Io canto l'arme e 'l cavalier sovrano, che tolse il giogo a la città di Cristo. Molto co 'l senno e con l'invitta mano egli adoprò nel glorïoso acquisto;
e di morti ingombrò le valli e 'l piano, e correr fece il mar di sangue misto. Molto nel duro assedio ancor sofferse, per cui prima la terra e 'l ciel s'aperse.
Quinci infiammâr del tenebroso inferno gli angeli ribellanti, amori e sdegni; e, spargendo ne' suoi veneno interno, contra gli armâr de l'Oriente i regni:
e quindi il messaggier del Padre eterno sgombrò le fiamme e l'arme e gli odi indegni, tanto di grazia diè nel dubbio assalto a la croce il Figliuol spiegata in alto.
Voi che volgete il ciel, superne menti, e tu che duce sei del santo coro, e fra giri là su veloci e lenti, porti la face luminosa e d'oro;
il pensier m'inspirate e i chiari accenti, perch'io sia degno del toscano alloro: e d'angelico suon canora tromba faccia quella tacer ch'oggi rimbomba.
Cintio, che di virtù gli antichi esempi rinovi, e co 'l tuo lume Italia illustri, l'alte memorie de' passati tempi difendi omai dal variar de' lustri;
e mentre il gran Clemente i sacri tempi, di sole in guisa, avvien che purghe e lustri, egli, del re del ciel vicario in terra, il cielo, e tu Elicona a me disserra.
Egli del suo voler, ch'è santo e giusto, fa dritta norma al mondo e viva legge. E i gran duci d'Europa, e 'l grande augusto, e 'l gran re che più regni affrena e regge,
e gli altri ancora, e l'Etiope adusto, e qual più lunge il vero culto elegge, e stelle e segni occulti in ciel discopre, onoran tutti a prova il nome e l'opre.
Tu l'altrui lingue più famose, e l'arti più belle, e i sacri studi in pregio torni; e pria che d'ostro il crin, l'interne parti di virtù vera e vera luce adorni:
e tu l'alte sue grazie a me comparti, perché l'invidia se ne roda, e scorni: ché dal giudicio suo benigno io pendo, e vita a me, non pur a' versi attendo.
Ma quando fia che la tua nobil chioma porpora sacra in Vatican circondi, quanto sarà più bella Italia e Roma! E più c¢lti gl'ingegni e più fecondi!
E 'n lui men grave l'onorata soma de le gran chiavi e de' pensier profondi! Ambo intanto gradite i novi carmi, e de' pietosi eroi l'imprese e l'armi.
Già 'l sesto anno volgea ch'a l'alta impresa passâro i nostri duci il mare e 'l monte, ed a' trofei di Cristo ogni difesa l'Asia e 'l Tauro inchinò superba fronte;
e, scosso il giogo che l'affligge e pesa, se 'n gìa libero Cidno, Eufrate, Oronte: pur la stagion che 'l fango e 'l gelo sgombra attende l'oste; e già Cesarea ingombra.
E 'l tempo omai ch'a le feroci squadre ogn'indugio togliea lunge non era, quando al gran seggio ascese il sommo Padre, ch'in quella parte più del ciel sincera
quanto è da forme risplendenti a l'adre, tant'è più su de la stellante spera; però che quasi terra è il ciel del cielo, al Signor che si fa lucente velo.
Stanno a quell'alta sede intorno intorno spirti divini, al suo splendore accensi, e ciascun d'essi è di sei ale adorno: e sì come i vapori umidi e densi,
o le nubi dipinte, il sole e 'l giorno copron soavemente a' nostri sensi velano due la faccia a quel vetusto, due i piè, due van girando il seggio augusto.
Egli d'alto mirò giacer la terra, e di vele e di legni il mar ripieno, quasi incendio nutrir d'ardente guerra; e con gli occhi il cercò di seno in seno;
poi li girò dove nasconde e serra alti pensieri il pio Goffredo in seno e scorse fede in lui fondata e salda, e santo amor che si l'informa e scalda.
Ma vede nel fratel cupido ingegno, che a scettri ed a corone intento aspira. Vede Tancredi aver la vita a sdegno, tanto l'ingiuria altrui l'ange e martira.
E fondar Boemondo al novo regno in Antiochia alti princìpi ei mira, e leggi imporre, ed introdur costume, e l'arti e 'l culto di verace nume.
E così fisse al cor gli alti pensieri, che nulla par che più lo prema e stringa. Scorge in Riccardo poi spirti guerrieri, onde primo a l'imprese omai s'accinga;
né brama il move di sperati imperi, ma di gloria immortal quasi lusinga: scorge che da la bocca intento ei pende di Raimondo e 'l costume antico apprende.
Ma poich'ebbe di questi e d'altri cori scorto gl'interni sensi il re del mondo, chiama a sé da gli angelici splendori Gabriel, che ne' primi era secondo.
E' tra Dio questi e l'anime migliori, interprete fedel, messo giocondo, che i decreti del ciel in terra porta, e i preghi e i voti nostri al ciel riporta.
Disse al messaggio Dio: –Goffredo or trova, e digli in nome mio: Perché si cessa? Perché la guerra omai non si rinova, per liberar Gerusalemme oppressa?
Chiami i duci a consiglio e i tardi mova, gli sparsi accoglia: il tempo e l'ora appressa che s'inchini il possente e ceda il veglio: e 'l gran duce ab eterno in cielo io sceglio.–
Così parlava. E Gabriel s'accinse veloce al suo lontano, alto vïaggio: e la sua forma d'aria intorno ei cinse, perch'a vista mortal non faccia oltraggio.
Membra ed aspetto uman compose e finse, ma pur vi risplendea celeste raggio; tra giovine e fanciullo età confine prese, e di rai fece il diadema al crine.
Ale bianche vestì, c'han d'òr le cime, infaticabilmente agili e preste: fende i venti e le nubi, e va sublime sovra la terra e sovra 'l mar con queste.
Così vestito, indirizzossi a l'ime parti del mondo il messaggier celeste; e di Libano già la fronte e 'l tergo scorgea, di varie sètte antico albergo.
Di Libano che sorge altero e grande, e corona ha di cedri alta e superba, e rugiade dal ciel, dolci vivande de' padri ebrei, nel sommo accoglie e serba;
e dal sen vari fiumi in mare spande, che mormorando van tra' fiori e l'erba. Qui prima l'ale il messaggier ritenne, e si librò su l'adeguate penne.
Verso Cesarea poi le volse, e quindi drizzò precipitando il volo in giuso. Già lucente sorgeva il sol da gl'Indi, che parte è fuor, ma più nel Gange è chiuso.
Tu gli altri tuoi pensier dal petto scindi vòlto, Goffredo, a Dio per antico uso, quando a paro col sol, ma più lucente, l'angelo t'apparì da l'orïente.
–Duce invitto di Cristo, i voti adempi ne la stagion ch'a guerreggiar v'aspetta: accogli i duci tu ne' sacri tempi; tu al fin de l'opra i neghittosi affretta:
tu muovi i suoi fedeli incontra gli empi, per liberar Gerusalem soggetta, ché Dio per sommo duce in ciel t'elegge, e da te scorta avranno in terra e legge.
Dio messaggier mi manda, e t'assicura di gran vittoria e certa: è certa spene de l'eterne promesse. Oh quanta cura de le commesse genti or ti conviene!–
Tacque; e volò, quasi per nube oscura, a le parti più eccelse e più serene; ma ne l'alma rifulse, e 'n man lo scettro lucente gli lasciò d'oro e d'elettro.
Ei pien d'interna luce in sé discorre, chi venne, chi mandò, che gli fu detto; e se bramò primiero il fine imporre a l'aspra guerra, or l'arde intenso affetto.
Non che 'l vedersi a gli altri in ciel preporre di leve aura d'onor gli gonfi il petto; ma 'l suo voler più nel voler s'infiamma del suo Signor, come favilla in fiamma.
Vennero i duci, e gli altri ancor seguîro i duci, c'han vermiglie ed auree spoglie: parte fuor s'attendò, parte nel giro e fra gli alberghi suoi Cesarea accoglie:
ma nel tempio maggior gli eroi s'unîro nel festo giorno, ov'è chi lega e scioglie. Qui 'l pio Goffredo che tutt'altri avanza, comincia, in volto augusto ed in sembianza:
–Guerrier' di Cristo, a ristorare i danni de la sua fede il re del ciel vi elesse, e securi fra l'arme, e fra gl'inganni de la terra e del mar vi scorse e resse:
sì ch'abbiam molte in breve spazio d'anni ribellanti provincie a lui sommesse; e fra le genti soggiogate e dome, stese le insegne vincitrici, e 'l nome.
Già non lasciammo i dolci pegni e 'l nido natio, fame cercando indegne e false, né la vita esponemmo al vento infido, ed a' perigli pur de l'onde salse,
per acquistar barbara terra e grido che cessi alfine; o d'altro onor ci calse che d'immortale e di celeste palma, però ch'ogni altro pregio è grave salma.
Ma fu il nostro pensier d'opra più santa, scuoter d'Elia pensando il giogo duro, e 'n mal guardato nido, ove cotanta perfidia alberga, entro l'antico muro
ripor la vera Fé che non s'ammanta d'inganni, e darle albergo in lui securo, acciò che possa il peregrin devoto adorar la gran tomba, e sciôrre il voto.
Così giurai: meco giurar poi volse ogni altro duce a' piè del grande Urbano, ch'in Chiaramonte il suo concilio accolse, e la Croce a noi diè la sacra mano;
poscia spiegolla in mille insegne e sciolse l'Inglese a prova, il Franco, e 'l pio Germano. Conforta al voto or voi (se ven rimembra) Dio co' propri messaggi e chi 'l rassembra.
Dunque il fatto sin ora al rischio è molto; poco a l'onor, nulla al disegno, parmi, se fia l'impeto nostro altrove or vòlto, o qui si sparga l'oste e si disarmi.
Che gioverà l'aver d'Europa accolto sì grande sforzo, e tanti eroi, tante armi, se far può quella, che ogni altezza inchina, non fabbriche di regni, ma ruina?
Non edifica quel ch'a gli alti imperi fa mondan fondamento, e quasi in sabbia, sperando in suoi cavalli, e 'n suoi guerrieri, fra' regni d'Asia e l'africana rabbia:
ove nel Greco non convien che speri, che già ci tenne quasi augelli in gabbia, ma ben move ruine, onde a se stesso faccia un sepolcro e vi rimanga oppresso.
Turchi, Persi, Antiochia; illustre suono, magnifiche parole, orribil'cose; tacciamo, anzi pur Dio si lodi e 'l dono di sue vittorie; ei vinse, e pria n'ascose.
E se da noi perverse e torte or sono contra quel fin che 'l donator dispose; temo ce 'n privi, e fola ad empie genti quel sì chiaro rimbombo alfin diventi.
Ah! non sia chi gran doni, al ciel graditi, in uso cosi reo perda e diffonda. A quei, ch'abbiamo alti princìpi orditi, di tutta l'opra il fine e 'l fil risponda.
Or che sì aperti i passi e sì spediti, or che sì la fortuna abbiam seconda, ché non corriamo a quella eccelsa mèta de le vittorie? e chi 'l ritarda, o 'l vieta?
Volano i detti miei: scrivete or questi, dopo l'anno secondo, e dopo il quarto: e quel ch'odono in cielo anco i celesti, mortali, udite in terra; a voi 'l comparto,
perch'al passar del mondo in Dio si resti. De la vittoria è già maturo il parto. Solo è signor chi signoreggia al Tempo; e non ben vince chi non vince a tempo.–
Disse: e i detti seguì breve bisbiglio. Ma sorse poscia il solitario Pietro, che fra' duci sedea d'alto consiglio, e pria gli mosse e non rimase addietro.
–Ciò ch'esorta Goffredo, ed io consiglio; ch'al suo parer, come a diamante il vetro, cedon gli altri men saldi; il vero a lungo ei v'ha dimostro, e questo anch'io v'aggiungo.
Se ben le ingiurie e le contese accoglio, quasi a prova da voi fatte e patite, i ritrosi consigli, e 'l vostro orgoglio, e l'opere sì tarde, e sì impedite,
sempre ad un fonte sol recare io soglio la cagion d'ogni indugio e d'ogni lite; a quella podestà, che in molti e vari d'opinion, quasi librata, è pari.
Regno o imperio partito, e quasi sparso fra molti, non è buon, non è costante; non è pronto a l'imprese, al premio è scarso: lodato è quel ch'un solo ha posto avante.
Scegliete un duce voi dal cielo apparso, che freni e regga ogni guerriero errante, e dia ordine al campo, e legge e forma, con quel benigno lume, ond'ei s'informa.–
Qui tacque il veglio. Or quai pensier, quai petti son chiusi a te, diva aura, e santo ardore? Inspiri tu d'uom rozzo i saggi detti nel tuo dì sacro in orgoglioso core.
Sgombri l'ire e gli sdegni, e gli altri affetti di sovrastar, di non dovuto onore; onde Guelfo, i Roberti, e i più sublimi, chiamâr Goffredo per lor duce i primi.
L'approvâr gli altri. Esser sue parti or denno sceglier il meglio e comandar a' forti. Freni l'ardir, sia legge il proprio senno, e quando vuole e cui la guerra ei porti.
Gli altri, che tante imprese a prova fenno, seguaci sian di lui, non pur consorti. Di ciò la fama già si sparge, ed esce di lingua in lingua, e si divolga e cresce.
Poscia adorano i duci al sacro altare, tutti seguendo lui, ch'è sol primiero; quinci a le schiere in maestate appare degno per merto di sovrano impero,
e riceve i saluti in liete e care voci e con volto placido e severo; e impon che 'l dì seguente in largo campo tutto si mostri a lui schierato il campo.
Quando ne l'orïente il sol ritorna sereno, anzi lucente oltra l'usato, uscì co' primi raggi onde s'aggiorna sotto le insegne ogni guerriero armato:
e si mostrò con armatura adorna al pio signor, girando il largo prato. S'era egli fermo, e si vedea davanti passar a stuolo i cavalieri e i fanti.
Di lontano il suo scudo allor rifulse, ch'avea sette gran lumi in lucid'auro; lo scudo che de l'arme aspre ripulse già feo contra lo Scita e contra il Mauro;
ma l'altra man, che da le tempie avulse corona trionfal di verde lauro, lo scettro sostenea dal cielo offerto; ei d'ostro e d'òr l'usbergo avea coperto.
Prima i Franchi apparir con pompa negra, per la morte d'Ugone, al re fratello. Nacque la gente, per natura allegra, fra quattro fiumi in gran paese e bello;
e seguir lui contra i giganti in Flegra dato s'avrebbe vanto il gran drappello. Giovanni gli scorgea, che vide in Francia re Carlo il Magno, e portò scudo e lancia.
E 'l sacro Augusto al ciel sereno, al fosco, sempre seguì, senza mutar mai voglia, e non divenne poscia orbo né losco, né vecchiezza gli fu tormento o doglia;
ma qual di fronda si rinova il bosco, rivestendosi pur la verde spoglia, di genti rinovar quel regno ha scorto, la quarta età vivendo, il vecchio accorto.
Seimila ha nel suo stuol d'arme gravoso, e tremila Normandi in quel che segue guida Roberto poi, guerrier famoso, ben ch'a l'altro Roberto ei non s'adegue;
e d'indugio nemico e di riposo, col nemico non vuol paci né tregue. Primo al ferir, ma nel ritrarsi estremo, par dica: –In picciol corpo io nulla temo.–
Ingombra Guelfo il campo a lor vicino, uom, ch'a l'alta fortuna agguaglia il merto. Conta costui, per genitor latino, de gli avi Estensi un lungo ordine e certo,
ma come si traslata abete, o pino, ne l'alta stirpe è de' Guelfoni inserto, per lo materno suo lato sinistro, e signoreggia presso al Reno e l'Istro.
Ma, non ben pago di cotanta altezza, passò a l'acquisto glorioso e grande. Quindi gente ei traea che morte sprezza, e non teme incontrarla, ov'ei comande:
di bere a prova in caldi alberghi avvezza, e di vin lieta in ozio e di vivande: fûr settemila, a cui fu grave e reo l'aer di Cipri, e tempestoso Egeo.
Baldovin poscia in mostra addur si vede lo stuol de' suoi Piccardi e 'l loteringo, poi che tal cura il pio fratel gli cede: ei con due squadre or va quasi solingo.
Ma certo in lui del successor s'avvede, l'altro maggior, ch'io non adombro e fingo, né i gran monti passò più nobil coppia, e quel numero stesso ei quasi addoppia.
Ida produsse lor di vario seme, ma del primo fu padre Eustachio il veglio, che fra' Piccardi, in riva al mar che freme, reggea Bologna, e sempre elesse il meglio.
Diede il gran nome e 'l ricco stato insieme il zio, che fu d'onor lucente speglio, al pio Goffredo; ei d'una e d'altra parte, in sé raccolse le virtù cosparte.
D'òr cinge il collo, e d'òr gli abiti verga, chi tra Franchi, e Germani, e 'l mar si giace, e 'n su la Mosa, o lungo il Reno alberga, ne la più verde terra e più ferace:
e chi riparo fa che no 'l sommerga, de l'alta sponda a l'Oceàn vorace, a l'Oceàn, che non sol merce e legni, ma le cittadi assorbe integre e i regni.
Ben tremila di questi accolti or vanno sotto 'l maggior Roberto insieme a stuolo. Di cinquemila è lo squadron britanno: Guglielmo il regge, al re minor figliuolo.
Sono gl'Inglesi sagittari, ed hanno gente con lor ch'è più soggetta al polo; questi da l'alte selve irsuti manda la divisa dal mondo estrema Irlanda.
Poscia il più vecchio Ugone i suoi dispiega, che son ben mille, e pur di Francia uscîro: e con Irpin d'Avarco in fida lega altrettanti guerrieri ancor s'unîro.
Raimondo, cui l'età già incurva e piega, guida quei di Tolosa in lungo giro; tenace è di proposto, e quasi veglio, ch'ingiuria non oblia, ma vede il meglio.
Alcun non v'ha, che di lui meglio ordisca di guerra i vari inganni, e quasi i nodi, ché tutti de la nuova, e de la prisca milizia ei seppe i magisteri e i modi.
E benché molto a l'aria bruna ardisca, di forte petto ebbe le chiare lodi, non che di forte mano, anzi di larga, ch'i tesori per Cristo aduni e sparga.
Mille son quei di Poggio, e quei d'Orange, che 'l buon Ramboldo guida, e 'l buon Clotaro, i quali incontra al sol ch'uscìa di Gange, le sacre insegne insieme al ciel spiegâro.
Né Procoldo avverrà che 'l desio cange d'andar co' primi e più famosi a paro, co' settecento suoi che scelti a prova fûro in Prochese; e non fu gente nova.
Fiorel poscia i Bertoni in guerra adduce, Fiorel figlio d'Alvida e d'Eberardo, Fiorel più bel d'ogni guerriero o duce; ma di bellezza cede al bel Riccardo,
di forza a tutti, e d'oro in lui riluce l'argento sì, che lunge abbaglia il guardo: da l'elmo sparge fuor piume di cigno, co' raggi d'auro e di splendor ferrigno.
Vedi poi dispiegare il gran vessillo, con orso coronato e sacre chiavi Raimondo, detto ancor Furio e Camillo; e guidar genti d'arme adorne e gravi,
lieto ch'a tanta impresa il ciel sortillo, ov'egli accresca il prisco onor de gli avi: gli accolse, ove regnò Giano e Saturno, e dopo lor Latino, Evandro e Turno.
Ma da Napoli poi, che l'arme e l'arti più belle aggiunge insieme, il forte Ettorre poté seimila e più, non d'altre parti, sotto il leone azzurro, insieme accôrre;
né lor potriansi i Persi antichi o i Parti, o pur Greci e Molossi in guerra opporre. Ei nulla, in ordinar cavalli e squadre, cedea de la milizia al vecchio padre.
Ma co 'l nero leone i cinque gigli spiega Aristolfo, il coraggioso, in alto, di cui spesso avea tinti i grandi artigli, spargendo i campi di sanguigno smalto;
né senza lui ne' gravi aspri perigli fe' il gran Roberto sanguinoso assalto. Ora ei n'è scevro e di guidar costretto Sanniti e Irpini, a cui fu duce eletto.
Venia poscia Tancredi, in cui dimostro ha quanto può natura, il ciel, le stelle, né più forte di lui nel campo nostro passò (tranne Riccardo) il varco d'Elle.
D'oro anch'ei splende, e l'oro aggiunge a l'ostro, sparso pur d'aurei strali e di facelle; e porta ne lo scudo accesa pietra che non s'estingue, ardendo, e non si spetra.
Questi nel dì ch'altero e glorïoso fu 'l zio d'alta vittoria e 'l duce Franco, poi che, sparso di sangue e polveroso, i vinti Persi di seguir fu stanco,
cercò di refrigerio e di riposo a l'arse labbra, al travagliato fianco; e trasse ove lusinga al rezzo estivo, cinto di verdi seggi, un fonte vivo.
Quivi a lui d'improvviso alta donzella, tutta, fuor che la fronte, armata apparse. Era pagana, e là venuta anch'ella o per trarsi la sete, o per lavarse.
Ei rimirolla, ed ammirò la bella sembianza, e n'invaghi repente e n'arse. O meraviglia! Amor, ch'appena è nato, vola già grande, e già trionfa armato.
E ben nel volto suo la gente accorta legger potria: –Questi arde, e fuor di spene–; così vien sospiroso, e gli occhi porta quasi inchinati a misurar l'arene.
I cavalieri a cui fu duce e scorta le felici lasciâr campagne amene, che 'l Liri e 'l Sarno irriga, i colli e i boschi, i fonti e gli antri, e i seggi ombrosi e foschi.
E l'antiche città Sessa e Teano, e Calvi, a cui sorgea vicina Arunca, e Capua, ch'ebbe il fondator Troiano, e l'orribil di Cuma ampia spelunca,
ed Avella e Linterno e 'l verde piano che 'l Glanio inonda e la palude ingiunca, e Gaeta e Misen, ch'in alto appare, e 'l lido onde si fa gran tazza il mare;
e i queti porti ove sovente arriva l'ibero navigante e il greco e 'l mauro, e con le selve di matura oliva, rimira in verdi rami i pomi d'auro,
e come spieghi ne l'ombrosa riva natura ogni sua pompa, ogni tesauro; né portan gente altri destrier su 'l dorso, che lor meglio rivolga e sproni al corso.
Somma, d'uve feconda, allor deserta, ed Ischia, e Capri che Tiberio ascose, parve restarsi, e l'umil Cava e l'erta costa d'Amalfi, e le sue rupi ombrose.
Quivi insieme venìa la gente esperta dal suol ch'abonda di vermiglie rose; là 've (come si narra) e rami e fronde Silaro impètra con mirabil'onde.
Ed altri abbandonò Melfi e Nocera, e 'l culto pian dove si sparge e miete, di Troia, di Siponto, e di Matera, e di Foggia ch'accende estiva sete,
e di quell'altro mar l'altra riviera, che raccoglie da Borea ii curvo abete; e Bari ove a' suoi regi albergo scelse fortuna, e diè corone e 'nsegne eccelse.
Di Taranto e di Locri ardita gente, d'Otranto e di Croton nulla distorna, o di Tropea, là 've del mar torrente rapido si rivolge indietro e torna,
o del paese, in cui lo re possente drizzò de l'arme alta colonna adorna, o pur di Reggio, onde a l'età vetusta l'isola svelta al mar fe' strada angusta.
Seguian poi di Rollon l'altera insegna altri guerrier, non men famosi e pronti de la Sicilia, a servitute indegna ritolta già, che tre superbe fronti,
dove la stirpe sua trionfa e regna, erge su 'l mar de' tre famosi monti: co' due la Grecia e l'Africa bugiarda e co 'l terzo l'Italia ella riguarda.
E da tre valli ancora, in cui distinse il novo abitator la fertil terra, venian guerrier' ch'alto desio sospinse d'eterna gloria a perigliosa guerra.
Lasciâr questi Semeto, il qual si tinse e 'l nativo color perdé sotterra, e de' Palici il fonte, in cui si giacque il falso al fondo, e 'l ver notò su l'acque.
Non lunge Leontino, e 'l nuovo porto de l'antica Megara, e Siracusa, dove di novo appare Alfeo risorto, come favoleggiò la greca musa:
e più vicina alquanto al lucid'òrto l'alta piaggia di Sicli e di Ragusa; Eraclèa, Noto, ed Enna, e 'l campo aprico ove a Cerere sorse il tempio antico.
E con esse inalzâr l'insegne al vento da le ruine de l'antica Gela, da le piagge di Naia e d'Agrigento, grande schiera, e spiegâr l'ardita vela.
E Trapani, ove fu di vita spento l'antichissimo Anchise, i suoi non cela, ned Imera, o Palermo, invitta reggia de' Normandi, ch'a' primi i suoi pareggia.
Dorati elmi portâr, dorato usbergo, e colori su l'arme azzurri e bianchi. Né quei di Cefalù restâro a tergo, né fûr quei di Messina in guerra stanchi,
o di Catanea, ove ha il sapere albergo, o di Sperlingo, al fin pietoso a' Franchi, o quei che presso avean Cariddi e Scilla, od Etna che pur anco arde e sfavilla.
Dietro apparian ben mille in Grecia nati, che son quasi di ferro in tutto scarchi: pendon ritorte spade a l'un de' lati, suonano al tergo lor faretre ed archi:
asciutti hanno i cavalli, al corso usati, a la fatica invitti, al cibo parchi; ne l'assalir son pronti e nel ritrarsi, e combatton fuggendo erranti e sparsi.
Tatin regge la schiera; e sol fu questi che, greco, accompagnò l'arme latine. O gran colpa! o vergogna! O Grecia, avesti quelle guerre ne l'Asia a te vicine:
e pur, quasi in teatro, allor sedesti, lenta aspettando de' grandi atti il fine: or se tu sei vil serva e soffri oltraggio, non è senza giustizia il tuo servaggio.
Ecco la schiera omai d'ordine estrema, ma d'onor prima, e di valore e d'arte; tutta di scelti eroi, flagello e tema de l'Asia vinta, e folgori di Marte.
Taccia colei che accresce il vero o scema, gli erranti che di sogni empion le carte: taccia quei che Giasone al vello d'oro condusse allor ch'ei vinse il drago e 'l toro.
Questi, perch'il giudicio incerto e scuro era nel giudicar di tanti illustri, d'ubbidire a Guidon contenti or fûro, ch'avea già vissi quattro e nove lustri.
Ei di canuta gloria e di maturo onor tutto il suo spazio avvien ch'illustri; e di belle ferite i segni impressi sono del suo valor vestigi espressi.
Eustachio è poi fra' primi: e gli altri pregi illustre il fanno, e più 'l fratel Buglione. Gernando v'è, nato de' Goti regi, che scettri vanta e titoli e corone.
Conano, Ivon, Ferrante infra gli egregi la vecchia fama, ed Olivier ripone: e celebrati son fra' più gagliardi un Tommaso, un Gentonio, e duo Gherardi.
E' fra' lodati Drogo, e v'è Rosmondo e Conone, e Lamberto, il primo erede; né fia che 'l buon Pagano aggravi al fondo chi fa de le memorie avare prede,
né tre fratei lombardi al chiaro mondo involi, Achille, e Sforza, e Palamede, o 'l grande Otton, ch'acquistò poi lo scudo in cui de l'angue esce il fanciullo ignudo.
Né Guasto né Rodolfo a dietro io lasso, né l'uno e l'altro Guido, ambo famosi: non Eberardo e non Milon trapasso sotto ingrato silenzio al volgo ascosi.
Ma dove me, di numerar già lasso, Avalo, trài, solcati i mari ondosi, a l'estremo Occidente incontra l'alba, con Garzia, che lasciò Toleto ed Alba?
Or di spoglie africane entrambi adorni, cercano in Asia pur gloria novella, pria ch'al re di Leone alcun ritorni, e de l'ostile onor l'alta novella
riporti: intanto avvien che lui distorni con novi assalti l'Africa rubella. Però due soli manda in sì gran turba Spagna, cui propria guerra ancor perturba.
Ma come pino o palma in aspro monte fra le piante minor dispiega l'ombra, sovra gli altri Riccardo alzò la fronte, e l'elmo d'òr che d'alte piume adombra:
l'età precorse, e l'opre sue fûr conte, tal che l'Asia il fanciul d'orrore ingombra: se 'l vedi fulminar ne l'arme avvolto, Marte lo stimi; Amor, se scopre il volto.
Ei di Guglielmo e di Lucia primiero nacque a' Guiscardi (allor d'alta fortuna) dove il Tirren vagheggia un colle altero, e 'l lido intorno a lui fa doppia luna;
e l'antica città degna d'impero, nel sen gli diede bella e nobil cuna, sovra gli scogli ove quel mar si frange, che la Sirena ancor sepolta piange.
Ma nel Gargano monte, e 'n alte selve nodrito ei fu ne la discordia interna de' suoi Normandi, e le feroci belve spesso atterrò quando più gela o verna,
cingendo intorno, ove animal rinselve, di reti e d'arme l'orrida caverna, sin che invaghì la giovinetta mente la tromba che s'udia da l'Orïente.
Allor fuggì co 'l suo maggior compagno la madre istessa, e corse ignoto calle; che no 'l ritenne o fiume, o lago, o stagno, o monte ruinoso, od ima valle;
no 'l mar d'Adria, o l'Egeo ch'ampio guadagno par che prometta, e poi si turba, e falle: non diluvi di genti, e quasi abissi, finch'in Ponto co' suoi nel campo unissi.
Ruberto fu il compagno (e 'nsieme ei crebbe) del buon marchese d'Ansa ultimo figlio: né, per venirne seco, unqua gl'increbbe o disagio, o fatica aspra, o periglio.
Di Venosa Rinaldo a seguir gli ebbe, cavalier di gran forza e di consiglio Dudon da Consa e da Pozzuolo Evardo con Ramusio fratel del gran Riccardo.
Di Nola Unfredo e di Salerno Enrico, Curzio e Crustan di Conca e di Gaeta: e di Sorrento, a' dolci studi amico, Tranquillo, il qual cangiò pensieri e mèta,
e lasciando la cetra e 'l plettro antico, onde l'ire e 'l furor de l'alme acqueta, prese elmo e lancia: e pur con l'alto carme talora ei canta i duci invitti e l'arme.
Passati i cavalieri, in mostra viene la gente a piè, con Engerlano avanti, che fra Garonna scelse, e fra Pirene e l'ondoso Oceàn, gli adorni fanti.
Di sei mila è lo stuol ch'arme sostiene, né di più esperta guida altri si vanti, ché ne l'arti di pace e di battaglia, il valoroso figlio il padre agguaglia.
Ma diecemila poi seguian d'Ambuosa e di Torsi e di Blesse il nobil duce: non è gente robusta e faticosa, se ben di ferro armata ella riluce.
La terra molle, lieta e dilettosa, simili a lei gli abitator produce; ma carità del pio signor gli sprona, che feo del proprio nome a sé corona.
Ermano il terzo vien, qual presso a Tebe già Capaneo, con minaccioso volto, che d'Elvezi e di Reti ardita plebe, di Suevi, e d'Alsazia avea raccolto;
che 'l ferro uso a far solchi, a franger glebe in nuove forme e 'n più degne opre ha volto, e con la man, che guardò rozzi armenti, par che i regi sfidar nulla paventi.
E quei che d'aurea vena e di ferrigna trasser cavando già metalli ascosti, e fecer poscia l'Ungheria sanguigna, al furor empio de' nemici esposti:
e i Franconi che sorte ebber maligna, con Emicon lor duce incontra opposti: e l'istessa cagione anco sospinge quegli il cui regno Ercinia intorno cinge.
E i Bavari, e color che 'l nome illustre preser da l'Orïente al sol conversi, e dove fa Lintace il suol palustre i cavalli lasciâr nel fango immersi:
e superate poi montagne e lustre, vinser ne l'Asia alfin gli Assiri e i Persi; con lor Moravi e Slesi, e quei che lava Vistola, Albi, Danubio, Odera e Drava.
E quei che già Vinrico avea condutto, Sassoni, Ubi, Toringi e Cimbri insieme, e Batavi ch'assorda il salso flutto de l'ondoso Oceàn ch'irato freme:
già fûr quante l'arene, or doglia e lutto han de' lor duci afflitte genti e sceme, campate appena da l'orribil caso, e giunte a l'Orto dal lontano Occaso.
Ma i settemila che lasciâr Bologna, e l'ampie logge e le sue scole e i tempi, e le città vicine, in cui rampogna l'età de' nostri antichi i novi tempi,
Ponzio guidò che solo onore agogna, e d'onor segue i più lodati esempi: né poscia Amico è di condur men pronto quei ch'adunò fra 'l Rubicone e 'l Tronto.
E quei che il novo sol prima riscalda fra l'Appennino e 'l mar son quivi apparsi, e quei che 'l giogo, e la sua ombrosa falda vèr l'occaso abitâro, a trar non scarsi
ned a versare il sangue; e invitta e salda schiera facean Umbri, Sabini, e Marsi. Né gli Ernici addivien che indietro ei lasce, i quai petrosa terra alberga e pasce.
Toschi e Latini appresso armati d'asta pungente e lunga, e di corazza e d'elmo, incontra 'l cui valor forza non basta, seguian la scorta del romano Anselmo:
e quelli a cui montagna alta sovrasta o 'l Sangro inonda, guida il buon Cantelmo, altri lasciâr, cui sol di gloria calse, Lancian, Pescara, Ortona e l'onde salse.
Così mostrossi a schiere il campo adorno, e fu tanto splendor d'arme e di lampi, ch'al sol vibrâro incontra 'l nuovo giorno, quanto è d'incendio ch'in gran monte avvampi.
Tanto romor non fêr, volando intorno, mille stormi d'augei ne' verdi campi, dove ora questo, or quel ne l'acque immerga l'ale stridendo, or le dispieghi ed erga.
Tanto numero già di fiori e fronde, Ato non ebbe, Pelio, Olimpo ed Ossa. Trema la terra e mugge e si nasconde sotto la turba che girando è mossa:
e di vari metalli al suon risponde orribilmente, e da cavalli è scossa: e scosso è il ferro, e dal nitrir discorda di ben mille un rimbombo e 'l cielo assorda.
Per memoria de' vivi e de gli estinti, pianse Goffredo, e vòlti gli occhi al cielo: –Signor (dicea), tu ch'i nemici hai vinti, e salvi noi col tuo pietoso zelo,
salvane ancor, che siamo intorno or cinti in terra ostile, e sgombra il nostro gelo; ché per sé uman valore è infermo e langue, né basta, senza il tuo, lo sparso sangue.–
Poscia gli altri conforta a quel vïaggio e, se fia d'uopo, a la battaglia ancora; e con parlare ardito insieme e saggio, lor promette vittoria, e gli avvalora.
Tutti d'andar son pronti al novo raggio, e 'mpazienti in aspettar l'aurora. Ma 'l capitan mille pensier secreti tra sé rivolge, e trova in cui s'acqueti.
Nel dì che segue, allor ch'aperte sono ne l'orïente al sol lucide porte, di trombe udissi intorno il chiaro suono, che più rallegra l'animoso e 'l forte.
Non è sì lieto a' giorni estivi il tuono, che speranza di pioggia al mondo apporte, o quel ch'invita a gli amorosi balli, né fan sì lunge risentir le valli.
Avea ciascun, da gran desio sospinto, riprese l'arme e le sue usate spoglie; onde tosto si fu di spada cinto, tosto sotto i suoi duci ognun s'accoglie:
e 'l campo, ne le schiere omai distinto, tutte l'insegne sue dispiega e scioglie, e la croce fra gli altri al ciel si spande, segno temuto ne l'inferno, e grande.
Il capitan, che da' nemici aguati le fide squadre assicurar desia, molti a cavallo leggermente armati, a scoprire il paese intorno invia,
monti, fiumi, campagne, e valli e prati: altri che debba agevolar la via, e 'l vòto lungo empire, e spianar l'erto, e da cui fosse il chiuso passo aperto.
Non v'è gente pagana insieme accolta, non muro alto che fossa ampia circonda, non cupa valle, od aspro monte, o folta selva gli arresta, o fiume avverso, o sponda.
Così de gli altri fiumi il re talvolta, quando superbo e ruinoso inonda, abbatte ciò ch'incontra ov'ei si volve, e case e mandre in un diluvio involve.
L'oste vicin al liquido elemento fu scòrto per sicure e piane strade; perché l'armata con secondo vento l'arene e i lidi costeggiando rade:
e gli porta arme, veste, oro ed argento insin di là 've il sole inchina e cade, e fa che la Sicilia a lui sol mieta, e Scio petrosa gli vindemmi e Creta.
Geme il vicino mar sotto l'incarco di legni e d'arme e di pungenti rostri, sì che non s'apre omai sicuro varco ae' salsi campi a gli avversari nostri:
che non sol n'ha Vinegia armati e Marco, e la città che seco par che giostri; ma di lingue diversi in aspre gonne venner d'isole estreme e da colonne.
E questi, come siano insieme uniti con legami di fede in un volere, lunge portâr da gli arenosi liti ciò ch'era d'uopo a le terrestri schiere;
a cui non fûr d'opporre i Siri arditi le forze già conquise e non intere però veloci a guerreggiar sen vanno là 've Cristo soffrìo mortale affanno.
Ma precorsa è la fama e guerra indice, co' veraci romori e co' bugiardi: ch'unito è il campo vincitor felice, che già s'è mosso, e che non è chi 'l tardi.
Quante e quai sian le squadre ella ridice, narra il nome e 'l valor de' più gagliardi; narra i lor fatti, e con terribil faccia gli usurpatori di Sion minaccia.
E l'aspettar del male è mal peggiore; tante seco la tèma ha larve ed ombre, onde la mente, onde 'l dubbioso core par che geli tremando e tutto adombre:
par ch'un mesto bisbiglio entro e di fuore trascorra i campi, e la città n'ingombre. Ma 'l vecchio re ne' già vicin perigli volge nel dubbio cor feri consigli.
Or quai d'Asia tiranni, o ingiusti regi gravasser lei d'insopportabil salma, e facesser de' nostri empi dispregi, dando pur morte al corpo e vita a l'alma,
quando passâro i peregrini egregi per acquistar la gloriosa palma, dirò, spiegando i nomi antichi e l'opra, perch'alto oblio non gli nasconda e copra.
Poich'il falso profeta, iniqua legge sedusse, come pria Venere e Bacco, l'Africa e l'Asia, e quelle infette gregge e i pastor che di vizio han colmo il sacco;
reggeva un sol, com'il tiranno regge, e solo un seggio avea l'empia Baldacco: ma diviso quel regno in sé discorde, tra l'alme fu d'ingiusto onore ingorde.
E l'Egitto inalzò, volgendo gli anni, in altra sede altro signor supremo. Così furon due sedi e duo tiranni: l'un comandava a l'Orïente estremo;
l'altro da prima non distese i vanni, né per regnare usò la vela e 'l remo; ma poi l'Africa usurpa, e l'onde varca, e di Spagna si fa quasi monarca.
Quinci per molte etati il duro giogo de' Saracini il mondo vil sofferse, insin ch'i Turchi erranti un stabil luogo cercando in Asia a le fortune avverse,
le paludi passâro e l'aspro giogo, e si fermâro ove regnò già Serse; quasi fortuna pur tornasse in giro a l'alto soglio de l'antico Ciro.
E mentre paventò l'Orto e l'Occaso, e 'ntorno rimbombò publico lutto, l'alta città di Dio da caso in caso, come agitata sia da flutto in flutto,
vide più volte il popol suo rimaso servo e meschino, e quasi alfin distrutto; e le vergini sue dolenti ancelle e di Persia, e di Menfi, e di Babelle.
Ma prima che lasciasse i monti e l'ermo Pietro, che vita solitaria elesse, per visitar la tomba e 'l volgo infermo di Cristo, ov'egli alte vestigia impresse,
giogo mobil non già, ma grave e fermo, ben diece lustri e più gravolla e presse, e dogliosa piangendo ognor portollo; da sì possente re fu posto al collo!
Da Belchefo, dich'io, ch'Italia e Roma minacciando superbo, e 'l greco Augusto, e Babilonia, e chi da lei si noma, de' Turchi 'n guerra accrebbe imperio ingiusto.
Poi, quasi stanco da gravosa soma de gli anni propri e di quel peso onusto, vecchio partia fra l'uno e l'altro erede, i regni, ed auree spoglie, e varie prede.
A Soliman, che nel fulmineo corso de le vittorie Ciro ed Alessandro volle assembrar, lasciò da l'aspro dorso de' monti Armeni insino al mar d'Antandro,
perch'a' Greci contrasti, e duro morso lor ponga là dove passò Leandro. Diè Damasco a Ducalto, e i regni siri, incontra a quei dov'ebbe il tempio Osiri.
Ma de' suoi fidi amici, i quali esporre seco la vita osâro, amore il punse; e 'l feroce Cassandro ed Assagorre a' suoi propri nipoti eredi aggiunse.
Non ebbe il primo sol castello o torre, ma un regno intero da Soria disgiunse: ebbe Antiochia, ebbe il secondo Aleppe, e molto visse al mondo e molto seppe.
Da tai tiranni l'Asia oppressa e vinta giaceva e d'atro sangue ancor vermiglia, quando con fronte di pallor dipinta del gran Sion la nubilosa figlia
da le tenebre alzò, dond'era cinta, al re del ciel sue lagrimose ciglia; e fuor versando del suo pianto l'urne, co' sospiri dicea d'aure notturne:
–Signor, ch'in me scegliesti in mezzo a l'empio mondo e gl'idoli e i mostri, il santo albergo, dove l'arca tua fosse e 'l sacro tempio, e scettro, e regno, e gli altri avesti a tergo;
e 'n me volesti poi con novo esempio sparger il proprio sangue, ond'io m'aspergo, e 'n me vincer la Morte e i mostri averni, e tornar, trionfando, a' regni eterni:
volgi in me gli occhi, e dove il regno intègro tante prima accoglieva arme e tesori in città trionfal d'aspetto allegro tante grazie del cielo e tanti onori;
vedrai squallida ed orba in manto negro serva dolente e 'n lagrimosi orrori, e dove risonar canore cetre, e risplendean corona aurea e faretre:
dove gli scudi ancor d'auro sospese l'altro re che non ebbe il ciel più scarso, non vedrai di metallo armi, o difese, ch'avea il regno diviso o 'n terra sparso:
non trofei, non colonne o faci accese, non tauro, non leon, non d'alto apparso augel, con penne d'oro od ampio e vago simolacro del mare, od altra imago,
se non la tua, Signore, e de' tuoi fidi, e la tomba e i sanguigni alti trofei, e i segni di vittoria, onde m'affidi da questi iniqui, e da' fallaci dèi.
Ascolta, prego, com'i' pianga e gridi, ed insieme rimira i gioghi miei che già furon di legno, e rotti or vedi quelli onde mi gravâro Assiri e Medi.
Ma di ferro gli porto or vecchia e stanca tanto, che più non ho vigor né lena. Rimira le mie piaghe, e come or manca lo spirto, e 'l sangue che ristagna appena;
e de la plebe tua, che non è franca, Signor, col nome tuo, l'aspra catena, e de gli altari tuoi l'empio disprezzo: non sostener di tante colpe il lezzo.
Rammentati, Signor, ch'alta regina tu mi facesti, e 'n su gli estremi giorni i nemici mi fan serva e meschina, perch'il mio strazio in tuo disnor ritorni.
O Re, gli orecchi al mio pregare inchina, sì che l'empio avversario alfin si scorni; manda il mio Augusto, o 'l tuo guerrier celeste, che fiacchi al drago le superbe creste.
Vedi con quante corna e quanto orgoglio contra 'l sole il veneno ei sparge e spira: manda chi rompa quel suo alpestre scoglio, e fermi il corso, ove più obliquo ei gira.
Così dicea piangendo; e 'l suo cordoglio là su nel Ciel destò pietate ed ira. Dio vendetta spirò, che in guerra mosse il mondo, e solo al cenno Olimpo ei scosse.–
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