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1544–1595

LIBRO UNDECIMO

Torquato Tasso

Così dicendo ancor, vicino scòrse un destrier ch'a lui volse errante il passo: tosto libero al fren la mano ei porse, e su vi salse, ancor che afflitto e lasso;

senza il cimier, che prima orribil sorse, fatto era l'elmo quasi oscuro e basso, rotta la sopravvesta, e di superba pompa real indicio alcun non serba.

Come dal chiuso ovil cacciato viene lupo talor, che fugge e si nasconde: e ben che del gran ventre omai ripiene ha l'ingorde voragini profonde,

avido pur di sangue ancor fuor tene la lingua, e 'l sugge da le labbra immonde: tale ei sen gìa dopo il sanguigno strazio, de la sua cupa fame ancor non sazio.

E com'è sua ventura, a le sonanti quadrella, ond'a lui 'ntorno un nembo vola, a tante spade, a tante lance, a tanti ministri d'aspra morte alfin s'invola:

e sconosciuto pur cammina avanti per quella via ch'è più romita e sola: e, 'n sé volgendo quel che fare ei deggia in gran tempesta di pensieri ondeggia.

Disponsi alfin di girne ove raguna esercito sì grande il re d'Egitto; e giunger seco l'arme, alta fortuna sperando rinovar d'imperio afflitto.

Ciò prefisso tra sé, dimora alcuna non pone in mezzo, e lascia il cammin dritto: e d'uopo avrà di chi securo il guidi di Gaza antica a gli arenosi lidi.

Lascia la regia via d'antica pietra, che feo del buon David il saggio figlio verso occidente, e quella ancor ch'impètra inverso Borea, ov'è maggior periglio:

e torce ove non vide arco e faretra, né più di sangue uman calle vermiglio, al mezzogiorno; e giunge in regia valle, pur com'uom che le vie smarrisca e falle.

E riconosce il dirupato avello, ove drizzossi già colonna antica, statua, e sepolcro del figliuol più bello: or vede al suo pensier torre nemica.

Onde ricerca più securo ostello, e più fida quiete in parte amica: e come il guida la fortuna e 'l caso, si volge a Borea, e pur lascia l'occaso.

Di valle in valle ermo sentier raggira, perch'altrui, quanto può, vorria celarse; né molto va che marmi inscritti ei mira di tre gran mete ruinose e sparse:

quivi la sua fortuna allor sospira; poich'il novo sepolcro a gli occhi apparse: e d'opre eccelse vede umil ruina, dove giacque co 'l figlio alta reina.

–Di tomba in tomba il mio destin mi scorge (fra sé diceva il re doglioso e mesto) ed aita o conforto altri non porge al colpo di fortuna agro e funesto;

ma s'a me il mausoleo sublime sorge, o se tra pruni e sassi ascoso io resto, com'uom del volgo, o pur come tiranno, leggiero estimo del sepolcro il danno.–

Così dicendo, i solitari orrori ricerca pur con gli occhi intorno intorno; e non vede bifolchi e non pastori fuggir a l'ombre estive il caldo giorno;

ma di fior desiderio, e d'altri fiori appresso a le ruine il loco adorno, e co 'l verde cipresso ivi la palma, ch'alta risorge più da grave salma.

Mentre riguarda, pur di trombe e d'armi ode il suono da lunge, e vede il lampo, onde lascia quell'ombre e i bianchi marmi, e s'allontana dal sanguigno campo;

cercando in altra parte ove disarmi il destro braccio, più securo scampo: quivi il circonda di cerulee fasce e di que' dolci frutti alfin si pasce.

Né perché senta inacerbir le doglie de l'altre piaghe, e grave il corpo ed egro, vien però che si posi, e l'arme spoglie, ma travagliando il dì ne passa integro.

Poi, quando l'ombra oscura al mondo toglie i vari aspetti, e 'l mondo tinge in negro; mira di fieno e di palustre canna, dove prenda riposo, umil capanna.

Con la superba man che scote il mondo, percote l'uscio di quel rozzo albergo, che mal sostien de la percossa il pondo; e vòto il trova, e: –Sol qui (disse) albergo.–

Ma di bue vede steso un cuoio immondo e d'orsa sovra lui villoso il tergo; e 'n rozza mensa povere vivande, migliori assai de le famose ghiande.

Fuggito era il pastore; e quasi ignudo lasciò l'albergo ov'egli adagia il fianco. E la testa appoggiando al duro scudo, acqueta l'alma afflitta e il corpo stanco;

ma d'ora in ora a lui si fa più crudo sentire il duol de le ferite; ed anco roso gli è dentro e lacerato il core da gli interni avvoltoi, sdegno e dolore.

Alfin, quando già tutte intorno chete nel più alto silenzio eran le cose; vinto egli pur da la stanchezza, in Lete sopì le cure sue gravi e noiose,

e 'n una breve e languida quiete l'afflitte membra e gli occhi egri compose: e, mentre ancor dormia, turbato suono di voce lui destò, che parve un tuono.

–O gran signor de' Turchi, i tuoi sì lenti riposi a miglior tempo omai riserva; che sotto il giogo di nemiche genti la patria ove regnasti, ancora è serva.

In questa terra dormi, e non rammenti ch'insepolte de' tuoi l'ossa conserva? Ove sì gran vestigio è del tuo scorno, tu neghittoso aspetti il nuovo giorno?–

Desto il soldano, alza lo sguardo, e vede uom, che d'età gravissima a' sembianti, col ritorto baston del vecchio piede ferma e dirizza i passi omai tremanti.

–E chi sei tu (sdegnoso al veglio ei chiede) che somigli fantasma e larve erranti, turbando i brevi sonni? E che s'aspetta a te la mia vergogna e la vendetta?–

–Io mi sono un (rispose il veglio antico) ch'a Solimano, il tuo famoso padre, ed a Belchefo, il zio, fedele amico spesso in fortune apparvi oscure ed adre;

ed or di te mi cale, e 'l ver ti dico, o duce invitto d'infelici squadre: prendi in grado, signor, ch'a te risuone per la mia lingua, e ti sia sferza e sprone.

Or perché (s'io m'appongo) esser dée volto al gran re de l'Egitto il tuo cammino, presago son ch'aspro vïaggio or tolto indarno avrai, né tardo alto destino.

Però che senza te fia insieme accolto l'esercito; e 'l grand'uopo è più vicino. Né loco è là, dove s'impieghi e mostri il tuo valor contr' a' nemici nostri.

Ma se in duce me prendi, entro a quel muro, che da l'arme nemiche è intorno stretto, nel più chiaro del dì pôrti securo, senza che spada impugni, io ti prometto:

quivi con l'arme e co' disagi, un duro contrasto aver ti fia gloria e diletto, difendendo a gli amici il nobil regno, a te medesmo il tuo più caro pegno.

Amoralto dich'io, che senza oltraggio di rea fortuna o pur di fato avverso, con gli Arabi fornì dubbio vïaggio, e di notte v'entrò per l'aer perso.

Quivi salvo il vedrai co 'l novo raggio; ed or per te sospira, al ciel converso, e dice: “Senza lui la vita è nulla; ch'or foss'io morto al latte ed a la culla”.–

Mentre ei ragiona ancor, gli occhi e la voce, e le lanose gote il Turco ammira; e dal volto e da l'animo feroce, tutto depone omai l'orgoglio e l'ira.

–Padre (risponde), io già pronto e veloce sono a seguirti; ove tu vuoi mi gira: tu sprona il lento ardir, se meno ardisco, ché per alta cagion lodato è il risco.–

Loda il veglio i suoi detti; e perché l'aura notturna avea le piaghe inacerbite, un suo licor v'instilla onde restaura le forze, e salda il sangue e le ferite:

e rimirando omai ch'il sole inaura le cime a' monti, de' suoi rai vestite: –Tempo è (disse) al partir, ch'omai discopre le strade il sol ch'altrui richiama a l'opre.

Ma noi (come sper' io) n'andremo occulti da la vista de' miseri mortali, e vedremo de' vivi e de' sepulti sepolcri, e roghi, ed angosciosi mali.

Parte mira tra l'ombre e tra' virgulti, se l'opre mie siano al volere eguali. Non ho di questa più lucente merce, che vedi fiammeggiar tra palme e querce.–

Allora a gli occhi del soldàn rifulse l'elmo, onde gravi l'onorata fronte; per cui quel mago a se medesmo indulse e forse affaticò Sterope e Bronte;

e tutti ricercò, senza repulse, gli antri del cavernoso e fiero monte: e 'l ricco scudo appresso, e gli altri arnesi, sparsi di gemme e di piropi accesi.

Pur sorge nel cimiero orribil drago; ma di faville il ciel non anco ingombra: e ne lo scudo è la celeste immago, come ella appar quando per nube adombra,

né giunta a mezzo ancor del corso vago, riluce con le coma in mezzo a l'ombra: cerulea sopravvesta, e d'ampio nembo d'argento sparsa, pur d'argento ha il lembo.

S'arma il gran re de' Turchi, e non lontano il carro scorge ove col mago ei siede, ch'il freno allenta; e con la dotta mano or questo or quel destrier percote e fiede.

Quei vanno sì, che 'l polveroso piano non ritien de la rota orma, o del piede: fumar li vedi, ed anelar nel corso, e tutto biancheggiar di spuma il dorso.

Maraviglie dirò. S'aduna e stringe l'aer dintorno in atra nube avvolto, e così 'l carro ne ricopre e cinge, ch'egli non apparisce o poco o molto;

e dovunque 'l destrier si sferza e spinge, l'aer sempre si fa più denso e folto: ben veder ponno i due dal curvo seno le nebbie intorno, e fuori il ciel sereno.

Meravigliando il re le ciglia inarca, ed increspa la fronte, e mira fiso la nube e 'l carro ch'ogni intoppo varca veloce sì che di volar gli è avviso.

L'altro, che di stupor l'anima carca gli scorge, a l'atto de l'immobil viso; gli rompe quel silenzio, e lui rappella, ond'ei si scote, e poi così favella:

–O chiunque tu sia, che fuor d'ogni uso pieghi natura ad opre altere e strane; e, spiando i secreti, entro al più chiuso spazii a tua voglia de le menti umane,

se arrivi co 'l saper ch'è d'alto infuso, a le cose remote anco e lontane; deh dimmi qual riposo, o qual ruina a' gran moti de l'Asia il ciel destina?

Ma pria dimmi il tuo nome, e con qual arte far cose tu sì inusitate soglia: che, se pria lo stupor da me non parte, com'esser può che l'altre cose accoglia?–

Sorrise il vecchio, e disse: –In una parte mi sarà leve d'adempir tua voglia: me, vago d'arti ignote, i Turchi e i Siri chiamano Ismeno, ed io m'appello Osiri.

Ma ch'io scopra il futuro, e ch'io dispieghi de l'eterno destin l'occulte leggi, troppo è ardito desio, tropp' alti preghi, e impresa fora d'uom che più vaneggi.

Fra le sventure l'alma al mal non pieghi, seguendo onor, che tu seguire eleggi: perché spesso addivien ch'il saggio e il forte fabro a se stesso è di felice sorte.

Tu questa invitta mano, a cui fia poco scoter le forze del francese impero, non che munir, non che guardare il loco, ch'oppugna e stringe aspro avversario e fèro;

contra l'arme apparecchia e contra il foco. Osa, soffri, confida: io bene spero; ma pur dirò, perché piacerti debbia, ciò ch'ascosto vegg' io quasi per nebbia.

Veggio, o parmi vedere, anzi che lustri molti rivolga il gran pianeta eterno, uom che l'Asia ornerà co' fatti industri, e del fecondo Egitto avrà il governo.

Taccio i cortesi modi e l'arti illustri, e tante altre virtù ch'a pena io scerno: basti sol questo a noi che da lui scosse non pur saranno le contrarie posse;

ma il regno di Sion, a' nostri ingiusto, svèlto sarà ne l'ultime contese; e l'afflitte fortune entro un angusto cerchio sospinte, e sol dal mar difese:

questo i tuoi lor torranno. –E qui il vetusto mago si tacque. E quegli a dir riprese: –O lui felice, eletto a tanta lode!– E quello onor gl'invidia, e parte gode.

Soggiunse poi: –Girisi pur fortuna o buona o rea, come è là su prescritto: che non ha sovra me ragione alcuna, né giammai mi vedrà, se non invitto.

Pria dal suo corso distornar la luna e le stelle potrà, che mai dal dritto torcere un mio pensiero, o un sol mio passo, perch'alto mi sollevi, o spinga a basso.–

Così gîr ragionando, insin che fûro là 've presso vedean le tende alzarse: e con aspetto tenebroso e scuro in varie forme ivi la morte apparse.

Si perturbò nel cor, che tanto è duro e di pietà il soldano 'l volto sparse. Ahi, con quanto disprezzo altere insegne vide giacer ch'ei fe' temute e degne!

E scorrer lieti i Franchi, e i petti, e i volti spesso calcar de' suoi più noti amici; e con superbo orgoglio a gl'insepolti l'armi spogliare e gli abiti infelici:

altri onorare, in lunga pompa avvolti, gli amati corpi de gli estremi offici: altri suppor le fiamme, e 'l volgo misto d'Arabi e Turchi a un foco ardente è visto.

Sospirando la spada allora ei trasse e lasciare il gran carro e correr volle, ma quel canuto mago a sé 'l ritrasse e de l'ira affrenò l'impeto folle.

Poi da le parti più sanguigne e basse drizzò i cavalli al più sublime colle. Così alquanto n'andâro insin ch'a tergo lasciâr de' Franchi il militare albergo.

Smontâro allor del carro, e quel repente sparve, ed a piedi andâr per breve calle ne la solita nube occultamente, discendendo a sinistra in ampia valle;

sì che giunsero là, dove a ponente l'alto monte a Sion copre le spalle. Quivi si ferma il mago, e poi s'accosta, quasi mirando, a la scoscesa costa.

S'apria cava spelunca in duro sasso di lunghissimi tempi avanti fatta, ma disusando, or riserrato il passo era tra' pruni e l'erbe in cui s'appiatta.

Sgombra il mago gl'intoppi, e curvo e basso per l'angusto sentiero a gir s'adatta: e l'una man precede, e tenta il varco, l'altra è scorta al guerrier che d'arme e carco.

Dice allor il soldàn: –Qual via furtiva è questa tua, dove convien ch'io vada? Altra forse miglior sdegno t'apriva con l'infelice ed onorata spada.–

–Non sdegnar (gli risponde), anima schiva, premer col forte piè la buia strada: che già solea calcarla il fèro Erode, quel c'ha ne l'arme ancor sì chiara lode.

Cavò l'orrido speco, allor che porre volse freno a' soggetti il re ch'io dico; e per esso potea da quella torre, ch'egli Antonia appellò dal fido amico,

invisibile a tutti, il piè raccôrre dentro le mura del gran tempio antico: e quindi occulti uscir d'ampia cittate, e trarne, ed introdur genti celate.

Ma nota è questa via solinga e bruna a pochi, ignota a le straniere genti. Per queste andremo al loco ove raguna i più saggi a consiglio e i più possenti

il re, ch'al minacciar d'empia fortuna, più forse che non dée, par che paventi. Ben tu giungi a grand'uopo: ascolta e taci, poi muovi a tempo le parole audaci.–

Così gli disse; e 'l cavaliero allotta co 'l gran corpo ingombrò l'umil caverna; e per le vie dove mai sempre annotta seguì colui che il suo Cammin governa.

Pria chino andò; ma quella oscura grotta tanto è più ampia quanto più s'interna onde per facil via poggiando seco a mezzo giunse de l'ombroso speco.

Apriva allor un picciol uscio Ismeno, e se ne gìan per disusata scala, a cui luce mal certo e mal sereno l'aer, che grave e denso a pena esala.

Giungean d'un chiostro alfin nel fosco seno, e salian quindi in chiara e nobil sala. Qui con lo scettro e con sue corna in testa, mesto sedeasi il re fra gente mesta.

Da la concava nube il duce altero non veduto rimira e spia d'intorno; ed ode il re frattanto, il qual primiero incominciò cosi dal loco adorno:

–Veramente, o miei fidi, al nostro impero, fu il trapassato assai dannoso giorno; e caduti d'altissima speranza, sol l'aiuto d'Egitto omai ci avanza.

Ma ben vedete voi quanto la speme lontana sia da sì vicin periglio. Dunque ciascuno or qui raccolto insieme portando in mezzo il suo alto consiglio,

soccorra al regno stanco.– Aura che freme allora parve il picciolo bisbiglio, ma con la faccia baldanzosa il vieta sorgendo Argante, e 'l mormorar acqueta.

–O buon padre, o buon re (fu la risposta del cavaliero indomito e feroce), perché ci tenti? e cosa a nullo ascosta chiedi, ch'uopo non ha di nostra voce?

Pur dirò: sia la speme in noi riposta: che né ferro, né foco a virtù noce: di questa armiamci, a lei chiediamo aita, né più ch'ella si vaglia amiam la vita.

Perché cercar lontano altri guerrieri, se basta a la vittoria un core invitto? Se può salvare i regni e gli alti imperi l'animo, che non è per caso afflitto?

E non parlo così, perch'io disperi, che serbi le promesse il re d'Egitto; ma ne l'istesso aver fidanza e tèma, perché vi sforza la fortuna estrema?

So ch'è sospetto il dir che troppo abonda di vera fede; ond'io di ciò mi sdegno: che fanciullo cercai lontana sponda, col sospetto cangiando esilio indegno;

e la patria al mio re lasciai gioconda, e la cura a' fratei del proprio regno; e tanto mia fortuna indi s'accrebbe, che forse de l'onore a molti increbbe.

Che d'amplissimo imperio alto governo, tra dodici ammiragli eletto il primo, ebbi per grazia; e del mio re superno la cara figlia, che più d'altri estimo.

E già meco tenea la state e 'l verno, là 've i campi feconda il molle limo; e meco insieme or si rinchiude e serra ne l'aspro assedio d'odïosa guerra.

Ma, vivend'io soggetto a l'altrui voglie, mentre al proprio signor la fede sciolgo, riportai di mia gente ostili spoglie, vincitor mesto; e ben di ciò mi dolgo.

Poscia co 'l figlio e con la fida moglie cacciato fui dal ribellante volgo: e come al re di Babilonia aggrada, potei, né volli, insanguinar la spada.

Feci, come a lui piacque, a voi ritorno nel maggior vostro rischio, in sì grand'uopo; pur de le spoglie de' miei Turchi adorno, che trionfando rimirò Canopo.

Taccio i trofei che nel più ardente giorno drizzai del negro e timido Eti¢po: perché non ha, donde si glorii e vante de le spoglie de' Franchi il vostro Argante.

Questa sola bramata e chiara palma par che mi neghi il mio destino avverso, per cui la vita esporre insieme e l'alma non nego; e non aspetto Assiro, o Perso:

e mi par troppo grave indegna salma, ch'io chieda aita a stranii re converso. Ma che poss'io? s'a la cittade alpestra si crede più ch'a la fedel mia destra.

Di nuovo giuro, o mio signore e padre, o diletti fratelli, o fidi amici, e voi per sua difesa armate squadre, che pria che darmi vinto a' miei nemici,

consacrar voglio a l'ombre oscure ed adre quest'alma invitta, ed a le furie ultrici, io Argante; e scenderò nel cieco mondo, a nessun prisco di valor secondo.–

Così disse con occhi orror spiranti, qual uom che parli di non dubbia cosa. Poi sorse grave e placido in sembianti il re d'Aleppo, uom di virtù famosa,

e 'n guerra e 'n pace di gran pregio avanti, ma ora ne l'età grave e pensosa, di sé, e di sue terre, e de' suo' figli, cauto vecchio temea tutti i perigli.

Disse questi: –O signor, già non accuso il fervor d'orgogliose alte parole, quando nasce d'ardir che starsi chiuso tra' confini del cor non può, né vuole:

però se 'l tuo gran figlio a noi per uso troppo in vero parlar fervido suole, ciò si conceda a lui, che poi ne l'opre il medesmo ardimento anco discopre.

Ma si conviene a te, cui fatto il corso de le cose e de' tempi han si prudente, impor cola de' tuoi consigli il morso, dove costui se ne trascorre ardente,

librar la speme del lontan soccorso co 'l periglio vicino, anzi presente; e con l'arme e con l'impeto nemico, misurar le tue forze e 'l muro antico.

Noi (se pur lece dir quel ch'io ne sento) siamo in città forte di sito e d'arte; ma di macchine grande e vïolento apparecchio si fa da l'altra parte.

Quel che sarà non so: spero e pavento i giudìci incertissimi di Marte: e temo che s'a noi più fia ristretto l'assedio, alfin di cibo avrem difetto.

Però che quegli armenti e quelle biade, ch'ieri tu ricettasti entro le mura, mentre nel campo a insanguinar le spade s'attendea solo, e fu alta ventura,

picciol'esca a gran fame, ampia cittade nudrir mal ponno se l'assedio dura; ed è gran forza pur ch'ella il sostegna, pria che l'aiuto a noi d'Egitto vegna.

Ma che fia, se pur tarda? e s'io concedo, che tua speme prevenga e sue promesse, la vittoria però, però non vedo liberate, signor, le mura oppresse.

Combattiamo, o gran re, con quel Goffredo, e con quei duci e con le genti stesse, che tante volte han già rotti e dispersi Arabi, Turchi, e Lidi, e Siri, e Persi.

E quali sian tu 'l sai, che lor cedesti sì spesso il campo, o valoroso Argante; e con gli altri le spalle anco volgesti, che pià fidâr ne le veloci piante:

e 'l san Clorinda e 'l mio figliuol con questi, ch'un più de l'altro non convien si vante: né incolpo alcuno io già, ché vi fu mostro quanto potea maggiore il valor vostro.

E dirò pur, ben che costui di morte nulla paventi, e 'l vero udir si sdegni. Veggio portar da inevitabil sorte il nemico fatale a certi segni.

Né gente potrà mai, né muro forte impedirlo così, ch'alfin non regni. Ciò mi fa dir (sia testimonio il cielo) de' miseri soggetti amore e zelo.

O saggio re di Tripoli, che pace seppe impetrar da' Franchi e regno insieme. Ma 'l soldano ostinato o morto or giace, o pur servil catena il piè gli preme;

o ne l'esilio timido e fugace, si va serbando a le miserie estreme: o pur cedendo parte, avria potuto parte salvar co' doni e co 'l tributo.

Ma da gli altri, e da lui, che prima dènno dolente esempio d'infelice esiglio, già fatto accorto, chi poi fe' gran senno seguendo, schiferei danno e periglio;

ed aprirei le porte al primo cenno di vera pace; e questo è il mio consiglio: ch'il peregrin s'accolga: e non fia 'l buono, se non si manda ancor tributo o dono.–

Così diceva: e s'avvolgea costui con giro di parole obliquo e 'ncerto: ch'a dare il regno, a farsi uom ligio altrui già non ardia di consigliarlo aperto.

Ma l'irato soldano i detti sui non potea omai più sostener coperto; quando il mago gli disse: –Or vuoi tu darli tempo, signor, ch'in tal maniera ei parli?–

–Io per me (gli risponde) or qui mi celo contra mio grado; e d'ira ardo e di scorno.– Ciò disse a pena: e immantinente il velo de la nube, che stesa è loro intorno,

si fende e purga ne l'aperto cielo, ed ei riman nel luminoso giorno: e magnanimamente orrido in faccia rifulge in mezzo, e in atto ancor minaccia.

–Io, di cui si ragiona, or son presente, non fugace e non timido soldano: e 'n debol uom, che per vecchiezza or mènte, vendetta non cerch'io con questa mano.

Io, che versai di sangue ampio torrente, che montagne di strage alzai sul piano, chiuso nel vallo de' nemici, e privo alfin d'ogni compagno, io fuggitivo?

Ma se più questi, o s'altri a lui simìle, a la sua patria, a la sua fede infido, motto osa far d'accordo infame e vile, o re, (sia con tua pace) io qui l'uccido.

Gli agni e i lupi fian giunti entro l'ovile, e le colombe e i serpi in un sol nido, prima che mai di non discorde voglia noi co' Latini alcuna terra accoglia.–

Tien su la spada, mentre ei sì favella, la fèra destra in minaccevol atto. Riman ciascuno a quel parlare, a quella orribil faccia, muto e stupefatto.

Poscia con vista men turbata e fella cortesemente inverso il re s'è tratto: –Spera (gli dice), alto signor, ch'io reco non poco aiuto: e Solimano è teco.–

Il vecchio re, ch'incontra era già sorto, risponde: –O come lieto io qui ti veggio, signor mio caro; or de lo stuol ch'è morto, non sento il danno: assai temea di peggio.

Tu, il mio regno salvando, in tempo corto crollar de' Franchi puoi l'altero seggio, s'il ciel non vieta.– Indi le braccia al collo (così detto) gli stese e circondollo.

Così parlava a Soliman Ducalto, di pensier, di fastidi e d'anni pieno; quando inchinollo il nobile Amoralto, come predetto avea l'antico Ismeno:

ch'arme ancor non vestì per fèro assalto, e 'l suo gran padre lo si strinse al seno, baciando gli occhi e la serena fronte, degna d'imperio, e le fattezze conte.

Ormus seguì con la feroce schiera d'Arabi e Turchi suoi, che seco tolse; e mentre la battaglia ardea più fèra, per disusate vie così s'avvolse,

ch'aiutando il silenzio, e l'aria nera, lei salva alfin ne la città raccolse: e con le biade, e co' rapiti armenti aita porse a le rinchiuse genti.

Con faccia torva intanto e disdegnosa mirava Argante e non moveva il passo: a guisa di leon, quando riposa, che volge gli occhi intorno e sembra lasso.

Ma d'Aleppo il soldano alzar non osa ne l'altro il volto, e 'l tien pensoso e basso. Così a consiglio il Palestin tiranno, e 'l re de' Turchi, e i cavalier qui stanno.

Ma 'l pio Goffredo la vittoria e i vinti avea seguiti, e libere le vie, e fatto intanto a' suoi guerrieri estinti l'ultimo onor di sacre esequie e pie:

ed ora a gli altri impon che siano accinti a dar l'assalto, e già vicino è il die: e con maggiore e più terribil faccia di guerra i chiusi barbari ei minaccia.

E perché conosciuto avea 'l drappello ch'aiutò lui contra la gente infida, esser de' suoi più cari, ed esser quello, che già seguì l'insidïosa guida;

e Tancredi con lor che nel castello prigion restò de la fallace Armida; di lor fortune a ragionar gli esorta, e di colei, che fu sì iniqua scorta.

E dice loro: –Alcuno omai racconti di vostri error non lunghi il dubbio corso; e come foste voi sì arditi e pronti in sì grand'uopo a dar sì gran soccorso.–

Vergognando tenean basse le fronti, ch'era lor picciol fallo amaro morso. Alfin, del suo rossor tutto vermiglio, ruppe Guasco il silenzio, alzando il cigiio.

–Noi ce n'andammo al loco in cui già scese fiamma dal cielo in dilatate falde, e di natura vendicò l'offese sopra le genti in mal oprar sì salde.

Fu già terra feconda, almo paese, or acque son bituminose e calde, e steril lago: e quanto ei volge e gira, compressa l'aria, e grave il lezzo spira.

Questo è lo stagno, in cui di saldo e greve nulla si gitta mai che giunga al basso; ma in guisa pur d'abete, e d'orno leve l'uom vi sornota, ancor che stanco e lasso.

Siede in esso un castello; e stretto e breve ponte concede a' peregrini il passo. Ivi n'accolse; e non so con qual arte vaga è là dentro e ride ogni sua parte.

V'è l'aura fresca e 'l ciel sereno, e lieti gli arbori, e i prati, e pure e dolci l'onde: ove fra gli amenissimi mirteti sorge una fonte, e un fiumicel diffonde.

Piovono in grembo a l'erbe i sonni quieti con un soave mormorio di fronde: cantan gli augelli; i marmi io taccio e l'oro, cui fa vili parer l'opra e 'l lavoro.

Apprestar su l'erbetta, ove più densa l'ombra, e vicina al suon de l'acque chiare, fece di sculti vasi altera mensa, e ricca di vivande elette e care.

Era qui ciò ch'ogni stagion dispensa; ciò che dona la terra, o manda il mare, ciò che l'arte condisce; e vaghe e belle serviano a quel convito accorte ancelle.

Ella d'un parlar dolce e d'un bel riso temprava altrui cibo mortale e rio, mentre ciascuno, ancora a mensa assiso, bevea con lungo incendio un lungo oblio.

Poscia, sorgendo con turbato viso, in bel vaso portò l'acqua del rio: la qual bevuta, tutti il sonno assalse, schernendoci in imagini più false.

Poi nel castello istesso a sorte venne Tancredi; ed egli ancor fu prigioniero; ma poco tempo in carcere ci tenne la falsa maga: e (s'io n'intesi il vero)

di seco trarne da quell'empia ottenne del signor di Maràclea un messaggiero, ch'al re d'Egitto in don fra cento armati ne conduceva inermi e catenati.

Ma celeste pietà ci salva, ed alta provvidenza, onde avvien che tutto Ei mova: perché Riccardo, il qual più sempre esalta l'alta sua gloria e 'l primo onor rinnova,

in noi s'incontra, e i cavalieri assalta nostri custodi, e fa l'usata prova: gli uccide e vince, e di nostre arme spoglia, fallace d'empio stuolo e 'ndegna spoglia.

Poscia fermossi a riposare un giorno, la 've Tancredi feo l'altera mole, che cinge Oronte e i verdi colli intorno, e 'l sacro tempio, e selve opache e sole.

Questo sappiam; ma chi portasse attorno l'arme con l'aureo uccel, con l'aureo sole non saprei dirvi; e ciò mi turba ed ange; ma pietà fier giudicio e tarda e frange.–

Così parlava; e l'eremita intanto volgeva al cielo l'una e l'altra luce. Non un color, non serba un viso: oh! quanto più sacro, e venerato indi riluce.

Pieno di fé, rapto d'amore, accanto a l'angeliche menti ei si conduce: e mentre avvampa di sdegnoso zelo, si crede ch'egli vegga aperto il cielo.

E, la lingua sciogliendo in maggior suono, riprende i vizi, e biasma ogni tiranno. Tutti conversi a la sembianza, al tuono de l'insolita voce attenti stanno.

–Vive (dicea) Riccardo: e l'altre sono arti, cred'io, di feminile inganno, a cui tardi m'opposi; or gemo e piango, che senza frutto pur fra voi rimango.

Io pur di santa pace il santo seme spargo, quanto m'è dato (o menti sorde), perché voi tutti siate uniti insieme a l'alta impresa, e d'un voler concorde:

né so chi tanto i frutti adugge e preme, ch'indi si miete odio e furor discorde. Vinti avete i nemici, e presi i regni; e non vincete ancor i vostri sdegni?

Fra voi pensate da mattina a terza, signor, le vostre colpe antiche e nove, e vederete ben, ch'ira vi sferza, ira del ciel, ch'il vostro sangue or piove.

E 'l cieco amor fra voi, non ride o scherza, ma tutte fa le sue maligne prove: e la sua face in Flegetonte infiamma, quando arder vi dovria divina fiamma.

Questa v'accenda, e gli odii tutti estingua, ch'ogni altra aita al male è vana e tarda. E non s'aspetti già ch'io vi distingua. Di qual ira ciascuno, e in qual foco arda:

ché senza il suon di più verace lingua, ciascuno il sa, ch'in sé rimira e guarda. Rimiri dentro, e più non porti in seno contra il proprio fratel ferro e veneno.

Ma tu, signor, c'hai di pietate il pregio, di perdonare, in perdonando, insegna. Scoprir suole il buon re l'animo regio, sospendendo la pena, ov'ei si sdegna:

perché d'ogni altra fama è indegno il fregio, senza clemenza a chi trionfa e regna: e vano è soggiogar gli Assiri e i Persi, i sensi avendo a la ragione avversi.

Io parlo a te, che vinci il proprio affetto, che spesso in alto cor s'indura e 'mpètra; perché, ab eterno, re nel cielo eletto fosti da Lui che l'ammollisce e spetra:

e 'n guisa di mirabile architetto fonda santo edificio in salda pietra: gli altri distrugge, e i tempi, e i simulacri, agl'idoli superbi alzati e sacri.

Gia lessi un tempo, or quasi aperto io veggio, statua o colosso aver con aurea testa, braccia d'argento; e poi di male in peggio di men fino metallo è quel che resta:

di creta i piedi; e del cader m'avveggio fra nembi e tuoni, e turbine e tempesta: pur come il mondo ruinoso avvampi tra fieri incendi al folgorar dei lampi.

De le ruine sue, cadendo, ingombra l'alto monte la terra e 'l mar profondo. Caggion le stelle, e tutto il ciel s'adombra, e resta cieco e senza sole il mondo.

Poi veggio in mezzo de l'orribil ombra ogni cerchio di lui disfarsi a tondo, e rifarne un più bello al primo esempio il fabro suo, qual luminoso tempio.

Ondeggia ancor, come gran mare, il vaso anzi la porta, e l'acqua irriga e spande; e sotto i vanni d'òr l'Orto e l'Occaso l'aquila copre vincitrice e grande.

E da Pindo, e da Olimpo, e da Parnaso, portati al tempio son fiori e ghirlande: mentre il gelido Scita, e l'Indo, e 'l Mauro offrono incenso e mirra, e gemme ed auro.–

Così dicea; perché d'oscuro e tetro errore in molti incontra al vero un callo l'alma non faccia; anzi qual chiaro vetro il sol riceva, o lucido cristallo.

Cercò poi l'antro ove l'antico Pietro piangea dolente il suo timore e 'l fallo: qui la sua fuga anch'ei piange ed incolpa, e penitenza fa di vecchia colpa.

Ma fra quei duci e cavalieri eletti del suo parlar vario parlar rimane; che stimati non son fallaci i detti, né le promesse sue volanti e vane.

Non però col mancar d'empi sospetti s'acqueta uom forte a l'altrui voci insane: onde Roberto d'Ansa al pio Goffredo chiede al suo dipartir omai congedo.

–Signor (dicendo), insin ad or men pronti fatto ha 'l comun bisogno i nostri passi; ch'in ricercar fedele amico, i fonti poco era che del Nilo anch'io trovassi,

o l'aspro gel de gl'Iperborei monti, e i custodi de l'oro ivi mirassi, e la riva del mar ch'il verno agghiaccia: né può me ritener chi lui discaccia.

Dogliomi di seguir vestigia sparse, senza eseguir quel che da lui fu imposto; ma 'l suo valor, che non potrà celarse, non è ragion che stia gran tempo ascosto:

benché là fosse ove più brevi e scarse fa l'ombre il sol, o pur nel clima opposto. Né già deggio temer che duce manchi a' suoi, che portar dénno aita a' Franchi.

De la sua gente, già gran tempo attesa, ch'ardita varca il tempestoso Egeo, e forse in queste rive è già discesa da quelle, in cui sepolto è il fier Tifeo,

sarà duce il fratel, ch'in questa impresa, o in altra è degno d'immortal trofeo: io senza lui non bramo onor né gloria, né parte di trionfo, o di vittoria.–

Così disse egli. E 'l duce a lui rispose: –Né Riccardo scacciai, né te ritegno. Egli andò forse ove primier propose, ove il portò sua voglia, o suo disdegno,

che per timor d'altrui già non s'ascose. Tu puoi seguirlo in questo o 'n altro regno. Qui può restar chi vuole oprar la spada quando fia d'uopo, e d'ubbidir gli aggrada.–

Qui impose silenzio il Loteringo; e tutti andâro ov'è la propria tenda: e poich'egli la sua mirò solingo, di quali imprese ella s'adorni e splenda,

disse fra sé: –La spada invano io cingo, ove il comune onore or non difenda;– e Lutaldo, ed Unchero a sé chiamando in lor depose il suo pensier, parlando:

–Fedeli amici, è forse il primo oltraggio, ond'io mi lagni, or che m'accusa a torto l'ingrato e reo, ch'in dubbio, aspro viaggio, da lunga guerra a l'alta impresa ho scorto?

Alla qual s'io non basto, e timor n'aggio, senza errante guerriero, o preso o morto; gloria (il conosco) non è intiera o salda quantunque gira il cielo, e 'l sol riscalda.

Ma cerchiam gloria al nome, e gloria a l'alma, e pur l'una oscurò l'altra sovente. Sin or di questa impresa ho grave salma, dopo mille fatiche in Orïente:

e s'altrui la corona, altrui la palma de le vittorie mie sì pigre e lente riserba il cielo; andrò lentando i sensi, che per troppo voler son meno intensi.

Ma non è questo, amici, il primo giorno ch'il regno mi promette amor benigno de la mia nobil madre, ond'ebbi scorno: né i sogni narro, o 'l favoloso cigno.

Né qui n'andrei d'aurea corona adorno, dove ebbe il re di spine il crin sanguigno. E più che 'l regno bramo il regio merto, ch'il buon re, ben reggendo, è bene esperto.

E se vittoria, o morte or son vicine, come predisse, io non ho doglia, o tèma, re vincitor morendo; e veggio il fine, e l'una appresso l'altra meta estrema:

pria che la lunga età m'imbianchi il crine, o la vecchiezza pur m'incurvi e prema; ma (dico) tardo ha la mia morte il corso, se d'uopo ho per morir d'altrui soccorso.

Dunque in guisa facciam ch'il valor nostro non manchi a chi per duce a voi mi scelse; e volle d'oro circondarmi e d'ostro; né siamo estremi ne l'imprese eccelse,

perché altri dica, e m'abbia a dito mostro: –questi usurpò lo scettro, e proprio felse;– ma prepariamo il cor sublime ed alto a le corone del murale assalto.

Fulgerio de la sua rifulge ancora, Bulferio de la sua vien che s'illustri, Boemondo la sua di gloria onora; la qual fiammeggerà mille anni e lustri.

E da l'Occaso a la nascente aurora, son di Rollone i gran nepoti illustri: a cui sariano premio angusto e scarso cento città, non pur Atene e Tarso.–

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