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1544–1595

LIBRO QUARTO

Torquato Tasso

Già l'alba messaggera in cielo è desta, quasi annunzi ai mortali: Or vien l'aurora. Ella s'adorna intanto e l'aurea testa di rose còlte in Paradiso infiora:

quando ogni schiera ch'al vïaggio è presta lunge in voce s'udiva alta e sonora; e tra corni e tamburi e 'l suon de l'arme, le trombe risonar col fiero carme.

Il saggio capitan con dolce morso i desiderii lor guida e seconda; che più agevol saria svolger il corso presso Cariddi a la volubil onda,

o tardar Borea, allor che scote il dorso de l'Apennino e i legni in mare affonda. Gli ordina e muove e drizza; e 'n suon gli regge rapido sì, ma rapido con legge.

Ali ha ciascuno al core ed ali al piede né del suo ratto andar però s'accorge. Ma, quando il sole i campi infiamma e fiede con più fervidi raggi e 'n alto sorge,

ecco apparir Gerusalem si vede, ecco additar Gerusalem si scorge: ecco si grida omai, non si bisbiglia, del gran Sion la nubilosa figlia.

Così di naviganti audace stuolo, che muova a ricercare estranio lido, e 'n dubbio mare e sotto ignoto polo provi spesso il furor del vento infido;

s'alfin discopre il desiato suolo, il saluta lontan con lieto grido: e l'uno a l'altro il mostra, e 'ntanto oblia la noia e 'l mal de la passata via.

Col gran piacer che quella prima vista dolcemente spirò ne l'altrui petto, riverenza e pietate insieme è mista, come si mesce l'un con l'altro affetto.

Osano appena d'innalzar la vista ver' la città di Cristo albergo eletto; dove morì, dove sepolto ei giacque, dove le membra rivestir gli piacque.

Sommessi accenti e timide parole, rotti singulti e flebili sospiri de la gente, ch'in un s'allegra e dole, fan che per l'aria un mormorio s'aggiri

qual ne le folte selve udir si suole, dove Austro giunga sibilando, e spiri: o qual, spezzato infra gli scogli e i lidi, freme e si lagna il mar con rauchi stridi.

Premevan, nudi il piè, l'erto sentiero, che l'esempio de' primi altrui commove. Piuma ch'alto si sparga, o pur cimiero superbo dal suo capo ognun rimove;

e 'nsieme del suo cor l'abito altero depone, e calde e pie lacrime ei piove. Pur quasi al pianto abbia la via rinchiusa, ver' Dio parlando, ognun se stesso accusa.

–Dunque, ove tu di sanguinosi rivi il terreno, o Signor, lasciasti asperso, d'amaro pianto almen due fonti vivi in sì acerba memoria oggi non verso?

O mio gelido cor, che non derivi per gli occhi, e stilli in lacrime converso? Duro mio cor, ché non ti rompi e frangi? Pianger ben merti ognor, s'ora non piangi.–

Di cotai voci intorno il ciel risuona, ed ogni cor s'intenerisce e spetra: e mentre oltraggi ed onte altrui perdona, a' propri falli suoi perdono impetra.

Ma Dio co' propri detti anco ragiona, che sono strali pur di sua faretra: ei, l'arme saettando, entro percuote; di fuor le lingue scioglie in sacre note.

“Sorgi, Gerusalem, co' raggi illustri, perch'il tuo lume e l'altrui gloria or viene; la gloria del Signore onde t'illustri nasce, e fa queste parti omai serene.

Ecco dopo tant'anni e tanti lustri che l'ombre e le caligini terrene i popoli coprîr ne l'Orïente, de la gloria divina il sol nascente.

Alza gli occhi dolenti e 'ntorno gira tutti questi per te già fûro accolti, tutti vengon per te; fra lor rimira i figli tuoi de' lacci antichi sciolti.

Qual gioia avrai (s'il vero a noi s'inspira) quando i popoli a te vedrai rivolti, e le genti sì fère e sì diverse, più che del mar le arene, a te converse?

Quasi un diluvio allor fia che t'inonde d'uomini e d'animai con varia salma, che i monti copriranno, e l'alte sponde, insin là dove legno in mar si spalma.

E tu lieta côrrai le verdi fronde de la tua oliva, e de la sacra palma: e le immagini d'oro, e i maschi incensi vedransi a Dio fumar nel tempio accensi.

Ma ora chi son questi i quai volando vanno, in guisa di nube o di colomba? Me aspettan le navi, in cui solcando l'acqua n'andrò, ch'al suono alto rimbomba,

e l'isole del mar: ma come, o quando raccôrrò i figli sparsi a suon di tromba, portando oro ed argento onde consacri al tuo Signore i templi ed i simolacri?

Edificar le tue cadute mura figli vedrai di peregrini egregi, e quando avrò di te pietade e cura, di servi in atto e di ministri i regi:

e le porte aprirai tutta secura a valorose genti e duci egregi: né gente fia né re, che si dia vanto di non servirti, il qual non pèra intanto.

Libano a te concederà la gloria de l'abete, del busso e del suo pino, perché s'adorni con pietosa istoria il tempio sacro al tuo Signor divino.

Vedrai 'l superbo in chiara alta vittoria a te venirne riverente e chino, l'orma adorando de' suoi piedi impressa, e chiamarti di Dio città promessa.

Città deserta un tempo ed odïosa, non era chi per te volgesse il passo: or sarai terra lieta e glorïosa, ch'ogni regno terren vedrai più basso.

E 'n guisa di regina alta e di sposa, t'adornerò, lasciando il ferro ed 'l sasso; e 'n quella vece in te l'argento e l'oro splender farò con più sottil lavoro.

Pace avrai pur dopo continua guerra, e giustizia con lei dentro e d'intorno. Più non udrassi rimbombar la terra de le tue colpe, e d'uno e d'altro scorno.

Non fia 'l tuo lume quel che varia ed erra, o di luna o di sol la notte e 'l giorno; lume che scema e cresce, e sale e scende. Io sarò il sol ch'eterno in te risplende”.

Fra gl'infedeli intanto un uom che guarda antica torre, e scopre i monti e i campi, la già minuta polve alzarsi guarda onde par che gran nube in aria stampi:

par che baleni il nuvol denso ed arda, come fiamme nel sen rinchiuda e lampi: poi lo splendor de' lucidi metalli distingue, e scerne gli uomini e i cavalli.

Allor gridava: –Oh qual per l'aria stesa polvere i' veggio! oh come par che splenda! Pronti correte a l'arme, a la difesa, a le porte, a le mura! ognun v'ascenda,

già presente è il nemico.– E poi, ripresa tal voce: –Ognun s'affretti e l'arme or prenda. Ecco, il nemico è qui: mira la polve, che ne l'oscura nebbia il cielo involve.–

I semplici fanciulli e i vecchi inermi, e 'l vulgo de le donne sbigottite, che non sanno ferir né fare schermi, supplicando ingombrâr l'alte meschite.

Gli altri di corpo e d'animo più fermi già frettolosi l'armi avean rapite. Altri a le porte, altri a le mura accorre, e siede il re ne la più eccelsa torre.

Scorre d'intorno Argante e 'l capo ignudo, dopo tanti anni, a' suoi vicini mostra: altri gli porta l'elmo, altri lo scudo, altri la lancia ond'è temuto in giostra.

E dire udia: –Questi a' nemici è crudo, pietoso a' suoi: muro e difesa nostra–. Ei fra gli altri fratelli alto si scopre. Antivede, comanda, affretta a l'opre.

Ma già Clorinda incontra a' Franchi er' ita, lui permettendo, a la sua schiera avante: e in altra parte, ond'è improvvisa uscita, sta preparato a la riscossa Argante.

L'altera donna i suoi guerrieri invita co' detti e col magnanimo sembiante: –Ben con alto principio a noi conviene (dicea) fondar de l'Asia oggi la spene.–

Mentre ragiona a' suoi, non lunge scorse gl'Italici condur prigioni e preda: ch'un loro stuolo a depredar precorse; or con gregge ed armenti avvien che rieda.

Ella verso i nemici ardita corse, ch'incerti son quel che di ciò succeda. Gardo è chiamato il duce, uom di gran possa, ma non sostenne la crudel percossa.

Gardo a quel duro scontro è spinto a terra in su gli occhi de' Franchi e de' pagani; i pastori gridâr, di quella guerra lieti auguri prendendo, i quai fûr vani.

Addosso a gli altri ella si spinge e serra, scesa da' monti ne gli aperti piani; seguîrla i suoi per la sanguigna strada che s'apria co 'l destriero e con la spada.

Tosto la preda al predator ritoglie, cedendo il cavaliero a poco a poco, tanto ch'in cima a un colle ei si raccoglie, ove aiutate son l'arme dal loco.

Allor, sì come turbine si scioglie, o da le nubi cade acceso il foco, mosse Tancredi il qual pur dianzi giunse, e giorno a notte faticosa aggiunse.

Mentre la notte avea con l'ali sue fatta la terra tenebrosa e bruna, con la sua fida schiera intento ei fue a liberar di man d'empia fortuna

il loco in cui, fra l'asinello e 'l bue, il Re del ciel degnò l'umil sua cuna: ora il valor, che più d'un chiaro lampo splendea ne l'ombra, appar nel fèro campo.

Ma già Clorinda ad incontrar l'assalto vien di Tancredi, e pon la lancia in resta. Ferîrsi ambo ne gli elmi, e i tronchi in alto volâro; ed ella ignuda il viso resta;

che rotto ha l'elmo suo, quasi d'un salto, i duri lacci: egli le uscìo di testa, e le chiome dorate a l'aria sparse, giovine donna in duro campo apparse.

Lampeggiâr gli occhi, e folgorâr gli sguardi, dolci ne l'ira; or che sarian nel riso? A che pensi Tancredi? or che pur guardi? non riconosci tu l'amato viso?

Quello è il bel volto, onde t'infiammi ed ardi ne la vittoria, e sei d'amor conquiso. Questa è colei che tu lavar la fronte vedesti già nel solitario fonte.

Ei, ch'a la fera ed al disteso artiglio, non la conobbe, or lei veggendo, impètra; ella fa del suo scudo, in quel periglio, sua difesa, e l'assale; ed ei s'arretra:

e fa ne gli altri il ferro allor vermiglio, né da lei pace, per ritrarsi, impetra, che minacciosa il segue, e: Volgi, grida, e di due morti il cavalier disfida.

Ma percosso da lei non ripercote, ed appena fa schermo e si difende, mentre i begli occhi e le vermiglie gote rimira, ond'arco invano amor non tende,

fra sé dicea: –Lievi percosse, o vòte son talor quelle onde la destra offende; ma colpo mai dal bello ignudo volto non cade in fallo, e sempre il cor m'è colto.–

Pensa alfin discoprir la interna piaga, per non morir tacendo occulto amante. Vuol ch'ella sappia ch'uom già vinto impiaga, già preso, e del suo sdegno omai tremante.

E le dicea: –Donna sdegnosa e vaga de la mia morte, e troppo in ciò costante, usciam di schiera e sazia allor tue voglie, se brami aver di me l'ultime spoglie.

Così me' si vedrà s'al tuo s'agguaglia il mio valore. –Ella accettò l'invito, e, come più de l'elmo a lei non caglia, gìa baldanzosa, egli seguia smarrito.

Recossi in atto di crudel battaglia l'alta guerriera, e già l'avea colpito, quand'egli: –Ferma, disse, e siano or fatti anzi la pugna de la pugna i patti.–

Ella fermossi; e lui parlando audace fece in quel giorno il disperato amore. –I patti sian (dicea), se tregua o pace meco non vuoi, che tu mi tragga il core:

il mio cor, non più mio, s'a te dispiace ch'egli meco più viva, or lieto muore; è tuo gran tempo; e tempo è omai che trarlo a me tu possa; e non degg' io negarlo.

Ecco, le braccia inchino e t'appresento senza difesa il petto: or ché non fiedi? vuoi ch'agevoli l'opra? io son contento trarmi l'usbergo or or, se nudo il chiedi.

–Distinguea forse in più lungo lamento i suoi dolori il misero Tancredi; ma sovraggiunse impetuosa calca che di quel ragionar molto diffalca.

Cedea cacciato e non cedeva invano il Turco e 'l Siro, o timor fosse od arte. Un de' persecutori, uomo inumano, vide a lei ventilar le chiome sparte;

e da tergo, in passando, alzò la mano per ferir la sua bella ignuda parte; ma Tancredi gridò (ché ben s'accorse) e con la spada a quel gran colpo occorse.

Ma pur ne' bianchi e teneri confini l'eburno collo il cavalier ferille. Fu levissima piaga, e i biondi crini rigati fûr da le purpuree stille,

come l'òr che di smalti o di rubini, per man d'egregio mastro, a' rai scintille. Disdegnando Tancredi allor si spinse addosso a quel villano, e 'l ferro strinse.

Quel si dilegua, e questo acceso d'ira il segue come vento o come strale: sospesa ella riman perché gli mira lontani molto, né seguir le cale:

ma co' suoi fuggitivi il piè ritira: talor mostra la fronte e i Franchi assale: or si volge, or rivolge; or fugge, or fuga; né si può dir la sua caccia né fuga.

Così tauro talor ne l'ampio agone se volge a' cani le sue dure corna, s'arretran quelli; e, s'a fuggir si pone, ciascun latrando ad assalire il torna.

Clorinda nel fuggir da tergo oppone lo scudo a' colpi in su la testa adorna: tal ne' giuochi africani il capo e 'l dorso l'uom copre in fuga alterna, e 'n dubbio corso.

Già questi seguitando e quei fuggendo, fatto veloci avean ritroso calle, quando alzâro i pagani un grido orrendo, ratto conversi in tenebrosa valle:

e fecero un gran giro, e poi volgendo tentâro a' Franchi di ferir le spalle: e 'ncontra Argante da superba costa con la gente apparia pur dianzi ascosta.

Uscì di stuolo il cavalier superbo, e del primo percosso onore agogna, e dice: –Ad altro corpo io nol riserbo;– quel non ode, morendo, agra rampogna.

Né parve meno agli altri il tronco acerbo; ma n'ebbe alcun la morte, altri vergogna: e poi che ruppe il sanguinoso cerro, trasse contra a' nemici, e strinse il ferro.

Clorinda a prova avea d'alma e di vita Ardelio privo, uom già d'età matura, ma di forte vecchiezza e ben munita: e pur tra' figli suoi non fu secura;

ch'Alcandro, il maggior figlio, aspra ferita tolse da sì pietosa e nobil cura; e Poliferno ancise al padre appresso l'istessa spada e quasi il colpo istesso.

Ma Tancredi, da poi ch'egli non giunge quel suo, che più il cavallo avea corrente, rivolge addietro e vede incauta e lunge troppo trascorsa l'animosa gente;

vedela circondata, e 'l destrier punge, volgendo il freno, e là s'invia repente: né solo di sua aita i suoi sovvenne, ch'altri il seguîr come s'avesser penne.

Quei de gli scelti eroi nobil drappello, che sempre a tutti i rischi ardito move. Riccardo il più feroce, anzi il più bello tutti precorre a l'animose prove,

e tra gli altri parea sublime augello, lo qual rinfreschi aspre saette a Giove: e disser quei ch'in lui fissâr lo sguardo: –Eccoti il domator d'ogni gagliardo.

Questi ha nel pregio de la spada eguali pochi, o nessuno; e giovinetto è ancora. Se fosser tra' nemici altri sei tali, tutta Sorìa già vinta e serva or fôra;

e l'Africa arenosa, e i regni australi, e quei suggetti a la nascente aurora: ne 'l capo al giogo ascosto il Nil terrebbe in sua latebra, onde si occulto ei crebbe.–

Così dicendo, omai vedean là sotto, come la strage ad or ad or s'ingrosse, ché Riccardo e 'l compagno il cerchio han rotto, benché d'uomini denso e d'arme ei fosse:

e poi lo stuol dal capitan condotto vi giunse, ed aspramente anco il percosse: e quivi il gran Riccardo a morte diede Belfengo, del tiranno il quarto erede.

E seco Raboan, Drodec e Ronca, Perildo, Rabael, Furospe e Perno, l'un sopra l'altro abbatte, ancide e tronca, fidi ministri già d'empio governo;

ch'or dove bolle la tartarea conca seguono il duce al tenebroso Inferno: Argante in altro lato, in mezzo al sangue cade; e, mentre egli freme, il destrier langue.

Come talor ne l'arenose piagge camelo, da la salma oppresso e carco, o 'n parti più solinghe e più selvagge grand'elefante è già caduto al varco;

così giacendo, a pena il piè sottragge, dopo molta fatica, al grave incarco: indi tardo e gravoso antica sponda sembra al furor che quasi a tergo inonda.

Clorinda seco ascende a passi lenti, e quello impeto frange e sì il reprime, che de le sbigottite e sparse genti quelle secure andâr che fuggian prime;

segue con spirti il buon Guidone ardenti i fuggitivi e 'l fier Tigrane opprime con l'urto del cavallo e con la spada fa che scemo del capo a terra ei cada.

Né giova ad Algazzarre il forte usbergo, ned a Corban robusto il fino elmetto, ch'in guisa lor ferì la nuca e 'l tergo, che ne passò la piaga al viso, al petto.

E per sua mano ancor del caro albergo l'alma uscì d'Amurate, e di Meemetto: e, sentendone Argante il lampo e 'l fischio, ne gli occhi aveva e ne gli orecchi il rischio.

Onde freme in se stesso, e pur talvolta si ferma e volge, e poi cede pur anco: alfin così improvviso a lui si volta, e di cotal percossa il giunge al fianco,

che dentro il ferro vi s'immerge, e tolta è dal colpo la vita al duce Franco. Cade, e i lumi, ch'a pena aprir si ponno, dura quiete preme e ferreo sonno.

Gli aprì tre volte, e i dolci rai nel cielo cercò del sole, e sopra un braccio alzarsi; e tre volte ricadde, e fosco velo gli occhi adombrò, che stanchi alfin serrârsi;

si dissolvono i membri, e mortal gelo rigidi fatti e di sudor gli ha sparsi. Sovra l'estinto il cavalier feroce non si fermò, ma trascorrea veloce.

Ben che seguir l'alpestra via non cessa, si volge a' Franchi, e dice: –O cavalieri, questa sanguigna spada è quella stessa, ch'il Signor vostro disprezzò pur ieri:

ignudo la vedrà, se mai s'appressa, cinto di squadre e de' suoi duci altieri; e perch'io pur la ripolisca e terga, fia che di nuovo sangue ancor s'asperga.

Ditegli che vederne omai s'aspetti in se stesso e ne' suoi più certa prova; e quando d'assalirne ei non s'affretti, verrò, non aspettato, ov'ei si trova.–

De la superba fuga i fèri detti tutti i cristiani avean commossi a prova, ma con gli altri s'accoglie omai securo sotto la guardia de l'amico muro.

Grando e tempesta di rotonde pietre, folta e sonora incominciò da l'alto; vòtano i difensori archi e faretre, tingendo il fosso di sanguigno smalto;

e forza è pur ch'alquanto omai s'arretre l'italico valor dal fèro assalto, mentre discende la sassosa pioggia da mura e torri in disusata foggia.

Ma i suoi conforta il gran Riccardo, e grida: –Or quale indugio è questo? e che s'aspetta? poi ch'è morto il signor ch'a noi fu guida, ché non corriamo a vendicarlo in fretta?

e non facciam nel barbaro omicida del nostro duce estinto aspra vendetta? Basta una scala omai, senz' altre scale, dove invitto valor ascende e sale.

Non se di ferro doppio, o d'adamante la porta e 'l muro impenetrabil fosse, colà dentro securo il crudo Argante s'asconderia da le contrarie posse.

Cominciam pur l'impresa.– Ei solo avante a tutti gli altri a guerreggiar si mosse; che nulla teme la secura testa o di sassi o di strai nembo o tempesta.

E crollando la fronte, alza la faccia piena di sì terribile ardimento, che sin dentro a le mura i cori agghiaccia ai difensor d'insolito spavento:

mentre egli altri rincora, altri minaccia, non si mostra al salir pensoso o lento; ma tutte le difese atterra e spezza che trova incontra, e vincitor disprezza.

E varca l'ampio fosso e 'l pigro stagno e 'l primo muro minaccioso in vista; e 'l segulr molti, oltra 'l fedel compagno, sin al secondo ov'è chi più resista;

e forse il dì, come Alessandro il Magno, vittoria avea cui largo sangue acquista; ma là giunto è Goffredo onde lei scorse l'invitto re cui Jaddo ornato occorse.

E 'n su la vetta che si volge a l'Orsa luminosa del cielo il passo ha fermo, e dice al buon Raimondo: –Or troppo è scorsa la schiera che non teme intoppo o schermo.

Ivi è colui ch'ogni mio stato inforsa, anzi pur nostro; e so che il vero affermo: e 'ntento a perseguir nemica turba, tutti gli ordini nostri ei sol perturba.

Né gli ha dimostro ancor l'etate e 'l senno, vittoria che non sia folle e sanguigna; e gli altri suoi che più frenarlo or denno seguono il suo valor che non traligna:

però non credo ch'ei fia pronto al cenno di nostra intenzïon pura e benigna; ma s'io di comandare almeno ardisco, ei non porrà tutte le schiere a risco.

Né si darà l'assalto, onde ritorni l'oste con molto danno e poca gloria: e di troppo ardimento alfin si scorni, di cui Riccardo pur si vanta e gloria.

Ma se non oggi, in diece o in venti giorni, con le macchine avrem certa vittoria.– Così dicea, quando mandò Sigero, de' gravi imperii suoi nunzio severo.

Questo sgrida in suo nome il troppo ardire, e immantenente il ritornare impone. –Tornatene, dicea, ch'a le vostre ire non è opportuno il loco e la stagione.

Goffredo il vi comanda.– Ardente dire usò Riccardo e quasi sferza o sprone; ma questo è quasi freno, o qual ritegno de' cavalieri a l'animoso sdegno.

Come d'alzarsi a tempestosa guerra, cinte di nubi le orgogliose fronti, e portar seco il mare, il ciel, la terra, bramano i venti disdegnosi e pronti;

ma se gli affrena in carcer tetro e serra Eolo, ch'al chiuso varco oppone i monti, fremono mormorando, e 'l fèro orgoglio entro risuona al cavernoso scoglio:

così questi tornâr da' lor nemici dentro a' ripari al lor riposo ingrato: né senza estremo onor di sacri uffici fu il nobil corpo di Guidon lasciato.

Sul funebre ferètro i fidi amici portârlo, caro peso ed onorato. Mira intanto il Buglion da l'alte cime il sito e l'arte di città sublime.

Questa prima sedeva in verde falda e 'n erta riva d'un famoso colle; ver quella parte donde il sol riscalda tutta inchinando, o dove più s'attolle.

Poi che non restò pietra integra o salda, per vendetta di lui che morir volle; come pianta, che nembo o ferro svelse, traslata fu sopra le cime eccelse.

E 'l nome onde chiamolla il re vetusto, allor mutò con la sua antica sede, Elia chiamata da Adriano Augusto, che più sublime seggio ancor le diede;

or dentro è 'l loco onde risorse il Giusto che ritolse a Pluton le avare prede; e quello ancora in cui dolor soverchio per noi sofferse è nel suo nuovo cerchio.

Gerusalem sovra duo monti è posta, d'altezza impari, e vòlti fronte a fronte. Va per lo mezzo suo valle interposta, che lei distingue, e l'un da l'altro monte.

Fuor da tre lati è la superba costa; per l'altro vassi e non par che si monte: ma d'altissime mura è più difeso il piano lato, e contra Borea è steso.

La città dentro ha lochi in cui riserba l'acqua che piove, e laghi e fonti vivi; ma fuor la terra, e 'ntorno, è nuda d'erba, e non sorgono in lei fontane, o rivi;

né si vede fiorir lieta e superba d'alberi, ed adombrarsi a' raggi estivi, se non se alquanto in solitario bosco, che sorge non lontano, orrido e fosco.

Ha da quel lato donde il giorno appare, del famoso Giordan le placide onde; da l'altro, ov'egli cade, asperge il mare i curvi lidi, e le arenose sponde:

verso Borea è Betel, ch'alzò l'altare al vitel d'oro, e la Samaria; e donde Austro portar le suol piovoso nembo, Betelèm, ch'il gran parto accolse in grembo.

Poi che d'intorno il cavalier sovrano ha tutto rimirato, a' suoi discende; e perch'estima che la terra invano s'oppugneria dove più l'erta ascende;

contra la porta aquilonar, nel piano che con lei si congiunge, alza le tende: là 've il servo di Dio l'alta corona ebbe, come il suo nome anco risuona.

S'accampâr più vicini i duo Roberti; Tancredi dopo lor gli spazi ingombra, contra l'angolar torre, e i lochi aperti a' rai del sol con ricche tele adombra

sin là 've sono i più scoscesi ed erti, e declinando il giorno accresce l'ombra; ma de la valle a' più sublimi poggi salse Raimondo, ove securo alloggi.

Così d'intorno si circonda e stringe de la cittade il terzo, o poco meno; che tutto incoronar quant'ella cinge non ponno i Franchi l'inegual terreno:

ma le vie tutte ond'altri a lei si spinge, e gli aiuti impedì Goffredo almeno: ed occupar fa gli opportuni passi, per cui da lei si viene ed a lei vassi,

e intorno al campo con mirabil arte far profonda la fossa ed alto il vallo, perché nol turbi d'improvviso marte impeto o fraude pur notturna o fallo.

Di fuor le torri, entro le vie comparte, e di larghezza eguali e d'intervallo: la piazza in mezzo, e 'n mezzo è l'alta reggia, e un largo spazio innanzi a lei vaneggia.

Poi colà trasse ove gli amici ornâro il gran feretro in cui Guidon si giace. Quando Goffredo entrò, le turbe alzâro la voce assai più flebile e loquace:

ma con volto né torbido, né chiaro, frena gli affetti il pio Goffredo, e tace; e poi che in lui pensando alquanto fisse tenne le luci, sospirando disse:

–Già non si deve a te doglia né pianto, ché se muori nel mondo, in ciel rinasci; e qui dove ti spogli il fragil manto di gloria impresse alte vestigia or lasci.

Vivesti qual guerrier cristiano e santo, e come tal sei morto: or cibi e pasci d'eterno ben te stessa, o felice alma, ed hai di bene oprar corona e palma.

Vivi beata pur, ché nostra sorte, non tua sventura, a lagrimar ne invita poscia ch'al tuo partir sì degna e forte parte di noi fa co 'l tuo piè partita;

ma se questa ch'il volgo appella morte, privati ha noi de la terrena aita, celeste aiuto ora impetrar ne puoi, ch 'l ciel t'accoglie infra gli eletti suoi.

E come a nostro pro veduto abbiamo portare uom già mortal l'armi mortali, così vedremti, o pure io spero e bramo, spirto divin, l'arme del ciel fatali.

Impara i preghi omai ch'a te porgiamo d'accôrre, e dar soccorso a' nostri mali: tu la vittoria annunzia; a te devoti solverem, trionfando, al tempio i voti.–

Così disse Goffredo, ed egli stesso seguir la nera pompa armato volle. A Guidon d'odorifero cipresso han fatto un gran sepolcro a piè d'un colle,

non lunge a gli steccati; e sovra ad esso un'altissima palma i rami estolle: quivi fu posto al suon di sacro carme, e sovra e 'ntorno alzate insegne ed arme.

Quinci e quindi fra' rami eran sospese spoglie di foggia e di color diverso, già da lui tolte in più felici imprese al guerrier di Bitinia, al Siro, al Perso:

la sua propria lorica e l'altro arnese il gran tronco vestì, di sangue asperso. “Quivi (fu scritto poi) giace Guidone onorate l'altissimo campione”.

Già l'alta notte, oltra l'usato oscura, tutti aveva del sole i raggi spenti, e con l'oblio d'ogni noiosa cura facea tregua a le lacrime, ai lamenti;

ma 'l duce, ch'espugnar l'eccelse mura pensa, co' raggi de la stella algenti i fabbri invia, mentre anco il cielo è fosco, per far macchine e travi, al folto bosco.

L'un l'altro esorta che le piante atterri, con non usati a l'alta selva oltraggi: caggion recisi da gli acuti ferri le sacre piante e i frassini selvaggi.

I funebri cipressi, i pini e i cerri, l'elci frondose, e gli alti abeti e i faggi. Gli olmi con gli oppi, a cui talor s'appoggia la vite, e con piè torto alta sen poggia.

Altri i tassi, e le querce altri percote, che mille volte rinovâr la chioma; e mille volte ad ogni incontro immote l'ira de' venti han rintuzzata e doma:

ed altri impone a le stridenti rote d'orni e di cedri l'odorata soma. Lasciano al suon de l'arme, al vario grido, e le fere e gli augei la tana e 'l nido.

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