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1544–1595

LIBRO SESTO

Torquato Tasso

Mentre in tal guisa i cavalieri alletta ne l'amor suo l'insidiosa Armida, né solo i diece a lei promessi aspetta, ma di seco menarne altri confida:

volge tra sé Goffredo a qual commetta la dubbia impresa più secura guida; ché di tanti guerrier la copia e 'l merto, e 'l desir di ciascuno il fanno incerto.

Né d'onor, ne d'arbitrio alcun dispoglia, ma, come dritto estima, a tutti impone ch'a suo senno si scelga, anzi a sua voglia, chi successor fia eletto al buon Guidone;

così di lui non fia ch'altri si doglia, ch'un medesmo voler sia freno e sprone, spingendo alcuno, alcun tenendo a forza, se pur leggi ha virtù cui nulla sforza.

A sé dunque gli chiama e lor favella: –Stata è da voi la mia sentenza udita, ch'era, non di negare a la donzella, ma di darle, in stagion matura, aita.

Di nuovo la propongo: e ben puote ella esser da voi, come devria, seguìta; ché nel secol mutabile e leggiero costanza è spesso il varïar pensiero.

Ma se stimate ancor che mal convenga al vostro grado il rifiutar periglio: e se pur generoso ardire sdegna quel che troppo gli par tardo consiglio;

non avverrà ch'a forza io vi ritegna, né quel che già vi diedi or mi ripiglio: ma sia con tutti voi, com'esser deve, il fren del nostro imperio lento e leve.

Dunque lo starne e 'l girne io son contento che dal vostro voler libero penda. Ben vo' che pria facciate al duce spento successor nuovo e di voi cura ei prenda.

Ed invitto di forza e d'ardimento i diece scelga a far del torto emenda, ch'in questo il sommo imperio a me riservo: non sia l'arbitrio suo per altro or servo.–

Così disse Goffredo: e 'l suo germano, consentendo ciascun, risposta diede: –Com'è tua propria, o cavalier sovrano, virtù ch'in alto intende e lunge vede;

così il vigor del core e de la mano, quasi debito a noi, da noi si chiede: e saria la matura tarditate, ch'in altri è provvidenza, in noi viltate.

E poi ch'il rischio è di non grave danno, posto in lance col pro, ch'aggrava e pesa, te permettente, i pochi eletti andranno con le genti d'Armida a giusta impresa.–

Così ragiona: e con sì adorno inganno cerca di ricoprir la mente accesa sotto altro zelo; ed altri ancor d'onore fingon desio quel ch'è desio d'amore.

Ma 'l giovinetto Eustachio, il qual rimira con gelosi occhi il figlio di Lucia, la cui virtute invidïando ammira, ch'in sì bel corpo più cara venìa,

nol vorrebbe compagno, e al cor gl'inspira cauti pensier l'astuta gelosia: onde, tratto il guerrier lunge e 'n disparte, ragiona a lui con lusinghevol arte:

–O di gran padre assai maggior figliuolo, c'hai d'arme il pregio e di valor perfetto, or chi sara del valoroso stuolo, di cui parte noi siamo, in duce eletto?

Io, ch'a Guidon famoso, e primo e solo, per onor dell'età, vivea soggetto; io, fratel di Goffredo, a chi piu deggio cedere omai? Se tu non sei, nol veggio!

Te la cui nobiltà tutte altre agguaglia, valore a me prepone e gloria e merto; né sdegnerebbe in opra di battaglia cederti il mio fratel ch'è tanto esperto:

te dunque in duce io bramo, ove ti caglia mostrar qui tua virtù nel campo aperto: né già cred'io che quell'onor ti curi, che da' fatti verrà notturni e scuri.

Non mancherà qui luogo ove dispieghi la fama tua ch'esser ti deve a grado. Or io procurerò, se tu nol nieghi, ch'a te concedan gli altri 'l sommo grado.

Ma perché non so ben dove si pieghi sì magnanimo core, io tento il guado per impetrar da te ch'a voglia mia o segua poscia Armida, o teco i' stia.–

Qui tacque Eustachio; e questi estremi accenti non proferì senza arrossarsi in viso, e i mal celati suoi pensieri ardenti l'altro conobbe, e 'l dimostrò col riso:

ma perch'in lui colpi d'amor più lenti non hanno il petto oltra la gonna inciso, né la donzella di seguir gli calse, né ricusò d'amor scuse non false.

Ben altamente è nel pensier tenace la morte di Guidon quasi scolpita, e si reca a disnor ch'Argante audace rimanga ancor lunga stagione in vita;

e parte d'ascoltare ancor gli piace quel parlar ch'al dovuto onor l'invita; il giovinetto cor s'appaga e gode al dolce suon de la verace lode.

Però così rispose: –I gradi primi men conseguir che meritar desio; né, dove me la mia virtù sublimi, di scettri altezza invidïar degg' io:

ma s'a l'onor m'inviti, il qual si stimi debito a me, non ci verrò restio: e caro esser mi dé' che sia dimostro sì bel segno da te del valor nostro.

Dunque io nol chiedo e nol rifiuto, e quando duce io pur sia, sarai de gli altri eletti.– Allora il lascia Eustachio, e va piegando de' suoi compagni al suo voler gli affetti;

ma chiede a prova il principe Gernando quel grado: e ben ch'Armida in lui saetti, men può nel cor superbo amor di donna, di quel desio d'onor ch'in lui s'indonna.

Sceso Gernando fu da Goti regi, che di molte provincie ebber l'impero, e le corone d'oro e i scettri regi e del padre e de gli avi il fanno altero.

Altero è l'altro de' suoi propri fregi più che de l'opre che i passati fêro; ben che non pur là sotto 'l freddo plaustro fosser famose, ma dal Borea a l'Austro.

Essi ancor sin di la 've il mar circonda tre regni estremi de la fredda terra, fuor ch'una parte, che l'instabil onda non cinge, e muro non circonda e serra,

passâr di Sena ne l'antica sponda; e quivi soggiogâr le genti in guerra, possenti in arme, e gloriosi e grandi, detti Norvegi prima e poi Normandi.

Quinci nel fortunato almo terreno sen venne ad onorate imprese eccelse già Roberto Guiscardo, e press'al seno del mar d'Adria sonante il lido scelse;

e 'ngombrando di là sino al Tirreno la Puglia e 'l Principato, albergo felse, e 'n Pachino, e 'n Peloro, e 'n Lilibeo lasciò di greche spoglie alto trofeo.

E l'isola del foco, e 'l monte adusto mirâr la gloriosa antica insegna, sottratti al giogo pur del greco Augusto, mentre il torto cammino errando ei segna:

e d'ubbidir, quasi tiranno ingiusto, al vicario di Cristo il reo disdegna. Nacquer sotto il benigno e chiaro cielo gli altri, dove si tempra ardore e gelo.

E com'arbor traslata in nobil parte, a l'aure fresche, a' tepidi splendori, alza il crine e le braccia intorno sparte, spiegando verdi fronde e frutta e fiori,

ché 'l sol gli splende amico e Giove e Marte: così fra le vittorie e fra gli onori di peregrina stirpe i pregi accrebbe la bella Italia, a cui tant'ella debbe.

Ma 'l barbaro signor, che sol misura quanto il proprio valor oltra si stenda, e per sé stima ogni virtute oscura, cui titolo regal chiara non renda;

non può soffrir ch'in cio ch'egli procura, seco di merto il cavalier contenda; e se n'adira sì, ch'a l'ira ei porre non puote il freno, e 'l suo furor trascorre.

Tal ch'il maligno spirito d'Averno ch'in lui strada sì larga aprir si vede, tacito in sen gli serpe, ed al governo de' suoi pensieri lusingando or siede:

e qui sempre lo sdegno e l'odio interno, acceso infiamma, e 'l cor avvampa e fiede, e quasi nube che si squarcia e tuona, mesta voce ne l'alma a lui risuona:

–Teco giostra Riccardo: a te s'agguaglia quel che si vanta pur de gli avi suoi, quasi uom per corseggiare in pregio saglia, e i ladroni del mar sien degni eroi.

Deh! quali arti di pace e di battaglia, già fra gli occidentali e fra gli Eoi, da lor usate ei narra? e non si scorna, mentre de' suoi prede e rapine adorna?

Perdere omai non può, ché certo vinse quel dì che tuo avversario egli divenne: che diran poi le genti? –ei non s'infinse, ma con Gernando in gran contesa venne–.

Potea quel grado che Guidone estinse a te gloria recar, perch'egli il tenne: ma da te il grado stesso onore attese; costui scemò suo pregio, allor che 'l chiese.

E se, poich'altri più non parla e spira, l'opere de' mortali o vede o sente; come credi ch'in ciel di sdegno e d'ira il buon duce Guidon si mostri ardente?

mentre in questo superbo i lumi gira, ed al suo temerario ardir pon mente: che seco, omai l'età sprezzando e 'l merto, fanciullo osa agguagliarsi e poco esperto.

E l'osa pur, e 'l tenta, e ne riporta in vece di castigo onore e laude, e v'è chi ne 'l consiglia e ne l'esorta, (o vergogna comune!) e chi gli applaude.

Ma se Goffredo il vede, e gli comporta ch'al tuo onore egli faccia oltraggio o fraude, nol soffrir tu; né già soffrirlo déi, ma ciò che puoi dimostra, e ciò che sei.–

Al suon di queste voci arde lo sdegno, e cresce in lui, quasi commossa face; né bastandogli il cor gonfiato e pregno, per gli occhi n'esce e per la lingua audace.

Ciò che di temerario, o pur d'indegno crede in Riccardo, ei non l'asconde e tace: ma pazzo il finge, e 'n quella etate acerba vana è la gloria e la virtù superba.

E quanto di magnanimo e d'altero, e d'eccelso e sublime in lui risplende, tutto, adombrando con mal'arte il vero, pur come vizio sia, biasma e riprende.

E nel parlar l'intrepido guerriero nemico suo de l'onte il suono intende, né però sfoga l'ira, o si raffrena quel cieco impeto in lui ch'a morte il mena.

Perch'il demon, che lui rapisce e muove di spirto in vece, e forma ogni suo detto, fa che gl'ingiusti oltraggi ognor rinnove, ésca aggiungendo a l'infiammato petto.

Loco è nel campo, chiuso, a tutte prove da' valorosi cavalieri eletto, dove ozïosa la virtù non langue; ben che cessin talor le morti e 'l sangue.

Or quivi, allor che v'è turba più folta pur come è suo destin, Riccardo accusa: e quasi acuto strale, in lui rivolta la lingua, del venen d'Averno infusa;

e vicino è Riccardo, e quasi ascolta; ma pur l'ira tenendo in sé rinchiusa, a lui s'appressa, e dice: –A te concedo l'alto grado, signor, se troppo io chiedo.–

–Quel che concedi tu da te non voglio, ché, non essendo tuo, non puoi tu darlo,– rispose l'altro con maggior orgoglio, pur com'ei fosse il successor di Carlo.

–Ma s'io son quel ch'io era, e qual io soglio, perché teco e di ciò contendo e parlo?– –E chi sei tu?– soggiunse il gran Riccardo, volgendo in lui turbato e fèro sguardo.

–Io son figlio di re, dicea Gernando, e gli avi miei regnâr là sotto il polo, là donde i tuoi fuggîr cacciati in bando, e cercâr d'altri lidi estranio suolo.–

–Prima i miei vi regnâr, e poscia errando spiegâr di mille vele ardito il volo, come Francone, e 'l pio figliuol d'Anchise,– replicò il bel Riccardo, e qui sorrise.

E l'altro: –Antica turba e fuggitiva tu lodi, e caso oscuro, e nome incerto;– ma Riccardo riprese: –Algente riva non biasmo e lido sterile e deserto,

ove la vaga fama a pena arriva, e lunga notte oscura il chiaro merto: perch'ivi ancor la fredda orribil ombra de' nostri antichi i pregi or non adombra.

Ma Goffredo e 'l fratel, quasi combusto mezzo l'imperio, e gran cittati accese, pria dimostrâr come quel regno è giusto, cui gran valore acquista in alte imprese:

ch'a l'un diè Frisa in dote il saggio Augusto, Crasso, dich'io; né fece aspre contese: ma quella fiamma che turbollo e vinse, con le nozze d'Egidia alfin s'estinse.

Poscia Rollon, solcate l'onde salse, e di Mano lasciato il simulacro, idol bugiardo, e leggi ingiuste e false, portò sante reliquie a tempio sacro.

Carlo il semplice far non volle o valse contrasto e 'n puro il tenne ampio lavacro; genero eletto, indi Roberto il noma: da' nepoti Inghilterra è vinta e doma

Né sol l'alta corona ivi risplende ognor più chiara al varïar de' lustri; ma quanto l'Oceàno i seni estende, son de' miei gran Normandi i merti illustri:

lascia l'antico nome e 'l nuovo prende, Neustria per loro, e avvien ch'indi s'illustri: e del gran Carlo il glorïoso sangue misto è col nostro, il cui valor non langue.

Poi di Serlone e di Guiscardo il duce, e di Guglielmo dal possente braccio, l'eterna gloria più del sol riluce, là dove tosto solve il freddo ghiaccio.

Sotto un bel ciel ch'ha più serena luce nacque egli ed io, che troppo in ciò mi piaccio; e ben può dar quel regno ancora afflitto a magnanime imprese il duce invitto.

E se fu nato oltra 'l nevoso monte quel cavalier che ne reggea pur dianzi, chieder poss'io, senza arrossarmi in fronte, a l'Italia gentil quel grado; ed anzi

amo un sepolcro e note illustri e conte, ch'il barbaro valore il nostro avanzi.– –Chiedi a te stesso pure, o duce egregio, (l'altro rispose) in guerra il primo pregio.–

–A me non già, che per usanza e stile cedo (rispose) a cavaliero antiquo; ma tu, ch'esser dovresti a' buon'simile, or giudice di me sei troppo iniquo.–

–Menti, gridava, temerario e vile,– l'altro che troppo avea l'animo obliquo. E Riccardo gridò: –Vedrai ben s'erro;– e nudo strinse con la destra il ferro.

Parve un tuono la voce, e 'l ferro un lampo che di folgore acceso annunzio apporte. Tremò colui, né vide fuga o scampo de la vicina e minacciosa morte.

Pur fa sembiante d'uom ch'in duro campo abbia intrepido schermo, animo forte: e 'l gran nemico attese, e 'l ferro tratto, si dimostrò gran difensore in atto.

Quasi in quel punto mille spade ardenti fiammeggiâr, mille gridi udîrsi insieme, ché varia turba di pietose genti d'ogni intorno v'accorre e s'urta e preme;

d'incerte voci e di confusi accenti un suon per l'aria si raggira e freme, qual s'ode in riva al mar, ove confonda il vento i suoi co 'l mormorar de l'onda.

Ma per le voci altrui già non s'allenta ne l'offeso guerrier l'impeto e l'ira; sprezza i gridi e gli schermi e ciò che tenta chiudergli il varco ed a vendetta aspira:

e fra gli uomini e l'arme oltra s'avventa, e la fulminea spada intorno gira, sì che le vie si sgombra, e rompe il cerchio, e solo al suo nemico ei par soverchio.

E con la man, ne l'ira anco maestra, raddoppia i fèri colpi e gli comparte: or al petto, or al capo, or a la destra tenta ferirlo, or a la manca parte:

e impetuosa e rapida la destra è in guisa tal, che gli occhi inganna e l'arte; sì che improvvisa, inaspettata giunge dove manco si teme, e fére e punge.

Non cessa mai, sin che nel seno immersa non gli ha una volta e due la fèra spada: cade colui su le ferite, e versa l'alma e gli spirti fuor per ampia strada:

e lei ripon, ancor di sangue aspersa, il vincitor, né sovra lui più bada; ma gli sdegni e 'l furor ripone a tempo; perché basta a grand'ira un picciol tempo.

Tratto al romore il pio Goffredo intanto, vede tumulto, orror, lutto improvviso: steso Gernando, il crin di sangue e 'l manto asperso e molle, e pien di morte il viso.

Ode i sospiri e le querele e 'l pianto, che molti fan sopra il guerriero ucciso. E chiede: –In questo loco ove men lece, ahi! chi osò cotanto e tanto fece?–

Arnalto, un de' piu cari al prence estinto, narra il caso (e 'n narrando il fa più greve): che Riccardo l'uccise e fu sospinto da leggiera cagion d'impeto leve;

e che quel ferro il qual per Cristo è cinto, ne' cristiani rivolto esser non deve; e sprezzato il suo impero, e que' divieti che fe' pur dianzi, e che non fur secreti:

e ch'egli è reo di morte e dentro al vallo dovrebbe, per l'editto, esser punito; sì perch'in se medesmo è grave il fallo, sì perch'in loco tale egli è seguìto,

che non merta perd¢n: se pur avrallo, fia ciascun altro co 'l suo esempio ardito; e che gli offesi alfin quella vendetta vorran pur far che solo a lui s'aspetta.

Onde per tal cagion discordie e risse nascer potrian fra quella parte e questa. Rammentò i merti de l'estinto, e disse tutto ciò che pietade o sdegno desta,

onde gli animi altrui quasi trafisse. Prese Ruperto la difesa onesta. Goffredo ascolta, e 'n rigida sembianza porge più di timor che di speranza.

Soggiunse allor Tancredi: –Or ti sovvegna, alto signor, chi sia Riccardo e quale; qual per se stesso onore a lui convegna, e de l'opere sue gloria immortale,

e qual per tutti noi. Non dée chi regna a tutti i falli dar la pena eguale. Vario è l'istesso error ne' gradi vari, e sol la paritate è giusta a' pari.–

Risponde il duce allor: –Da' più sublimi l'ubbidïenza omai s'insegni a' bassi. Mal consigli, Tancredi, e male stimi, se vuoi che senza pena il fallo io lassi.

Qual fôra imperio il mio s'a' vili ed imi sol, duce de la plebe, io comandassi? Indegno scettro e vergognoso impero, se con tal patto ei piace, io già nol chero.

Ma libero fu dato e venerando; né l'onor suo né 'l suo timor si scemi, e so ben io come si deggia, e quando, ora diverse impor le pene, e i premi,

or la medesma equalità serbando, non distinguer dagl'infimi i supremi.– Così dicea; né rispondea colui, vinto da riverenza, a' detti sui.

Raimondo, imitator de la severa rigida antichità, lodava i detti: –Con quest'arte, dicea, chi bene impera, si rende venerabile a' soggetti:

perché zoppa è la legge e non intera, ov'altri d'ogni error perdono aspetti. Cade ogni regno, e ruinosa è, senza sostegno di timor, folle clemenza.–

Così dicean fra lor, quando comparve Riccardo in quel magnanimo sembiante; però che senza colpa aver gli parve il suo medesmo onor difeso avante.

Ogni ardimento al suo apparir disparve da' suoi nemici. E 'l cavalier costante dicea, senza timore e senza duolo, tacendo tutti al ragionar d'un solo:

–Signor, la sua follia Gernando estinse, non colpa mia, che che l'uom pensi o parli. Me 'l suo furor, me l'onor mio costrinse; né quel ch'egli cercò potei negarli.

S'altri poi la menzogna ornando finse, né déi tu fede alcuna o speme darli; ch'io sosterrò ch'è mentitor fallace in questo campo ove colui si giace.–

Così diss'egli; e 'l capitan turbato rispose a quell'intrepido guerriero: –Non vo' che mostri tu nel campo armato, ma ristretto in prigion, se dici il vero;

ch'assai del sangue nostro hai già versato altrove e qui; né questo è 'l dì primiero. Qui giudice son io de l'altrui morte, né i miei giudizi usurperà la sorte.–

Ma più di lui turbato allor Riccardo, con faccia irata e, come notte, oscura, gli rispondeva, e con feroce sguardo da spaventare ogni anima secura:

–Non hai, Goffredo, a' merti miei riguardo né del mio buon servir giusta misura; né grato d'opre sei d'alto coraggio, ma tua somma giustizia è sommo oltraggio.

Io già soffrir non voglio oltraggi ed onte di gente vile al tuo rigor ministra.– Così parlò crollando altera fronte, e su 'l pugnale avea la man sinistra.

Molti membrâr qual già parea su 'l ponte, quando da' Franchi ei difendea Murmistra, e 'ngombrato di corpi al fiume il fondo, il fe' correr più tardo al mar profondo.

E dicean: –Parve questi al dubbio varco Orazio sol contra Toscana tutta, senza colpo temer di lancia e d'arco: e forse quella gente avria destrutta,

se del corsier non era il grave incarco caduto ove la riva è meno asciutta.– Così dicean, quando chetò il bisbiglio del vecchissimo duce il buon consiglio.

E disse: –O Dio, gran dolor certo avranno, Italia e Francia, e i segni fidi a Cristo; gioia a l'incontro il barbaro tiranno, e i figli e 'l volgo pauroso e tristo,

gioia del nostro error, del nostro danno; e fia impedito il glorïoso acquisto, ove ascoltin di noi più forti e saggi, sdegni e contese e 'ngiurïosi oltraggi.

Ma udite i miei consigli e i miei conforti; ché de gli egri mortali oggi il più antico son io, che vissi con gli eroi più forti che me non disprezzâr, giovine amico:

né vedrò mai, qual io già in guerra ho scorti Carlo, Orlando, Egerardo, Anselmo, Enrico, e regi e duci tributari, e tanti, simili a Marte, cavalieri erranti.

De' fortissimi già contesa e guerra, e tra' Sassoni io vidi e tra' Lombardi, che fortissimi allor l'antica terra produsse i corpi, or son più frali e tardi;

pure il nostro parer, ch'or più non erra, udivan que' possenti e que' gagliardi. Però s'a voi d'udirmi ancora aggrada, ceda a grave consiglio acuta spada.

Tu che d'onor sei primo e di possanza, e varie affreni invitte estranie genti, quando la dignità tutt'altre avanza, tanto più la clemenza usar convienti.

E tu, che, pien di giovanil baldanza, troppo hai pronta la mano e l'ire ardenti, non contender con lui, che scettro o regno non ebbe re giammai più giusto o degno.

E se la forza tua niun pareggia de gli altri, che passâro il mare e i monti, è dritto pur che tu ubbidire il deggia, ché gli altri duci ad ubbidir son pronti.

E niuna virtù di chi guerreggia fa che più l'altrui gloria al ciel sormonti; l'ubbidienza a' primi gradi estolle nel campo il buon guerrier, non l'ira folle.–

Tacque: e, rivolto a lui, dicea Goffredo: –O d'etate, e d'onore a tutti padre, che tu abbi detto il vero a te concedo, ma questo, vago sol d'opre leggiadre,

tinto del sangue pio con gli occhi or vedo, e 'l vidi spesso conturbar le squadre: or la prigion ricusa, anzi il perd¢no, e gloria de le colpe aspetta e dono.–

Così disse ei: né il suo parlar sofferse più lungamente il cavalier feroce. –E chi sì pronto (soggiungea) s'offerse al cenno suo, senz' aspettar la voce,

incontra genti Lidie, Assire, o Perse, e 'n ogni parte ove spiegò la croce? Di ciò m'accusa, e più d'altro si sdegna, né par che mia buona opra a lui sovvegna.

Ma se guerra apparecchia o guerra move a Sion, a l'Egitto, al Perso, al Mauro, comandi, io corro a le animose prove, senza premio sperar di regni o d'auro.

O qui si pugni o si guerreggi altrove, non voglio io di prigione ampio restauro, né del mio travagliar questo riposo, perch'altri ei faccia grande, altri famoso.

Dunque non sia guerrier, ned uom ch'ardisca stendere in me l'ingiuriosa mano, perch'i suoi detti io tema o riverisca, o correrà di sangue intorno il piano:

ma la sua nuova gloria e l'età prisca, con gli altri esalti il cavalier soprano.– Così diceva; e si partia guardando, se v'è chi pensi vendicar Gernando.

Ma perché le sentenze e i detti accolse Tancredi, e più fra lor non si ritenne, che spronando un destrier subito ei volse in guisa tal, che parve aver le penne;

Riccardo, poich'irato indi si tolse, pensoso e tardo al caro albergo venne; qui Tancredi trovollo, e qui solingo: –Di molte cose (ei dice) un fascio io stringo.

Sarà lo sdegno e sarà l'ira eterna, s'a te perdon si nega, altrui la pace. Ma ben ch'in parte troppo ascosa e 'nterna il pensier de' mortali occulto giace,

pur ardisco affermare (a quel ch'io scerna) il duce pio, che non s'infinge, o tace la sua somma giustizia, or te soggetto, non morto vuole, e 'n sua prigion ristretto.–

Sorrise allor Riccardo; e con un volto in cui tra l'ira lampeggiò lo sdegno: –Dunque sarò, disse, io ne' lacci involto? Resta la mia prigione, o 'l mio ritegno.

Un'altra volta io porgerò, disciolto, la destra disarmata al nodo indegno; e chiuso mi vedran, quasi rubello, l'un dopo l'altro vincitor fratello?

Io che non ebbi tèma o danno unquanco di schiere armate, anzi le ruppi e sparsi, io che teco Cilicia al duce Franco dièi vinta, e sei città distrussi ed arsi,

senza elmo in testa e senza spada al fianco or mi vivrò, qual già fanciullo apparsi? Se tutte l'arme mie fosser di vetro, non devrebbe chiamarmi al carcer tetro.

Ma s'a' meriti miei questa mercede Goffredo rende e vuole omai legarme, pur com'io fossi un uom del volgo, e crede a l'indegna prigion deluso trarme:

venga egli o mande; io terrò fermo il piede: giudici fian tra noi la sorte e l'arme. Fèra tragedia vuol che s'appresenti, per lor trastullo, a le nemiche genti.–

Ciò detto, l'arme chiede, e 'l capo e 'l busto di finissimo acciaio adorno ei rende; e 'n sembiante magnanimo ed augusto, come folgore suol, riluce e splende;

né grave di quel peso o 'n parte onusto, la sua fatale spada al fianco appende; quella ond'apriva il genitor Guglielmo da forte braccio, ogni lorica ed elmo.

Grave talor de gli altri arnesi e carco, Ruperto ebbe, e 'l fratello il petto e 'l dorso; ma di questa ei sol volge il grave incarco che diè vittoria a' suoi, non pur soccorso:

ed armato n'andria leggero e scarco, come l'uom nudo o pur destriero al corso; e sembreria pardo o leone al salto, dando a' feri nemici il fèro assalto.

Tancredi intanto il suo acerbo despitto e 'l suo disdegno mitigar procura: –Io so ch'al tuo valor, giovine invitto, piana sarebbe ogni erta impresa e dura;

e che fra l'armi d'Asia o pur d'Egitto, la tua virtù n'andrebbe ancor secura, ma non consenta Dio ch'ella si mostri oggi sì crudelmente a' danni nostri.

Deh vorrai forse d'innocente sangue la valorosa mano oggi macchiarte? E con le piaghe del suo volgo esangue trafigger Cristo, ond'ei son membra e parte?

Gloria vana ed onor ch'imbruna e langue, e come onda di mar sen viene e parte, potranno in te più che l'amore e 'l zelo di quella gloria che ci eterna in cielo?

Ah no, per Dio. Vinci te stesso, e spoglia questa feroce tua mente superba. Cedi, s'alto desio d'onor t'invoglia, ch'in ciel palma e corona a te si serba;

e se pur degno ond'altri esempio toglia, me giudicasti in quella età più acerba, rammenta ch'io sprezzai sotto quel freno di modesta fortuna, oro e terreno.

Ch'avendo noi presa Cilicia e doma, e l'insegne spiegate in lei di Cristo, e scossa a' fidi suoi l'indegna soma, Baldovin usurpò quel novo acquisto,

e privò de le spoglie Italia e Roma; ch'io prima del pensier non m'era avvisto: poi non volli impedir l'alta vittoria, sì ch'egli il regno s'ebbe e noi la gloria.

Ma se nova prigion tu pur ricusi, e del severo imperio il grave pondo, e seguir vuoi le opinioni e gli usi, che per legge d'onore approva il mondo,

io, sarò quel che te difenda e scusi: tu lontano ricovra a Boemondo; ch'ivi secura ancor d'ingrato oltraggio splenderà tua virtù con vivo raggio.

Ben tosto fia, se qui pur contra avremo l'arme d'Egitto, o d'altro re pagano, ch'assai più chiaro il tuo valor supremo n'apparirà, mentr' egli fia lontano;

senza cui debol fôra il duce e scemo, quasi capo a cui tronco è braccio, o mano.– Qui giunge ancora Eustachio e i detti approva: e vuol che senza indugio indi si mova.

Ai lor consigli la sdegnosa mente de l'ardito garzon si volge e piega, tal che, cedendo, di partir repente lunge dal campo a' fidi suoi non nega.

Molta intanto vi tragge amica gente, e seco andarne ognun procura e prega: ei Ruperto e 'l fratel ricusa ancora, e 'n disparte con lor si lagna e plora.

–O fratello e compagno amato e caro, me lunge porterà cavallo o barca da questo campo ov'il mio duce avaro, anzi il mio fato, ha man severa e parca:

né forse avrò più dì sereno e chiaro, né bianco fil per me l'invida parca, dove il tuo si recida; e son vicine l'ore del pianto e 'l troppo acerbo fine.

Ma restar non m'è dato e non mi lice di condur meco voi nel grave esiglio; e prego che reggiate ambo in mia vice le genti che Lucia promette al figlio,

e 'n più nobile impresa e più felice vittoria abbiate: io cerco altro periglio; né so quel ch'avverrà di rischio in rischio, o se fortuna pur m'attende al vischio.

Ma se mi fia contraria aspra ventura, o se m'aggiunge inaspettata morte, consolatemi lei, che sì secura, passando il mare, ebbe dubbiosa sorte;

e mostrò, qual Geltruda, o qual Gutura, seguendo i figli, alma pudica e forte.– Così dice egli; e con turbata faccia, gli bacia lagrimando e 'nsieme abbraccia.

Parte, e porta un desio d'eterna ed alma gloria ch'a nobil core è sferza e sprone. A magnanime imprese intenta ha l'alma, e pensa di trionfi e di corone;

e tra fèri nemici o morte o palma per la fede acquistar d'aspra tenzone; veder le porte Caspie e gli aspri monti del Caucaso, e del Nil l'ascose fonti.

Poi che, partendo, il cavalier feroce da' cari amici suoi prese congedo, non indugia Ruperto, anzi veloce va dove estima ritrovar Goffredo;

lo qual, come lui vide, alza la voce: –Signor, dicendo, a punto or te richiedo; e mandato pur dianzi a ricercarti aveva i nostri araldi in varie parti.–

Poi fa ritrarre ogni altro e 'n basse note gli ragiona così: –Troppo mi spiace, che di Guiscardo invitto il fier nepote la guerra allunghi e turbi a noi la pace;

e mal (s'io dritto estimo) addursi or puote vera e giusta cagion del fatto audace; e più mi spiacerà ch'arroge al danno, ma tutti duce egual Goffredo avranno.

S'inchini dunque a me, libero vegna: questo ch'io posso a' merti suoi consento. Ma s'egli sta ritroso, o se ne sdegna, (conosco quel suo indomito ardimento)

tu di condurlo e proveder t'ingegna, ch'ei non costringa uom mansueto e lento ad esser del suo editto e del suo impero vendicator, quanto è ragion, severo.–

Così disse; e Ruperto a lui rispose: –Anima non potea d'infamia schiva ascoltar le parole ingiurïose, e non farne repulsa ove l'udiva.

E se 'l duro avversario a morte ei pose, chi è che 'l segno a giusta ira prescriva? chi conta i colpi? o la dovuta offesa, mentre arde la tenzon, misura e pesa?

Ma ch'egli venga a te, duce sovrano, che dal dritto cammino ira non torse, duolmi ch'esser non può: ratto e lontano, il tuo sdegno temendo, armossi e corse.

Ben m'offro io di provar con questa mano a lui ch'a torto in falsa accusa il morse, e s'altri v'è ch'abbia maggior coraggio, ch'ei punì giustamente ingiusto oltraggio.

A ragion, dico, le superbe corna fiaccò del folle e temerario orgoglio; tal ch'ogni suo nemico or se ne scorna: ma se 'l bando obliò, di ciò mi doglio.–

–Vada, disse Goffredo, e se non torna, ei fa gran senno, ed erri: io qui non voglio che sparga seme tu di nuove liti: deh sian gli sdegni vostri anco forniti.–

Di procurar frattanto il suo soccorso non cessò mai l'ingannatrice rea ch'umiliato avrebbe il cor d'un orso, tanto l'ingegno e la beltà potea.

Ma quando i suoi destrier sospinse al corso la notte che 'l gran carro in ciel volgea, ella ebbe tregua de' sospir col sole, qual donna ch'onestate onora e cole.

E benché sia mastra d'inganni, e i suoi modi gentili e le maniere accorte; e bella sì, ch'il ciel prima né poi altrui non diè maggior bellezza in sorte;

onde i più scelti e i più famosi eroi del suo piacer già presi avea sì forte, che tutti vanno indietro altri diletti, non addivien ch'il pio Goffredo alletti.

Invan tenta invaghirlo, e con mortali dolcezze attrarlo a l'amorosa vita: e come sazio augel non spiega l'ali, ove il cibo mostrando altrui l'invita;

tal ei, schivo del mondo, i piacer frali fugge e sen poggia al ciel per via romita; e quante insidie tende al suo bel volo l'infido amor, sublime ei sprezza e solo.

Tentò ella mille arti, e in varia forma, quasi Proteo novel, gli apparve avanti: e desto Amor, dove più freddo ei dorma, avrian gli atti dolcissimi e i sembianti;

ma di sé fanno una perpetua norma ne l'alto cor saggi pensieri e santi: però (grazie divine) ogni sua prova qui perderebbe, e di tentar non giova.

La bella donna, ch'ogni cor più casto arder credeva ad un girar di ciglia, oh come perde or l'alterezza e 'l fasto! e qual ha di ciò sdegno e maraviglia!

Rivolger le sue forze ove contrasto, men duro trovi alfin si riconsiglia: qual duce accorto inespugnabil terra stanco abbandona, e porta altrove guerra,

Ma contra sue lusinghe invitto almeno Tancredi or fu ch'arse già a dramma a dramma; però ch'altro desio gli accende il seno, tal che di nuovo incendio or non l'infiamma;

e come guarda l'un d'altro veneno, tale antica d'Amor da nuova fiamma. Questi soli non vinse o nulla, o poco; avvampò ciascun altro al dolce foco.

Ella, se ben si duol che non succeda, come vorrebbe il falso inganno e l'arti, pur fatto avendo quasi occulta preda, va raccogliendo i suoi pensieri sparti;

e pria che di sua frode altri s'avveda, pensa condurla in più secure parti; ove stringa i guerrier d'altre catene, che non son quelle ond'or gli prende e tiene.

E sendo giunto il dì che già prefisse il sommo duce a darle alcuno aiuto, a lui sen venne riverente e disse: –Sire, il promesso giorno è omai venuto.

E se del mio refugio il vero udisse, e de' miei preghi, il reo tiranno astuto prepareria gran forze a far difesa, né fôra agevol poi la giusta impresa.

Dunque prima ch'a lui novella apporti romor di fama incerta, o certa spia, scelga la tua pietà fra' tuoi più forti alcuni pochi e meco ora gl'invia;

ché se non mira il ciel con occhi torti l'opre mortali o l'innocenza oblia, non fia ch'egli m'ancida, o mi costringa d'andar la state e 'l verno anco raminga.–

Così diceva; e l'alto duce a' detti quel che negar non si potea, concede; ma, dove il suo partir la donna affretti, vuol che si serbi la promessa fede:

e nel numero ognun de' pochi eletti andar seco vorrebbe, e 'l brama e 'l chiede, e quel desio ch'in lor si desta a prova, cresce per la contesa e si rinnova.

Ella, ch'in lor rimira aperto il core a le sue voglie, a' suoi servigi intento, sovra il lor fianco adopra il rio timore di gelosia per sferza e per tormento;

sapendo ben che tosto invecchia amore senza queste arti, e divien pigro e lento; quasi destrier che men veloce corra, se non ha chi lui segua, o lui precorra.

Piacque ch'il nome di ciascun si scriva, e 'n breve urna gittati e scossi fôro: e tratti a sorte, il primo fuori usciva Ferrante, ricco assai d'argento e d'oro.

Legger poi di Gherardo il nome udiva; Gentonio si leggea dopo costoro: Gentonio, che sì grave e saggio avante, canuto or pargoleggia e vecchio amante.

Oh come il viso han lieto, e gli occhi pregni di quel piacer che dal cor pieno inonda, i tre primieri i cu' amorosi sdegni la fortuna in amor destra seconda.

Fanno di gelosia turbati segni gli altri, il cui nome avvien che l'urna asconda: e pendon da la bocca di colui che spiega i brevi, e legge i nomi altrui.

Gasto fuor quarto venne, a cui successe Ridolfo, ed a Ridolfo il forte Enrico; poscia Conano, e poi Conon si lesse, e poi Tranquillo, a' dolci studi amico.

Ramberto ultimo fu, che farsi elesse de' suoi consorti, anzi del ver nemico: tanto puote amor dunque? e questi escluse la speranza de gli altri, e l'urna ei chiuse.

D'ira, di gelosia, d'invidia ardenti chiaman gli altri fortuna ingiusta e ria; e te accusano, Amor, che le consenti che ne l'imperio tuo giudice or sia.

Ma perché instinto è de l'umane menti, che ciò che più si vieta uom più desia, voglion poi molti ad onta di fortuna seguir la donna, come il cielo imbruna.

Voglion sempre seguirla a l'ombra, al sole, e per lei combattendo espor la vita. Ella con le dolcissime parole, co' sospir, co' sembianti a ciò gl'invita;

parte si lagna, e del partir si duole senza colui che devria far partita. S'erano armati intanto, e da Goffredo prendeano i diece cavalier congedo.

Gli ammonisce quel saggio a parte a parte, come la fé pagana è incerta e leve, e mal sicuro pegno; e con qual arte le insidie e i casi avversi uom fuggir deve.

Ma son le sue parole a l'aura sparte, né consiglio d'uom sano amor riceve. Ma co' seguaci suoi l'empia donzella non aspetta partir l'alba novella.

Parte la vincitrice; e que' rivali, quai prigionieri al suo trionfo avanti, seco n'adduce, e tra speranze e mali lascia la turba poi de gli altri amanti.

Ma quando uscì la notte, e sotto l'ali menò il silenzio e i levi sogni erranti; secretamente, come amor gl'informa, molti seguir d'Armida i passi e l'orma.

Segue Eustachio il primiero, e poté a pena aspettar l'ombra che la notte adduce. Vassene senza indugio ove lui mena per le tenebre cieche un cieco duce:

errò la notte tepida e serena, ma poi ne l'apparir de l'alma luce gli apparse insieme Armida e 'l suo drappello, dove un borgo lor fu notturno ostello.

Nel primo occorso a la famosa insegna tosto Ramberto il riconosce, e grida: che ricerchi tra loro, e perché vegna. –Vengo (rispose) a seguitarne Armida,

ned ella avrà da me, se non la sdegna, men pronta aita o compagnia men fida.– Replica l'altro: –Ed a cotanto onore, di', chi t'elesse?– Egli soggiunge: –Amore.

Me scelse Amor, te la fortuna: or quale da più giusto elettore eletto fue?– Disse Ramberto: –Ciò nulla ti vale; ritorna al campo omai per l'orme tue,

perché seguir la vergine reale non déi, né puoi contra le voglie sue, e contra la tua sorte.– E chi, riprende cruccioso il giovinetto, a me il contende?–

–Io tel difenderò,– colui rispose e féglisi a l'incontro, e cessò 'l dire: e con voglie egualmente in lui sdegnose l'altro si mosse, e con eguale ardire.

Ma qui stese la mano e si frappose la regina de l'alme in mezzo a l'ire, ed a l'uno dicea: –Deh non t'incresca ch'a te compagno, a me guerrier s'accresca!

S'ami che salva sia, perché mi privi in sì grand'uopo de la nuova aita?– Dice a l'altro: –Opportuno e caro arrivi, difensor de la fama e de la vita:

né dritto è già, né sarà mai ch'io schivi compagnia sì gentile e sì gradita.– Così parlando, ad or ad or tra via alcun guerrier novello a lei venia.

Giunsero alfine al loco in cui discese fiamma dal cielo in dilatate falde, e di natura vendicò le offese sovra le genti in mal oprar sì salde.

Fu già terra feconda, almo paese, or acque son bituminose e calde, e steril lago; e quanto inonda e gira, compressa è l'aria, e grave odor vi spira.

Di quel fetido umor già mai non beve l'affaticato peregrino e lasso, non greggia, non armento: e cosa greve (ben che sia grave pur qual ferro o sasso)

sornuota, quasi abete ad orno leve: l'uom non s'attuffa mai né giunge al basso; e se mai pianta in quelle rive alligna, sente d'avverso ciel l'aura maligna.

Se da l'arida terra alto germoglia arbor talvolta in sventurati campi, maturi pomi infra la verde foglia son quasi tocchi da fulminei lampi,

che non guastando la purpurea spoglia, avvien che quel di dietro arda ed avvampi, e da l'ira del ciel così distrutto, cenere ne l'aprir simiglia il frutto.

Dintorno a l'acque tepide ed immonde de l'orribil palude, ovunque allaghi, abitan l'infelici antiche sponde (sì come è vecchia fama) e maghe e maghi.

Altri ne le spelunche ivi s'asconde, pur come siano orsi, leoni e draghi: altri occulti palagi alza dintorno: fe' in mezzo Armida il suo edifizio adorno.

Quivi discende un rio, non lunge al ponte, da l'un de' cinque fonti, anzi dal primo, che cinque son, pur come gradi in monte, per cui s'ascende al sommo insin da l'imo.

L'altro rio si rivolge al proprio fonte lucido, puro, netto e senza limo: così quel corre a l'alto, e questo al fondo. Oh sacra meraviglia ignota al mondo!

Ma l'uno e l'altro pur torce e deriva misero error fra l'opere terrene; in quel che cade a l'infeconda riva e bagna le solfuree aduste arene,

temprâro i cavalier la sete estiva, né gustâro acqua di più dolci vene: poi gli raccolse Armida in quella parte dove risplende il magistero e l'arte.

V'è l'aura molle e 'l ciel sereno e lieti gli alberi e i prati, e pura e dolce l'onda: dov'antri e seggi ombrosi, e bei mirteti il vago fiumicel parte e circonda.

Piovono in grembo a l'erba i sonni queti con un soave mormorio di fronda: scherzano augei canori in verdi rami; Amor le reti asconde, e 'l visco e gli ami.

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