Ma d'altra parte le rinchiuse genti sperano in stato dubbio e mal securo, ch'oltra il raccolto cibo, integri armenti son lor dentro condotti al cielo oscuro:
e di macchine e d'arme e fochi ardenti munito fia verso Aquilone il muro: e la onde già maggior fatica alzollo, non mostra di temer percossa o crollo.
E 'l re pur sempre e queste parti e quelle gli fa innalzare e rinforzare i fianchi, o l'aureo sol risplenda, od a le stelle ed a la luna il fosco ciel s'imbianchi:
e 'n far per sì gran rischio arme novelle sudano i fabbri affaticati e stanchi. In sì fatto apparecchio intolerante a lui sen venne e ragionogli Argante:
–E 'nsino a quando ci terrai prigioni fra queste mura in vile assedio e lento? Odo ben io strider incudi, e suoni d'elmi, di scudi e di corazze io sento;
ma non veggio a qual uso: e que' ladroni scorron per tutto omai senza spavento; né v'è di noi chi mai lor passo arresti, né tromba che dal sonno almen gli desti.
A que' non son turbati i prandi e rotti, né quelle cene mai superbe e liete, anzi i dì lunghi e le serene notti traggon securi in placida quïete:
voi da' disagi e da la fame indotti a render l'arme a lungo andar sarete, od a morirne qui come codardi, quando l'oste d'Egitto anco ritardi.
Io non consento già ch'ignobil morte i giorni miei d'oscuro oblio ricopra; né vo ch'al novo dì fra queste porte l'alma luce del sol chiuso mi scopra.
Di questo viver mio faccia la sorte quel che già stabilito è là di sopra: non farà già che senza oprar la spada inglorïoso e 'nvendicato io cada.
Ma quando pur del valor nostro usato fosse rimasto in noi scintilla o seme, non di morir là giù nel campo armato, ma di vittoria avrei più certa speme.
A incontrare i nemici e 'l nostro fato lasciane tutti andar congiunti insieme, perch'assai spesso, ove fu gran periglio, parve il più ardito assai miglior consiglio.
Ma se nel troppo osar tu poco speri, cinto di squadre e d'alte mura intorno; tenta ch'ogni tenzon per duo guerrieri or sia fornita, e destinato il giorno:
ch'accetteran l'invito i Franchi alteri, cui più superbi rende il primo scorno: e, ben che scelgan l'arme, invitta destra non teme d'arte o di virtù maestra.
E se 'l nemico avrà due mani, ed una anima sola, ancor ch'ardita e fèra, io non avrò di lui temenza alcuna, ed avverrà ch'alfin sia vinto, o pèra.
Darà in vece di fato o di fortuna, questa mia spada a noi vittoria intera: confida al proprio figlio, o padre, il regno, e sia la sua virtù securo pegno.–
Rispose il re: –La tua virtute ardente non sdegni il fren di questa età senile, perch'al ferro io non ho le man sì lente né sì quest'alma è neghittosa e vile.
Ch'anzi morir volessi ignobilmente, che di morte magnanima e gentile; ma spesso per indugio altrui s'avanza, perch'il tempo conferma ogni possanza.
Ma quel ch'altrui si tien celato ad arte, essere al figlio dee chiaro e palese. Soliman di Nicea, che brama in parte di vendicar le gravi e 'ndegne offese,
de gli Arabi le schiere erranti e sparte raccolte ha già sin da l'arene accese; e spera di portar, quasi nel corso, danno a' fèri nemici, a noi soccorso.
Tosto fia che qui giunga: or se fra tanto afflitte son le turbe estranie o serve, non ce ne caglia; altrui sia 'l duolo e 'l pianto, pur che la nobil reggia io mi conserve.
Tu questo ardire e questo ardore alquanto tempra, figliuol, ch'in te soverchio ei ferve: ed opportuna la stagione aspetta a la tua gloria ed a la mia vendetta.–
Turbossi alquanto il cavalier audace, ché tra 'l soldano e lui fu sdegno antico e contesa di gloria; or non gli piace ch'ei tanto si dimostri al padre amico.
–A tuo senno, risponde, e guerra e pace farai, signor; nulla di ciò più dico: s'indugi pure, e Soliman s'attenda; e chi perdé 'l suo regno, il tuo difenda.
Vengane pur, quasi celeste messo, liberator del popolo pagano; ch'io, quanto a me, bastar credo a me stesso, e sol vo' libertà da questa mano.
Or nel riposo altrui mi sia concesso ch'io giù discenda a guerreggiar nel piano; privato cavalier, non tuo campione, verrò co' Franchi a singolar tenzone.–
–Figlio, a lui dice il re, gloria e fortezza de la corona e de la stanca etade, a la tremante e debole vecchiezza che ruinosa omai vacilla e cade,
serba te stesso pur; ché più s'apprezza la tua di mille peregrine spade. Non voler ch'ogni rischio al vecchio padre perturbi il volto ed a l'afflitta madre;
ed a la tua moglier dolente e trista che per te spesso si lamenta e piange.– –Padre (ei risponde pur turbato in vista), sì poco noto io sono al Nilo, al Gange,
sì poca fede il mio parlare acquista ch'ogni periglio ti spaventa ed ange? Deh lascia lagrimar fanciulli e donne, e rimanga il timor fra molli gonne.
E si conceda a me ch'omai dimostri il mio valor che non dee star rinchiuso.– Vinto il re cede ch'ei combatta e giostri: e: –Nulla, dice, o figlio, a te ricuso;
ma 'l Ciel secondi i tuoi pensieri e i nostri.– Segue Argante di guerra il nobil uso, e manda giù Pindoro, araldo ardito, che faccia al duce Franco il fèro invito;
e d'appiattarsi un cavaliero in questo cinto di mura (ei dica) a sdegno prende, onde vuol far con l'armi or manifesto, quanto il valore in campo oltra si stende.
E già a la prova di venirne è presto nel pian ch'è tra le mura e l'ampie tende: e sinch'il sol tramonti ivi disfida qual più de' Franchi in sua virtù si fida.
E da brama d'onor verrà sospinto, non pur contra uno o due di schiera ostile, ma lor vincendo, il quarto invita e 'l quinto, o sia di regia stirpe o di gentile:
dia, se vuol, securtate; e resti il vinto co 'l vincitor, come di guerra è stile: o gli conceda almen le spoglie e l'armi, perché ne siano adorni i bianchi marmi.
–Prendasi queste pur ch'indosso io porto, s'io muoio ed a la madre il corpo torni: ma spero anzi veder ch'ei preso o morto faccia de le sue insegne i tempî adorni:
e 'l suo sepolcro in qualche riva o porto, sia mostro poi là ne gli estremi giorni, per nostro onor, dal peregrin passando.– Così gli disse: e quel partì spronando.
E giunto al duce, a l'alta sua presenza disse: –Il soverchio ardir mi si perdoni, ed al buon messaggier si dia licenza ch'egli liberamente a voi ragioni.–
–Diasi (rispose il pio Goffredo), e senza alcun timor la tua proposta esponi: ch'ascoltar fido messo avvien di rado.– E quegli: –Or si parrà s'io parlo in grado.–
E seguì poscia, e la disfida espose con parole magnifiche ed altere. Fremer s'udîro, e si mostrâr sdegnose al suo parlar quelle feroci schiere.
E senza indugio il capitan rispose: –Di faticosa impresa il vanto chere il tuo signore, e perch'a lui n'incresca, uopo forse non fia ch'il quinto n'esca.
Ma venga in prova pur; ché d'ogni oltraggio io gli offro il campo libero e securo; e seco pugnerà senza vantaggio alcun de' miei guerrieri; e così giuro.–
Tacque; e tornò il re d'arme al suo vïaggio per l'orme ch'al venir calcate fûro: e non ritenne il suo veloce passo, sì ch'entro a la gran torre ei fu già lasso.
–Armati (dice), alto signor; che tardi? contra i superbi cavalier cristiani; ché d'affrontarsi teco i men gagliardi mostran desio, non ch'i guerrier soprani;
e mille vidi minacciosi sguardi, e mille pronte al ferro armate mani. Loco securo il duce a te concede.– E di lor tutte adorno appar repente;
e de l'indugio sol si turba e lagna. Disse a Clorinda il re, ch'era presente: –Com'esser può ch'ei vada e tu rimagna? Mille adunque di nostra inclita gente
prendi in sua securezza, e l'accompagna; ma vada innanzi a giusta pugna ei solo; tu lunge alquanto a lui ritien lo stuolo.– Tacque, ciò detto; e poi che fûro armati,
Baldacco e gli altri uscîro al campo aperto. Argante innanzi de gli arnesi usati sovra un alto destrier sen gìa coperto. Loco fu tra le mura e i verdi prati
ove s'adegua il diseguale e l'erto, ampio e capace; e parea fatto ad arte perch'egli sia teatro al fèro marte. Ivi solo discese, ivi fermosse
in vista de' nemici il fèro Argante; per gran cor, per gran corpo, e per gran posse, superbo, anzi terribile al sembiante, qual ne l'Africa Anteo, ch'Alcide scosse,
o in ima valle il Filisteo gigante: ma pur molti di lui tèma non hanno; ché quanto egli sia forte ancor non sanno. Alcun però dal pio Goffredo eletto,
come il migliore, anco non è fra molti: ben si vedean con desioso affetto tutti gli occhi in Tancredi esser rivolti: e il dichiarò fra quei miglior perfetto
manifesto favor di mille volti: e s'udia non oscuro ivi il bisbiglio ch'egli sia più che pari al gran periglio. Già cedea ciascun altro; e non secreto
del sommo duce era il voler mirando: –Vanne a lui (disse), a te l'uscir non vieto, gloria d'Italia e del valor normando.– Ei tutto in vista baldanzoso e lieto,
per sì alto giudicio, Iddio lodando, a lo scudier chiedea l'elmo e 'l cavallo; poi, da molti seguìto, uscia del vallo. Ed a quel verde pian molto vicino,
dove Argante l'attende, anco non era, quando in leggiadro aspetto e pellegrino s'offerse a gli occhi suoi l'alta guerriera; bianche via più di candido armellino,
le sopravveste avea con pompa altera; su l'elmo d'aureo fior quasi corona; al fianco di fin òr gemmata zona. Parte scopria del volto a chi più basso
rimira, quale e quanta al ciel s'estolle. Move Tancredi, e così passo passo gli occhi rivolge ov'è colei sul colle; poscia immobil si ferma, e pare un sasso
gelido tutto fuor, ma dentro ei bolle: sol di mirar s'appaga, e di battaglia sembiante ei fa che poco omai gli caglia. Argante, che non vede alcuno in atto
che mostri di voler battaglia o giostra: –Da bel desio d'onore io qui fui tratto, (grida); or chi viene innanzi e meco giostra?– L'altro, sì come a lui non tocchi il fatto,
o di ciò nulla intende, o nol dimostra. Spinse allor suo cavallo Ivon solingo, tal che primiero entrò nel vòto arringo. Questi un fu di color che dianzi accese
di gir contra il pagano alto desio; pur cedette a Tancredi, e 'n sella ascese fra gli altri che seguîrlo, e seco uscìo. Or veggendo sue voglie altrove intese,
e starne lui quasi al pugnar restio, brama il primo tentar fra mille lance, come sorte e valor s'apprenda in lance. E veloce così, ch'in selva il pardo
o tigre segue il cacciator men presta, corre a ferire il cavalier gagliardo, che d'altra parte la gran lancia arresta. Si scuote allor Tancredi e dal suo tardo
pensier, quasi dal sonno, alfin si desta, e grida ei ben: –La pugna è mia; rimanti:– ma troppo Ivone è già trascorso avanti. Ma il canuto soldàn ne l'ampia torre,
u' di Borea si rompe ogni procella, co' più vecchi venìa, che quivi accôrre solea, mirando or questa parte or quella, e il figlio suo che, quasi novo Ettorre,
i suoi nemici a la battaglia appella, e quei ch'usciano a schiera, e 'l campo tutto, che mar simiglia allorch'inalza il flutto. Assagurro, Aladin, Orcan famoso
sedean, canuto il crin, severo il ciglio, con altri che da l'arme avean riposo; ma pronti eran di lingua e di consiglio, e cicale pareano in tronco ombroso
d'antichissima selva, al gran bisbiglio, quando intorno del canto, a' giorni estivi, suonano i boschi più frondosi e i rivi. Qui Nicea, che si lagna e si querela
d'empia fortuna, il re chiamar facea, e la trovâr che doppia e larga tela d'aureo e serico stame ella tessea. Subito a quel chiamar si veste e vela,
qual ninfa in vista, o qual terrena dèa, lasciando l'opre in cui le guerre antiche e de' Turchi ha conteste aspre fatiche. Sol con quattro donzelle apparve fòra,
e lagrime spargea da' suoi begli occhi, come candida rosa in su l'aurora, in cui la pioggia e 'l sol risplenda e fiocchi. E veramente il duol che sì l'accora,
materia è da coturni e non da socchi; ché dal suo regno in Grecia andò cattiva, vergine prima errante e fuggitiva. Pria vide ancise e rotte amiche squadre,
e 'l paese nativo arso e combusto; fuggir piagato Solimano il padre; sé venduta da' suoi con prezzo ingiusto: poi co 'l fratello, e con l'afflitta madre
prigioniera restò del greco Augusto, che donolla a Tancredi: ed ei la rese, e qui fu castità l'esser cortese. Ma come giunta fu, levando il velo
da gli occhi sparsi d'amorose stille, scaldò ne' vecchi petti il pigro gelo, e dentro vi destò dolci faville. Tutti dicean: –Maggior bellezze il cielo
non vide; e a dura vita (oimè!) sortille. Quando ebber mai gli antichi imperi e i regni d'amor sì cari e preziosi pegni?– Il re, volgendo in lei pietose ciglia,
ch'ad un de' figli suoi sposarla estima: –Qui (disse) meco siedi, o cara figlia, e 'nsieme rimiriam da l'alta cima quei che d'Ascanio già l'onda vermiglia
tu far vedesti, i quai conosci in prima; ché di lunga prigion, di lungo assedio hai sofferto due volte il grave tedio. Chi è dunque colui, se ti sovviene,
lo qual leggiadro in vista, e fèro è tanto?– A quella, in vece di risposta, or viene su le labra un sospir, su gli occhi il pianto: pur gli spirti e le lagrime ritiene;
ma non così, che lor non mostri alquanto, ché gli occhi tinse un bel purpureo giro, e mezzo fuori uscì roco sospiro. Pur come può s'infinge, e 'n sé nasconde
sotto 'l manto de l'odio altro desio: –Oimè, ben il conosco, ed ho ben donde; fra mille riconoscerlo degg' io, perché niun più spesso i campi e l'onde
già del sangue spargea del popol mio. Ahi quanto è fèro nel ferire! a piaga ch'ei faccia, erba non giova od arte maga. Egli è Tancredi; e prigioniero un giorno
solo il vorrei, e nol vorrei già morto, perch'egli fosse al mio sì grave scorno dolce vendetta, o pur dolce conforto.– Così da sue parole il vero adorno
da chi l'udiva in altro senso è torto; e fuor venia con le parole estreme un gran sospir, ch'invano asconde e preme. Ei soggiungeva: –Oltre i guerrieri egregi
mira schierati; e quel senz' elmo avante c'ha purpureo l'ammanto ed aurei i fregi, è grande assai, ma pur non è gigante; ma nel volto simiglia Augusti e regi,
così bello e magnanimo ha 'l sembiante, e tanta maestate in lui riluce.– –E' (rispose Nicea) Goffredo, il duce. Ei sembra nato a più sublime impero,
così di guerra sa gli ordini e l'arti. Non so se miglior duce o cavaliero del gemino valor tutte ha le parti: né fra turba sì grande uom più guerriero
o più saggio, o miglior saprei mostrarti. Tal risuona di lui publica voce; ma che giova lodar chi tanto nòce?– Ei soggiungea: –Ben ho di lui contezza,
e 'l vidi ove Sangario inonda i campi: era io fra gente a raggirare avvezza carri, cavalli e in brevi cerchi e 'n ampi. Pria seppi allor ch'i vinti egli non sprezza,
e prima seppi ancor come s'accampi; poi che lasciando noi col fiume a tergo si fece il vallo e non volse altro albergo.– Poi, riguardando il suo gentil fratello,
pur a dito il dimostra e pur le chiede: –Chi è colui che nel purpureo vello d'òr non riluce, e seco a par si vede, che men robusto par ma dritto e snello
gli altri col capo, e con le spalle eccede?– –E Baldovin (risponde): e ben si scopre nel volto a lui fratel, non pur ne l'opre. Or rimira colui che quasi in modo
d'uom che consigli sta da l'altro fianco. Quegli è Giovanni, il qual per fama io lodo di senno e di sapere, uom veglio, e stanco. Raimondo è presso, e meglio inganno o frodo
tesser di lui non sa Latino o Franco. Ma quell'altro più in la ch'òrato ha l'elmo, del re britanno è il buon figliuol Guglielmo. E' Guelfo seco; e l'uno ancor la guancia
di peli non copria se mi rimembra. L'altro che tien sì grossa e grave lancia e sì alto destrier, sì forti membra, per cui non ha la Magna invidia a Francia,
d'anni è maturo e sì robusto ei sembra. I duo vestiti a brun son due Ruberti, chiari per sangue illustre, e 'n guerra esperti. Quel ch'è maggior fra' più membruti ed alti,
ed ha conforme a lui scudo e cavallo, è il gran Fiammingo; e ne' feroci assalti è quasi muro a tutto il campo e vallo. L'altro minor par che valore esalti
sovra i Normandi e mai non corre in fallo: ma tutti sempre indrizza al segno i colpi perché natura in lui nulla s'incolpi. Ma con gli occhi io ricerco, e pur non veggio
o 'l forte Boemondo o 'l gran nepote ch'amar non posso, e forse odiar i' deggio, benché mi dia la libertade in dote. Ben veggio l'altro ond'io nel duol vaneggio.–
Così dice, e pur bagna umide gote, e co 'l vago dolor, mentre s'infinge, seco tutt'altri a lagrimar costringe. Tancredi intanto d'ira infiamma il petto;
e per vergogna pur, qual fiamma, è rosso, perch'ad onta si reca ed a dispetto, ch'altri si sia primiero in giostra mosso. Argante nel fin elmo, a prova eletto,
a mezzo il corso è già da Ivon percosso. Egli a l'incontro a lui rompe lo scudo, poscia l'usbergo, in guisa il colpo è crudo! Cade il guerriero, e per dolore acerbo
par ch'il gran colpo da l'arcion lo svella: e 'l pagan disse: –A morte or ti riserbo, s'aspetti l'altro o se ritorni in sella.– Indi con dispettoso atto superbo,
sovra il caduto cavalier favella: –Renditi vinto, e per tua gloria basti che raccontar potrai con chi pugnasti.– –No, gli risponde Ivon, fra noi non s'usa
così tosto depor l'arme e l'ardire: altri del mio cader farà la scusa; io vo' far la vendetta, o qui morire.– In sembianza d'Aletto o di Medusa,
Argante freme, e par che rabbia ei spire; –Conosci or, dice, il mio valore a prova; poi che la cortesia sprezzar ti giova.– Spinge il destriero in quella, e tutto oblia
quanto di cavalier virtù richieda. Fugge Ivon quello scontro, e si disvia, e, perché il suo destrier ferirgli ei creda, fere la gamba, e la percossa è ria,
bench'il ferro tornar lucente ei veda, ma non fa piaga il colpo al vincitore né toglie forza, e giunge ira e furore. Argante il buon destrier nel corso affrena,
e 'ndietro il volge, e sì veloce è volto, che se n'accorge il suo nemico appena, e d'un grand'urto a l'improvviso è colto. Tremar le gambe e indebolir la lena,
sbigottir l'alma, e impallidire il volto gli fece il grande incontro, e frale e stanco sovra il duro terren battere il fianco. Ne l'ira Argante arrabbia, e fèra strada
sovra il corpo del vinto al destrier face: –E così, dice, ogni cristiano or vada, come costui che sotto i piè mi giace.– Ma l'invitto Tancredi allor non bada
che quella crudeltà troppo gli spiace; e vuol ch'il suo valor con chiara emenda copra il suo fallo e, come suol, risplenda. Fassi innanzi gridando: –Anima vile,
ancor ne le vittorie infame sei. Qual titolo di laude alto e gentile da modi attendi sì scortesi e rei? Fra ladroni d'Arabia, o fra simìle
barbara turba avvezzo esser tu déi: fuggi la luce e va' con l'altre belve a incrudelir ne' monti e tra le selve.– Tacque; e 'l nemico al sofferir poco uso,
rodesi dentro e di furor si strugge. Risponder vuol, ma n'esce il suon confuso, sì come strido d'animal che rugge: e com'apre le nubi ond'egli è chiuso
impetuoso il fulmine, e sen fugge; o come spirto da sulfurea tomba: così dal petto acceso il tuon rimbomba. Ma poich'in ambo il minacciar feroce
quinci e quindi infiammò l'orgoglio e l'ira, l'un come l'altro rapido e veloce del campo prende, e subito si gira. Musa, or mi dà canora ed alta voce,
e furor pari a quel furor m'inspira, sì che non sia de l'opra indegno il carme, ma s'agguagli il mio canto al suon de l'arme. Posero in resta e gîr drizzando in alto
i duo guerrier le due gravose antenne, né fu di corso mai, né fu di salto, né fu mai tal velocità di penne, né forza o furia eguale al fèro assalto,
quando Argante e Tancredi in giostra venne. Rupper l'aste ne gli elmi, e volâr mille e tronchi e schegge e lucide faville. Sol de' colpi il rimbombo intorno mosse
l'immobil terra, e risuonâro i monti; ma l'impeto di gravi aspre percosse nulla piegò de le superbe fronti. L'uno e l'altro cavallo in guisa urtosse,
che non fûr poi, cadendo, a sorger pronti. Lasciâr le staffe, e i piè fermâro in terra, cominciando i guerrier spietata guerra. Questo e quel con molta arte a' colpi move
la destra, a' guardi l'occhio, a' passi il piede: si reca in atti vari, e 'n guardie nòve: or gira intorno, or cresce innanzi, or cede: or qui ferire accenna, e poscia altrove,
dove non minacciò ferir si vede; or di sé discoprire alcuna parte; e tenta di schernir l'arte con l'arte. De la spada Tancredi, e de lo scudo
mal guardato al pagan dimostra il fianco: tenta allor di ferirlo Argante il crudo, ma discopre frattanto il lato manco. Tancredi con un colpo il ferro ignudo
al nemico ribatte, e lui fere anco; né poi lento s'arretra, o più ritarda, ma si raccoglie, o si ristringe in guarda. Il fèro Argante, che se stesso or mira
del proprio sangue suo macchiato e molle, con insolito orror freme e sospira, di sdegno e di furor turbato e folle: e, portato da l'impeto e da l'ira,
con la voce la spada insieme estolle, tornando per ferir; ma fèra punta il piaga ove la spalla al braccio è giunta. Qual orsa alpestra, che s'avvalli e senta
duro spiedo nel fianco, in rabbia monta e contra l'arme se medesma avventa, e i perigli e la morte audace affrontata; tale il feroce cavalier diventa
giunta or piaga a la piaga, ed onta a l'onta; e l'alma in guisa è di vendetta ingorda, che sprezza scherni, rischi, o pur gli scorda. E congiungendo a temerario ardire
estrema forza e infaticabil lena vien che sì impetuoso il ferro aggire, che ne trema la terra e 'l ciel balena. Tancredi onde si copra, onde respire,
non ha pur tempo, e si difende a pena: né schermo v'è ch'assicurare il possa da rabbia ostile e da contraria possa. Tancredi, in sé raccolto, aspetta invano
che de' colpi tempesta orrida passi. Or v'oppon le difese, ed or lontano sen va co' giri e con veloci passi. Ma poi che non s'allenta Argante insano,
è forza alfin ch'ei trasportar si lassi, e con veloci rote intorno volga la fèra spada, onde il pagan si dolga. Vinta da l'ira è la ragion e l'arte,
e le forze il furor ministra e cresce; sempre che scende il ferro, o f¢ra o parte o piastra o maglia, e 'nvan colpo non esce. Sparsa è d'arme la terra, e l'arme sparte
di sangue, e 'l sangue co 'l sudor si mesce. Al romor tuono, al fiammeggiare un lampo sembra la spada, e fulminato il campo. Questo esercito e quello incerto pende
da sì crudele assalto e sì feroce; e fra tema e speranza il fine attende, mirando or ciò che giova, or ciò che nòce. E non si vede pur, né pur s'intende
mover piè, batter occhio, o spirar voce; ma se ne sta ciascun tacito e immoto, se non che trema il cor nel dubbio moto. Già lassi erano entrambi, e giunti forse
sarian, pugnando, ad immaturo fine; ma sì oscura la notte intanto sorse, che nascondea le cose ancor vicine: quinci un araldo e quindi un altro accorse
per dipartirgli, e gli partîro alfine. L'uno Evardo il troian, Pindoro è l'altro, che portò la disfida, uom saggio e scaltro. I pacifici scettri osâr costoro
fra le spade interpor fère e pungenti, con quella securtà che porgea loro l'antichissima legge de le genti: –Sète, o guerrieri (incominciò Pindoro),
con pari onor di pari ambo possenti. Cessi col dì la pugna, e non sian rotte le care tregue de l'amica notte. Tempo è da travagliar mentre egli dura,
ma ne la notte ogni animale ha pace; e generoso cuor non molto cura notturno pregio che s'asconde e tace.– Rispose Argante: –A me per notte oscura
la mia battaglia abbandonar non piace: ben avrei caro il testimon del giorno; ma che giuri costui di far ritorno.– Soggiunse allor Tancredi: –E tu prometti,
e rendi senza indugio il tuo prigione, però che senza lui non fia ch'aspetti, per contesa crudel, lunga stagione.– Così giurâro; e poi gli araldi, eletti
a prescriver il giorno a la tenzone, a le sanguigne piaghe ebber riguardo bench'il tempo lor paia e lungo e tardo. Lasciò la pugna orribile nel core
de' fieri Turchi e de' fedeli impressa un'alta meraviglia, un novo orrore che ripensando in lor punto non cessa. Si parla sol del raro alto valore
de' gran guerrieri, e de la fé promessa; ma qual si debba di lor due preporre, vario e discorde il volgo in sé discorre. E sta sospeso in aspettando il male,
de la crudel tenzone al fine intento, o s'il furore a la virtù prevale, o se cede la rabbia a l'ardimento. Ma più di ciascun altro a cui ne cale,
Nicea n'ebbe pensiero, anzi tormento, perché da l'un, dopo l'alta ruina del regno, ella ebbe onor d'alta regina. L'onorò, la servì, di libertate
accrebbe il dono il cavaliero egregio, e tutte da lui fûro a lei lasciate le gemme e l'oro e ciò che vale il pregio: ella, veggendo in giovenile etate
e 'n leggiadri sembianti animo regio, restò presa d'amor, che mai non strinse laccio di quel più fermo onde l'avvinse. Così s'il corpo libertà riebbe
fu l'alma in dura servitute astretta. Ben molto a lei d'abbandonare increbbe il signor caro e la prigion diletta; ma la regia onestà, che mai non debbe
da magnanima donna esser negletta, la costrinse a partirsi, e con l'antica madre ricoverossi in terra amica. In Elia venne, e qui Nicea raccolta
dal gran tiranno fu del regno ebreo: ma de la madre sua, ch'ancisa e tolta le fu da morte, pianse il caso reo: né 'l dolersi per lei, ch'era sepolta,
né l'esiglio infelice unqua poteo spegner favilla in lei di tanta fiamma, ond'ella si consuma a dramma a dramma. Ama ed arde la misera; e sì poco
in tale stato che sperar le avanza, che nudrisce nel sen l'occulto foco di memoria vie più, che di speranza: e quanto è chiuso in più secreto loco,
tanto ha l'incendio suo maggior possanza; ma di nuovo destò la dolce speme, quando vide i nemici accolti insieme. Sbigottîr gli altri a l'apparir di tante
genti nemiche, e sì diverse e fère: serenò ella il torbido sembiante, e lieta rimirò le squadre altere: e con bramosi sguardi il caro amante
cercando gìo fra quelle armate schiere. Cercollo invan sovente, e 'l vide spesso: –Eccolo,– disse; e 'l riconobbe espresso. E da la torre, che sublime sorge
tra 'l Borea e 'l Cauro in su l'antiche mura, mirar le genti suol, ch'indi si scorge, vaga di morte e del suo mal secura: quivi, da che il suo lume il sol ne porge
insin che poi la notte il mondo oscura, s'asside, e i suoi begli occhi al campo gira, e co' pensieri suoi parla e sospira. Quinci vide la pugna, e 'l cor nel petto
sentì tremarsi in quel punto sì forte, come s'egli dicesse: –Il tuo diletto corre periglio d'immatura morte.– Così d'affanno piena e di sospetto,
mirò del cavalier la dubbia sorte: e del nemico il ferro ella sentia ne l'alma, e i duri colpi, onde languia. Ma, poi che il vero intese, e 'ntese ancora
ch'essi vorran di nuovo anco provarsi, insolito timor così l'accora, che sente il sangue suo di ghiaccio farsi: talor secrete lagrime e talora
sono occulti da lei sospiri sparsi. Pallida, esangue, e sbigottita in atto, lo spavento e l'orror avea ritratto. Con dolorosa imago il suo pensiero
ad or ad or la turba e la sgomenta; e vie più che la morte il sonno è fiero, sì strane larve il sogno le appresenta: parle veder l'amato cavaliero
piagato e sanguinoso, e par che senta, ch'egli aita le chieda o morte almeno, e, desta, umidi trova i lumi e 'l seno. Né sol la tema di futuro danno
il sospiroso cor le affligge e scote; ma de le piaghe sue piì grave affanno è cagion che quetar l'alma non pote: e la fama talor con falso inganno
le cose accresce incognite e remote: pur, com'egli vicino a l'ora estrema languido giaccia, e si lamenti, e gema. Ella, che ben conosce in quel paese
qual più secreta sia virtù ne l'erba, e con qual succo ne le membra offese la doglia de le piaghe è meno acerba: arte gentil che da la madre apprese,
di cui memoria ed uso anco riserba, vorria di sua man propria a le ferute di chi il cor le ferìo recar salute. Ella l'amato medicar desia,
e curar il nemico a lei conviene. Pensa talor d'erba nocente e ria succo spargere in lui che l'avvelene: ma schiva poi la man cortese e pia
trattar l'arti maligne, e se n'astiene. Brama ella almen ch'in uso tal sia vòta di sua virtute ogni erba ed ogni nota. Né già d'andar fra la nemica gente
temenza avria; ché peregrina er' ita, e visto guerre e morti avea sovente, e scorsa dubbia e faticosa vita; sì che per uso la feminea mente
sovra il corso mortal divenne ardita, né tosto si perturba o tosto pave ad ogni imagin di terror men grave. E crederebbe al ciel oscuro e fosco
(in guisa ogni temenza Amor disgombra) errar secura; e 'n mar turbato, e 'n bosco ardita disprezzar tempesta ed ombra, e di belve africane artigli e tosco;
ma duolsi poi che chiara fama adombra, e fan dubbia contesa in gentil core due possenti nemici: Onore e Amore. –Vergine (dice l'un), d'amor rubella,
che le mie leggi insin ad or serbasti; io, mentre ch'eri de' nemici ancella, ti conservai la mente e i membri casti; e tu, libera, or vuoi perder la bella
verginità che 'n prigionia serbasti; ahi nel tenero cor questi pensieri chi svegliar può? che pensi? oimè! che speri? Dunque il titolo omai d'esser pudica
sì poco stimi, e d'onestate il pregio, che te n'andrai fra gente a' tuoi nemica, notturna amante a ricercar dispregio? Onde il superbo vincitor ti dica:
–Perdesti il regno, e 'n un l'animo regio: non sei di me tu degna;– e ti conceda volgare esempio altrui d'ignobil preda.–– Da l'altra parte il consiglier fallace
dolce l'alletta, e dolce ancor lusinga: –Già tu nata non sei d'orsa rapace, o di scoglio che 'l mar percuota e cinga: perché sprezzi d'amor l'arco e la face?
e lunge fuggi il tuo piacer solinga? Né petto hai tu di ferro o di diamante, che vergogna ti sia l'essere amante. Vattene omai dove il desio t'invoglia.
Ma qual ti fingi vincitor crudele? Non sai com'egli al tuo dolor si doglia? e si turbi al tuo pianto, a le querele? Crudel sei tu ne la feminea spoglia,
che dar nieghi salute al tuo fedele? Langue, o fèra ed ingrata, il pio Tancredi, e tu de l'altrui vita a cura or siedi. Sana tu pur Argante, acciò che poi
il tuo liberator sia spinto a morte: così disciolti avrai gli obblighi tuoi; e sì bel premio fia ch'ei ne riporte. E' possibil però che non t'annoi
questo officio crudel per dura sorte? E non basta la noia e l'orror solo a far che tu di qua ten fugga a volo? Deh ben fora a l'incontro officio umano,
e ben n'avresti tu gioia e diletto, se la pietosa tua medica mano avvicinassi al valoroso petto; ché per te fatto il tuo signor poi sano,
colorirebbe il suo smarrito aspetto, né ti saria di sua bellezza avaro, o d'altro don che sia gradito e caro. Parte ancor poi ne le sue lodi avresti,
e ne l'opre di lui alte e famose; e lieta ei ti faria di baci onesti, e di nozze (o ch'io spero) al volgo ascose. Poi glorïosa ed onorata andresti
tra le più liete e più felici spose, là ne la bella Italia, ov'alta sede ha 'l valor vero e la più vera fede.– Da tai speranze lusingata (ahi stolta!)
somma felicità finge e figura; ma pur si trova in mille dubbi avvolta, come partir si possa indi secura; perché vegghian le guardie, e sempre in volta
vanno dintorno a le guardate mura, sin che si mostra il dì ne l'orizzonte; né mai s'apre la porta, o cala il ponte. Costei soleva in compagnia sovente
de la guerriera far lunga dimora. Seco la vide il sol da l'occidente, seco la vide la novella aurora: e quando son del dì le fiamme spente,
un sol letto le accolse ambe talora; e nullo altro pensier che l'amoroso, l'una vergine a l'altra avrebbe ascoso. Questo Nicea sol tiene a lei secreto,
e s'avvien che talor si dolga e lagne, reca ad altra cagion del cor non lieto gli affetti, e più s'infinge ov'ella piagne. In tale stato a lei senza divieto
spesso venìa, lasciando altre compagne. Né uscio al giunger suo giammai si serra, siavi Clorinda, o sia in consiglio, o 'n guerra. Vennevi un giorno ch'ella in altra parte
si ritrovava, e si fermò pensosa, pur tra sé rivolgendo i modi e l'arte de la bramata sua partenza ascosa. Mentre in vari pensier divide e parte
l'incerto animo suo, che non ha posa, sospese di Clorinda in alto mira l'arme e le sopravveste, e ne sospira. E tra se dice sospirando: –O quanto
felice è la fortissima donzella! Quanto io l'invidio; e non le invidio il vanto e 'l pregio feminil de l'esser bella. A lei non tarda i passi il lungo manto,
né 'l suo valor rinchiude invida cella; ma veste l'arme, e se d'uscirne agogna, vassene, e non la tien tema o vergogna. Ahi! perché forti a me natura e 'l cielo
altrettanto non fêr le membra e 'l petto, onde potessi anch'io la gonna e 'l velo cangiar in gran corazza e 'n fino elmetto? Ché sì non riterrebbe arsura o gelo,
né turbo o pioggia il mio infiammato affetto, ch'al sol non fossi ed al notturno lampo, o fra compagni o sola, armata in campo. Già non avresti, o dispietato Argante,
tu fatto guerra al mio signor primiero, ch'io sarei corsa ad incontrarlo avante; e forse or fôra qui mio prigioniero: e sosterria de la nemica amante
giogo di servitù dolce e severo; e già per li suoi nodi i nodi miei fatti soavi e più leggeri avrei. O vero a me da la sua destra il fianco
sendo percosso, e riaperto il core, sanato almen così nel lato manco colpo di ferro avria piaghe d'amore. Ed or la mente in pace e 'l corpo stanco
avrian riposo, e col riposo onore ch'ei forse avrebbe il mio cenere e l'ossa onorate di lagrime e di fossa. Ma, lassa, i' bramo non possibil cosa,
e tra folli pensieri invan m'avvolgo: io mi starò qui timida e dogliosa, com'una pur del vil femineo volgo. Ah! non starò: cor mio confida ed osa.
Perch'una volta anch'io l'arme non tolgo? Perché per breve spazio or non potrolle sostener, ben che sia tenera e molle? Sì, potrò ben; ché mi farà possente
a sostenere il peso amor tiranno, da cui sospinti ancor s'arman sovente d'ardir timidi cervi e guerra fanno. Io, se non guerra a la nemica gente,
farò con l'arme un ingegnoso inganno. Finger mi vo' Clorinda, e ricoperta sotto l'imagin sua, d'uscir son certa. Non temerò più guardie o ver custodi,
ch'a lei non si farebbe ingiuria alcuna; io pur ripenso e non veggio altri modi: aperta è, credo, questa via sol una. Or favoreggi le innocenti frodi
con amor che le inspira, alta fortuna. Che temerò ne la dubbiosa luce, se fortuna è compagna, amore è duce?– Così ragiona; e, stimolata omai
da le furie d'amor, più non aspetta; ma, raffrenando i suoi dogliosi lai, l'arme involate di vestir s'affretta. E farlo puote, e n'avrà tempo assai,
perch'ivi dianzi si restò soletta; e la notte i suoi furti allor copria, ch'a' ladri amica ed a gli amanti uscìa. Essa, veggendo il ciel d'alcuna stella
già sparso intorno divenir più nero, precipita gl'indugi, e 'nsieme appella con bassa voce un suo fedel scudiero ed una cara sua diletta ancella,
e parte scopre lor del suo pensiero: scopre la fuga e la colora, e finge ch'altra cagione a dipartir l'astringe. Pronto il fanciullo e la donzella è presta,
e l'uno e l'altro al suo parlar dà fede. Nicea si spoglia la feminea vesta, che da gli omeri scende insino al piede: e con vestire schietto ancora onesta
e bella è sì, ch'ogni credenza eccede; simile a chi già corse a' pomi d'oro, ed a lei che diè nome al verde alloro. Col durissimo acciar preme ed offende
il delicato collo e l'aurea chioma, e la tenera man lo scudo prende, pur troppo grave e inusitata soma. Così tutta di ferro omai risplende,
e 'n atto militar se stessa doma. Gode Amor, ch'è presente, e così ride, com'allor ch'egli avvolse in gonna Alcide. Oh! con quanta fatica ella sostiene
l'inegual peso, e move lenti i passi, ed a la cara compagnia s'attiene di cui guida ed appoggio insieme fassi; ma rinforzan gli spirti amore e spene,
e crescono il vigor de' membri lassi; sin ch'insieme a' destrier gravâro il dorso, che presti sono al passo e presti al corso. Con le mentite insegne occulta, ascosa,
e per secreta via con lor si parte: pur in molti s'avviene, e l'aria ombrosa splender di ferro vede in qualche parte; ma impedir quel viaggio altri non osa
cui la fortuna sua mena in disparte: e la notte gli affida, o pur la tigre temuta insegna è fra le genti impigre. Nicea, benché 'l suo dubbio alquanto sceme,
non va per quelle vie molto secura; ché d'esser conosciuta a la fin teme, e dal suo troppo ardir nasce paura. Ma pur, giunta a la porta, il timor preme,
ed inganna colui che n'ha la cura. –Io son Clorinda, disse, apri la porta, ch'il re m'invia dove l'andare importa.– La voce feminil sembiante a quella
de la guerriera, agevolò l'inganno. Chi crederia vedere armata in sella una de l'altre ch'arme oprar non sanno? Si ch'il portier tosto ubbidisce; ed ella
n'esce veloce, e i duo che seco or vanno. E per lor securezza entr' una valle discendon per obliquo e lungo calle. Poi che la donna in solitaria ed ima
parte si vede, alquanto i passi allenta, ch'i primi rischi aver passati estima, né d'esser ritenuta omai paventa. Or pensa a quello a che pensato in prima
non bene aveva, ed or le s'appresenta pericoloso più che pria non parve, l'entrar nel campo in sì mentite larve. –Esser mio messaggero a te conviene,–
dice ella al servo suo pronto e sagace. –Vattene al campo, e con secura spene trova Tancredi ove languendo ei giace, a cui dirai che donna a lui sen viene,
che gli apporta salute e chiede pace, e benigna accoglienza e fida aita; perché l'una sia salva, e l'altra vita. E ch'in lui solo ha certa e viva fede,
né teme in suo potere onta né scorno. Di' sol questo a lui solo, e s'altro ei chiede, di' non saperlo, e affretta il tuo ritorno: io (che questa mi par sicura sede)
in questo mezzo qui farò soggiorno.– Così disse la donna; e 'l fido servo veloce se n'andò qual damma o cervo. E 'n guisa oprar sapea, che senza indugio
entro a' chiusi ripari ei fu raccolto, e poi condotto al suo dolce refugio, che 'l messaggiero udìo con lieto volto. Poi dicendo: –Signor, più non indugio,–
verso la donna sua si fu rivolto; e riportava a lei dolce risposta, che fida scorta avria d'entrarvi ascosta. Ma ella intanto desiosa, a cui
ogni dimora par noiosa e greve, numera fra se stessa i passi altrui, e pensa: –Or giunge, or entra, or tornar deve.– E già le sembra al ritornar colui,
men ch'egli non solea spedito e leve. Spingesi alfin avanti, e 'n parte ascende da cui comincia a discoprir le tende. Era la notte, e 'l suo stellato velo
chiaro spiegava e senza nube alcuna, e già spargea rai luminosi e gelo di vive perle la sorgente luna. L'innamorata donna iva col cielo
le sue fiamme sfogando ad una ad una, e secretari del suo amore antico fa i muti campi e quel silenzio amico. Poi, rimirando il campo, ella dicea:
–O belle agli occhi miei tende latine! Aura spira da voi che mi ricrea, e mi conforta pur ch'io m'avvicine: così a mia vita faticosa e rea
qualche onesto riposo il ciel destine, come in voi solo il cerco, e solo or parme che trovar pace io possa in mezzo a l'arme. Raccogliete me dunque, e 'n voi si trove
quella pietà che mi promise amore, e ch'io già vidi prigioniera altrove nel mansueto mio dolce signore: né già desio di racquistar mi move
con l'armi vostre il mio reale onore: quando ciò non avvenga, assai felice io mi terrò, se 'n voi servir mi lice.– Così parla costei che non prevede
de la fortuna sua nòve tempeste. Ella era in parte ove risplende, e fiede l'arme lucenti il bel raggio celeste, sì che da lunge lo splendor si vede,
e 'l bel candor che le circonda e veste; e l'empia fèra in fino argento impressa riluce sì, ch'ognun direbbe: –E' dessa. – Ma come volle la sua dura sorte,
i duo fratei qui tesi avean gli aguati, di cui pose Clorinda il padre a morte; ed ora difendean quel passo armati, la 've menar solean notturne scorte
armenti e gregge da gli erbosi prati: e se l'altro passò, fu perch'ei torse lunge il cavallo, e subito trascorse. Al più giovin fratello, a cui fu il padre
co' duo germani da Clorinda ucciso, viste le spoglie candide e leggiadre, fu di veder l'alta guerriera avviso; e contra le irritò l'occulte squadre,
né frenando del cor moto improvviso, come l'ira volea subita e folle, gridò: –Sei morta,– e l'asta invan lanciolle. Sì come cerva, ch'assetata il passo
mova a cercar d'acque lucenti e vive, ove un bel fonte distillar d'un sasso, o vide un fiume tra frondose rive, se incontra i cani, allor ch'il corpo lasso
ristorar crede a l'onde, a l'ombre estive, si rivolge fuggendo, e sua paura la stanchezza obliar face e l'arsura; così costei, che l'amorosa sete,
onde l'infermo core arde e sfavilla, temprar ne l'accoglienze oneste e liete credeva, e far la mente in lor tranquilla; or che contra lei vien chi gliel diviete,
(quasi obliando chi primier rapilla) se stessa e 'l suo desir quivi abbandona, e 'l veloce destrier timida sprona. Fugge Nicea, temendo al suono, al grido,
e la donzella sua paurosa e mesta, d'augello in guisa a cui del dolce nido preciso è 'l calle, e quel seguir non resta. Ecco già da le tende il servo fido
con la tarda novella aggiunge in questa: e l'altrui fuga ancor dubbio accompagna, e gli sparge il timor per la campagna. Tancredi, a cui pur dianzi il cor sospese
quell'avviso primiero, udendo or questo, com'egli era magnanimo e cortese, da l'altrui rischio e dal suo amore è desto: onde vestito del suo grave arnese,
monta a cavallo e tacito esce e presto: e seguendo gl'indizi e l'orme nòve, rapidamente a tutto corso il move.
Cookies on Poetry Cove