Skip to content
1544–1595

LIBRO VIGESIMOPRIMO

Torquato Tasso

Il sol che l'alte Cime a' monti indora e dipinge le nubi a sé dintorno, dopo la bella e rugiadosa aurora, al suo corso immortal facea ritorno,

quando al signor che tanto il Cielo onora, disparve il sogno a l'apparir del giorno; ond'ei riprende le purpuree veste, non obliando 'l suo pensier celeste.

E l'onorata spada appende al fianco, il cui pomo di gemme e d'òr riluce, e poi s'invia dove, da gli anni stanco, ancor prendea riposo 'l vecchio duce:

e qualunque altro sia, Latino o Franco, od Inglese o Germano ivi riduce, da gli araldi canori a suon di tromba chiamati; e tutto intorno il ciel rimbomba.

Poi che Goffredo 'l suo consiglio accolto vide là 've s'accampa il buon Giovanni, ben riconobbe al perturbato volto il dolor di ciascuno, e i propri affanni.

E 'n questa guisa ebbe 'l parlar disciolto: –Se celeste virtù non face inganni, la vittoria è promessa al valor nostro, come a l'alma presaga in sogno è mostro.

Dunque ciascuno il suo timor disgombre, e speri in Dio ch'i suoi fedeli affida, ben che del campo ingiusto spazio ingombre l'oste crudel che ne minaccia e sfida:

né pensi di seguir fantasme ed ombre, o 'l vaneggiar d'imaginata guida, ma d'animosa fè la vera scorta, ch'in magnanima impresa altrui conforta.

Vera scorta è la Fede, e sol verace è la speranza in Dio, né d'altra or càlme: e vera vista ancor d'eterna pace è quella che là su promette a l'alme.

Dunque crediam (né fia il pensiero audace) che ci serbi nel ciel corone e palme, là 've pur vidi, e di vedere io chieggio, a' miei fidi compagni ornato il seggio.

Sei forse dubbio in perigliosa guerra stender virtù con gli animosi fatti? O di restar ne la promessa terra timor ti vieta, ove per lei combatti?

Chi cerca altra salute, agogna ed erra, sperando tregue insidïose e patti; perché già in noi, non pur salute e scampo, ma 'l regno è posto; e presso è il giorno e 'l campo.–

Così diss'egli; e prima a lui rispose de' guerrieri Normandi 'l duce invitto: –Chi di fuggir per altra via propose, o di campar, non giunga al fin prescritto.

Ed io che di solcar l'onde spumose sperai, facendo d'Asia omai tragitto, morire innanzi che partirmi or voglio, se a' barbari non rompo 'l duro orgoglio.

Certa vittoria in prima, o morte, avremo io co' miei tutti a cui l'indugio increbbe; e 'l fine omai di questa 'mpresa estremo il valor di ciascun mostrar devrebbe;

non biasmare il timor, ché nulla i' temo, se non quell'indugiar che i rischi accrebbe. E tempo fôra omai, se ben riguardi, d'aver qui vinto; e dubbio è 'l vincer tardi.–

Qui tacque; e, sciolto a la sua lingua il freno, l'antichissimo duce a lui si volse: –Roberto, d'alto cor natura appieno t'ebbe fornito, e 'n te sue doti accolse:

né 'l più ardito fra noi di seno in seno varcando 'l mar le vele al vento sciolse, e fra' giovani sei d'alto consiglio; ma di gran forza è d'uopo in gran periglio.

Però i miei detti non aver tu a sdegno, che di vecchiezza sol mi glorio e vanto, e de gli anni, il cui peso ancor sostegno, me stesso onoro, e chi mi siede accanto:

né i messi disprezzar del sommo regno, ché quasi un messaggier del regno santo mandato è il sogno: e quel che al duce apparve non fia menzogna di mentite larve.

Se d'altrui fosse, io 'l crederei deluso, d'una e d'un'altra sua turbata imago; ma pio duce sovran co 'l raggio infuso è nel sogno divin del ver presago.

Sia dal cor dunque ogni timore escluso, né gran turba ci turbi, o 'ncanto o mago, ch'ei vincer debbe; e, come par ch'accenne, torna vittoria a lui con auree penne.

Dal ciel devrà tornar, che non altronde spiega l'angel custode il santo volo; e tutte coprirà le piagge e l'onde con l'ale, e l'arenoso instabil suolo.

Ma s'a grazia del Ciel virtù risponde, non si nieghi pietà d'acerbo duolo, e non si lasci ove percote il flutto il gran Riccardo in così estremo lutto.

E non si neghi a noi la fida aita, che sol può darne 'l suo possente braccio e quella destra in ogni impresa ardita, che rompe l'arme quasi vetro o ghiaccio.

Tu 'l consola, Goffredo, e tu l'invita. Questo sol modo io veggio (e più nol taccio), quanto giudicio uman qua giù discerne: gli altri son noti a le virtuti eterne.

Ma ponno assicurarti antichi esempi, ch'io stesso vidi. Il glorïoso Augusto, che gloria fu de' più felici tempi, volea di Spagna al lor paese adusto

scacciar gli Arabi e i Mori iniqui ed empi, ch'avean seguito il lor tiranno ingiusto: ed eran più che le minute arene tra le piagge de' Mauri e di Cirene.

Era co 'l fier tiranno empio gigante che Ferraù chiamo quel secol prisco, grande così, ch'al mauritano Atlante quasi d'altezza pareggiarlo ardisco:

tutti fuggiano al suo furor davante, solo s'espose Orlando al dubbio risco: e seco in fiera lutta e 'n fier duello contese, e contrastava il gran rubello.

Appresso Pampalona in duro campo, qual uom, che per l'onore a morte corre, tornò al periglio, e parve ardente lampo che fieda eccelso monte od alta torre.

Ebbe vittoria alfin, non solo scampo, e si poté fra' nostri indi raccôrre; ma tutti gran timore ancor perturba de l'africana innumerabil turba.

Pur il gran Carlo i suoi schierati a fronte lor pose, e diè la tromba i primi segni: eran tutte le schiere a morir pronte, sperando gloria ne' celesti regni;

(e parlo cose già più illustri e conte) allorché frondeggiâr gli aridi legni; l'aste e i tronchi, dich'io, recisi e svelti, di quei ch'il cielo avea chiamati e scelti.

L'aste tronche fiorîro, e fu dimostro questo segno dal ciel d'alta vittoria: né di sì raro e sì mirabil mostro serban l'età più antiche alta memoria.

Speri con fede eguale 'l secol nostro, ma in periglio minor più certa gloria: ché la bramata palma il ciel le serba di Babel, e di Menfi empia e superba.–

Questo d'antico senno, e grave e saggio parlar s'udì. Tre fûro i messi eletti da consolar l'indomito coraggio ne la tempesta de' noiosi affetti:

quel che, sprezzando l'usurpato oltraggio, al sommo aggiunse de' suoi onor perfetti, Tancredi i' dico, e il buon Loffredo insieme con Eustazio, de' Franchi onore e speme.

Ma sovra un suo destrier quasi volante. Belprato era precorso a' saldi lidi, dove non lunge a le silvestri piante, freme percosso il mar con rauchi stridi:

qui l'altro che fuggì maligna amante, avea suoi alberghi solitari e fidi. E qui solea su la marina pietra cantar d'antiche imprese a suon di cetra.

Allor suonando ancora o cetra o lira, onde consoli il suo ingrato riposo, mille pensier diversi in sé raggira, sol di sé certo e pur d'altrui dubbioso:

quando già presso 'l cavalier rimira venir, non aspettato, al loco ascoso, sparso di pianto più che di sudore; e scritto avea nel viso 'l suo dolore.

E disse sospirando: –Oimè dolente, che fia non so né 'ndovinar vorrei. Ma se l'aspetto di colui non mente, dolor m'apporta e lagrimosi omèi:

ché fu predetto (e bene il serbo in mente) amarissimo pianto a' giorni miei; chiudendo 'l mio fedele in morte i lumi, e i miei versando pur fontane e fiumi.

E per più doglia, d'empia mano ostile questo avvenir mi dée, Fortuna, a torto, che me disarmi, e 'n sì lungo ozio e vile mi dividi da lui ch'altrove è morto.

Però che troppo osava il cor gentile più ne l'onor che ne' perigli accorto: se ciò non fosse, egli sarebbe il messo di sua vittoria, o del suo danno stesso.–

Ma più vicin Belprato omai discioglie la dolorosa lingua al duolo acerbo: –Ahi, che Ruperto è anciso, e d'aure lieto or trionfa il vincitor superbo,

o figliuol di Guglielmo: e 'n tante doglie perdona a me, s'in vita ancor mi serbo. Ferito è il bel Ramusio, e sparso il sangue han gli altri duci: Afflitto afflitto or langue.

Così disse Belprato; e 'l seno e 'l viso tutto d'amare lagrime s'asperse; ma di Riccardo, a quel dolente avviso, nube atra di dolor gli occhi coperse,

e cadde in su lo scoglio ov'era assiso, e la cetra gittando in mar sommerse; e l'armonia rivolse in mesti accenti: pianger seco pareano 'l mare e i venti.

Flebil concento a l'arenosa sponda facean, senza mostrar gli usati orgogli. –Ruperto– l'erta rupe, e l'aura e l'onda rispondean pur –Ruperto– a' suoi cordogli;

par che la cetra al nome ancor risponda, percossa e ripercossa a' duri scogli: mormoravano gli antri oscuri e foschi a quel suon tenebroso, e i seggi e i boschi.

E fra spelunche ancor dolenti ancille pianti facean che non rimira il cielo e mille voci di dolore e mille, squarciandosi la gonna e 'l bianco velo:

e parean fonti ch'il dolor distille, gli occhi, o ruscelli al dileguar del gelo: quelle, dich'io, che seguitâr la madre fra l'ombre ascose più solinghe ed adre.

Quivi Lucia, che quasi spira e vive con l'alma sol del suo gran figlio amato; e quasi, senza lui, di luce ha prive le luci, e mira il cielo e 'l sol turbato;

venne pur dianzi a le selvagge rive, varcando un breve mar sul carro alato, con sue donzelle, e con santi atti e schifi: e le fu il vecchio Autumedone e Tifi.

D'abito e di sembianze e di costumi divina sembra, e d'immortal famiglia. Ne' lumi di Tirrena un glauco lume splende, e 'l ceruleo manto al mar simiglia.

E Sebezia, che nacque in riva al fiume, più de l'Aurora è candida e vermiglia. V'è Mergellina e Silvia, e Dafne e Clori, che guaste han le ghirlande e sparsi i fiori.

Alba ed Albina da le mani eburne, che varian d'òr, tessendo, i bianchi lini, lasciati aveano ancora i fonti e l'urne, da' foschi uscendo a' lucidi confini:

e Lucia seguitâr per vie notturne Crisi e Criselda con dorati crini: e con bocca di perle e di coralli Nisida e Spio, c'han dolce il canto e i balli.

Ora oblian le carole, e da' begli occhi versan di pianto un lagrimoso nembo; ed ogn'altra ivi par che piova e fiocchi sovra le guance e sovra il molle grembo.

Materia da coturni, e non da socchi, vederli aurei scoprir dal vario lembo, e cinger lui, che si lamenta e dole, e non ha tregua di sospir col sole.

Tutte eran fide in quel dolor compagne, mostrando al cavalier pietate onesta; ma la madre al figliuol che geme e piagne, pose la man sovra la bionda testa:

–Figlio (dicea), perche t'amiggi e lagne fuor d'ogni stil? Qual maraviglia è questa? che l'un l'altro nemico uccida in guerra e Morte d'un mortal trionfi in terra?

Tu che del padre tuo primier soffristi la morte, e come 'l tempo alfin richiede, e la mia soffrirai, ch'a gli alti acquisti t'aggiunsi la mia antica e nobil sede:

perché di questa oltre ragion t'attristi? caro figliuol, de l'altrui lutto erede, e co 'l tuo pianto la mia vita struggi? Caro figliuol, ché m'abbandoni e fuggi?

Dopo tanti anni di penosa vita, non mi passare il cor co' tuoi martìri; a me serena il volto, e la smarrita virtù richiama, e queta i tuoi sospiri:

figlio, non far, non far da me partita sì tosto: ahi! troppo incontra 'l ciel t'adiri. Dà pace al tuo dolore, al mio sol tregua: quando più fia ch'io ti raggiunga, o segua? –

Così diss'ella; e con dolenti note: –Non conobbi (ei rispose) il male e 'l danno, quando i' gemea con lagrimose gote de la morte paterna il primo affanno;

ma questo colpo in guisa 'l cor percuote, ch'a pianto eterno il mio dolor condanno. Conosco, ahi lasso, la prevista piaga, ma di sempre languir l 'alma s'appaga.

Sempre dorrommi; e sempre amore e sdegno mi roderan quest'alma afflitta ed egra. Dove era l'ardir mio, l'onor, l'ingegno, quando egli cadde, e la mia forza integra?

Non potria d'Asia, e d'Orïente il regno, darmi del suo morir vendetta allegra, ch'io devea ritenerlo e seco armarme: ei morì col mio nome, o pur con l'arme.

Ma falso o vero sia quel che predisse a me di mia ventura il vecchio antico, che mi daran le stelle erranti e fisse regno, o vendetta pur d'un caro amico:

sia l'imperio di quello a cui 'l prescrisse il ciel benigno, o sia d'empio nemico, ch'io la vendetta eleggo armato, o 'nerme. Queste sorti sol fian costanti e ferme.

Né spero di veder la patria e 'l monte, ove in gran sede me Fortuna affise, se prima in guerra io non mi trovo a fronte a quel fellon che il mio fedel ancise:

ch'invendicato ritornar de l'onte non debbo, altrui cedendo arme e divise, né d'altre spoglie ornar gli altari o i tempi, le mie lasciando, e vergognosi esempi;

madre, perché di me si parli o scriva con mio disnore e con eterna offesa, nel bel regno nativo, o 'n quella riva donde l'alta progenie è in lui discesa:

“Ecco chi salvo de' perigli arriva; ma 'l compagno morì ne l'alta impresa, e l'armi ancor lasciò di là dal mare, onde oualche meschita adorna appare”.–

Ei più non dice; ed ella a lui ragiona: –Ben ne' tuoi detti, o figlio, ancor dimostri d'esser d'alta progenie, onde risuona dal mar gelato il nome a' lidi nostri:

così Rollone ebbe d'onor corona, che in Italia primier passò de' vostri: così vinse Roberto (e ben fu giusto) Enrico imperadore, e 'l greco Augusto.

Così ne l'alta sede il sacro e saggio Gregorio, di corone 'l crine adorno, ripose in Laterano; e 'l grave oltraggio ei vendicò di Roma, e 'l grave scorno

del Campidoglio acceso. Altro vïaggio fe' quegli, e vergognoso a' suoi ritorno. Così poscia il trofeo sublime ed alto drizzò d'Alessio, domo in nuovo assalto.

Così i nemici il tuo gran padre estinse con quella, senza pari, invitta forza; di Puglia i Greci, e di Sicilia ei spinse, vittorioso, i Saracini a forza:

e liberò mezza l'Italia, e vinse noi con l'amor che gentil core sforza: là 've fondâro i suoi Normandi Aversa, contra l'antica Capua, a Roma avversa.

Ivi regnò mio padre, illustre sangue de' Longobardi misto a quel di Troia, la cui fama immortale ancor non langue, perché la carne sia caduca e muoia;

ma stanco per vecchiezza, e non esangue, lasciò del governar la grave noia al suo genero amato, e mio consorte, che te fece e Ramusio, anzi la morte.

Pur l'avo tuo sostiene 'l grave incarco de gli anni, e fa per te preghiere e voti, che fanciul trapassasti il dubbio varco de l'Ellesponto in Asia a' rischi ignoti:

e se qui d'alto imperio il ciel t'è parco, di tua stirpe altri regni, altri nepoti spera che fian del ciel doppia colonna, ne l'alma terra, che d'imperio è donna.

E 'n questa al tuo Ruggier, ch'in tener' anni vorrà seguir la tua onorata insegna, lascerai pur (tempra gli amari affanni) famosa e nobil sede, o non indegna.

Ei glorïoso in morte al cielo i vanni spiegherà dove il re trionfa e regna, ch'a' premi eterni de la fragil vita, pur con l'esempio del suo duol ne invita.

Altro Ruggier, che ne l'etate acerba fulmine sembra di valore ardente, pentito di vittoria alta e superba, s'atterra ad Innocenzo e d'òr lucente

la corona ha da lui, ch'al pio riserba, e la trasmuta d'una ad altra gente il Vicario di Cristo: ei re s'appella d'Italia, e doma poi gente rubella.

A' regni che divide il corso e l'onda del tempestoso mare, i gioghi imposti scote, ed innalza in questa e 'n quella sponda le chiavi, e i segni per timore ascosti.

Né regni illustra il sol, quant'ei circonda, pari fra gl'Indi, e gli Etiòpi opposti: di gloria, dico, e di valor, che lasce fama immortal ne le contrarie fasce.

Poi nel seggio che Pietro in Roma scelse, e mal fôra traslato in altra parte, Guglielmo il successor, ch'altri divelse, malgrado pur del buon popol di Marte,

potrà riporre. Ecco le imprese eccelse, ecco de' tuoi l'armi pietose e l'arte: prender da Cristo il giogo, e 'mporlo agli empi, salvare i pastor sacri e i sacri tempi.

Né mancherà ne la famosa prole l'alto valor ch'oggi tutt'altri avanza, perché vacilli la superba mole de' duo bei regni, e la mortal possanza;

ma passerà, come per nubi il sole, nel parto eletto de la gran Costanza; e 'in quel de la seconda anco s'offusca: più lieto in Aragona alfin corrusca.

E ben che vera luce i nomi illustri di Carlo e di Roberto, invitti regi, in due Sicilie avran nepoti illustri, Aristolfo e Serlon, fra' duci egregi:

né perderanno al varïar de' lustri de l'origine antica i chiari pregi: ch'il regno è nel valor di nobil alma, e 'l manto e la corona è grave salma.

Ma s'altro calle il ciel non mostra aperto di Carlo invitto al glorïoso impero, e del figliuol, che merto aggiunge e merto, regnando in questo e 'n quell'altro emispero:

quanto in gran tempo Italia avrà sofferto dal Tedesco, dal Franco, e da l'Ibero, piace con tal mercede, o Re superno, che sol concedi a l'alme 'l regno eterno.–

Così scòrta parlò. Ma 'l veglio onesto tutti condusse a la magion secreta. E Riccardo il dolore, a l'alma infesto, non scema per conforto, e non acqueta,

anzi piangendo, e sospiroso e mesto, la morte accusa, e chi 'l morir gli vieta. Quivi giungeano intanto i tre messaggi, già raccogliendo il sol gli estremi raggi.

E disse il buon Loffredo a lui, che afflitto gli era già sorto e lagrimoso 'ncontra: –Siam vinti, o figlio di Guglielmo invitto, in gran battaglia, com'a' forti incontra:

e 'l signor d'Ansa ivi cadeo trafitto dal soldàn che dà morte a quanti ei scontra: e 'n noi rivolto ogni mortal periglio, fa de le spoglie tue più altero 'l figlio.

E 'nsuperbito di terribil possa, d'assalirne entro il vallo ancor minaccia. Di Cedron l'alta riva, e l'onda è rossa, dove i Franchi ebber prima orribil caccia:

né per secrete vie d'oscura fossa è chi securo il varco al fonte or faccia; ma quella cieca strada, e l'erbe e l'ombre son di troncate membra, e d'arme ingombre.

E ne la selva ogni demon s'annida, onde spesso rimbomba il tuono e 'l lampo. Guerra da l'altra parte indice e sfida l'ammiraglio superbo in duro campo;

ma 'l buon duce Goffredo in Dio confida vittoria aver, non che salute e scampo; ed al già chiesto onor t'invita e prega: tu al suo giusto pregar t'inchina e piega.

L'animo dal dolore omai solleva e da noi risospingi i dì funesti, ché 'l sempre sospirar nulla rileva, e peggio fia, s'alta virtù non vesti:

perché lucente più ch'ei non soleva il tuo valor risplenda a' vinti e mesti: così ne gli anni de l'etate acerba gloria immortale 'l cielo a te riserba.–

Tacque. E rispose al veglio il gran Riccardo: –Tardi prega Goffredo e tardi invita, poi ch'il signor per cui mi struggo ed ardo, perduta ha in guerra la sua nobil vita.

Misero me, che pur son pigro e tardo a la vendetta omai, non ch'a l'aita: né dar più a tanto danno alcun restauro può corona immortal di gloria, o d'auro.

Allor devea, con più lodato esempio, mentre visse Ruperto, a sé chiamarmi: or non bramo altro onor, ma tomba, o tempio, e sculti al fido amico i bianchi marmi:

ma pur verrò dove il superbo e l'empio trionfa e del mio lutto ha spoglie ed armi; perché 'l pietoso duol non m'arda e stempre, ma nel sangue crudel s'appaghi e tempre.–

Così detto, e risposto, allor ch'imbruna l'aria serena de l'estiva notte, l'alta donna lasciando 'n veste bruna, e le donzelle a lagrimar condotte;

partîr co' raggi de la bianca luna da spechi ed ombre al vero amiche e dotte. Filagliteo gli guida, il saggio e scaltro, pur quasi un lume il qual conduca a l'altro.

Già sparito era in ciel Marte e Saturno, ed ogni fiamma più lucente e bella onde sia sparso 'l bel seren notturno; sol fiammeggiava l'amorosa stella

omai languendo a lo splendor diurno che facea rosseggiar l'alba novella: quando vider due campi e mille tende, e 'n quello entrâr, ch'alto soccorso attende.

Giacea nel gran ferètro il buon Ruperto, lavato già de' sanguinosi umori: bianca porpora il veste, e 'l tien coperto candido vel contesto d'aurei fiori:

spirava da le piaghe 'l fianco aperto, e 'l petto e 'l capo i prezïosi odori: facean dintorno duol, lutto e martìro i suoi compagni in lagrimoso giro.

Qual africana e coronata belva, di spaventoso adorna orrido vello, rugge trovando entro l'oscura selva la tana vòta e 'l depredato ostello;

né vede il cacciator che si rinselva co' figli, od orma di sentier novello, onde si volge a le lasciate lustre; tal qui sospira il cavaliere illustre.

E dice sospirando: –Ahi duro caso, ond'il mio altero vanto omai si scorna. Così al buon padre Otton lunge rimaso il figlio vincitor, per me, ritorna?

Questa è la pompa onde il felice Occaso di spoglie orïentali oggi s'adorna? Di queste prede a l'età grave e stanca letizia ei porge, e 'l suo vigor rinfranca?

In tal guisa la fede al veglio osservo? e mie promesse adempio e sua speranza? Quando tanto valor compagno e servo mi fe' la cortesia che tutto avanza.

Misero mondo, instabile e protervo: or, salvo pianto e duol, nulla gli avanza; ch'ogni nostro pensier torna fallace, né promessa è quaggiù ferma e verace.

Ahi, ch'era meglio assai nel forte punto morte bramata io non avessi invano, fedel mio caro: e 'l cor reciso e punto fosse dal ferro e da l'istessa mano,

che vivo rimaner da te disgiunto con tal vergogna, e per dolore insano: perché d'eterno duol ne l'alma i colpi impressi io porto, onde me solo incolpi.

Né spero più che d'orïente il sole a me risplenda con lucenti rai, né ch'il ciel mi rallegri o mi console d'altro piacer che di vendetta omai.

E so ben che la su pietà si vuole; e forse il mio disdegno a sdegno avrai: ma compiaci al dolor ch'io tengo a freno, ch'abbia conforto in vendicarti almeno.

Alma cortese, e da l'empireo cielo al mio dolor di tua virtute inspira.– Così dice piangendo; e 'l bianco velo discopre, e le ferite asperge e mira:

tutto tremante e con la man di gelo il tocca e bacia, e quasi l'alma ei spira; ma gia saliti erano i preghi avanti, e le meste parole e i tristi pianti.

E' virtù suso in ciel santa e soave, ch'unìo con pace eterna 'l chiaro mondo, pria ch'aspra lite infra 'l leggiero e grave, l'aria in guerra partisse e 'l mar profondo;

questa medesma al santo Amor la chiave volse: ei vestì d'Adamo 'l fragil pondo, e facendo la terra al cielo amica, lieto fin pose a la discordia antica.

E questa al Padre eterno offerse i preghi, e le sue lagrimose alte querele; perché da' duri lacci omai disleghi l'alma dolente al cavalier fedele:

né dal suo corso la giustizia or pieghi che minaccia vendetta al re crudele; e disse: –Insieme al mio pregar t'inchina, Padre del cielo, o tu del ciel regina.

E non dirò ch'io d'ogni eterna mente unii già i cori, e ne l'unir distinsi: e di lor fei corona alta e lucente, onde di gloria e di splendor ti cinsi:

o che le sfere più veloci e lente di nodi quasi adamantini avvinsi: ch'è tuo l'esempio, e 'l magistero e 'l modo, ed io de l'opre tue mi vanto e lodo.

E 'l mondo, che là giù si mesce e varia, ebbe da te costanti e ferme leggi; però il foco e la terra, e 'l mare e l'aria, pascon tante concordi amiche greggi.

E, s'ivi la contesa a me contraria usurpa i tempi e le corone e i seggi: maraviglia non è, ch'audace turba mosse anco in cielo, ed or là giù perturba.

Ma tu, che désti a lei dal cielo esiglio, ond'ancor mostri i precipizi e i salti, serva il mio loco ove mandasti 'l figlio; congiungi i fidi tuoi tra i fèri assalti,

e volgi al mio guerrier pietoso 'l ciglio, perch'il suo onore e 'l nostro nome esalti: e 'l nodo ordito in ciel, se i cori involve, non disciolga colei che tutto or solve.

Mira, Signor, quanto è l'affanno interno, a cui s'è dato il cavaliero in preda, e com'ei langue; e dal martire eterno guardalo tu perch'egli a te sen rieda

lieto, quando che sia, né varchi Averno, come d'altrui par che si canti e creda, se giusta pena ingiusti amici afflige: ma salvo ascenda dal nocchier di Stige.–

Così dicea con lagrimoso volto virtù ch'in terra umana, in cielo è diva, non pur celeste: e 'l suo parlare accolto fu dal Signor ch'i giusti preghi udiva.

E già Riccardo, ad onorar rivolto la frale spoglia che di vita è priva, le sacre preci aggiunge al pianto estremo, e 'l canto, ch'è de' morti onor supremo.

E là dov'egli il suo dolor distilla, non hanno gli altri 'l viso e gli occhi asciutti: ma 'n suon lugubre omai dolente squilla par ch'i duci raccolga a' mesti lutti.

Pria doppio ordine lungo arde e sfavilla, con mille accesi lumi innanzi a tutti: poi su la coltre sua purpurea e d'oro portato è il corpo appresso 'l santo coro.

Il serico vestir dorato e bianco intorno a' freddi membri adorno vedi: la spada ancor gli avean ricinta al fianco; ma l'elmo col cimier gli giace a' piedi.

Seguon Riccardo appresso e 'l duce Franco, duo Ruberti, Aristolfo, il buon Tancredi, e gli altri c'han de l'armi il pregio e 'l vanto: tutti con lungo e con funébre ammanto.

Poscia cento destrier coperti a negro: e portan gli scudier, dogliosi in vista, ben cento insegne, in cui vessillo integro non si vedea come il valor l'acquista:

ed auree spoglie, onde un trionfo allegro già far credean, con varia preda e mista; archi, faretre, scudi, arme sanguigne, e corone di querce e di gramigne.

Con volto umano poi Mamistra e Tarso, ed Atene che palma aggiunge a palma, e di nove altre è il simulacro apparso, e par ch'intrecci insieme oliva e palma;

Cidno ed Oronte ancor, che l'urna ha sparso, erano al portator non leve salma: e l'Eufrate, e 'l gran Tauro al duro giogo si vede ivi inchinar l'orrido giogo.

Chiudean alfin la mesta pompa, e 'l fasto de la gloria mortal, dolenti schiere cbe vinser guerreggiando ogni contrasto; or l'aste e l'arme aveano orride e nere,

e seguîr lagrimando 'l corpo guasto per cui gia fûr d'alta vittoria altere. Eran mute le trombe o pur languendo, il rauco suon quasi n'uscìa piangendo.

E giunser tutti incontra al tempio sacro, là 've s'ascende ad alta mole e poggia: maggior di quella ove al suo mal lavacro fe' Costantino, e 'n meno usata foggia:

perché mèta o colonna o simulacro, tanto non adornò teatro o loggia. Due porte avea per cui si varchi e monte, e 'n ciascuna di lor due statue a fronte,

che paion le virtù con varie gonne. Quale ha lo specchio e quale in man la spada: versa umor l'altra de l'antiche donne; l'ultima rompe il marmo ove digrada:

e fra quelle di cedro alte colonne, siccome effigïarle al maestro aggrada, l'altre virtù son figurate a' sensi, e sostengon poi tutte i lumi accensi.

Scolpite son ne la sublime parte, ch'in giro volge, le virtù supreme, Fede e Speranza; e chi da lor diparte morte talora, ivi fiammeggia insieme.

Nel sommo impressa è con mirabil arte l'Eternità che del suo fin non teme: del mezzo 'l gran ferètro ingombra il suolo, che ricoperto e pur d'oscuro duolo.

Mète e colonne intorno e varie imprese fe' l'avversaria de la morte iniqua. Sovra risplende il ciel di fiamme accese, e la strada v'appar del sole obliqua.

L'arme del cavaliero in alto appese, come poi l'inalzò progenie antiqua, vi pose: e 'n lor da fiamma oscura e mista, l'Ardea sen vola al ciel, sublime in vista.

Poscia ch'al suon de la canora voce silenzio fu da' sacerdoti imposto, e 'n arca cui segnò purpurea croce quell'onorato corpo alfin riposto:

sol vi rimase il cavalier feroce, che fargli maggior tomba avea proposto: e l'alta mole pareggiar vorrebbe di lei che del suo fido il cener bebbe.

O quelle pur de' più superbi regi, che i marmorei sepolcri al cielo alzâro: e brama di Corinto i mastri egregi, e i metalli, e di Smirna opre e di Paro.

Ma poscia invidïosa a tanti pregi trovò l'empia fortuna, e 'l mondo avaro. Questo pensier tenea nel core ascoso; ma disse Pietro al cavalier pensoso:

–Quanto déi, figlio, al Re ch'il mondo regge! Tratto egli t'ha da l'incantate soglie: ei te smarrito agnel fra Care gregge or riconduce e ne l'ovile accoglie:

te il pio duce sovran campione elegge e pronto esecutor di giuste voglie. Tu, pria ch'ardito muova al fèro assalto, vesti, invitto signor, virtù da l'alto.

Ma sei de le caligini del mondo e de la carne ancora in guisa asperso, che l'Indo e 'l Gange, e l'Oceàn profondo non ti potrebbe far candido e terso:

sol la grazia divina il core immondo può render puro. Adunque a Dio converso, riverente perd¢n richiedi, e spiega i tuoi peccati ascosi, e piangi e prega.–

Così disse: e 'l guerriero a' piè dimesso tutti scoprìgli i giovanili errori; poi ch'ebbe pianti entro al suo core istesso i suoi sdegni superbi e i folli amori.

E fu il perdono a quel signor concesso da lui ch'in tenebrosi e sacri orrori sovente i casti membri affligge e spolpa, e lega e scioglie di pentita colpa.

Poi gli diceva: –Un monte assai vicino; coronato di palme, il capo estolle, là dove per secreto aspro cammino poggiar si può quasi di colle in colle:

sorge ivi un fonte sacro, anzi divino, ch'a le fonti del sole il pregio tolle, ed a quel di Cupido, e di Dodona, ed a qual più famoso anco risuona.

Ma i princìpi, che 'l Nilo asconde e cela sotto altro ciel, son meno ignoti al senso; perché de l'ombre ei s'incorona e vela, là 've il devoto orrore è folto e denso.

Sacra fama ed occulta a me rivela la maraviglia ove condurti io penso: questo al ciel volge un rio lucente e vago, né si vanta di lui marina o lago.

Primo è di cinque, a cui talor ricorre turba gentil ch'alto desire accenda; ma dove l'onda inverso 'l mar trascorre, la maggior parte avvien che smonti e scenda.

Chi bee del primo al fin tutt'altro abborre e fugge ogni piacer, che l'alma offenda né 'l perturba dolor, ned ira infiamma, né di terreno amor lasciva fiamma.

Ma l'un nel cor s'estingue, e l'altro il foco de la gloria divina avvampa e ferve contra il valor ch'io per condurti invoco; né temer genti al ver nemiche e serve,

ma di venir sii pronto al sacro loco, e fa' del mio parlar dolci conserve, che ce n'andremo occulti al volgo insano, né potrà rimirarci occhio profano.

Quinci al bosco n'andrai fra larve erranti, e tra fantasmi pur vani e bugiardi, la dove indarno superar gl'incanti tentâro i più feroci e i più gagliardi.

La croce scaccera mostri e giganti, la croce fia che t'assicure e guardi da le schiere d'Inferno, e quindi e quinci. In questo segno pur combatti e vinci.–

Era ne la stagion in cui non cede libero ogni confin la notte al giorno, ma l'orïente rosseggiar si vede, e l'altro ciel d'alcuna stella adorno;

quando drizzâr vêr gli alti poggi il piede, con gli occhi alzati contemplando intorno or notturne bellezze or mattutine, immortali e celesti, anzi divine.

Pensava il pio guerriero: –O quante belle luci il tempio del ciel sparge, e raguna! Ha 'l suo gran lume il dì, l'aurate stelle spiega la notte e la sua algente luna;

ma non è chi vagheggi o queste o quelle, e miriam noi torbida luce e bruna, ch'un girar d'occhi, un balenar di riso, scopre in breve confin d'un bianco viso.–

Così pensando, a le più eccelse cime ascese, ed ivi inchino e riverente alzò il pensier sovra ogni ciel sublime, e le luci fissò ne l'orïente.

–La prima vita e le mie colpe prime mira con occhio di pietà clemente, Padre e Signore; e di tua grazia or piovi, perch'il vetusto Adam spogli e rinnovi.–

Prega in tal guisa, e già gli sorge a fronte con aureo manto la vermiglia Aurora; e i suoi capelli, e del frondoso monte le verdi cime a quella luce indora:

e ventilar nel seno e ne la fronte, mormorando sentia lo spirto e l'òra, che sovra 'l molle crin scotea dal grembo de la bell'alba un rugiadoso nembo.

Bagna l'estivo gel le chiome bionde, e quella quasi d'òr tenera piuma; come anzi il nuovo sol, l'erbose sponde sparge il ciel di rugiada, e l'aria alluma:

o come vago augel tra fronde e fronde si spruzza l'ali che di novo impiuma, ei giungendo fra l'ombra ivi si spazia di piacer in piacer, di grazia in grazia

E poscia vede il fonte occulto e l'acque, vie più bel di cristallo, e più d'argento: e del sacro silenzio a l'ombra ei giacque, dove devoto bebbe, e fu contento:

e di ciò ch'invaghia la mente e piacque, sentì 'l primo desio nel core spento, e d'ogni altro dolzor fastidio e scherno: o maraviglia del sapere eterno!

Fra nembi intanto di splendor celeste, che tutti risplendean di raggi e d'auro, l'angeliche virtù leggiadre e oneste portâr d'arme di luce ampio tesauro:

là 've di care pietre in un conteste scorge una croce infra la palma e 'l lauro; e l'appoggiâro a' lucidi giacinti, quasi immortal trofeo de' vizi estinti.

Come del ciel ne gli alti e chiari campi la croce sfavillò di fiamme e d'ostro; e 'l vero segno altrui con vivi lampi, regnando l'empio Greco, allor fu mostro:

così da nube che sonora avvampi con l'arme è scesa in quell'ombroso chiostro, e rilucea tra la fontana e 'l verde; ed ogni luce ivi s'abbaglia e perde.

Roma, quali arme avesti e quali schermi, quando regnò d'Egeria il vecchio amante, ben che la vecchia fama il caso affermi di quel celeste scudo, e pur ten vante,

da opporre a queste, in solitari ed ermi colli portate e fra l'ombrose piante? Là 've Riccardo è già rivolto al suono de l'onor lieto, e del celeste dono.

Né sazio di mirarlo, or questa or quella parte de l'arme in mano ei prende, e prova; l'elmo che vince la sanguina stella, che d'ardore e di fiamme il crin rinnova:

e la corazza che fiammeggia anch'ella, quasi gran luce che nel ciel si mova: e de lo scudo le mirabil opre, nel cui gran magistero il ciel si scopre.

Quegli che fece Arturo, ed Orïone, diè 'l lavoro e l'esempio al fabro accorto; e fra l'altre di stelle auree corone, il sol, che gira il suo cammin distorto.

Parte la croce le contrarie zone, e squadra il mondo da l'Occaso all'Orto. Disse Pietro: –O figliuol del pio Guglielmo, questo è d'alta speranza il lucid'elmo.

Scudo è di fede, e di giustizia usbergo questo. Così di luce, o pur di gloria, Pietro t'arma la fronte e 'l petto e 'l tergo, ed onora de' tuoi l'alta memoria,

che difeser di Dio quel santo albergo per cui degna è d'onor giusta vittoria: di queste Augusti, regi, o duci illustri fien pochi adorni in cento e cento lustri.

Qual gloria è d'oro incoronar le fronti là dov'Egli da' suoi parte e disgiunge?– Così diceva; e quei frondosi monti maravigliârsi a lo splendor da lunge:

maravigliârsi il gran torrente e i fonti, ove quel lume inusitato aggiunge d'oro e d'elettro; e la profonda valle mirò sparso di raggi il nero calle.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
LIBRO VIGESIMOPRIMO · Torquato Tasso · Poetry Cove