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1544–1595

LIBRO QUINTO

Torquato Tasso

Mentre son questi a le bell'opre intenti di cui mole più eccelsa ivi non sorse, il gran nemico de l'umane genti contra i cristiani i lividi occhi torse:

e scorgendogli omai lieti e contenti, ambe le labbra per furor si morse; né mai gran tauro ch'è scacciato in bando così forte dolor versò mugghiando.

Quinci, avendo pur tutto il pensier vòlto a recar ne' cristiani ultima doglia, che sia, comanda, il popol suo raccolto (concilio orrendo!) entro l'inferna soglia;

come sia pur leggiera impresa (ahi stolto!) il repugnare a la divina voglia: stolto, ch'oblia come fra tuoni e lampi di Dio la forte destra irata avvampi.

Chiama gli abitator de l'ombra eterna il rauco suon de la tartarea tromba: trema la spazïosa atra caverna, e l'aer cieco a quel romor rimbomba:

né sì mai fulminar spera superna suol di Tifeo la cavernosa tomba; né con tal suono è scossa arida terra, quando i vapori in sen gravida serra.

Corron gli dèi d'abisso in varie torme a le caliginose oscure porte. Oh! come strane, oh! come orribil'forme! Quanto è ne gli occhi lor terrore e morte!

Stampano alcuni il suol di ferine orme, e 'n fronte umana han chiome d'angui attorte: e volgon dietro la pungente coda che, quasi sferza, si ripiega e snoda.

Qui mille immonde Arpie fûr giunte e mille Centauri, e Sfingi, e pallide Gorgoni: e latrar cani mostruosi, e Scille, e fischiar Idre, e sibilar Pitoni,

e vomitar Chimere atre faville, e Polifemi orrendi, e Gerioni: e 'n vari mostri, e non più intesi o visti, diversi aspetti fûr confusi e misti.

D'essi parte a sinistra e parte a destra a seder vanno al crudo re davante. Siede Plutone in mezzo, e con la destra sostien lo scettro; e scoglio in mar sonante

via men s'innalza, o giogo, o rupe alpestra, o pur Caucaso, Pelio, Olimpo, Atlante, ch'innanzi a lui parrebbe un picciol colle; tanto la fronte e le gran corna estolle!

Orrida maestà nel fèro aspetto terrore accresce, e più superbo il rende: rosseggian gli occhi, e di veneno infetto, qual sanguigna cometa il guardo splende:

le guance involve, e su l'irsuto petto la nera e folta barba ispida scende: e 'n guisa di voragine profonda s'apre la bocca d'atro sangue immonda.

Come sulfureo fumo o negra fiamma esce di Mongibello, e 'l puzzo e 'l suono, così la fèra bocca affuma e 'nfiamma i regni oscuri, in cui non è perdono.

Tremò Cerbero allor qual lepre o damma: l'idra e le furie eran già mute al tuono; restò Cocito, e si crollâr gli abissi, e 'n questi detti il gran rimbombo udissi:

–Tartarei numi, di seder più degni là sovra il sole, ond'è l'origin vostra, che meco già da' più felici regni spinse il gran caso in questa orribil chiostra;

gli antichi miei pensieri e i fieri sdegni noti son troppo, e l'alta impresa nostra. Or colui regge il sole ed ogni stella; noi giudicati siam turba rubella.

Ed invece del dì sereno e puro, de l'aureo sol, de gli stellanti giri, n'ha giù richiusi in questo inferno oscuro; né vuol ch'al primo onor per noi s'aspiri.

E poscia (ahi quanto a ricordarlo è duro! questo è quel che più inaspra i miei martiri) ne' bei seggi celesti ha l'uom chiamato, l'uom vile, e di vil fango in terra nato.

Né ciò gli parve assai; ma in preda a morte, sol per farne più danno, il figlio ei diede. Quel venne e ruppe le tartaree porte, e porre osò ne' regni nostri il piede,

e trarne l'alme a noi dovute in sorte, e riportarne al ciel sì ricche prede, vincitor trionfando, e 'n nostro scherno, l'insegne ivi spiegar del vinto inferno.

Ma ché rinnovo i miei dolor, gemendo? Chi non ha intesi i nostri oltraggi e l'onte? Il carcer? le catene? e 'n viso orrendo mutata quella chiara antica fronte?

Di quali ingiurie a ragionar mi stendo, se parlo cose manifeste e conte? Deh non vedete omai come s'impingua de l'altrui sangue? e non sermone, o lingua,

il fido popol suo, ma 'l ferro e l'asta adopra, ond'ogni regno atterra e sgombra: e mentre a' regi d'Asia egli sovrasta, appena lascia a noi la notte e l'ombra.

Non basta ancor, non basta ancor, non basta, se 'l nome di Gesù la terra ingombra: ma d'altre lingue ancor i novi carmi aspetta, e novi ancor metalli e marmi.

Che sian gl'idoli nostri a terra sparsi, ch'i nostri altari il mondo a lui converta, ch'a lui sospesi i voti, a lui sol arsi siano gl'incensi, ed auro e mirra offerta:

ch'ove a noi tempio non solea serrarsi, or via non resti a l'arti nostre aperta; che manchi di tant'alme ampio tributo alfine, e 'n vòto regno alberghi Pluto?

Ah non sia ver; ché non son anco estinti gli spirti in voi di quel valor primiero, quando, di ferro e d'alte fiamme cinti, pugnammo già contro il celeste impero.

Fummo (nol nego) allora oppressi e vinti, ma non mancò virtute al gran pensiero: e 'n questo tenebroso orror profondo, quasi io pareggio il cielo, e muovo il mondo.

Ma perché più v ' affreno o vi ritardo? O miei consorti, o mia potenza e forze, itene pur (ché già il partirsi è tardo) furie, mostri, giganti; ognun si sforze.

Spargete il foco e 'l tosco ond'io pur ardo; ogni altra fiamma che la mia s'ammorze: guerre e morti portate, e fame e peste, tenebre, orrori, turbini e tempeste.

Sia destin ciò ch'io voglio. Altri disperso se 'n vada errando; altri rimanga ucciso; altri in cure d'amor lascive immerso idol si faccia un bello e chiaro viso.

Sia 'l ferro incontra il suo rettor converso da lo stuol ribellante e 'n sé diviso. Schiere e cittati e regni, e 'l mondo tutto arda, affonde, consumi incendio e flutto.–

Non aspettâr già l'alme a Dio rubelle che fosser queste voci al fin condotte; ma, fuor volando a riveder le stelle, già se n'uscian da la profonda notte,

come sonanti e rapide procelle, ch'arbori, tetti, navi, e sparse e rotte, e perturbando il mare, il ciel, la terra, natura han mosso e gli elementi in guerra.

Tosto spiegati in vari lati i vanni, si fûr diffusi per lo rnondo e sparti, e 'ncominciâro a fabbricare inganni diversi e novi, ed ad usar lor arti.

Ma di' tu, Musa, come i primi danni mandassero a' cristiani, e di quai parti: tu 'l sai; e di tant'opra a noi sì lunge debile aura di fama a pena or giunge.

Reggea Maràclea, e le città vicine de' Fenici, Idraote, occulto mago, che sin da' suoi primi anni a le indovine arti fu dato, e ne fu ognor più vago.

Ma che giovâr? se non poté del fine di quella incerta guerra esser presago; ned aspetto di stelle erranti, o fisse, né risposta d'inferno il ver predisse.

Giudicò questi (ahi cieca umana mente, come i giudìci tuoi son vani e torti!) che vittoria a Baldacco, a l'Occidente già minacciasse il ciel ruine e morti.

Però, credendo che l'amica gente palma di quella impresa alfin riporti, desia che il popol suo d'alta vittoria sia a parte, e d'alto acquisto, e d'alta gloria.

Ma perché il valor Franco ha in grande stima, di sanguigna vittoria i danni teme, e va pensando con quali arti in prima le posse de' fedeli affligga e sceme;

sì che più agevolmente indi s'opprima da' popoli e da' regni uniti insieme. A questo suo pensier stimolo aggiunge l'angel maligno, e più l'instìga e punge.

Donna, a cui di beltà le prime lodi concedea l'Orïente, è sua nepote: gli accorgimenti e le più occulte frodi ch'usi femina o maga, a lei son note,

e le vie più secrete, e i dolci modi onde prendere al laccio il cor si puote; ma 'l nascer di costei tutt'altre eccede le meraviglie, e trova antica fede.

Di Babilonia entro l'eccelse mura in sen de l'ampio Eufrate ella già nacque d'una sirena ch'in gentil figura il viso e 'l petto discopria da l'acque;

e cantando d'amor ne l'aria oscura mille amanti invaghì, cotanto piacque: né sola fu, ma placide sirene tante non ebber mai l'onde tirrene.

D'altre sirene ancor le rive erbose altre figlie nudrîr tra suoni e canti, che tra i bei gigli e le purpuree rose, prendean co 'l dolce sonno incauti amanti;

ma questa le più belle e più famose vinse cantando, e più co' bei sembianti. Con questa il vecchio mago i suoi consigli comparte, e vuol ch'ella il pensier ne pigli.

Dice: –O diletta mia, che sotto biondi capelli, e fra sì placide sembianze, canuto senno e cor virile ascondi, e già ne l'arti mie me stesso avanze,

gran pensier volgo; e, se tu lui secondi, seguiran grandi effetti alte speranze. Tessi la tela ch'io ti mostro ordita, di cauto vecchio esecutrice ardita.

Vattene fra' nemici: ivi si spieghi ogni arte feminil ch'amore alletti. Bagna di pianto e fa melati i preghi tronca e confondi co' sospiri i detti.

Beltà dolente e miserabil pieghi al tuo volere i più ostinati petti; vela il soverchio ardir con la vergogna, e fa manto del vero a la menzogna.

Prendi, s'esser potrà, Goffredo a l'ésca de' dolci sguardi e de' bei detti adorni, sì ch'a l'uomo invaghito omai rincresca l'incominciata guerra, e la distorni.

Se ciò non puoi, gli altri famosi adesca: menagli in parte ond'alcun mai non torni.– Poi distingue i consigli; al fin le dice: –Per la fé, per la patria il tutto lice.–

La bella Armida a meraviglia altera de' doni di natura e de l'etate, prende l'impresa, e su la prima sera parte, e tiene sol vie chiuse e celate:

e 'n treccia e 'n gonna feminile spera vincer popoli invitti e schiere armate. Ma son del suo partir fallaci accuse, e varie voci ad arte allor diffuse.

Dopo non molti dì l'empia donzella vien dove i Franchi alzate avean le tende. A l'apparir de la beltà novella nasce un bisbiglio, e 'l guardo ognun v'intende;

sì come là dove cometa o stella non veduta di giorno in ciel risplende: e traggon tutti per saper chi sia la nobil peregrina, e che desia.

Argo non mai, non vide Cipro o Delo d'abito e di beltà forme sì care: d'auro ha la chioma, ed or dal bianco velo traluce involta, or nuda al vento appare:

così, qualor si rasserena il cielo, or da candida nube il sol traspare; or, da le nubi uscendo, i raggi intorno più chiari spiega, e ne raddoppia il giorno.

Fa nuove crespe l'aura al crin disciolto, che natura per sé rincrespa in onde; stassi l'avaro sguardo in sé raccolto, e i tesori d'amore e i suoi nasconde.

Dolce color di rose in quel bel volto fra l'avorio si sparge e si confonde: ma ne la bocca, ond'esce aura amorosa, sola rosseggia la purpurea rosa.

Mostra il bel petto le sue nevi ignude, onde il foco d'amor si nutre e desta. Parte appar de le mamme acerbe e crude, parte altrui ne ricopre invida vesta;

invida a gli occhi soli il passo chiude; l'amoroso pensier già non arresta, ché, non ben pago di bellezza esterna, ne gli occulti secreti ancor s'interna.

Come per acqua o per cristallo intero trapassa il raggio, e nol divide o parte, per entro il chiuso manto osa il pensiero di penetrar ne la vietata parte;

ivi si spazia, ivi contempla il vero di tante meraviglie a parte a parte; poscia al desio le forma e le descrive, e fa più le sue fiamme ardenti e vive.

Lodata passa e vagheggiata Armida fra le cupide turbe, e se n'avvede: nol mostra già, bench'in suo cor ne rida, e d'aver pensi alte vittorie e prede.

Mentre, sospesa alquanto, o messo o guida che la scorga a Goffredo ella richiede; Eustachio occorse a lei, minor germano di lui ch'è duce e cavalier sovrano.

Come al lume farfalla, ei si rivolse a lo splendor de la beltà divina, e rimirar da presso i lumi volse, che dolcemente atto modesto inchina;

e ne trasse gran fiamma, e la raccolse, come da fuoco suole ésca vicina; e disse verso lei (ch'audace e baldo il fea de gli anni e de l'amore il caldo):

–Donna, se pur tal nome a te conviensi, ché non somigli tu cosa terrena, né v'è figlia d'Adamo in cui dispensi cotanto il ciel di sua luce serena,

che da te si ricerca? ed onde viensi? Qual tua ventura o nostra or qui ti mena? Fa ch'io sappia chi sei, fa ch'io non erri ne l'onorarti; e, s'è ragion, m'atterri.–

Risponde: –Al tuo pensier bellezza eguale non ho, né merto a le tue lodi arriva: donna vedi, signor, non pur mortale, ma già morta al diletto, al dolor viva.

Me sospinge del cielo ira fatale, vergine peregrina e fuggitiva: rifuggo al pio Goffredo, e 'n lui confido: tal va del suo valore intorno il grido!

Tu mi scorgi davanti al sommo duce, s'hai, come pare, alma cortese e pia.– Ed egli: –Dritto è ben, s'a l'un t'adduce l'altro fratel, che tuo campione ei sia.

Vergine bella, alta cagion t'induce; ma s'ei mi stima pur come devria, spender tutto potrai, dove t'aggrada, ciò che vaglia il suo nome, o la mia spada.–

Tace; e la guida ove tra grandi eroi allor dal volgo il capitan s'invola. Essa inchinollo riverente, e poi vergognosetta non facea parola.

Ma quelli affanni e quei timori suoi rassecura il guerriero e riconsola; sì ch'i pensati inganni alfine spiega in suon che di dolcezza i sensi lega.

–Principe invitto, il tuo famoso nome ha di gloria, dicea, sì chiari fregi, che l'esser da te vinte e 'n guerra dome recansi a gloria le province e i regi.

San tutti omai come sia forte, e come giusto: come onestate onori e pregi; sanno la tua pietà ch'affida e 'nvita sino a' nemici a ricercarti aita.

Ed io, che nacqui in sì diversa fede, lunge da l'acque del tuo Reno algenti, per te spero acquistar la nobil sede e lo scettro, signor, de' miei parenti.

E s'altri aita a' suoi congiunti or chiede contra il furor de le straniere genti; io, poich'in lor non ha pietà più loco, contra il mio sangue il ferro ostile invoco.

Io te chiamo, in te spero; e 'n quella altezza puoi tu ripormi onde sospinta i' fui: né la tua destra esser dé' meno avvezza di sollevar, che di far basso altrui:

né meno il pregio di pietà s'apprezza, ch'il trionfar d'empi nemici sui: e s'a molti hai potuto il regno tôrre, fia gloria egual nel regno or me riporre.

Ma se la nostra fé varia ti move a disprezzar forse i miei preghi onesti, la fé, c'ho certa in tua pietà, mi giove; né dritto par ch'ella delusa or resti.

Testimonio è quel Dio ch'a tutti è Giove, ch'altrui più giusta aita unqua non desti. Ma perché il tutto sappi, intento or odi le mie sventure e l'altrui inique frodi.

Figlia io son di Arbilan, ch'il regno tenne di Maràclea, e voi già raccolse, e i vostri; ma del suocero suo gli stati ottenne ne la Fenicia, e d'òr fu ricco e d'ostri.

Con la sua morte il nascer mio prevenne mia madre, ascesa a gli stellanti chiostri; ed in un giorno sol l'empia fortuna lei pose in tomba, e me, già nata, in cuna.

Ma 'l primo lustro appena era varcato dal di ch'ella spogliossi il fragil velo, quando il mio genitor, cedendo al fato, forse con lei si ricongiunse in cielo,

di me cura lasciando e del suo stato al frate amato con pietoso zelo; ma se amore e pietate il premio merta, esser certo dovea di fede incerta.

Questi, preso di me l'alto governo, tenero del mio onor parea cotanto, che d'incorrotta fé, d'amor paterno, e di pietate avea la fama e 'l vanto:

o che 'l maligno suo pensiero interno celasse allor sotto contrario manto; o che sincere avesse ancor le voglie, perch'al figliuol m'ebbe promessa in moglie.

Io crebbi, e crebbe il figlio; e mai né stile di cavalier, né nobil arte apprese: nulla di pellegrino o di gentile gli piacque mai, né mirò in alto, o intese.

Sotto difforme aspetto animo vile, e 'n cor superbo avare voglie accese, villan diletto e di virtù dispregio, i pregi fûr del mio amatore egregio.

Ora 'l mio buon custode ad uom sì degno unirmi in matrimonio in sé prefisse, e farlo del mio letto e del mio regno fido consorte, e a me più volte il disse.

Usò la lingua e l'arte, usò l'ingegno, perché il bramato fine indi seguisse; ma promessa da me non trasse mai, anzi ritrosa ognor tacqui o negai.

Partissi alfin con un sembiante oscuro, onde l'empio suo cor chiaro trasparve; e ben l'istoria del mio mal futuro leggergli scritta in fronte allor mi parve.

Quinci i notturni miei riposi fûro turbati ognor da strani sogni e larve, ed un fatale orror ne l'alma impresso m'era presagio de' miei danni espresso.

E 'n sogno m'apparia, come chi langue, pallida imago e dolorosa in atto; quanto cangiata (oimè !) nel volto esangue da quel sì adorno ch'io vedea ritratto.

“Fuggi, figlia (dicea) fuggi de l'angue fuggi il tosco mortal, deh fuggi ratto: ciò che s'indugia è per vergogna e danno, anzi per morte: ah! fuggi empio tiranno!”

Ma che giovava (oimè!) che del periglio vicino fusse omai presago il core, se cedea, dubbia in ritrovar consiglio, la mia tenera etate al mio timore?

Prender fuggendo volontario esiglio, e ignuda uscir del dolce albergo fore, grave era sì ch'io fêa minore stima di chiuder gli occhi ove gli apersi in prima.

Temea, lassa! la morte, e non avea (chi 'l crederia?) poi di fuggirla ardire: e scoprir la temenza ancor temea, per non affrettar l'ora al mio morire.

Così inquieta e torbida traea la vita in un continuo martìre, in guisa d'uom che l'empio ferro attenda sul collo, e morto sembri anzi che scenda.

In tale stato, o fosse amica sorte, o ch'a peggio mi serbi il mio destino, un de' ministri de la real corte, nato in Sorìa di genitor latino,

mi scoperse ch'il giorno a l'empia morte dal tiranno prescritto era vicino; e ch'egli a quel crudele avea promesso d'avvelenarmi a mensa il giorno stesso.

E mi soggiunse poi ch'a la mia vita sol fuggendo allungar poteva il corso; e perché altronde io non sperava aita, pronto offria se medesmo al mio soccorso;

e confortando mi rendé sì ardita, che vergogna e timor lentâro il morso; e fanciulla ed incauta osai gir seco, la patria e 'l zio fuggendo a l'aer cieco.

Sorse la notte oltra l'usato oscura, che sotto l'ombre amiche ne coperse; onde con due donzelle uscii sicura, compagne elette a le fortune avverse.

Ma pure indietro a le paterne mura le luci io rivolgea di pianto asperse; né de la vista del natio terreno, partendo, saziar poteami appieno.

Fêa l'istesso cammin l'occhio e 'l pensiero, e mal suo grado il piede innanzi giva: sì come nave, ch'improvviso e fèro vento discioglia da l'amata riva.

La notte andammo e 'l dì che segue intero per lochi ov'orma altrui non appariva: ci ricovrammo in un castello alfine, ch'oltra l'Eufrate è quasi ermo confine.

E' d'Aronte il castel; ch'Aronte fue quel che mi trasse di periglio, e scòrse. Ma, come me fuggito aver le sue mortali insidie il traditor s'accorse,

acceso di furor contra ambedue, tanta e sì atroce colpa in noi ritorse, ed ambo fece rei del fallo iniquo, onde 'l condanna un suo pensiero antiquo.

Disse ch'Aronte io avea co' preghi spinto fra sue bevande a mescolar veneno, per non aver (poich'egli fosse estinto) chi legge mi prescriva o tenga a freno,

e ch'io, sciogliendo a la vergogna il cinto, volea raccôrmi a mille amanti in seno. Ahi, che fiamma del cielo anzi in me scenda, santa onestà, ch'io le tue leggi offenda!

Ch'avara fame d'oro e sete insieme del mio sangue innocente il crudo avesse, grave m'è sì; ma vie più 'l cor mi preme ch'il mio candido onor macchiar volesse.

L'empio, che non invan sospetta e teme, così le sue menzogne adorna e tesse ne la città, del ver dubbia e sospesa, che non è chi per me faccia difesa.

Né perché usurpi il bel paese, e 'n fronte già gli risplenda la real corona, fin però pone a' miei gran danni, a l'onte; sì la sua ferità l'infiamma e sprona.

Arder minaccia entro il castello Aronte, se di proprio voler non s'imprigiona; e dovunque io mi fugga o mi dilegue, le mie sparse fortune ancor persegue.

E dice che lavarsi omai dal volto sol col mio sangue la vergogna crede, e ritornar nel grado, ond'io l'ho tolto, l'onor de' regi antichi a cui succede.

Ma il timor n'è cagion ch'a lui ritolto non sia lo scettro ond'egli è falso erede: quasi il mio precipizio alto sostegno sia con le sue ruine a novo regno.

E ben quel fine avrà l'empio desire che già il tiranno ha stabilito in mente; e saran nel mio sangue estinte l'ire che nel mio lagrimar non fiano spente,

se tu nol vieti. A te rifuggo, o sire, io misera fanciulla, orba, innocente: e questo pianto onde ho questi occhi aspersi, vagliami sì, che 'l sangue io poi non versi.

A te concede il cielo, e dièlti in fato poter, voler sol di giustizia amico: salvami dunque (e ne sarai lodato) in caste membra l'animo pudico;

e ritogli il mio regno a quell'ingrato, ch'è d'onestate, e tuo, crudel nemico. Basta, eletto fra gli altri, un fido stuolo, tanto estimo le insegne e 'l nome solo.

Per questi piedi, onde i superbi e gli empi calchi, per questa man ch'il dritto aita; per le vittorie, e per quei sacri tempî ch'aspettano or da te pietosa aita,

il mio desir, tu che puoi solo, adempi, salvando omai questa infelice vita. Ma se voi la giustizia ancor non move, né pianto né pietà, signor, mi giove.–

Ciò detto, tace; e la risposta attende con atto ch'in silenzio ha voce e preghi. Goffredo il dubbio cor volve e sospende fra pensier vari, e non sa dove il pieghi.

Teme i barbari inganni, e ben comprende che non è fede in uom ch'a Dio la neghi: ma d'altra parte in lui pietoso affetto si desta, che non dorme in nobil petto.

Mentre così dubbioso a terra vòlto lo sguardo tiene, e 'l pensier volve e gira, la donna in lui s'affisa, e dal suo v¢lto intenta pende e tacita il rimira;

e perché tarda, oltra 'l suo creder, molto la risposta, già teme e già sospira. Quegli la chiesta grazia alfin negolle, ma diè repulsa assai cortese e molle:

–S'al servigio di Dio, ch'a ciò n'elesse, vòlta la mia non fosse e l'altre spade, potéi qui fra le genti a me concesse aita ritrovar, non che pietade;

ma se queste sue mura e queste oppresse gregge non torniam prima in libertade, giusto non è, con iscemar le genti, ch'io di nostra vittoria il corso allenti.

Ben ti prometto (e tu per nobil pegno mia fede or prendi, e vivi in lei secura) che se mai sottrarremo al giogo indegno queste sacre e dal ciel dilette mura,

di ritornarti al tuo perduto regno, come pietà m'esorta, avrem poi cura; or mi farebbe la pietà men pio, s'anzi il suo dritto i' non solvessi a Dio.–

A quel parlar chinò la donna, e fisse le luci a terra, e stette immota alquanto; poi sollevolle rugiadose, e disse (accompagnando atti gentili al pianto):

–Misera! ed a qual altra il ciel prescrisse vita mai grave ed immutabil tanto, che si cangia in altrui mente e natura, pria che si cangi 'n me sorte e ventura?

Nulla speme più resta; invan mi doglio: non han più forza in petto umano i preghi. Forse lece sperar ch'il mio cordoglio che te non mosse, il reo tiranno or pieghi?

Né già te d'inclemenza accusar voglio, perch'il picciol soccorso a me si neghi; ma 'l cielo accuso, onde il mio mal discende, ch'in te pietate inesorabil rende.

E perché legge d'onestate e zelo non vuol che qui sì lungamente indugi, a cui ricovro intanto? ove mi celo? O quai contra il tiranno avrò refugi?

Nessun sì chiuso loco è sotto il cielo ché a l'òr non s'apra. Or perché tanti indugi? Veggio la morte, e se 'l fuggirla è vano, incontra lei n'andrò con questa mano.–

Qui tacque: e parve ch'un reale sdegno e generoso l'accendesse in vista: e 'l piè volgendo, di partir fêa segno, tutta ne gli atti dispettosa e trista:

il pianto si spargea senza ritegno, com'ira lo produce a dolor mista; e le nascenti lagrime, a vederle, erano a' rai del sol cristallo e perle.

Le guance asperse di quei vivi umori, che rigavano il seno insin al lembo, parean vermigli 'nsieme e bianchi fiori, se pur gl'irriga un rugiadoso nembo,

quando su l'apparir de' primi albori spiegano a l'aura lieti il chiuso grembo: e l'Alba a lor somiglia, e se n'appaga, e se 'n corona, ond'è più lieta e vaga.

Ma 'l chiaro umor, che di lucenti stille sparge ligustri e rose, in cui discende, opra effetto di foco, e 'n mille e mille petti serpe celato, e vi s'apprende.

O miracol d'amor! che sue faville tragge dal pianto, e i cor ne l'acque accende: sempre ha sovra natura alta possanza, ma 'n virtù di costei se stesso avanza.

Questo falso dolor da molti elice lagrime vere, e i cor più duri spetra. Ciascun si duol fra sé pensoso, e dice: –Se mercé da Goffredo or non impetra,

ben fu rabbiosa tigre a lui nudrice, e 'l produsse in aspra alpe orrida pietra, o l'onda, che nel mar si frange e spuma: crudel, che tal beltà turba e consuma.–

Ma 'l fratel giovinetto, in cui la face di pietate, d'amore è più fervente; mentre bisbiglia ciascun altro o tace, osa scoprir quel che ne l'alma ei sente:

–Troppo, giusto signor, troppo tenace di quel che già propose è la tua mente, s'al desio di ciascun, che brama e prega, fuor di suo corso or non si muove e piega.

Non che lascin lor alta e nobil cura i duci qui de' suoi guerrier soggetti, torcendo il piè da l'oppugnate mura, e sian gli uffici lor da lor negletti;

ma fra noi cavalier d'alta ventura, senz' alcun proprio peso, e meno astretti a le leggi de gli altri, elegger diece difensori del giusto a te ben lece.

Ch'al servigio di Dio già non si toglie l'uom ch'innocente vergine difende: ed assai care al ciel son quelle spoglie, che d'ucciso tiranno altri gli appende.

Quando adunque a l'impresa or non m'invoglie l'utile, e 'l certo onor ch'indi s'attende, è debita al valor: ché meno increbbe morte talvolta a chi morì, s'ei debbe.

Ahi non sia ver, per Dio, che si ridica in Francia, o dove in pregio è cortesia, che si fugga da noi rischio, o fatica, per cagion così giusta e così pia.

Io, per me, qui depongo elmo e lorica, qui mi scingo la spada, e più non fia ch'adopri indegnamente arme e destriero, o 'l nome usurpi mai di cavaliero.–

Così favella; e seco in chiaro suono tutto l'ordine suo concorde freme, e, stimando il consiglio accorto e buono, co' preghi il capitan circonda e preme.

–Cedo (egli disse allora) e vinto io sono, al concorso di tanti uniti 'nsieme. Abbia (se parvi) il chiesto don costei, da' vostri sì, non da' consigli miei.

Ma se Goffredo di credenza alquanto pur trova in voi, temprate i vostri affetti.– Così ei lor disse; e bastò lor ben tanto, perché ciascun quel ch'ei concede aspetti.

Or che non può di bella donna il pianto? Ed in lingua amorosa i dolci detti? Esce da dolci labra aurea catena che l'alme a suo voler prende ed affrena.

Eustachio la richiama, e dice: –Omai cessa, vaga donzella, il tuo dolore, perché tosto da noi soccorso avrai, come più si conviene al tuo timore.–

Serenò allora i nubilosi rai Armida, e sì ridente apparve fuore, ch'innamorò di sua bellezza il cielo asciugandosi gli occhi col bel velo.

Rende lor poscia in più soavi note grazie per grazia di cotanta stima, mostrando che sarian famose e note ad ogni gente, e 'n ogni estranio clima;

e ciò ch'esprimer lingua altrui non pote, par che muta eloquenza in atto esprima: e tien la fraude sua nel cor secreta, più ch'in guisa mortale adorna e lieta.

Quinci, veggendo che fortuna arriso al gran principio de gl'inganni avea, prima ch'il suo pensier le sia preciso, dispon di trarre al fin opra sì rea,

e meraviglie far col chiaro viso, più che con l'arti lor Circe e Medea; e 'n voce di sirena a' dolci accenti addormentar le più svegliate menti.

Ed usa ogni arte onde sia preso e còlto a la sua rete alcun novello amante: né con tutti, né sempre un stesso volto serba, ma varia modi, atti e sembiante.

Or tien pudica il guardo in sé raccolto; or lo rivolge cupido e vagante: la sferza in quelli, e 'l freno adopra in questi, come lor vede in amar lenti o presti.

Ed ove altri da' lacci il piè ritiri e gli arditi pensier temendo affrene, apre un benigno riso, e 'n dolci giri volge le luci più del ciel serene;

e que' suoi pigri e timidi desiri sprona ed affida la dubbiosa spene; ed infiammando l'amorosa voglia, sgombra ogni gel che la paura accoglia.

Ad altri poi, ch'audace il segno varca scòrto da cieco e temerario duce, de' cari detti e de' begli occhi è parca; e seco tèma e riverenza induce:

ma fra lo sdegno, onde la fronte è carca, pur anco un raggio di pietà riluce; ond'egli per timor nulla dispera, e più s'invoglia, ove più sembri altera.

Stassi talvolta tacita e pensosa, e 'l volto e gli atti suoi compone e finge, e qualche finta lagrima amorosa ora tragge su gli occhi, or la rispinge,

come chi teme e lagrimar non osa: così mille alme semplicette astringe; e 'n foco di pietà strali d'amore dolci contempra, indi gli avventa al core.

Poi, sì com'ella a quei pensier s'invole, e novella speranza in lei si deste, volge a gli amanti il piede e le parole, e di lieto color s'adorna e veste.

E lampeggiar fa quasi nuovo sole, il chiaro sguardo e il bel viso celeste su la nebbia del duolo oscura e folta, che s'era d'ogni intorno a' cori accolta.

E mentre dolce parla e dolce ride, e con doppia dolcezza alletta i sensi, quasi dal petto l'alma e il cor divide, non prima usata a que' piaceri intensi.

Ahi cieco amor! ch'egualmente n'ancide l'assenzio e 'l mèl che tu fra noi dispensi; e co 'l tuo fèro varïar, mortali tu porgi altrui le medicine e i mali.

Fra sì contrarie tempre, in ghiaccio e 'n foco, in riso e in pianto, fra paura e spene, gl'inforsa e rota, e i lor tormenti in gioco l'ingannatrice donna a prender viene.

E s'alcun mai con dir tremante e fioco osa parlando appalesar le pene, finge, quasi in amor rozza e inesperta, non veder l'alma ne' suoi detti aperta.

O pur le luci vergognose e chine, e 'l volto d'onestate orna e colora, e quasi cela altrui le calde brine sotto le rose, ond'il bel viso infiora;

come spargendo al ciel l'aurato crine ne l'orïente appar la bella aurora: e 'l rossor de lo sdegno insieme n'esce con la vergogna, e si confonde e mesce.

Ma se prevede, e di lontan s'accorge d'uom che tenti scoprir l'accese voglie, or gli s'invola, or loco e modo porge, onde ragioni, e subito il ritoglie.

Così il dì tutto in vano error lo scorge, e stanca ogni speranza al fin gli toglie; egli riman qual cacciator ch'a sera perdute ha l'orme di seguìta fèra.

Queste fûr l'arti onde mille alme e mille prender, quasi di furto, allor poteo; anzi pur con queste arme essa rapille, ed a forza d'amor serve le fêo.

Qual meraviglia or fia, se 'l fèro Achille d'amor fu vinto, ed Ercole e Teseo? se qual più casto ancor la spada cinge, l'empio ne' lacci suoi lega e distringe.

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LIBRO QUINTO · Torquato Tasso · Poetry Cove