L' Armi pietose io canto, e l' alta impresa Di Gotifredo, e de' Christiani Heroi; Da cui Gierusalem fu cinta, e presa E n' hebbe impero illustre origin poi.
Tu Re del ciel, come al tuo foco accesa La mente fu di quei fedeli tuoi, Tal me n' accendi; e se tua santa luce Fu lor nell' opre, a me nel dir sia Duce.
E tu che forse a rinovar gli esempi Del famoso Goffredo eletto fusti, E puoi Giudea non pur, ma i Persi, e gli empi Mauri, e gl' Indi domare, e i Traci ingiusti,
sì che l' invidia homai de i prischi tempi Cessi, e la gloria de i Romani Augusti Ascolta quel, che d' altrui scrivo e canto, E fra me di te stesso auguro intanto.
Questa, che spiego hor de i gran fatti altrui Antiqua tela, e parte adorno, e fingo; È verace pittura e certa, in cui Le tue future glorie adombro, e pingo.
Febo a sé mi rapisce, et io di lui Ripien, sue voglie a seguitar m' accingo: E l' acceso pensier scorge hor palese i simolacri di vicine imprese.
Già mi par di veder la Quercia d' auro Spiegata trionfar per l' Asia intorno, E 'l gran Nilo inchinarsi al bel Metauro, Et arricchirgli de' suoi fregi il corno.
Già d' andarne mi par cinto di lauro Fra' tuoi, c' havran di palme il crine adorno; E fra le trombe, e fra il romor de l' armi sonar mia cetra, e' miei non rozi carmi.
Hor; mentre quasi novo augel, ch' apprenda Formar le note, e gir volando a stuolo, Fo di me prova, onde sicuro io prenda Di te cantando poi solingo volo;
Sovra me la gran Quercia i rami estenda: Che questo schermo incontra i Fati ho solo. Così sua scorza le sue lodi stesse In sé riserbi eternamente impresse.
Già scorrea vincitor per l' Oriente L' esercito christian da Dio condutto; E Tarso in suo poter novellamente, E d' Antiochia il regno havean ridutto;
E vinta, e morta innumerabil gente De' Persi, e quasi Persia in lei distrutto; Indi Tripoli presa, in quella parte S' eran le schiere sue fermate, e sparte.
Quando il chiaro Goffredo, a cui commesso Lo scettro fu de l' honorata impresa, Scorgendo egual desire in tutti espresso C' homai Gierusalem sia cinta, e presa;
E sentendo egli anchor l' affetto istesso Di maggior fiamma haver sua mente accesa, Tutte le genti sparse in un raccolse; E vèr le sacre mura il campo volse.
Allhor, ch' a Febo in Oriente sono Del ciel dischiuse l' indorate porte, Di trombe udissi, e di tamburi un suono, Ond' al camino ogni guerrier s' esorte.
Non è sì grato a mezo Agosto il tuono, Che speranza di pioggia al mondo apporte, Come fu grato a l' animose genti L' alto romor de' bellici strumenti.
Tosto ciascun da gran desio compunto Veste le membra de l' usate spoglie: E tosto appar di tutte l' arme in punto; Tosto sotto i suoi Duci ognun s' accoglie:
E l' ordinato stuolo in un congiunto Tutte le sue bandiere al vento scioglie; E nel vessillo Imperiale e grande La trionfante croce al ciel si spande.
La vincitrice insegna in mille giri Alteramente si rivolge intorno: E par ch' in lei più riverente spiri L' aura; e che splenda in lei più chiaro il giorno;
E che lunge la polve indi si tiri, Né le macchi de l' aria il manto adorno, E che nel suo passar l' altere fronti Pieghino humili d' ognintorno i monti.
Intanto il sol, che de' celesti campi Va più sempre avanzando, e in alto ascende, L' armi percuote, e ne trahe fiamme, e lampi, Tremuli, e chiari, ond' ogni vista offende:
L' aria par di faville intorno avampi, E di stellato ciel sembianza rende; E con fieri nitriti, il suon s' accorda Del ferro scosso, e le campagne assorda.
Il Capitan, che de' nimici aguati Le proprie schiere assicurar desia, Molti a cavallo leggermente armati A scoprir il paese intorno invia:
E inanzi i guastatori havea mandati, Da cui si debba agevolar la via; E i voti luoghi empir, e spianar gli erti: E da cui siano i chiusi passi aperti.
Conduce ei sempre a le maritime onde Vicino il campo per sicure strade, Sapendo ben, che le propinque sponde L' amica armata costeggiando rade:
La qual può far che sempre il campo abonde De i necessari arnesi, e de le biade; E di ciò che la vita altrui sostiene, Quello arrecando da remote arene.
Geme il vicino mar sotto l' incarco Di mille curvi abeti, e mille pini, e per esso homai più sicuro varco In luogo alcun non s' apre a i saracini:
Ch' oltra quei , c' ha Georgio armati, e Marco Ne i Venetiani, e Liguri confini, Altri Inghilterra, e Scotia, et altri Olanda: Et altri Francia, e Grecia altri ne manda.
E questi, che son tutti insieme uniti Con saldissimo laccio in un volere, S' eran carchi e provisti in varij liti Di ciò ch' è d' huopo a le terrestri schiere:
Le quai trovando liberi, e sforniti I passi de' nimici a le frontiere, In corso velocissimo sen' vanno Là 've Christo soffrio mortale affanno.
Non v' è gente pagana insieme accolta; Non muro cinto di profonda fossa, Non monte alpestre, o gran torrente, o folta Selva, che 'l lor viaggio arrestar possa:
Così de gli altri fiumi il Re talvolta Quando superbo oltra misura ingrossa, Fuor de le sponde ruinoso scorre, Né cosa è mai, che se gli ardisca opporre.
Giunse il campo a Mausse, ove a le sue Piaggie fann' ombra d' alto monte i gioghi; Con doni indi a Labilla accolto fue, Perché su quel terren l' ira non sfoghi:
Vide o Serepta poi le mura tue; Et arrivò di Tiro a i colti luoghi: Tiro di Cadmo albergo: e intorno intorno Di vive fonti, e di giardini adorno.
Indi partito andò per strada angusta Sin che d' Accona al lieto pian ne venne; Ove d' Accona il Re con dritta e giusta Conditione amico lor divenne.
Scorser Cesarea poi, ch' a la vetusta Etate hebbe altro nome, e nol ritenne; Fra il Carmelo passando, e fra l' arena Di marine cochiglie, e d' alghe piena.
Antipatrida poscia (a destra mano Lasciando di Nettun l' onde spumose) Gli accolse, et Ioppe; e per lo steril piano Passaro a Lida, ove son l' ossa ascose,
L' ossa honorate del guerrier christiano, Che 'l vorace serpente a morte pose: Quivi spesso in suo honor si mira, et ode Vaporar Tempi, e cantar hinni et ode.
Quinci per dritta, e spatiosa strada La bramata città siede non lunge; E perc' huom mova a lenti passi, e vada Onusto e grave, in un dì sol vi giunge.
O quanto intender questo a tutti aggrada: O quanto più il disio gl' instiga e punge: O quanto, o quanto a lor sorge molesta La notte poi, che dal camin gli arresta.
Invida notte a che veloce torni? A che t' opponi a i desideri nostri? Forse di Giugno hor son scemati i giorni? Cieli, e serbate hor sì gli ordini vostri?
Deh perché almen tu più lucente i corni Non scopri o Luna, o la via n' apri, e mostri? O fosse il tempo, ch' a i tuoi rai sen' fugge, L' ombra, c' hor noi, non pur la terra adugge.
Ma lasso, che più sempre horrido velo C' involve, né vagar gli occhi consente. Mira che cieco abisso, e come il cielo Le belle faci d' ognintorno ha spente.
Perché non arde in noi quel vivo zelo, Onde altri il dì fu d' arrestar possente, Tal che s' ei non restasse, almen l' imago Rimanesse di lui nell' aer vago.
Così parla ciascun, né più rifugi Trova da quel desio, che 'l petto accende: Anzi tutto sdegnoso i pigri indugi De la notte fra sé biasma e riprende;
E mira adhor adhor dove pertugi S' apran nel padiglion, se 'l dì risplende; Et ingannando adhor adhor se stesso Dice: homai deve il giorno esser' appresso.
E fuori esce sovente al cielo aperto Per veder se pur anco il dì si schiare, O s' ha l' aurato crine a noi scoperto La stella, che dinanzi a l' alba appare:
E se pur dorme alcun, nel sogno certo La bramata città veder gli pare; Et inchinar le sacre mura, e 'l santo Terren baciar, et innondar di pianto.
Ma queste vision tosto ha interrotte Con ingrata favella un de' compagni; Che chieggia altrui, se molto anchor di notte Spatio vi resti; e si lamenti, e lagni.
O che divisi come vinte, e rotte Le forze hostil, faranno ampi guadagni. O che pien d' ardimento, a gli altri giuri D' esser fra' primi ad assaltar que' muri.
Non quando al giorno nubiloso e breve S' inchina il sol mentre crediam che poggi, Et inasprir di ghiaccio, e d' alta neve Si veggion biancheggiar d' intorno i poggi
Sembra la notte così lunga, e greve A peregrin, che traviato alloggi In duro bosco, e sotto 'l freddo Giove Esposto giaccia ov' egli tuona, e piove.
Come allhor questa fredda notte estiva, Che per un breve giro a la sua mèta I veloci corsier spronando giva, Lunga parve a ciascuno et inquieta.
Ma quando l' alba fastidita, e schiva Del suo vecchio Titon, se n' uscì lieta, Tosto ciascuno il suo camin riprese Né suon di tromba, o di tamburo attese.
Del lor desio l' impetuoso corso L' accorto capitan segue e seconda: Che più lieve saria di porre il morso A l' ocean quando erge al ciel più l' onda;
O frenar Borea, allhor, che scuote il dorso De l' Apennino, e i legni in mare affonda: Per che vadino uniti e con misura Cangino i ratti passi egli procura.
Ali ha ciascuno al core, et ali al piede, Né del suo ratto andar però s' accorge. Ma quando il sol gli aridi campi fiede Con via più crudi strali, e in alto sorge;
Ecco apparir Gierusalem si vede: Ecco additar Gierusalem si scorge: Ecco da mille voci unitamente Gierusalemme salutar si sente.
Così di naviganti audace stuolo, Che mova a ricercar estranio lido, E 'n mar dubbioso, e sotto ignoto polo Provi spesso il furor del vento infido;
Se alfin discopre il disiato suolo Lo saluta da lungi in lieto grido; E l' uno a l' altro il mostra, e 'ntanto oblia la noia, e 'l mal de la passata via.
Al gran piacer, che quella pirma vista Dolcemente spirò nell' altrui petto, Alta contrition successe mista Di timoroso, e riverente affetto.
Non osan pur, d' assicurar la vista Là 'v' hebbe il vero Dio lungo ricetto, Dove morì; dove sepolto fue; Dove poi rivestì le membra sue.
Sommessi accenti, e tacite parole, Rotti singulti, e flebili sospiri De la gente che in un s' allegra e duole, Fan che per l' aria un mormorio s' aggiri:
Come per l' alte selve udir si suole, S' avien, che tra le fronde il vento spiri; O come in fra gli scogli, o presso a i lidi Freme il percosso mar con rauchi stridi.
Nudo ciascuno il piè calca il sentiero; Che l' esempio de' Duci ogni altro move. Serico fregio, o d' or, piuma, o cimiero Superbo dal suo capo ognun rimove;
Et insieme del cor l' habito altiero Depone, e cade, e pie lagrime piove. Pur quasi al pianto habbia la via rinchiusa, Vèr Dio parlando ognun se stesso accusa.
Dunque ove tu Signor, di mille rivi Sanguinosi, il terren lasciasti asperso D' amaro pianto almen due fonti vivi In sì acerba memoria hoggi io non verso?
Agghiacciato mio cor, che non derivi Per gli occhi, e stilli in lagrime converso? Duro mio cor, che non ti spetri, e frangi? Pianger ben merti ognihor, s' hora non piangi.
Così col guardo in ver la terra volto, E col pensiero in verso il ciel levato, Parla ciascuno, e 'l riverente volto Di pietoso pallor porta segnato.
Intanto il campo dal camin distolto E presso la città s' era fermato; E intorno in Capitan mira e discorre Gli alloggiamenti ove sia meglio a porre.
Siede Gierusalem sovra duo monti: Né molto spatio di larghezza prende: E mira intorno il pian con quatro fronti; Ma l' una più de l' altre in lungo estende.
La terra, ov' egli sta, non vive fonti, Non lago, o fiume, o rio feconda rende; Di selve, e paschi è priva, e secca et arsa, E in più luoghi di valli horride sparsa.
Ha da quel lato donde il giorno appare, Del famoso Giordan le placid' onde: E da la parte Occidental, del mare Mediterraneo l' arenose sponde.
Verso Borea è Bethel, che drizzò l' are Al vitel d' oro, e la Samaria; e d' onde Austro move talhor piovoso nembo Bethelem, che 'l gran parto accolse in grembo.
Il dì seguente, allhor che l' aura estiva Più dolce schermo è dal solare sdegno, Veggion cinti venir di verde oliva L' ignude tempie d' amicizia in segno;
Due cavalier, che da rimota riva Giungean di novo al Palestino regno: E intende il Capitan ch' alte ambasciate Recan da Solimano a lui mandate.
Da Soliman, che 'l Nilo, e i campi regge Fecondi e lieti per la negra arena, Più potente di quanti iniqua legge Di reo profeta a danno eterno mena.
Sembra questi pastor, che l' altrui gregge Soffrir viste da' lupi amara pena, De le sue teme e 'l già vicin periglio Tenta fuggir con l' arte, e col consiglio.
Et a ragione i miseri successi De' Persi, e Turchi a lui temenza danno Che 'l fier nimico, ne i suoi regni stessi Non rechi un giorno anchor l' istesso danno
Né può soffrir che più vicin s' appressi, E divenendo di Giudea Tiranno, Maggior si faccia, e con più certe forze Contra l' Imperio suo s' erga, e rinforze.
E tanto più che d' alto amor congiunto Era col Re de la provincia Hebrea. E già sovra di sé giurando assunto Di conservarlo in stato ei preso havea.
Da queste cure stimolato, e punto Continuamente nel pensier volgea, Come salvando i regni altrui potesse, Assicurar le sue provincie stesse.
Pur egli è saggio, e con diritta lance Sue forze, e le nimiche insieme pesa; Né vuol prima adoprar spade né lance, Che tardi è spenta guerra tosto accesa.
Ma con minaccie, e lusinghevol ciance Tentar, se distornar potrà l' impresa: E sol per questo effetto in messaggieri Manda al chiaro Buglion ambo i guerrieri.
Alete è l' uno, a cui soave asperse Di dolce mèl Calliopea la lingua Che sa come con voci adorne, e terse Mova gli affetti, e come poi gli estingua
Huomo timido, e cauto, e di perverse Maniere, e cui sol l' altrui danno impingua Cui sempre invidia turba il cor maligno, E i sembianti asserena amico ghigno.
Argante l' altro ha nome, il più gagliardo, Cavallier de l' Egitto, e 'l più feroce, Di gigantea statura, e d' empio sguardo, D' horribili fattezze, e d' aspra voce;
Ruvido in atto, e ne i costumi, e tardo Di lingua sì, come di man veloce: A cui sua spada è Dio, sua spada è legge; E ciò che brama quasi honesto elegge.
Chieser questi udienza et al cospetto Del famoso Goffredo ammessi entraro, E in humil seggio, et in vestire schietto Fra i suoi Duci sedente il ritrovaro:
Che verace valor, benché negletto Fa di se stesso a sé fregio sì chiaro, C' huopo non è c' huom lo circondi, e cinga; Di gemme, e d' auro, o Tirio succo il tinga.
Come fu dentro Alete, e 'l capitano Scorse, e quei chiari suoi mastri di guerra, Mentre il compagno del suo orgoglio insano Fa mostra, e come suol vaneggia et erra;
Sovra il petto ei posò la destra mano; E piegò il capo, e chinò gli occhi a terra. Poi gravemente sollevolli; e in tardo Giro a torno rivolse humile il guardo.
Rivolge il guardo, e le straniere genti, E le strane maniere intento ammira, Gli habiti in lor diversi, e i portamenti, E le sembianze varie, e gli anni mira;
Ma l' istesso vigor da gli occhi ardenti, E da gli atti feroci in tutti spira: E qual la gioventude anchor robusta Qui si mostra fra lor l' età vetusta.
Con ruvidezza militare incolti Stanno, e con signoril decoro altieri. L' elmo, il sole, il sudor, la polve i volti Lor tinto ha di colori adusti, e neri.
Ivi le cicatrici, et ivi scolti Sono i trionfi anchor, de i vinti imperi; E lor natia beltà, non già si vaga, Ma con più maestà le viste appaga.
Ma sovra tutti con serena, e dolce, Et ampia fronte il Capitan riluce: E mostra ben che degnamente ei folce Sì nobil pondo, e che de gli altri è Duce.
Bionde ha le chiome, azurri gli occhi, e molce Suo guardo i cori, e riverenza induce: Regale il naso, e curvo alquanto s' erge; E vivace color le gote asperge.
Nell' ampio petto, e nelle spalle assembra Te Marte; e nelle sciolte e lunghe braccia: Muscolose, et ossute ha l' altre membra: Né parte è in lui, che non s' ammiri, e piaccia.
Fiso il contempla Alete, e intanto membra Gli alti suoi fatti; e doppia il cor gli agghiaccia Meraviglia, et impetra: alfin si scosse Da stordigion sì lunga, e i detti mosse.
O vincitor di perigliosa guerra Principe eccelso: che tanto osi e puoi; O di gloria maggior d' ogni altro in terra; Ma non egual di gloria a i pregi tuoi:
Il nome tuo, che termine non serra, Celebrato risuona anchor fra noi: E la fama, d' Egitto in ogni parte Chiare del tuo valor novelle ha sparte.
Né v' è fra tanti alcun, che non l' ascolte, Com' egli suol, le meraviglie estreme; Ma dal mio Re, con istupore accolte Sono non sol, ma con diletto insieme:
Et altrui raccontarle anco più volte S' appaga, et ama in te ciò ch' altri teme. Ama il valore, e volontario elegge Teco unirsi d' amor, se non di legge.
Da sì bella cagion dunque sospinto L' amicizia, e la pace a te richiede: E 'l mezo, onde l' un resti a l' altro avinto Sia la virtù, s' esser non può la fede.
Ma perché intese, che già t' eri accinto Armato ad assalir ciò ch' ei possede, Volse pria, ch' altro male indi seguisse, Ch' a te la mente sua per noi s' aprisse.
E la sua mente è tal: che s' appagarti Vorrai di quanto hai fatto in guerra tuo, Né Giudea molestar, né l' altre parti, Le quali accolte ha sotto il furor suo;
Ei promette all' incontro assicurarti Il non ben fermo stato: e se voi duo Sarete uniti, hor quando i Turchi o i Persi Potranno unqua sperar di rihaversi!
Gran cose, o sire, in picciol tempo hai fatte, Che mai dal tempo non saran conquise: Tante prese città, tante disfatte, Tante squadre fugate, e tante uccise;
Tante sol col tuo nome esterrefatte Strane genti, e dal ciel nostro divise: E se ben acquistar puoi novi Imperi, Acquistar nova gloria indarno speri.
Giunta è tua gloria al sommo, e per l' inanzi Fuggir l' incerte guerre a te conviene: Ch' ove tu vinca, sol di stato avanzi; Né tua gloria maggior per ciò diviene:
E gl' Imperi acquistati e presi inanzi Perdi, e la fama, se 'l contrario aviene: Né dee chi drittamente opra e discorre Il molto incontra 'l poco a rischio porre.
Ma l' haver sempre vinto in ogni impresa, E l' ardor de l' età, che bolle, e ferve; E 'l sentir l' alma d' ingordigia accesa Di tributarie far provincie, e serve;
E 'l consiglio d' alcun, cui forse pesa, Ch' altri gli acquisti suoi sempre conserve, Faran peraventura a te la pace Fuggir più, che la guerra altri non face.
T' esorteranno a seguitar la strada, Che t' è da' Fati largamente aperta; A non ripor questa honorata spada, Al cui valore ogni vittoria è certa,
Sin che la legge di Macon non cada, Sin che l' Asia per lei non sia deserta: Dolci cose ad udir, e dolci inganni, Ond' escon poi sovente estremi danni.
Ma quando effetto alcun nol ti contenda, Né il lume adombri in te de la ragione, Vederai ch' ove tu la guerra imprenda Hai di temer, non di sperar cagione:
Che Fortuna qua giù varia, a vicenda Mandandoci avventure, hor triste, hor buone; Né grandezza durar può lungamente, Se 'l principio, e se 'l mezo è violente.
Dimmi, s' a' danni tuoi l' Egitto move D' oro, e d' armi potente, e di consiglio; E s' avien, che la guerra anco rinove Il Perso, il Turco, e di Cassano il figlio;
Quai forze opporre a sì gran furia, o dove Ritrovar potrai scampo al tuo periglio; T' affida forse il Re malvagio Greco; Lo qual da' sacri patti unito è teco?
La fede Greca a chi non è palese? Tu da un sol tradimento ogni altro impara; Anzi da mille: ch' a te mille ha rese Insidie già l' infida terra avara.
Adunque chi già il passo a voi contese Per voi la vita esporre hor si prepara? E chi le vie, ch' altrui comuni sono, Negò, del proprio sangue hor farà dono?
Ma forse hai sir locata ogni tua speme, In queste squadre, ond' ora cinto siedi; E quei, ch' ad uno ad un vincesti, insieme Di vincer anco agevolmente credi.
Se ben le schiere tue, già molto sceme Da quel, che allhora fur, tu stesso vedi; Se ben novo nemico a te s' accresce; E gli Egittij co' Persi, e Turchi mesce.
Hor, se tu pur istimi esser fatale, Che non ti possa il ferro vincer mai, Siati concesso, e siasi a punto tale Il decreto del ciel, qual tu lo fai;
Vinceratti la fame: a questo male Che difesa per Dio, che schermo havrai? Vibri contra costei la spada, e stringi La lancia, e la vittoria anco ti fingi.
Ogni campo d' intorno arso, e distrutto Ha la provida man de gli habitanti; E in alte mura, e in chiuse torri il frutto Riposto al tuo venir più giorni inanti.
Tu, ch' ardito sin qui ti sei condutto, Onde speri nudrir cavalli e fanti? Dirai: l' armata in mar cura ne prende. Da' venti dunque il viver tuo depende?
Impera forse tua fortuna a' venti? E gli avvince a sua voglia, e gli dislega, E 'l mar sordo a le preci, et a i lamenti Mutato stile al suo voler si piega?
O non potranno pur l' Egittie genti, e le Perse, e le Turche unite in lega, Così potente armata in un raccorre, Ch' a questi legni tuoi si possa opporre?
Doppia vittoria, a te signor, bisogna, S' hai de l' impresa a riportar l' honore: Una perdita sola, alta vergogna Può cagionarti, e danno anco maggiore:
ch' ove la nostra armata in rotta pogna La tua, qui poi di fame il campo more: E se tu sei perdente indarno poi Saran vittoriosi i legni tuoi.
Hora se in stato tal tu pur rifiuti Col Re del grande Egitto, e pace e tregua, Si dirà poi, che a l' altre tue virtuti La giovenil prudenza hor non s' adegua.
Ma piaccia al ciel, che 'l tuo pensier si muti, Se a guerra è volto, e che 'l contrario segua, ch' alte fatiche hai sin adhor sofferte Per le strade d' honor spinose et erte.
Chi per maggior periglio in pregio salse Men de' thesori, o de la vita scarso? Chi sudò mai più sotto l' armi, et alse? Chi l' altrui sangue, o 'l suo più volte ha sparso?
Le piaggie, e i monti il sanno, e l' onde salse, Ove sei vincitor sì spesso apparso. Tempo è già di riposo, e 'l chiede, e 'l brama Chiunque i tuoi gran merti honora et ama.
Né voi, che ne i perigli, e negli affanni, E nella gloria a lui sete consorti, Il favor di fortuna hor tanto inganni, Che nove guerre a provocar v' esorti.
Ma qual nocchier, che da' marini inganni Ridutto ha i legni a i desiati porti, Raccor devreste homai le sparse vele; Né fidarvi di novo al mar crudele.
Qui tacque Alete, e 'l suo parlar seguiro Con basso mormorar quei forti heroi: E ben ne gli atti dispettosi apriro Quanto ciascun quella proposta annoi.
Il capitan rivolse gli occhi in giro Tre volte, e quatro, e mirò in fronte i suoi; E poi nel volto del pagan gli affisse; E stendendo la man così gli disse:
Perch' io ben sappia, c' huom più tosto aggiunga A quell' ultimo fine, ov' egli intende, Se del determinar lo spatio allunga, Che se veloce a l' operar discende;
Non vo' però che la dimora lunga Sospenda voi, poi che né me sospende, Tua dolce lingua, sì che in dubbio torni Quel, che s' è stabilito ha già più giorni.
Sappi che tanto habbiam sin hor sofferto In mar, e in terra, a l' aria chiara, e scura, Solo accioché ne fosse il calle aperto A quelle sacre e venerabil mura,
Per acquistarci apo Dio gratia e merto Togliendo lor da servitù sì dura; Né mai, pur che s' adempia opra sì pia, Regno, o vita arrischiar grave ne fia.
Che non ambitiosi avari affetti Sprone ci furo in questa impresa, o guida. (Sgombri il padre del ciel, da' nostri petti Peste sì rea, se in alcun pur s' annida
Né soffra che l' asperga, e che l' infetti Di velen dolce, che piacendo ancida) Ma la Sua man che i duri cuor penetra Soavemente, e gli ammollisce, e spetra.
Questa ha noi mossi e questa ha noi condutti D' ogni periglio tratti, e d' ogni impaccio. Questa fa piani i monti e i fiumi asciutti, L' ardor toglie a la state, al verno il ghiaccio:
Questa placa del mar gli horridi flutti; Questa i venti ristringe in duro laccio: Quindi son l' alte mura, e prese, et arse: Quindi l' armate schiere uccise e sparse.
Quindi l' ardir, quindi la speme nasce, Non da le frali nostre forze, e stanche: Non da l' armata; non da quante pasce Genti la Grecia; e non da l' armi Franche:
Pur che costei non ci abbandoni e lasce, Che dobbiamo curar ch' altri ci manche? Chi sa come difende, e come fere Soccorso a' suoi perigli altro non chere.
Ma quando di sua aita ella ne privi Per gli error nostri, o per giudicij occulti, Chi fia di noi ch' esser sepulto schivi Ove i membri di Dio fur già sepulti?
Noi morirem; né invidia avremo a i vivi; Noi morirem; ma non morremo inulti: Né l' Asia riderà di nostra morte: Né piangeremo noi la nostra sorte.
Non creder già, che noi fuggiam la pace, Come guerra mortal si fugge, e pave: Che l' amicizia del tuo Re ne piace; Né l' unirci con lui ci sarà grave:
Ma s' al suo scettro la Giudea soggiace Tu 'l sai; dunque perché tal cura n' have? De' regni altrui l' acquisto ei non ci vieti; E regga in pace i suoi felici e lieti.
Qui finì di parlar e sdegno, e rabbia Per tai detti ad Argante il cor trafisse. Né 'l celò già, ma con enfiata labbia Si trasse inanti al capitano: e disse:
Chi la pace non vuol la guerra s' habbia, Che penuria giamai non fu di risse: E ben la pace ricusar tu mostri, Se non t' acqueti a i primi detti nostri.
Indi, il suo manto per il lembo prese, E 'l curvò in mezo; e quello inanzi sporto Col braccio insieme, a dir così riprese Al capitan, mirando bieco, e torto:
O vincitor de le più dubbie imprese, In questo seno istesso ecco io t' apporto, E pace, e guerra: hor tu di lor t' apprendi A quella, che per te miglior comprendi.
L' atto altiero e 'l parlar tutti commosse A chiamar guerra in un concorde grido, Non attendendo che risposto fosse Com' ei già s' accingea, dal buon Goffrido.
Allhor quel crudo spiegò il seno e scosse il manto, e disse: a guerra homai vi sfido. E 'l disse in atto sì feroce ed empio, Che parve aprir di Giano il chiuso Tempio.
Parve ch' aprendo il seno indi trahesse Il furor pazzo, e la discordia fiera: E che ne gli occhi suoi lucenti ardesse Horrida face d' Infernal Megera.
Forse già quel, c' hor da tre monti oppresse Scuote le membra, incontra i Dei tal era. Tal forse, e tanto il vide Flegra al cielo Giove sfidando alzar la faccia, e 'l telo.
Così sendo fra lor risposto e detto La coppia de' pagan congedo tolse. E 'l magnanimo Duce, a cui nel petto Cortesia pari al gran valor s' accolse,
Di spada Argante, e di lucente elmetto Ornare Alete a la partita volse. Finissimo era l' elmo e già lo scelse Tra mille prede, e propria spoglia felse.
Vi sorge per cimiero horrido e grande Serpe che si dislunga; e 'l collo snoda; Su le zampe s' innalza; e l' ali spande. E piega in arco la forcuta coda;
Par che faville fuor da gli occhi mande, Fumo dal naso, e che 'l suo fischio s' oda. D' argento è la materia, e in più colori Da gli smalti distinta appar di fuori.
La spada anchora è d' artificio egregio, Ma nell' opre miglior, che bella in vista; Pesante, e lunga, e di torneo fu pregio, Ove col sangue, e non con l' or s' acquista.
La si prese l' altier quasi in dispregio, E poi che l' hebbe disnudata e vista; Disse: potrà la man, ch' or la riceve, Con lei pagar ciò, che per lei ti deve.
Ahi che festi, Goffredo? ahi che crudele Armi contra i tuoi stessi iniqua mano? Con quai lamenti, oimè, con quai querele Sospirerai quest' empio don, ma in vano?
O di che generoso, e che fedele Sangue per tal cagion fia sparso il piano. Sparso il piano sarà del sangue altrui, Ma più del pianto assai de gli occhi tui.
Pensoso Alete a la città ritorno Fece, e lieto colui, che 'l mondo sdegna. E 'l capitan per lo seguente giorno Le genti invita a general rassegna:
Che veder vuol come d' arnesi adorno Ciascuno, e di destrieri instrutto vegna, Per far, ch' a quelli, il cui bisogno il chieggia; Quanto in lei fia, l' armata indi proveggia.
Già coronato di purpurei fiori Sorto, se n' era il sol dal salso letto, E quasi in bel zafir dolci colori S' accoglievan del ciel nel vago aspetto;
Quando ordinatamente usciron fuori Tutte le schiere al designato effetto; E più volte girando in largo piano, Mostra fer di se stesse al capitano.
Spiega primiero Ugon la Fiordiligi Tra cinquemila cavalier, c' ha scelti, Parte d' amici suoi, parte di ligi Ne gli Aquitani popoli, e ne i Celti,
E Ligeri, e Garona, e 'l gran Parigi; E i dolci alberghi dal pensiero svelti, Pensa ognun sol come vittoria, o morte Gli apra del Ciel le meritate porte.
Di pensieri, e d' honori, e d' armi pieno, E d' ingegno, e di lingua, e d' or possente Segue Odoardo, a cui commesso ha il freno L' Inglese Re de la sua fiera gente:
Gente, che 'l mar col procelloso seno Ha dal mondo divisa, e differente La feo natura, et invecchiata usanza D' habiti, di costumi, e di sembianza.
Tre mila fanti ha qui, che già le sponde Pressero di Tamigi, e di Sabrina; E che videro il capo alzar su l' onde Tarvedo, e i piè lavarsi a la marina.
Altretanti con lor d' archi, e di fionde Armati, e cinti di pelle ferina, Da gli aspri monti, e da le selve manda Ebuda, e Thile, e la rimota Irlanda.
Gli seconda Argilan, qual presso a Thebe Già Capaneo con orgoglioso volto; Minacciosa d' Elvetii audace plebe Seco el conduce in grosso stuolo e folto:
Che 'l ferro uso a far solchi, e franger glebe In nove forme, e in più degne opre ha volto: E con la man, che guardò rozi armenti, Par che i Regi sfidar nulla paventi.
Né l' Eremita affaticar lo stanco Corpo rifiuta sotto ferrea salma, Che dal peso terren lo spirto franco S' alza, qual da gran fascio oppressa palma
Né sì natura indebolir può il fianco, Come il vero valor rinforza l' alma: Vecchio honorato, onde felici esempi Prenda ogni etade, e gli erga altari, e Tempi.
Crespa ei la fronte, e di pel bianco ha mista La chioma, e gli occhi irsuto ciglio adombra: La rabuffata barba, in doppia lista Divisa cade, e 'l ventre, e 'l seno ingombra.
Cotal già forse, e sì pensoso in vista Le quercie, e i Tassi sotto pallid' ombra Accolser Paulo; e per diserte rupi L' udiro Hinni cantar cinghiali, e lupi.
Schiera è con lui, che in lunghe vesti avvolte Portò le membra un tempo, e 'l capo rase; E chiuse celle, e tra le selve folte Contemplando habitò solinghe case.
Questi cangiati studi han l' armi tolte, Come voce del Ciel lor persuase. Pochi hora sono, e già fur molti, e morto L' Ungaro ingiusto ha 'l rimanente a torto.
Né te Gusman dentro al pudico letto, Potuto ha ritener la sposa amata. Pianse, squarciò i bei crin, percosse il petto Per distornar la tua fatale andata.
Dunque, dicea, crudel, più che 'l mio aspetto Del mar l' horrida faccia a te fia grata? Fian l' armi al braccio tuo più caro peso, Che 'l picciol figlio, a' dolci scherzi inteso?
Regge costui l' Aragonesi schiere, E di sei mila fanti è capitano; Genti di corda i piè calzate, e nere Le chiome, e i volti, e di rapace mano:
Che videro il Salone, e l' onde Hibere Gir mormorando per lo steril piano; E 'l mare, a cui Mallorca il nome diede, Mugghiar superbo, e far de' legni prede.
Con virtù pari appresso, e con maggiore Numero a doppio il bel Clotareo viene: Clotareo hor de la Francia illustre honore, E de la Francia allhor surgente spene:
Giovinetto Regal, d' invitto core; Cui più d' altri Goffredo in pregio tiene; Et a lui caro è sì, che i suoi vassalli, Et i suoi mercenarii in cura dalli.
Di questi parte è Leuca, e nacque, e crebbe In Tullo e Nanzi, e ne' confini loro; Parte, che 'l Reno e l' Histro algente bebbe, Corse al ferro non men pronta, ch' a l' oro:
Né le tiepide stuffe ad essi increbbe Lasciar, né i prandi, ove sì lieti foro; Ove mandando coronate attorno Le colme tazze, consumaro il giorno.
Ecco l' Italia segue, ecco il vessillo Con la mitra Real, con l' auree chiavi. Ecco da Pietro eletto il gran Camillo Move squadre d' acciar lucenti e gravi,
Lieto, ch' a tanta impresa il ciel sortillo, Ove col sangue altrui le macchie lave Nostre, e di Roma, o degnamente almeno Apra cadendo a nobil morte il seno.
Gente non è, che stringa spada, o ruote Fionda, che d' agguagliar questi si vanti. Ristretti vanno, e intorno il ciel percuote Un horrido fragor d' arme sonanti.
Pista geme la terra, e 'l tergo scuote Sotto il gran peso di cavalli e fanti. Lampeggia il ferro al sol, qual Tauro, o libra Lucente, e incontra lui suoi raggi vibra.
Guida costui non pur Sennoni, e Buoi, Piceni, e Thoschi, et Rutuli, e Sabini, E quei, che Roma, ne i gran colli tuoi Nudristi, e ne i bei campi a te vicini,
Ma gli concede anchor Tancredi i suoi Brutij, Marsi, Peligni, e Salentini, E i Peuceti, e' Lucani, a cui famose Spiegò già Pesto l' odorate rose.
E quei, che la Sirena in sen nudrio, Nel molle sen di fior vago e di fronde; O 'l fumante Pozzuol là dove aprio Natura le sulfuree e tiepide onde;
E chi lasciato ha il dolce aer natio Di Linterno, che l' ossa illustri asconde; E chi da carchi rami i frutti colse Nel bel Sorento, e i pesci in rete accolse.
A lui pur anco il glorioso conte Di Montefeltro i suoi guerrier concede; I suoi guerrier, cui la canuta fronte Del gran Padre Apennin ricetto diede,
Là ' ve scendendo dal paterno fonte Drizza il Metauro a i liti d' Adria il piede, E l' uno, e l' altro nelle parti estreme Vien con gli erranti cavallieri insieme.
Di possenti cavalli, e di diverse Imprese adorna, e 'n lucide armi altiera Ultimamente al Capitan s' offerse De gli erranti guerrier la bella schiera.
Né Simoenta mai, né Xanto scerse Sì magnanimi Heroi; né la primiera Nave mai tali al vello d' or gli addusse Perché Alcide tra quelli, o Theseo fusse.
Con questi alcun non va, cui palma, o lauro La vincitrice destra, e 'l crin non fregi; Alcun non va, che scosso il Perso, o 'l Mauro Non habbia, o 'l Turco de i maggior suoi pregi.
Che potran contra questi il ferro, e l' auro, O pur gl' inganni de gli Egittij Regi? Speran tant' oltra andar vincendo a gara, Che lor del Nilo il capo ignoto appara.
Il coraggioso Otton de gli altri è Duce, Cui sovra l' Histro la vezzosa Flora Furtivamente, a la mondana luce Produsse a un Re commista humil pastora:
E qual fuor de le nubi il sol traluce Sorgendo, e i crini a gli alti monti indora, Tal parve, ch' egli il suo valore aprisse Mentre in povero stato occulto visse.
Hor del Romano Re palese figlio Un feroce corsier saltando move. E 'n cima l' elmo scopre, e nel vermiglio Scudo, l' imperiale augel di Giove,
Che presi i polli entro a l' adunco artiglio Al sol gli volge, e fa le certe prove, Credendo solo a la virtù del lume Più ch' a l' ugne, et al rostro, et a le piume.
Immerso in profondissimo pensiero Da lui Tancredi alquanto iva in disparte: Che nel suo petto Amor s' apre il sentiero Tra i santi affanni, e nel fervor di Marte.
Il bel Tempio di Vesta è il suo cimiero, Ond' escon molte fiamme al cielo sparte. E scritto appar nel più sublime loco: Esca ognihor si rinova al mio gran foco.
Ornan lo scudo al Castigliano Hernando Cinque di Mori incoronati capi, De' suoi fatti memoria; et al Normando Roberto il pinge industre schiera d' api:
Che par che vada in verde prato errando, Et in sua preda i più bei fior si capi. Et un leone ad una Quercia avvinto Ha nello scudo il Bonarel dipinto.
Ha Vincilao Rangon la bella conca, Onde Venere solca ignuda il mare. E in quatro parti una spezzata ronca Sovra l' elmetto di Currado appare:
La destra a lui spietato ferro ha tronca; E sol può la sinistra in guerra oprare, E così l' opra ognihor, che i suoi nimici Prendon dal suo apparir sinistri auspici.
Con lor s' accoppia il Longobardo Astolfo E gli ondeggia sul capo azurra piuma. Etna ha costui, che da l' acceso solfo Vome faville incontra il cielo, e fuma.
Porta Gonzaga un tempestoso golfo, Che tra gli scogli è rotto, e ferve, e fuma. Al Fiamingo Roberto horrida spiega Medusa i crini, e al collo i serpi lega.
Segue Ermiferro, e non ha 'l braccio carco Di scudo, né di spada adorna il fianco. Ma gli suonano a tergo i dardi e l' arco; E gli pende la mazza al lato manco.
Di cimiero, e di piume ha l' elmo scarco Candide l' armi sono, e 'l destrier bianco E mostra anchora alta letitia in viso D' haver con man pietosa il frate ucciso.
Porta l' Orse il Visconte, a cui non lice Lavarsi i velli entro 'l marino sale; Nello scudo d' Arbante aurea Fenice Di purpura si fascia il capo, e l' ale.
È in quel di Claramon pinta Euridice, A cui morde il talone aspe fatale: Nel cimier d' Eberardo apre le corna Dorate il tauro, e i piè di stelle adorna.
Gli è giunta al fianco la sua fida moglie, Che in atto militar se stessa doma. Animo altier, pietose e caste voglie, Quai non Atene mai vide né Roma:
Che soffrio di lasciar l' usate spoglie E soffrio di lasciar la bella chioma Sol per lui non lasciar; e fessi audace Non men di Marte, che di lui seguace.
Con questi, e con molti altri insieme ir volle Il chiaro Ubaldo, che de gli Umbri è conte: Chiaro da l' orse insin dove più bolle La Libia, a i rai del fervido Fetonte:
E sovra tutti alternamente estolle Le spalle, e 'l petto, e l' honorata fronte; E da tre mete d' or, purpurei lampi Sparge, e del cielo illustra i lieti campi.
Qual tauro, che se stesso in guerra accende Solingo errando ove più l' ira il mena, Su le gran corna d' adirarsi apprende, D' urtar possente, e di ferir con lena;
Co' vani colpi irrita i venti, e fende Co' piè la terra, e spande al ciel l' arena; Salta, e mugge saltando, e già li sembra Con l' altrui piaghe insanguinar sue membra.
Cookies on Poetry Cove