireno intanto orride squadre, per negra polve, al sole oscure ed adre.

Egli ancor quinci e quindi avea distese a l'esercito suo le lunghe corna; siccome luna suol mostrarle accese, quando di nuovo a fiammeggiar ritorna:

e per sé il destro in grande spazio ei prese, e per la gente sua ch'è meglio adorna: e concesse il sinistro al re de' Persi che lascerà di sangue i lidi aspersi.

Questi ha 'l soldano Ormus, e i più lontani, che de l'India lasciâr fervido il suolo; con l'ammiraglio son regi africani e siri, e Tisaferne, e 'l regio stuolo.

Là dove stender può ne' larghi piani l'ala sua destra, e più spedito il volo, quinci le fionde e le balestre e gli archi, esser tutte dovean rotate, e scarchi.

Così Emirén gli schiera, e corre anch'esso per le parti di mezzo e per gli estremi; per interpreti or parla, or per se stesso mesce lode e rampogne, e pene e premi:

talor dice ad alcun: –Perché dimesso mostri, o guerriero, il volto? e di che temi? Che puote un contra cento? Io mi confido che fugargli potrò con l'ombra al grido.–

Ad altri: –O valoroso, andiamo avante con questo cor, con questa faccia ardita.– L'immagine in alcun, quasi spirante, desta ne l'alma, e la virtù smarrita,

come la patria in femminil sembiante parli, o la famigliuola sbigottita: –Credi (ei dicea) che la tua patria spieghi, per la mia lingua, le parole e i preghi:

“Guarda tu le mie leggi, e i sacri tempi fa ch'io del sangue mio non bagni e lavi. Assecura le vergini da gli empi, e i sepolcri ov'han l'ossa i padri e gli avi.

A te piangendo i lor passati tempi, mostran le bianche chiome i vecchi gravi: a te la moglie le mammelle e 'l petto, la cuna e i figli, e 'l marital suo letto”.–

A molti poi dicea: –L'Asia campioni vi fa de l'onor suo: da voi s'aspetta contra que' pochi e barbari ladroni di mille offese alfin crudel vendetta.–

Così con arti varie, in vari suoni, le varie genti a la battaglia affretta. S'appressavano intanto e quinci e quindi Egizi, Persi, Siri e Mauri ed Indi.

Mirabil vista fu d'alto spavento, quando l'un duce e l'altro a fronte venne, veder com'ogni schiera a passo lento di muover già, già di ferire accenne:

sparse ondeggiar l'altere insegne al vento, e verltilar su' gran cimier le penne: arme, imprese, colori, e 'l sol ch'avvampa, e quasi anch'egli a guerreggiar s'accampa.

Sembra d'arbori densi ampia foresta l'un campo e l'altro, in guisa d'aste abbonda. Son tesi gli archi ed ogni lancia è in resta, girasi a cerco ogni rotante fionda.

Il feroce destrier s'aggira e pesta il negro piano e l'arenosa sponda; gonfia le nari, e spira il fumo, e morde, tanto è il suo sdegno a quel furor concorde.

Bello in sì bella vista è il grande orrore, ed esce dal timor nuovo diletto: né men le trombe orribil e canore muovono il cor ne l'animoso petto.

L'esercito fedel vince d'onore, d'animo, e di virtù, non pur d'aspetto: e canta in più guerriero e chiaro carme ogni sua tromba, e maggior luce ha l'arme.

Fêr le trombe de' Franchi il primo invito; risposer l'altre e cominciâr la guerra. S'inginocchiâr sino all'estremo lito tutti i fedeli e poi baciâr la terra.

Decresce in mezzo il campo; è già sparito: e già il nemico il suo nemico afferra. E 'l corno estremo già percote e punge, e la parte di mezzo intanto aggiunge.

Trema la terra al periglioso assalto; risuonan l'arenose e curve sponde, e 'l pian si tinge di sanguigno smalto, e gran nube di strali il sole asconde.

Si leva gonfio il mar, mugghiando, in alto, e fanno in lui contesa i venti e l'onde. La natura spaventa, il ciel rimbomba, come sia tutto spirto e voce e tromba.

Dive ch'avete in ciel l'alto governo de le spere, girando, in sé converse, chi primier meritò l'onore eterno, primier ferendo allor le genti avverse?

Il Normando Roberto al fèro Esterno, innanzi a tutti gli altri il petto aperse: quel cade e col gran corpo il suolo ingombra, mentre a lui cieca morte i lumi adombra.

Roberto con la destra allora stringe, rotto avendo il troncon, la buona spada; e tra gli Egizi il suo destrier sospinge, e 'l folto de la schiera apre e dirada:

coglie Rapoldo ov'ei s'affibbia e cinge, onde avvien che trafitto a terra ei cada: poi fér la gola, e tronca al crudo Alarco de la voce e del cibo il doppio varco.

E d'un fendente Orindo, Orgeo di punta, l'uno atterra stordito e l'altro uccide. Poscia il pieghevol nodo ond'è congiunta la manca al braccio, ad Arimon recide.

Lascia, cadendo, il fren la man disgiunta; su gli orecchi al destriero il colpo stride; ma quel che sente in suo poter la briglia, fugge attraverso e gli ordini scompiglia.

Conoscer non si può (tant'oltre è scorso) di qual parte egli sia, ma punge e fére; e sprona il suo destrier ch'il freno o 'l morso non sente, e turba le nemiche schiere.

Come il torrente con veloce corso, inonda i paschi e le campagne intere, accresciuto da piogge e da procelle, e l'opre de' cultori ei porta e svelle;

così strugge costui l'iniquo seme degli empi ed apre a' suoi seguaci il passo. Ma i nomi oscuri, ch'in silenzio or preme l'età quasi vetusta, addietro i' lasso.

I suoi nemici allor ristretti insieme cercan di por tanto valore a basso: e de' Normandi suoi l'invitta forza seco s'aduna e lor rispinge e sforza.

Ma Tisafenle non crollata torre sembra di guerra e ben fondata altezza; onde l'impeto ostil ch'in lui trascorre, nel duro scontro egli reprime e spezza:

ed ancide Gerlone, ancide Astorre, che men la vita che la gloria apprezza: e, rompendo gran lancia appresso il ferro, gli lascia dentro il corpo affisso il cerro.

E da la spada poi non lunge ucciso Brunellone il membruto, Ardonio il grande: l'elmetto a l'uno e 'l capo appar diviso, che pende, e stilla a due contrarie bande:

trafitto è l'altro ove ha principio il riso: e 'l suo misero cor dilata e spande: di sua morte ei ridea, pianger volendo, orribilmente, e trapassò ridendo.

Ormondo intanto a le cui fère mani era commessa la spietata cura, con false insegne e portamenti estrani, guida i compagni allor d'empia congiura.

Così lupi notturni, a' fidi cani talor sembianti, entro la nebbia oscura vanno a le mandre, e spian come in lor s'entre, timida coda ristringendo al ventre.

Gìasi appressando; e, non lontano al fianco del pio Goffredo, i suoi guerrier divise. Ma come avvicinar l'orato e 'l bianco egli mirò de le sospette assise:

–Ecco (gridò) quel traditor, che Franco or si dimostra in sì mentite guise, co' Fenici ladroni;– e l'empia turba sol con la voce il cavalier perturba.

Poi con la spada il piaga, e 'l fèro Ormondo non fére e non fa schermo e non s'arretra; ma come d'idre e di ceraste immondo abbia il Gorgon su gli occhi or gela e 'mpétra:

e di mill'aste ancor sostiene il pondo, da mille spade alfin la morte impètra. E l'ira che lui spegne e i suoi consorti, toglie l'alma non sol, ma il corpo a' morti.

Come di sangue ostil si vede asperso, spinge Goffredo il suo destriero e 'l volve là 've non molto lunge il duce avverso le più ristrette schiere apre e dissolve;

ma 'l fèro stuolo al suo valor disperso, va come a l'Austro l'africana polve: altri ei fére, altri uccide, altri discaccia sin là dove Emirén grida e minaccia.

Comincian qui le due feroci destre contesa qual non arse in riva al Xanto. Ma fanno altrove aspra tenzon pedestre Ponzio, Ermano, Cantelmo, Amico intanto,

ed Engerlano: e di battaglia equestre Raimondo e quel di Frisa ha gloria e vanto, appresso il mare ove l'arena è rossa, e sparsa d'arme omai, di membra e d'ossa.

Il forte re de' Persi e 'l gran Roberto fan crudel guerra, e sin ad or s'agguaglia. Ma Raimondo non ha nel rischio incerto paragon degno di crudel battaglia.

Ma del soldàn d'Ormus il viso aperto, tutte l'altre arme sue gli rompe e smaglia. Ugon, Procoldo, Irpino il salso lido trascorre e pone a morte il volgo infido.

Tal'era la battaglia; e 'n dubbia lance, co 'l timor le speranze eran sospese; pien tutto il campo è di spezzate lance, di rotti scudi e di smagliato arnese,

di spade affisse a le sanguigne guance, al ventre, a' petti; altre cadute e stese; di corpi altri supini, altri co' volti, quasi mordendo il suolo, al suol rivolti.

Giace il cavallo al suo signore appresso, giace il compagno appo il compagno estinto, giace il nemico appo il nemico, e spesso sul vivo il morto e 'l vincitor sul vinto.

Non v'è silenzio e non v'è grido espresso, ma s'ode un flebil suon roco, indistinto: fremiti di furor, mormorii d'ira, gemiti di chi langue, e parte spira.

L'arme ricche d'argento e di lavoro, faceano or vista tenebrosa e mesta. Son tolti i lampi al ferro, i raggi a l'oro, luce o vaghezza a' bei color non resta.

Quanto apparia d'adorno o di sonoro su gli elmi e su gli scudi or si calpesta. La polve ingombra ciò ch'al sangue avanza: tanto i campi mutâr sorte e sembianza!

Ma Tisaferne vòlto al fèro mastro che tutto spira ancor furore e rabbia, vedendo estinti i suoi che tolse al rastro, quasi d'onrata impresa ei più non abbia

speranza, e 'ncolpi il ciel ch'in sì duro astro ivi il condusse a la sanguigna sabbia, gli disse: –Adunque noi già tardi e stanchi, cediam nel primo sforzo ai duci Franchi?

Deh, se giammai d'onor ti cale, o calse, andianne contra lui che vince e sforza tutt'altri: e senza l'arme occulte e false, ci basti, e senza fraude, ardita forza.–

Così diss'egli; e l'uno e l'altro assalse il pio Goffredo a cui cedeva a forza il superbo Emireno, e i suoi rispinti: e del suo vincitore han gloria i vinti.

Ma l'empio veglio il suo pensier maligno già non oblia, né qui da se discorda: e, non avendo altr' arme od altro ordigno d'alma crudel d'avaro premio ingorda,

fére al duce il cavallo, e 'n lui sanguigno fa due volte il suo tronco: e non si scorda già del ritrarsi o degli usati modi; né cerca più onorate e chiare lodi.

Il ferito cavallo a terra cade dopo non lungo spazio; ahi duro caso! e quel mastro crudel di feritade mandar la nobil vita al mesto occaso

pensa: e con cento lance e cento spade s'avvicina al gran duce a piè rimaso. Tisaferne e Brimarte ancor l'astringe: gran corona di ferro intorno il cinge.

Ma non rimase il fido Eustachio in sella, ch'il possente fratello a piedi ha scorto. E sua fortuna, o sia propizia o fella, soffrir vuol seco, o vincitore o morto:

e Lutoldo, e 'l germano insieme appella, ed Unichier già del periglio accorto; e co' due messaggier Lamberto e Pirro, e 'l guerrier di Bertagna, inculto il cirro.

Cento e cent'altri a prova allor vedresti lasciar la sella volontari, e 'l freno, dove il gran duce a' suoi nemici infesti ripugna, e del lor sangue il suolo ha pieno:

ch'al vincer seco ed al morir son presti, e voglion palma ne la morte almeno. O d'invitto valor mirabil opra, ch'in gran periglio più s'avanzi e scopra!

L'Arabo intanto e l'Etiòpe e 'l Siro, che l'estremo volgean del destro corno, gìansi stendendo e dispiegando in giro, per far da tergo a' nostri oltraggi e scorno.

E gli arcieri ch'il loco ivi sortîro, piover facean saette a lor d'intorno: quando Riccardo e 'l suo drappel si mosse, quasi vento rinchiuso e tuono ei fosse.

Assimiro di Meroe infra l'adusto stuol d'Etiopia ebbe gran pregio e loda. Riccardo trapassò l'orrido busto, là dove il nero collo in lui s'annoda.

Poi ch'eccitò de la vittoria il gusto, l'ira del vincitore ivi trasmoda; né sì temuto è in erto monte o 'n bosco orso, drago, leon per rabbia o tosco.

Qual tre lingue vibrar l'empio serpente, o folgore che d'alto a terra caggia, suol con tre punte aprir la nube ardente, e fulminar montagna aspra e selvaggia:

tal fra' nemici ei fiammeggiar repente con tre spade parea ne l'alta piaggia; e d'ogni colpo uscir tre lampi accensi: quanto abbaglia il terror la mente e i sensi!

Gli africani tiranni e i negri regi, l'un nel sangue de l'altro a morte ei stende; Achilde il segue e gli altri duci egregi, che d'emulo valor l'esempio accende:

e cade con orribili dispregi l'infedel plebe e sol se stessa offende: né guerra v'è ma gente e quinci il ferro, indi è la gola opposta.

Qual vento, ch'abbia incontra o selva o colle, doppia ne la contesa il corso e l'ira; ma poi con spirto più sereno e molle per le vacue campagne ei passa e spira;

o qual fra scogli il mar spuma e ribolle, e per l'aperto onde più quete aggira: tal per contrasto è quel furor soverchio, ma scema allor che rotto è il fèro cerchio.

Poi che sdegnossi in fuggitivo dorso spender tant'ire e tanti colpi invano; volse a la gente a piè veloce il corso, ch'ebbe l'arabo al fianco e l'africano:

or nuda è da quel lato, e chi soccorso dar le deveva, o giace, od è lontano. Vien da traverso; e de' nimici inermi l'armato cavalier, tremanti e 'nfermi,

gli ordini rompe: e la tempesta e 'l vento più tardi atterra la matura messe: non cento lingue adamantine e cento, con le voci d'acciar sonanti e spesse,

narrar potrian l'orrore e lo spavento, e 'l fèro scempio de le genti oppresse: o come il vincitor, ch'orno e celèbro, sparso di sangue, e d'ossa, e di cerèbro,

trapassa il duro campo; e in vece d'erba calca l'arme, e le squadre al suol pareggia. L'orride insegne in lui Morte superba spiega come in suo regno, e 'l sangue ondeggia.

Ma 'l gran soldano ove 'l suo fato il serba venne, lasciando la sublime reggia, e per le vie dov'è perpetua notte, giunse a le schiere non disperse e rotte:

da la parte vicina a l'onde salse, dove fortuna i lor perigli adegua, giunse con pochi eletti e i nostri assalse, co' quai non volse mai pace né tregua:

e tanto in breve spazio ei fece e valse, in guisa d'uom ch'il suo destin persegua, che mosse quella squadra e poscia aprilla, e fe' l'onda più rossa e men tranquilla.

Gran ministro parea del cieco Inferno a' fèri colpi, a le sembianze, a gli atti: e fatto de' nemici empio governo, e molti de' migliori a morte ha tratti:

cosi a le mète de l'onore eterno di terminar con gli animosi fatti pensa la breve vita e com'ei n'esca, quasi ella senza regno omai gl'incresca.

Intanto avvien ch'al buon Riccardo aggiunga, in vece di romor, certo messaggio, che nel mezzo frappone ora più lunga a la vendetta del suo grave oltraggio:

e 'l prega che 'l destriero affretti e punga fino al loco ove fa dubbio paraggio il sommo duce in sanguinosa calca: né del suo corso il dir punto diffalca.

Miete ciò che rincontra, e rotto e sparso, col ferro più temuto a terra spande il glorïoso vincitor di Tarso, che non viene a cercar pregi o ghirlande

di quercia omai; né di sua vita è scarso, perch'ei difenda invitto duce e grande. Ma 'l fier veglio, Brimarte, Oronzio, e Fulgo, ancisi adegua al morto orrido vulgo.

Poi fra la turba scende e varia e mista, ch'il suo valore in fèra morte agguaglia, ed offre il suo destrier pacato in vista al pio guerrier perch'ei v'ascenda e saglia:

–Signore, il tuo periglio or più m'attrista ch'il mio medesmo, ed a mercé mi vaglia tanto, ch'il mio destrier di te sia degno, e n'abbia quest'onor la patria e 'l regno.–

Così gli disse, e l'altro a lui rispose: –Dunque io n'andrò sul tuo destrier securo lunge da te ch'a gran periglio espose? Ahi, che la vita or senza te non curo:

dunque rimonta e fa mirabil cose; non tardiam la vittoria al tempo oscuro, ch'io lascio un de' miei propri, e questo or prendo del forte Achilde e lui con gli altri attendo.–

Così parlò Goffredo. E 'n un sol punto questi e quegli al destrier la sella ingombra: e parve gran torrente a fiume aggiunto, o tuono a tuon, quando più il ciel s'adombra;

che dopo breve spazio, in lui disgiunto segna di foco il calle oscuro e l'ombra: e l'un verso Aquilon le nubi infiamma, l'altro sparge ne l'Austro accesa fiamma.

Ma Goffredo lasciò fra' primi ucciso Corcut, empio figliuol d'empio tiranno, che prima sua fortuna avea diviso da lui che vive in angoscioso affanno.

La spada gli partì la fronte e 'l viso, e 'l tolse d'un fallace e caro inganno: ch'il regno l'infelice avea sperato, e fuggir d'aspra morte il duro fato.

Pur quivi ancora a la vittoria intoppo è Tisaferne, e gli è Goffredo a fronte, che taglia de la guerra il duro groppo, e vuol finirla anzi ch'il di tramonte.

Ma quel fellon, ch'è troppo fiero e troppo forte, gli fa sentir, quasi di Bronte la forza e 'l peso; onde gravosa e carca la testa il sommo duce al petto inarca.

Ma subito si drizza e 'n alto ei s'erge, e vibra il ferro; e rotto il duro usbergo, gli apre le coste e l'aspra punta immerge in mezzo al cor dov'ha la vita albergo:

tanto oltre va, che l'una piaga asperge a quel crudele il petto, e l'altra il tergo: ond'a l'anima aperto è doppio calle di gir, mugghiando, a la tartarea valle.

La maraviglia insieme e l'orror misto stringe agli Egizi il freddo sangue in ghiaccio; e Rimedon, come il gran colpo ha visto, fèra simiglia ch'e già colta al laccio:

e chiaramente il suo morir previsto, sente stancarsi a la fatica il braccio: cosa insolita a lui, ma qual non regge de l'opre di quaggiù l'eterna legge?

Come vede talor torbidi sogni l'egro che nulla il suo vigor rinfranca, e par ch'invan le tarde membra agogni stender al corso onde languisce e manca:

né conosce le forze a' suoi bisogni già pronte, ed ogni parte ha grave e stanca; e scioglier vuol ancor la pigra lingua, ma non avvien che voce altrui distingua:

così vorria fuggir con gli altri a schiera Rimedon che portò l'alta insegna: tanto timor l'ingombra, e nulla ei spera difesa o scampo almeno e fuga indegna.

Ma gli parla Emirén con voce altera, che de l'altrui timor si rode e sdegna: –Or sei tu quel ch'a sostener gli eccelsi segni del mio signor fra mille io scelsi?

Rimedon, questa insegna a te non diedi, acciò ch'indietro tu rivolga i passi. Dunque il grand'ammiraglio in guerra vedi, e 'n gran periglio ancora e solo il lassi?

Che brami? di salvarti? Or meco riedi, ché per la presa strada a morte vassi. Combatta quel cui di salvarsi aggrada: la via d'onor de la salute è strada.–

Così dicea de l'infedele Egitto il fèro duce con turbato sguardo; quando l'insegne del suo impero afflitto prese mirò, tal ch'il soccorso è tardo;

e con un colpo del Normando invitto a piè caduto Rimedon gagliardo, è mezzo il braccio suo reciso e tronco pur come ramo di selvaggio tronco.

Goffredo intanto a lui dubbioso giunge, e 'n arrivando (o che gli pare) avanza ogni cosa che sia terrena e lunge dal cielo, e di valore e di sembianza:

nuovo timor, nuovo terrore il punge; ed oblia del valor la ferma usanza, e i propri detti; e dal valor, che strugge le sue schiere fugaci, anch'ei sen fugge.

Qual ne l'età dei sacri eroi vetusta, gli Amorrei perseguendo in fuga sparsi, accrebbe spazio a la vittoria angusta, e scorse Giosuè lo sol fermarsi:

tal, mentre ei disperdea la gente ingiusta, Goffredo il vide in cielo immobil farsi, pur come viva fede il fermi e leghi: o maraviglia de' suoi giusti preghi!

Tu poscia il terzo fosti a cui trascorse, invitto Carlo, il di più tardo in cielo: e più tardi rotâro il Carro e l'Orse. A te Febo sgombrò l'orrido velo,

e con sua luce a tua pietà soccorse e 'ntepidissi a mezzo verno il gelo: né turbò la vittoria o nube o nembo, aprendo l'Albi a' vincitori il grembo.

L'Albi le rive a la tua gloria e l'Istro soggiogato inchinava; e 'n lor sostenne de l'augello, d'imperio alto ministro, l'altere insegne e le sacrate penne:

né potea fato al tuo valor sinistro lui ritardar che d'alto vide e venne sovra l'idra, e non tronchi i capi estinse, e 'n Germania l'Europa e 'l mondo ei vinse.

Il furor catenato, e 'l gran rubello fu da te preso e 'l giogo imposto a gli empi: e fece la clemenza allor più bello, o Carlo, il mondo e più felici i tempi.

Or chi più di Quirino o di Marcello le spoglie esalta, appese a' sacri tempi? Tu, se natura e 'l mondo e 'l ciel trionfi, quai merti sovra 'l sol palme e trionfi?

Ma qual pronto destrier ch'in giro obliquo s'affretta e sferza intorno a l'alta meta, stanco del corso e de lo spazio iniquo, corre più ratto al fine ov'ei s'acqueta:

tal con le stanche rime al tempo antiquo io torno ove il riposo altri non vieta e veggio omai del bel Sebeto in riva corona almen di più tranquilla oliva.

Prese Goffredo allora alto consiglio riordinando i suoi con più bell'arte, poi che perder il campo, e 'n gran periglio i Franchi egli vedea da l'altra parte.

Ciascun venia del sangue ostil vermiglio, ciascun le schiere avverse ha rotte e sparte: e parea dubbia ancor fortuna in mezzo, così l'integre corna urtâr da sezzo.

Qui 'l possente Altamoro in pugna avversa nulla del core invitto allor perdéo, bench'il perda la gente e d'India e Persa, ma 'l buon Costanzo uccide e 'l buon Romeo.

Erasmo e Gallo, a cui fu patria Anversa, per le sue fiere mani allor cadéo, e Clodion da la famosa Ardenna, e 'l conte degli Amanci e quel di Brenna.

Ma rosseggiar parea di ferro e d'ostro, crollando il fier soldano orrida lancia innanzi a tutti; e qual tartareo mostro minacciava superbo Italia e Francia:

e 'l figlio tinto ancor del sangue nostro, sotto l'elmo non suo la molle guancia giovinetto copriva; e gir solingo non temerebbe in periglioso arringo.

Ma gli vide Riccardo, e quasi a volo il rapido Circino ei mosse e 'l punse, per vendicarsi omai del fèro stuolo che la sua amata compagnia disgiunse:

il soldàn già sentia l'estremo duolo annunzïarsi al cor quand'egli aggiunse; pur gli si volse incontra e 'l ferro ei vibra, e ne le forze sue si fonda e libra.

–E 'n vece di mio nume, a me sia (disse) questa mia destra, o figlio, e questo ferro che tanti altri nemici ancor trafisse, ché sol fidando in mia virtù non erro:

e mal grado di stelle erranti e fisse, s'oggi questo crudel con l'asta afferro, tu mi sarai trofeo di nuove spoglie.– Così parlando, ogni sua forza accoglie.

E previen nel colpir, ma non impiaga l'altro ch'arme ha dal ciel lucenti e ferme. A lui non giova tempra, od arte maga, ch'è già ferito, e pare a' colpi inerme.

A la man che s'innalza e fèra piaga porta di novo a quelle membra inferme, sottentra il figlio e lor difende e guarda, e 'l nemico furor sostiene e tarda.

Mentre cede al nemico il re feroce, dal forte scudo del figliuol difeso, i barbari innalzando orribil voce, l'arme lanciâro in lui ch'è nulla offeso:

né di ferri né d'aste il furor nuoce a que' doni celesti o 'l grave peso: ei ne lo scudo si ricopre e serra, e la nube sostien d'orrida guerra.

Sì come allor che ruinosa a basso la grandine dal ciel risuona e scende, e per fuggir, con frettoloso passo, l'avaro zappator l'arme riprende:

fugge ogni altro da' campi, e d'alto sasso nel curvo seno il peregrino attende, o' n ben securo albergo, il caldo raggio ch'il richiami al suo lungo aspro vïaggio:

così coperto è da quel nembo oscuro, e l'ire tutte e i colpi allor sostenta: e 'l giovine, ch'incontro aver sì duro non si credea, minaccia, anzi spaventa:

–Dove ruini, o di morir securo? La tua virtute oltr' il poter s'avventa. Falsa pietà ti sforza o pur t'inganna nel punto estremo; e 'l troppo ardir condanna.–

Ma già l'avara Parca il filo incide di lui ch'il suo valor non tenne a freno; e il ferro micidial fiammeggia e stride sovra 'l dorato scudo, e 'l coglie appieno:

e per mezzo il fanciullo apre e divide, insin che tutto a lui s'asconde in seno, e gli empie il grembo di purpureo sangue: mesta l'alma abbandona il corpo esangue.

Ma 'l padre intanto in su le molli arene, dove il mar mormorando il lido bagna, s'appoggia al tronco e fermo in lui s'attiene, mentre il sangue a le piaghe asciuga e stagna.

Stan servi scelti intorno: altri gli tiene lo scudo e l'elmo; ei del figliuol si lagna egro anelante e sol di lui dimanda, genitor mesto; e messi e preghi ei manda.

Ma già fuggirne a l'arenosa riva vedea la sparsa e sbigottita gente; e 'l gemito e 'l romor da lunge udiva, e il mal conobbe la presaga mente;

e quasi certo fu che più non viva il suo figliuolo oltre l'età possente; onde le palme e gli occhi al ciel rivolse, e 'n questa guisa anzi 'l morir si dolse:

–Tanto di viver dunque avea diletto, o figlio, senza te, ch'io pur soffersi ch'in mia vece esponessi al ferro il petto, e la mia prole al mio destino offersi?

Da queste piaghe tue salute aspetto, vivo per la tua morte? O cieli avversi! Or l'esiglio è infelice, or giunto il colpo è troppo addentro e 'l mio timor n'incolpo.

Ch'io più tosto deveva al fèro strazio espor la vita che miseria adduce e servitute alfine: e pago e sazio far lungo odio immortal d'infesto duce.

Or io cerco al morir più lungo spazio? Né lascio il mondo e l'odïosa luce? Ma lascerolla,– e grave intanto ed egro, chiede il destrier, al duol conforme e negro.

E coperto de l'arme, in sella ei monta e 'l precipita al corso e nulla ei teme: e i fuggitivi in su quel lido affronta, che 'l giusto vincitor percote e preme.

Ferve in mezzo del cor lo sdegno e l'onta, e col lutto la rabbia è mista insieme, e da le furie l'agitato amore, e noto a se medesmo empio valore.

E con gran voce il gran Riccardo appella tre volte, e quel conobbe il fèro suono e 'l minacciar di barbara favella che rimbombò quasi terribil tuono:

–Faccia Chi muove il sole ed ogni stella, (s'anco di te mal vendicato io sono) che fra noi nuova pugna or si cominci: vàntati poi se mi dispogli e vinci.–

Tanto sol disse; e con gran lancia infesta impetüosamente incontra è corso, drizzando il colpo a la superba testa. L'altro schivò l'incontro e 'l fiero corso;

e rivolto da quella parte a questa il veloce destrier ch'è pronto al morso. –Crudelissimo (dice), in qual periglio vuoi spaventarmi, or che mi hai tolto il figlio?

Non pavento il morir, non pena o scempio, non Dio nel ciel che mi condanna a torto, e mi fa di miseria al mondo esempio. Lascia, ch'io qui ritorno ad esser morto

e del mio sangue il mio difetto adempio; ma questi doni anzi il morir ti porto.– Tacque e 'l percosse; e 'l suo destrier rotando, parve in un largo giro andar volando.

E doppiati aspri colpi, ampie rivolte, lui che gli spinse il gran Circino addosso, colse nel fianco, e 'l circondò tre volte, e nulla ancor l'avea crollato o scosso.

Di strali e d'aste impetuose e folte da lunge intanto il cavalier percosso, girò tre volte col robusto braccio gran selva onde lo scudo è grave impaccio.

Poi che sì lungo indugio alfin gl'increbbe, e di tante percosse il duol sofferto, spronò forte il destriero, e l'ira accrebbe sovra il nemico, omai presago e certo

del suo destino; e 'n guisa a ferir l'ebbe, che la spada gli entrò nel petto aperto: né 'l suo Circin fe' men terribil opra, anzi il nero Tigrin gittò sossopra.

Cadde il cavallo; e 'l cavalier trafitto sotto oppresso giacea languendo a forza. Sovra Riccardo il suo crudel despitto inasprò in lui che non si leva o sforza:

–Dove (dicendo) è Solimano invitto? e quella del suo core orribil forza?– Quegli a l'incontro appena a sé ritrasse lo spirto, e come vita omai sdegnasse:

–Che rimproveri a me, nemico acerbo? quasi la morte sia vergogna o scorno. Nulla colpa è il morire; e non riserbo questa misera vita ad altro giorno.

Né tu del sangue giovinil superbo, altra co 'l mio figliuol, di spoglie adorno, pietà qui patteggiasti;– e più non disse; ma 'l colpo attese ond'altri il cor trafisse.

Poi ch'il soldàn ch'in perigliosa guerra, quasi novello Anteo, cadde e risorse, alfin calcò la sanguinosa terra; di lingua in lingua un alto suon trascorse:

e Fortuna che varia e 'nstabil erra, non tenne la vittoria alata in forse: che ne l'insegne trïonfali e grandi, spiegò Napoli antica a' suoi Normandi.

Siccome in Medoaco, o 'n Mincio, o 'n Sorga, l'acqua chiusa talor s'avanza e cresce e 'nsino al sommo in poco spazio ingorga, poi ne l'aperte vie si spande ed esce;

alfin precipitando al mare sgorga, o 'n maggior fiume si disperde e mesce: così correan con spaventoso grido, rotto il ritegno, i Turchi al salso lido.

De la gente crudel che sparsa or fugge, tante sono le strida e gli urli e 'l lutto, ch'a pena s'ode il mar, ch'irato mugge, e dianzi udissi rimbombar per tutto:

e quel furor che la persegue e strugge, cangia in sanguigno il più canuto flutto: né d'acqua, ma di sangue omai correnti van per la negra arena ampi torrenti.

Né sola ingombra l'arenosa sponda la turba che non fa guerra o contrasto; ma dal timor cacciata, entra ne l'onda, portando a' pesci il sanguinoso pasto.

Parte fugge a le navi, altri s'affonda: rari veggonsi a nuoto in gorgo vasto. Gli caccia il gran Riccardo e batte a tergo in quel de' venti procelloso albergo.

E par ch'un turbo in mezzo a l'acque il porti, tanto è leve il destrier nel corso ondoso: e quasi tomba fa d'orride morti del mar l'umido letto e 'l fondo erboso.

E qual fuggono i pesci a' quieti porti da gran delfin che turba il lor riposo e divora di lor qualunque ei prenda, tal qui par ch'al suo scampo ogni altro intenda.

Pieno era il mar di corredate navi, che fûro accolte incontra a' duci nostri e di macchine ancora armate e gravi, dove tra remi e tra pungenti rostri,

moriano appresi a quelle eccelse travi, cadendo in preda a gli affamati mostri; e di vele e di remi e di governo ei le disarma e prende i venti a scherno.

Ma par che la Fortuna omai si sdegni ch'un cavaliero in mezzo al mar sonante ardisca trionfar de' salsi regni e del felice ardir si glorii e vante,

e tragga a' curvi lidi i curvi legni che varie prede avean raccolte avante fra le foci del Nilo e di Scamandro, correndo da Canopo infino Antandro.

E 'l gran vento african con grande orgoglio innalza l'onde minacciando a destra; e percotendo pur di scoglio in scoglio, le rompe, e mugge ne la riva alpestra.

Gli altri han lunge da lui tèma e cordoglio: ei non allenta la feroce destra; ma i legni sforza e la nemica turba incontra lei e 'l mare e 'l ciel perturba.

E 'ntanto avvien che gli sollevi ed erga d'onde sanguigne incontra un alto monte; e gli ricopra omai, non pur asperga, l'elmo e la chioma e l'animosa fronte;

ma non sì ch'il destriero o lui sommerga. Né il forte Orazio già, spezzato il ponte, tal fu nel Tebro, o 'n mezzo 'l Xanto Achille, con l'aiuto di fiamme e di faville.

Né i glorïosi che passâro a Colco, o gli altri presso Troia o 'ntorno a Tebe, che fêr su i corpi estinti il fèro solco, e di sangue inondâr l'orride glebe:

né l'opre di nocchiero o di bifolco, onde convien ch'agogni errante plebe, diêr tanta maraviglia al secol prisco, quanta il guerrier nel tempestoso risco.

Ma 'l buon Tancredi da non grave piaga impedito, non cessa, anzi combatte: e Sifante e Sonar a morte impiaga, Arimeo, Lusco, Ardingo ancisi abbatte:

e Cirno, e Sirlon che d'arte maga fu mastro; e l'alme insin da' corpi ha tratte: e con la spada che fiammeggia e flagra, di sangue impingua adusta terra e magra.

Seco Aristolfo, e seco Eustachio intanto seguon le turbe invêr l'eccelse tende, dove insieme si mesce il sangue e 'l pianto, e 'l suon de l'alte voci al cielo ascende.

Ma nessun più de gli empi o gloria o vanto cerca d'invitta morte, o si difende; e come non vi sia rifugio o schermo, ferma è la fuga e lor destino è fermo.

E riverenti in atto, il ferro ignudo chinâro a terra e la smarrita faccia; non osando innalzar asta né scudo contra morte che segue e lor minaccia:

e morian, quasi belve in fèro ludo cinte d'intorno, o 'n sanguinosa caccia: ma di lor toglie molti a morte acerba, ed al trïonfo l'umiltà riserba.

E quinci i nostri a depredar conversi ricchi vasi rapian d'argento e d'auro; arme e spoglie d'Egizi, Assiri e Persi, d'aspre fatiche alfin premio e ristauro:

e i cari arnesi fûr di sangue aspersi, e 'n gran tempo macchiato ampio tesauro ch'ivi Emireno avea raccolto insieme sin da le parti d'Orïente estreme.

Ed egli innanzi a la guardata porta d'Ascalona s'è fermo: indi rimira d'innumerabil turba e sparsa e morta, e de' suoi propri danni ancor sospira.

E con la faccia dispettosa e torta, guardando il ciel, freme di sdegno e d'ira; e 'L suo falso profeta e 'L fato incolpa, come il suo perder sia celeste colpa.

–Ov'è la tua virtù ch'indarno io chieggio? e quella de gli dèi che tanto ponno? fra' quali hai presso Dio diadema e seggio, dator di nuove leggi, e duce, e donno

de l'Orïente? E pur di male in peggio cader ci lasci? E dormi un lungo sonno? né de' popoli tuoi servi e distrutti t'hanno anco desto l'alte strida e i lutti?

Le ruine non miri? e questo giorno quasi fatale? e l'onor tuo cadente? E perch'arroge al vergognoso scorno, questo ne fa la vil despetta gente

ch'umile, inerme e peregrina, intorno a noi cibo e pietà chiedea sovente? or minaccia, lasciato il lordo sacco, gli alti regni d'Egitto e di Baldacco?

E di nostra pietà che già sì pronta a lei sovvenne, è ingiusto premio e fèro l'orrida morte, e 'l vil servaggio e l'onta, e la ruina d'uno e d'altro impero?

Deh qual miracol mai si scrive o conta, come questo ch'abbiam presente e vero? che l'agnello è mutato in lupo e 'n angue, ed in fèro leon che sugge il sangue?

Gli angeli che l'Eufrate aggrava al fondo han forse sciolte le catene e rotte, e i mostri suoi dal cieco orror profondo, armati or manda la tartarea notte.

Aperti son gli abissi e guasto il mondo, le nostre genti a duro fin condotte, fra mille strazi e scorni: e tu si tardi la tua vergogna e 'l nostro mal riguardi?

Tante genti, tant'arme insieme accolsi, tanti duci e guerrier famosi in guerra; tant'argento, tant'oro, or diedi, or tolsi, tratto di la dove s'aduna e serra;

e sossopra de l'Asia i regni volsi, insino a Battro e l'africana terra, sol per tua gloria e de l'amata legge, e di lui ch'in tuo nome impera e regge:

e tu mi lasci a chi m'ancida e prenda, schernito ed egro? E pur ne' tempi sacri non ha tomba Gesù ch'alto risplenda fra tanti doni d'oro e simulacri.

Or chi più fia ch'in tua meschita accenda arabi odori? o statue erga o consacri, come io gia feci? e l'error mio ricordo, idol bugiardo, e cieco nume e sordo.–

Così diceva; e con pensiero incerto or mirava l'arene, or l'onde amare; e tutto il lido omai vedea coperto d'estinti corpi e sanguinoso il mare;

né sa come ricovri in gran deserto, o per l'onde si fugga: e 'ntanto appare Goffredo a lui come orrida tenèbra: ei dal fato non ha scampo e latebra.

Contra il temuto duce il destrier punge; e 'l timor cangia in più rabbioso sdegno; e mostra ov'egli passa, ov'egli aggiunge, di valor disperato orribil segno:

e grida (poi che 'l suo refugio è lunge): –Ecco per le tue mani a morir vegno: ma tenterò ne la caduta estrema che la ruina mia ti colga e prema.–

Così disse Emireno; e 'n forte punto mosse, e ferir gli parve alta colonna. Egli a l'incontro da gran colpo aggiunto, onde stordisce e 'n su l'arcione assonna,

poscia è trafitto; e 'l suo mortal disgiunto da l'alma che gli fu consorte e donna, in terra cadde: e di partir s'afflige l'altra ch'è ratta a la profonda Stige.

Morto il fiero Emireno, appena or resta chi narri il caso di quel duce estinto; onde Goffredo dal seguir s'arresta, ch'Altamor vede a piè di sangue tinto,

con mezza spada e con mezzo elmo in testa, da cento lance ripercosso e cinto. –Renditi (grida a lui), ch'io son Goffredo.– Risponde quegli: –A te mi rendo e credo.

Me l'oro del mio regno e care gemme ricompreran de la diletta moglie.– Soggiunse a lui Goffredo: –Il ciel non dièmme animo tal che di tesor m'invoglie:

ciò che verrà da l'indiche maremme, abbiti pure, e ciò che Persia accoglie; ché de la vita altrui prezzo non cerco. Guerreggio in Asia e non vi cambio, o merco.–

Così vinse Goffredo: e 'n cielo, intento a mirar la vittoria, è fermo il sole. E poi nel giro suo più tardo e lento non par ch'ad altra gente indi sen vole.

E già tranquillo il mar, sereno il vento, l'aria più chiara assai ch'ella non suole: tanto col vincitore il ciel s'allegra, e la natura, dianzi afflitta ed egra.

Al mar sanguigno il glorïoso duce, ed al funesto campo omai le spalle rivolge e parte; e con l'istessa luce trapassa il fiume e la frondosa valle:

e le sue invitte squadre anco riduce (né la scorta del ciel gl'inganna o falle), anzi tanto del giorno è lor rimaso, ch'entrâro in Capitolia anzi l'occaso.

Quasi in trionfo par che spieghi e mostri il vincitor de l'onorate imprese e disarmati i carri e gl'indi mostri, e l'alte insegne già squarciate e prese:

e con macchine eccelse, antenne e rostri, ed auree spoglie, e vario e ricco arnese: e vòte le faretre, e rotti gli archi, e di ferro i prigioni avvinti e carchi.

Persi, Assiri, Etiòpi ed Indi appresso presi n'andâr con vergognose fronti, e 'l re gia sì famoso, or sì dimesso, fra gli altri in guerra più famosi e conti.

Coronati di palma e di cipresso, cantano il vincitore i colli e i monti: né valle intorno v'ha che non rimbombe di sacre squille e di canore trombe.

Così gli accoglie la città terrena, la città che lor serba e pace e regno; regno e pace ch'il cielo ha più serena: e 'l ciel gli aspetta, fuor d'ira e di sdegno.

Per l'alta via ch'è già calcata e piena d'umil plebe sottratta al giogo indegno, al gran Sepolcro va la nobil pompa, senza nemico che la tardi e rompa.

Dove Sion, pendendo al lucid'òrto, copre ritonda mole a' primi raggi, giacque il gran Re, ch'in croce affisso e morto trionfò de la morte e de gli oltraggi.

Qui venerâr la tomba, ond'ei risorto poscia a' suoi fidi apparve alti messaggi. E 'l duce, di pietà sublime esempio, donò le spoglie e sciolse i voti al tempio.

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