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1544–1595

LIBRO OTTAVO

Torquato Tasso

Nicea, fuggendo, tra l'ombrose piante d'antica selva dal cavallo è scorta; né più governa il fren la man tremante, e mezza quasi par tra viva, e morta.

Per tante strade si raggira e tante il buon destrier ch'in sua balìa la porta, ch'al fin da gli occhi altrui pur si dilegua, ond'è soverchio omai ch'altri la segua.

Qual dopo lunga e faticosa caccia tornano stanchi ed anelanti i cani, che la fèra perduta abbian di traccia, nascosta in selva da gli aperti piani;

tal, pieni d'ira e di vergogna in faccia, riedon già lassi i cavalier cristiani. Ella pur fugge, e timida e smarrita non si volge a mirar s'anco è seguita.

Fuggì tutta la notte, e tutto il giorno errò senza consiglio e senza guida, non udendo o vedendo altro d'intorno, che 'l proprio pianto e le dolenti strida;

ma ne l'ora ch'il sol dal carro adorno scioglie i corsieri, e 'n grembo al mar gli annida, giunse del bel Giordano a le chiare acque; e scese in riva al fiume, e qui si giacque.

Cibo non prende già, ché de' suoi mali solo si pasce, e sol di pianto ha sete. Ma 'l sonno, che de' miseri mortali è col suo dolce oblio posa e quiete,

sopì co' sensi i suoi dolori, e l'ali distese sovra lei placide e chete: né però cessa amor con varie forme la sua pace turbar, mentr' ella dorme.

Non si destò sin che garrir gli augelli non udìo lieti e salutar gli albori; e mormorare il fiume e gli arboscelli, e spirar l'aura fra l'erbette e i fiori.

Apre i languidi lumi, e mira in quelli alberghi solitari de' pastori; e le par voce udir fra l'acque e i rami, ch'a' sospiri ed al pianto la richiami.

Piange, e sospira; e quando i caldi raggi fuggon le gregge, a la dolce ombra assise, ne la scorza de' pini o pur de' faggi segnò l'amato nome in mille guise:

e de la sua fortuna i gravi oltraggi, e i vari casi in dura scorza incise: e 'n rileggendo poi le proprie note spargea di pianto le vermiglie gote.

E dicea lacrimando: –In voi serbate la fèra istoria mia, piante frondose; perché, se fugge mai l'arida state fedele amante in queste rive ombrose,

senta svegliarsi al cor dolce pietate di tante mie sventure e sì noiose; e dica: –Ahi troppo ingiusta empia mercede ebbe sì vero amor, sì pura fede!–

Forse avverrà (s'il ciel benigno ascolta gli umani preghi, e se di noi gli cale) che venga in queste selve ancor talvolta, qual prima il vidi, il nostro adorno male:

e i begli occhi volgendo ove sepolta giacerà questa spoglia inferma e frale, tardo premio conceda a' miei martìri d'amare lacrimette e di sospiri.

Onde, s'in vita il cor misero fue, sia lo spirito in morte almen felice, e 'l cener freddo de le fiamme sue goda quel che godere a lei non lice.–

Così ragiona a' sordi tronchi; e due fonti di pianto da' begli occhi elice. Tancredi intanto ove fortuna il tira, lunge da lei, per lei seguir, s'aggira.

Egli, seguendo le vestigia impresse, lunge sen gì da la città vicina, ma quivi da le piante orride e spesse nera e folta cosi l'ombra declina,

che più non può raffigurar tra esse l'orme novelle, e dubbio oltra cammina; porgendo intorno pur l'orecchie intente, se calpestio, se romor d'arme ei sente.

E dove pur notturna aura percota tenera fronda mai d'olmo o di faggio, o pur fèra ed augello un ramo scota, tosto a quel piccol suon drizza il viaggio.

Esce alfin d'alta selva, e per ignota strada il conduce de la luna il raggio verso un romor che di lontano udiva, insin che giunse al loco ond'egli usciva.

Giunse dove perpetue e rapide onde con larga vena uscian d'un vivo sasso, e facean cinque fonti ampie e profonde, da l'imo al sommo, o pur da l'alto al basso.

Fêa la prima due rivi: e l'un s'asconde, nel suo principio ritorcendo il passo: l'altro queto scendea con l'acque chiare, sin ch'egli si moria nel morto mare.

L'aurora intanto candida e vermiglia lieta apparia nel lucido orizzonte: e discopria l'antica maraviglia, come si faccia l'un da l'altro fonte.

Il primo, che 'l suo occulto e 'l ver simiglia, ha per sostegno un uom che pare un monte, lo qual gli omeri incurva, e quasi stanco china al peso lucente il capo e 'l fianco.

Paion quell'acque liquidi zaffiri, non turbate da nembi o da procelle; e luminosi raggi in lor rimiri percossi lampeggiar de l'auree stelle.

E i torti lor viaggi, e i torti giri da quelle a queste, o pur da queste a quelle, e con ogni altra più serena imago, l'errante luna e 'l sole errante e vago.

Ma nel secondo pur, qual cervo o damma, l'uom correria per ammorzar la sete, bench'egli tutto al novo dì s'infiamma co' rai che sembran quasi accese mete.

Il fonte è del color di viva fiamma, in cui spiegano i crin varie comete; e d'ardenti sembianze auree faville or turbate vi scorgi ed or tranquille.

Il terzo fonte par ch'al sol s'indori, come suol ne le nubi arco dipinto; e dispiega sue forme e suoi colori onde fe' Delia la corona e 'l cinto:

e verghe e spegli in luminosi orrori, da cui lo stil d'Apelle ancora è vinto; né formeria l'algente ed umid'ombra, ch'a rai s'alluma, e 'l lume in lei s'adombra.

Quasi gran mar fremendo il quarto ondeggia ne l'ampio vaso e 'n su la molle arena, e scopre la squamosa orrida greggia, e come isola in mezzo orca o balena,

e 'l corallo e la perla: e quel rosseggia, questa è nel suo candor tutta serena; e l'onda vaga co 'l suo moto alterno simiglia de la luna il corso eterno.

La quinta fonte è del color de l'erba, ma pur di gemme ella riluce e d'oro; e di quanti metalli in sen riserba l'antica madre, abbonda il bel tesoro:

e con fiorita vista e con superba frondeggia intorno a lei palma ed alloro, che, coronata di sue verdi selve, nel grembo accoglie armenti e gregge e belve.

Tancredi in guisa d'uom ch'ad altro intenda, di vano amore acceso e del suo zelo, appena rimirò come discenda dal primo il fonte che somiglia il cielo;

e come ciascun altro indi risplenda con onda ora di foco ed or di gelo; e se gustò de le fontane, ei bebbe tanto del rio che le sue fiamme accrebbe.

Però cruccioso incontra amor sì sdegna che sperata gli neghi alta ventura: e se la donna sua d'ingiuria indegna offesa fia, farne vendetta ei giura.

Di rivolgersi al campo alfin s'ingegna per la più breve strada e più secura; però che già vicino è il dì prescritto, che pugnar dée col messagger d'Egitto.

Partesi, e mentre va per dubbio calle, sente un corso appressar che più s'avanza, ed alfine spuntar d'angusta valle vede uom che di corriero avea sembianza:

scotea mobile sferza, e da le spalle pendea il corno su 'l fianco a nostra usanza. Chiede Tancredi a lui per quale strada al campo de' cristiani indi si vada.

Quegli italico parla: –Or là m'invio, ove m'ha Boemondo in fretta spinto.– Tancredi il segue e del sermon natio conosce il suono, e crede al parlar finto.

Giungono alfin dove nel lago il rio già s'impaluda, ed un castel n'è cinto; ne la stagion ch'il sol par che s'immerga ne l'ampio nido ove la notte alberga.

Suona il corriero, in arrivando il corno, e tosto giù calar si vede un ponte. –Qui, se latin sei tu, puoi far soggiorno, or ch'il sol cade insin ch'egli sormonte,

ché questo loco (e non è il terzo giorno) acquistò, dice, de' Carnuti il conte.– Mira il loco il guerrier, che d'ogni parte inespugnabil fanno il sito e l'arte.

Dubita alfin ch'entro magion sì forte inganno e violenza occulta or giaccia; ma come usato a disprezzar la morte, motto non fanne, e nol dimostra in faccia;

ch'ovunque il guidi elezïone o sorte, vuol che securo la sua destra il faccia; pur l'obbligo ch'egli ha d'altra battaglia, fa che di nuova impresa or non gli caglia.

Alfin là dove ne l'erboso prato il curvo ponte si congiunge e posa, ritiene il passo, e par quasi turbato, né segue la sua scorta insidïosa:

ma dal castello un cavaliero armato già con sembianza uscìa fèra e sdegnosa, ch'avendo ne la destra il ferro ignudo, parlava in atto minaccioso e crudo.

–O tu, che (siasi tua fortuna o voglia) al paese fatal d'Armida arrive, pensi indarno fuggire; or l'arme spoglia fra verdi mirti e pallidette olive,

ed entra pur ne la guardata soglia, con queste leggi ch'ella altrui prescrive: senza contrasto ella qui impera e regge, sol liberando chi servirla elegge.–

Di santo sdegno il pio guerrier si tinse nel volto, e gli rispose: –Iniquo ed empio, quel Tancredi son io, ch'il ferro cinse per Cristo, e fêo de' Turchi orrido scempio,

e 'n sua virtute i suoi ribelli vinse, com'or dimostrerò con chiaro esempio; ché da l'ira del ciel ministra eletta è questa man di giusta e pia vendetta.–

Turbossi, udendo il glorïoso nome, l'empio guerriero e scolorossi in viso; pur celando il timor, gli disse: –Or come vieni al contrasto ove rimanga ucciso?

Qui saran le tue forze oppresse e dome, e 'l tuo capo superbo oggi reciso, se non t'inchini a lei che scioglie e lega, come e chi vuol; né pace o grazia nega.–

Così dicea l'ignoto; e perch'il giorno spento era omai, sì che vedeasi a pena, tante faci apparîr sospese intorno, che ne fu l'aria lucida e serena.

Splende il castel come in teatro adorno suol fra superbe pompe altera scena, con marmorei giganti e mostri eburni, che mille alzano al ciel lumi notturni.

L'intrepido guerriero infiamma e desta a la battaglia e l'ardimento e l'ire; né su 'l debol cavallo assiso ei resta, quando il nemico a piede ha tanto ardire;

vien chiuso ne lo scudo, e l'elmo ha in testa, la spada nuda, e in atto e di ferire. Gli move incontra il cavalier feroce con occhi ardenti e con terribil voce.

Quegli con larghe rote aggira i passi, stretto ne l'arme, e i colpi accenna e finge. Questi, perch'abbia i membri infermi e lassi, va sempre avanti e gli s'appressa e stringe:

e là donde il nemico addietro fassi, calcando l'orme sue s'avanza e spinge, e drizza il ferro fulminando a gli occhi, e i colpi addoppia, e par che tuoni o fiocchi.

E più ch'altrove impetuoso fére ove più di vital formò natura; giungendo i gridi a le percosse altere, spezzando ogn'arme ch'è più forte e dura.

Di qua di là si volge, e sue leggere membra a' colpi il fellon sottragge e fura, e cerca or con lo scudo, or con la spada, ch'il nemico furore indarno cada.

Ma d'intrepido schermo altrove il vanto dar si potea; qui teme a l'aspre offese; rotto il suo scudo mira e l'elmo intanto e l'usbergo sanguigno e 'l buono arnese:

e colpo alcun de' suoi che tanto o quanto impiagasse Tancredi, ancor non scese; e teme, e gli rimorde e punge il core sdegno, vergogna, coscienza, amore.

Ma pensa alfin con disperata guerra far prova omai de l'ultima fortuna. Gitta lo scudo, e a due mani afferra la spada ch'è di sangue ancor digiuna:

e del nemico anciso o spinto a terra, vendetta vuole e non vuol pace alcuna; contra lui dunque ogni sua forza accampa, e tutte l'ire onde il suo core avvampa.

E 'l percote su l'elmo e 'l ripercote sin ch'egli ne rimbomba in suon di squilla; e, se fender nol può, lui preme e scote, che inchina il capo e già co 'l piè vacilla:

e, tutto acceso di rossor le gote, ne gli occhi disdegnosi arde e sfavilla; e fuor de la visiera escono ardenti gli sguardi, e insieme i minacciosi accenti.

Il perfido guerrier già non sostiene la vista pur di sì feroce aspetto: sente fischiare il ferro, e 'n fra le vene già gli sembra d'averlo e in mezzo al petto:

fugge dal colpo, e 'l colpo a cader viene dove è un marmoreo simolacro eretto; ne van le schegge e le scintille al cielo, e passa al cor del traditore un gelo.

Onde fugge veloce a tutto corso, e ne la fuga pon l'ultima speme; ma Tancredi il persegue, e già sul dorso la man gli stende e 'l piè col piè gli preme.

Quando ecco (al fuggitivo alto soccorso) sparir le faci, ed ogni stella insieme; né rimaner a l'orba notte in campo sotto povero ciel facella o lampo.

Fra l'ombre de la notte, e de gl'incanti, il vincitor no 'l segue più, né 'l vede, né può cosa vedersi a lato o avanti, e muove dubbio e mal securo il piede:

e su l'entrar d'un uscio i passi erranti a caso mette, né d'entrar s'avvede: ma sente poi che suona a lui di retro la porta, e 'l serra in luogo oscuro e tetro.

Qual dove ad umil turba e mezzo ignuda stagna in placidi seni il nostro mare, fugge da la tempesta e s'impaluda il pesce, e vive pur ne l'acque amare:

e vien che da se stesso ei si rinchiuda in palustre prigion, né può tornare; ché quel serraglio è con mirabil uso sempre a l'entrare aperto, a l'uscir chiuso:

tale il guerriero allor (qual che si fosse de la strana prigion l'ordigno e l'arte) entrò da sé, ché troppo ardire il mosse; e fu rinchiuso ond'uom per sé non parte.

Ben con robusta man la porta scosse, ma fûr le sue fatiche invano sparte e voce intanto udì, che: –Indarno, grida, uscir procuri, o prigionier d'Armida.

Qui menerai (non temer già di morte) nel sepolcro de' vivi i mesi e gli anni.– Non risponde, ma preme il guerrier forte nel cor profondo i dolorosi affanni:

e fra se stesso accusa amor, la sorte, la sua sciocchezza e gli altrui fèri inganni: e talor dice in tacite parole: –Leve perdita fia perdere il sole.

Ma di più vago sol più dolce vista, misero! i' perdo; e non so già se mai in loco tornerò che l'alma trista si rassereni a gli amorosi rai.–

Poi gli sovvien d'Argante, e più s'attrista: –E troppo, dice, al mio dover mancai; ed e ragion ch'ei mi disprezzi e scherna: o mia gran colpa, o mia vergogna eterna!–

Così d'amor, d'onor cura mordace quinci e quindi al guerrier l'animo rode. or mentre egli s'affligge, Argante audace le molli piume di calcar non gode:

tanto è nel fèro petto odio di pace, desio di sangue ostile, amor di lode, ché de le piaghe sue non sano ancora, brama che 'l novo dì porti l'aurora.

La notte che precede, il pagan fèro a pena inchina per dormir la fronte; e sorge poi ch'ancora è il ciel sì nero, che non dà luce in su la cima al monte.

–Portami, grida, l'arme,– al suo scudiero, e quello aveale apparecchiate e pronte: non le solite sue, ma dal re sono dategli queste: e prezïoso è il dono.

Lieto più che mai fosse allor le prende, né del gran peso è la persona onusta e l'acuta sua spada al fianco appende, ch'è di tempra finissima e vetusta.

Qual con sanguigna chioma orrida splende la cometa crudel per l'aria adusta, ch'i regni muta e i fieri morbi adduce, a' purpurei tiranni infausta luce;

Tal ne l'arme ei fiammeggia, e bieche e torte volge le luci ebre di sangue e d'ira. Spirano gli atti fèri orror di morte, e minacce di morte il volto spira.

Alma non è così secura e forte che non paventi, ov'un sol guardo ei gira. Nuda ha la spada, e la solleva e scote, e invocando i suoi dèi, l'ombre percote.

–Fate, dicea, che il predator romano, lo qual spogliati ha i vostri regni ed arsi, io atterri vinto e sanguinoso al piano, bruttando ne la polve i crini sparsi:

e veggia ei, vivo ancor, da questa mano, ad onta del suo Dio, l'arme spogliarsi; e cerchi a me co' suoi dolenti preghi ch'in pasto a' cani le sue membra i' neghi.–

Così gran tauro, se 'l percote e strugge geloso amor co' stimoli pungenti, gli armenti e i paschi solitario fugge sin che le forze accoglia e l'ire ardenti;

e 'l corno aguzza a' tronchi, e orribil mugge, e co' fallaci colpi invita i venti; e battendo col piè l'arida terra, sparge l'arena, e sfida a fèra guerra.

Tronca Argante gl'indugi al fèro suono del corno onde quel monte e 'l pian rimbomba; come al romor di spaventoso tuono e fugge al nido il corvo e la colomba.

Già i prìncipi fedeli accolti sono ne la gran tenda al chiaro suon di tromba. Qui le disfide rinnovò l'araldo, trovando in pochi il cor sì fermo e saldo.

Goffredo intanto gli occhi gravi e tardi volge, con mente allor dubbia e sospesa, né perché molto pensi e molto guardi, sa chi debba anteporre a l'alta impresa.

Vi mancano i più forti e più gagliardi: di Tancredi non s'è novella intesa; ed erra in lungo esiglio, e i rischi sprezza, quel novo fior di gloria e di bellezza.

Ed oltre i diece che fur tratti a sorte, molti de' più feroci e più famosi seguîr d'Armida le fallaci scorte sotto il silenzio de la notte ascosi.

Ma de' Roberti il più sublime e forte v'è col men alto; e non avvien ch'egli osi chieder il rischio di battaglia incerta, ben ch'a l'onor abbia la vita offerta.

E tace ogni altro più onorato e degno: e di lor dubbio il pio signor s'accorse, e, tutto pien di generoso sdegno, dal loco ove sedea, repente sorse;

ponendo al suo fratel freno e ritegno, che spesso per onore a morte corse: –Né vita, disse, più né imperio or merto, se gli oltraggi e l'indugio ho invan sofferto.

Or sieda ogni altro in pace, e da secura parte miri ozïoso il mio periglio. Su, su, datemi l'arme;– e l'armatura gli fu recata ad un girar di ciglio.

L'antichissimo Franco, a cui non fura la quarta etade il senno e 'l buon consiglio, la fronte allora alzò da l'ampio seggio, e disse: –Il meglio in questo rischio è il peggio.–

E vòlto a lui, soggiunse: –Ah! non sia vero che nel capo d'un sol s'arrischi il tutto. Duce sei tu, non pur sommo guerriero; publico fôra, e non privato il lutto,

in te la fé s'appoggia e 'l nostro impero; per te fia il regno di Babel distrutto. Tu molto il senno e poco il ferro adopra; ponga altri poi l'ardire e l'arme in opra.

Così pur far solea l'invitto Carlo, ch'io già seguii contra Sansogna in guerra, e contra Desidèro; e se narrarlo altri presume, invan ragiona, ed erra.

Quel mio famoso Augusto ond'or ti parlo, liberò questa sacra e nobil terra: ed io qui prima (e ben di ciò m'esalto) fui con Orlando al periglioso assalto.

Da questo sacro e mal guardato nido cacciammo empi ladroni un'altra volta: gloria ed onor portando al nostro lido, più caro d'auree spoglie, o preda accolta.

Però se voi talor rampogno e sgrido, facciol per troppo amor di chi m'ascolta; ch'altre arme, altre contese, altri perigli, e i migliori di voi conobbi, o figli.

Taccio di Carlo, a cui agguagliate indarno que' duo che fece vincitor' Farsaglia; ei ristorò Fiorenza in riva a l'Arno, dove spada mi cinse e piastra e maglia.

Io che sono or sì curvo, e sì mi scarno, ebbi di giostra il pregio e di battaglia: sallo Pavia, che di troncate membra vide sparti i suoi campi; or sen rimembra.

Guerra faceano i Longobardi e i Franchi presso le mura e lungo antica sponda; e gli uni e gli altri eran già afflitti e stanchi, e per fortuna avversa e per seconda:

il fiero Astolfo, allor che spada a' fianchi non si cingea, tinse que' campi e l'onda: fatte mirabil cose in poca piazza, co 'l ferro no, ma con nodosa mazza.

La mazza che girò Ferondo il grosso, ch'in angusto sentier morìo trafitto, portò secondo, e l'auree spoglie indosso, sin a quel giorno in ogni guerra invitto.

Ma da me, giovinetto, allor percosso cadde; e' in terra il lasciai languendo afflitto. Qual foss'io poi ne l'Oriente estremo, seppelo il fido Aaro, il re supremo.

S'or fosse in me quella virtù, quel sangue di questo altier l'orgogiio avrei già spento; ma qualunque mi sia, non però langue questo cor, né sì veglio ancor pavento.

E s'io restassi pur nel campo esangue, di tal morte sarei forse contento. A me nel comun rischio i corsi lustri la vecchia fama e 'l nuovo onore illustri.–

D'antichissimo veglio i sproni acuti paion tai detti onde virtù si desta. Quei che fûr prima vergognosi e muti, hanno la lingua or baldanzosa e presta:

non v'è chi la tenzone omai rifiuti, ma la battaglia molti a prova han chiesta: Davalo, Balduin co' duo Roberti, Guelfo, e Camillo, in gran contese esperti.

Non teme il fido Otton l'empio tiranno; non Aristolfo al rischio appar secondo, non Ettorre: ed innanzi ancor si fanno Guglielmo, ed Oliviero, e 'l pio Rosmondo;

un d ' Irlanda, un di Scozia, ed un britanno; terre che parte il mar dal nostro mondo: così la fresca etate e la matura de la dubbia tenzon gloria procura.

Ma di tutti il più saggio, e quasi vecchio, or sen dimostra cupido ed ardente; Raimondo io dico; e manca a l'apparecchio de gli altri arnesi sol l'elmo lucente.

Dice al primo Goffredo: –O vivo specchio del valor prisco, in te la nuova gente miri, e virtù n'apprenda: è quasi un raggio del tuo saper quale è più grave e saggio.

Non ha pari valor l'etate acerba, ma se diece di senno al tuo simìle avess'io, spererei, Menfi superba vincendo soggiogar da Battro a Tile.

Ma cedi or, prego, e te medesmo serba a maggiori opre e di virtù senile. Pongansi i nomi poi tutti in un vaso, com'è l'usanza, e sia giudice il caso.

Anzi giudice Dio, de le cui voglie ministra e serva è la fortuna e 'l fato.– Ma non avvien però che l'arme spoglie Raimondo, in gran perigli in guerra usato.

Ne l'elmo suo Goffredo i nomi accoglie, e da questo lo scosse e da quel lato; e nel breve minor ch'indi traesse, del conte di Tolosa il nome lesse.

Fu il nome suo con lieto grido accolto né di biasmar la sorte alcuno ardisce. Ei di fresco vigor maturo volto riempie; e così allor ringiovenisce

qual serpe fier ch'in nòve spoglie involto d'oro fiammeggi e contra il sol si lisce. Ma più d'ogni altro il pio signor gli applaude, e gli annunzia vittoria, onore e laude.

E la spada gli diè, la cara spada, ch'egli sempre portò sospesa al fianco dal dì ch'in campo ei fu tenuto a bada, rotta la sua sovra avversario stanco:

ma in guisa d'uom cui sol vittoria aggrada, volse seguir la sua contesa; ed anco vinse con forte destra e quasi inerme, tanto l'invitto cor le forze ha ferme.

Ma gli donò quest'altra il quarto Enrico, il giorno che gli diede il gran vessillo contra quel di Sansogna aspro nemico; a così alta gloria il ciel sortillo:

né l'aquila spiegò nel tempo antico con maggior laude o Cesare o Camillo; né la spada adoprò: –Ma questa or prendi, (dice a Raimondo) e 'l nostro onor difendi.–

I loro indugi intanto il turco altero soffrir non pote, e gli minaccia e sgrida: –O gente invitta, o popolo guerriero d'Europa, un uomo solo or vi disfida.

Venga Tancredi omai, che par sì fèro, se ne la sua virtù tanto confida: o vuol, giacendo in piume, aspettar forse la notte ch'altra volta a lui soccorse?

Venga altri, s'egli langue; a stuolo a stuolo, venite insieme, o cavalieri, o fanti, se di meco pugnar a solo a solo non è fra mille schiere uom che si vanti.

Vedete là il sepolcro, ove il figliuolo di Maria giacque; or ché non gite avanti? che non sciogliete i voti? ecco la strada. A qual serbate uopo maggior la spada?–

Con tali scherni il cavaliero atroce quasi con dura sferza altrui percote; ma più ch'altri, Raimondo a quella voce s'accende, e l'onta più soffrir non pote.

La virtù stimolata è più feroce, e s'aguzza de l'ira a l'aspra cote: sì che tronca gl'indugi, e preme il dorso del suo Aquilin, ch'al volo agguaglia il corso.

Questi sul Tago nacque, ove talora l'avida madre del guerriero armento, quando l'alma stagion che ne innamora nel cor le istiga il natural talento,

volta l'aperta bocca incontra l'ôra, raccoglie i semi del fecondo vento: de' tepidi fiati (o maraviglia!) cupidamente ella concepe e figlia.

E ben questo Aquilin nato diresti di qual aura del ciel più lieve spiri; o se veloce sì ch'orma non resti stendere il corso per l'arena il miri,

o se 'l vedi addoppiar leggeri e presti a destra ed a sinistra angusti giri: sovra corsier sì bello il conte assiso move a l'assalto, e volge al cielo il viso.

–Signor, tu che drizzasti incontra l'empio Golia l'arme inesperte in Terebinto, sì ch'ei ne fu, che d'Israel fêa scempio, al primo sasso d'un garzone estinto:

tu fa' ch'or giaccia (e fia pari l'esempio) questo fellon da me percosso e vinto, e un vecchio stanco or la superbia opprima, come un debol fanciul l'oppresse in prima.–

Così pregava; e l'umili preghiere, mosse da la speranza in Dio secura, s'alzâr volando a le celesti spere, come va foco al ciel per sua natura.

Il Re le accolse, e fra le alate schiere scelse a così pietosa e nobil cura un che 'l difenda, e salvo e vincitore contra l'ostile il faccia empio furore.

L'angelo, che fu già custode eletto da l'alta provvidenza al buon Raimondo insin dal primo dì che pargoletto sen venne a farsi peregrin del mondo,

or che di nuovo il re del ciel gli ha detto che prenda in sé de la difesa il pondo: se 'n vola a l'alta reggia, ov'ei raccoglie divine torme, arme celesti e spoglie.

Qui mille egli ritrova, e mille e mille destrier veloci più di cervo o damma, più d'augel che trapassa aure tranquille, più di turbo ch'al fulmine s'infiamma:

qui son rote di foco e di faville, e carri alati di color di fiamma; seggi, verghe, securi, e scudi e lance, e da pesare altrui divine lance.

Vasi diversi ancor, per cui si fondi santo edificio quasi in salda pietra, ond'ebbe i suoi princìpi alti e profondi Roma da fabbro eterno e geometra.

Fiume di foco par che in giro inondi la sacra reggia; e se fumante e tetra la fiamma hanno la giù tartarei fiumi, questa risplende di celesti lumi.

L'asta in mezzo fiammeggia, ond'il serpente percosso giacque, e i gran fulminei strali: e quei non visti da la cieca gente portâr orride pèsti ed altri mali:

e qui sospeso in alto è il gran tridente, grave terror de' miseri mortali, quando scossa la terra il sol rimbomba; e mille e mille intorno ad una tromba.

Ma sovra l'arme onde scacciato e vinto fu dal regno del ciel l'orribil angue, quella rosseggia, ond'il gran duce estinto doppio fiume versò, già quasi esangue.

E il trofeo de la croce ancor dipinto, in cui stelle parean stille di sangue, e la corona con più raggi illustre di quella onde la terra, o sole, illustre.

Si vedea lampeggiar fra gli altri arnesi scudo di lucidissimo diamante, grande che può coprir genti e paesi quanti ve n'ha fra 'l CaUcaso e l'Atlante:

e sogliono con questo esser difesi principi giusti e città caste e sante: questo prende in quell'arme e 'n quel tesauro l'angelo, armato pria d'elettro e d'auro,

a cui la zona i fianchi intorno cinge, la zona, che di gemme è tutta adorna; poi come vento, che dirada e spinge le nubi, e, sceso a terra, al ciel ritorna;

spiega l'ali ch'al sol dora e dipinge la dove il fido cavalier soggiorna; quasi pennuta madre al dolce figlio, perch'offeso ei non sia da fèro artiglio.

Piene intanto le mura eran già tutte di varia turba; e 'l barbaro tiranno sta su la torre, e molte schiere instrutte fermate a mezzo il colle, oltre non vanno.

Da l'altro lato in ordine ridutte fedeli squadre a rimirar si stanno: e largamente a' duo guerrieri il campo vòto riman fra l'uno e l'altro campo.

Mirava Argante e non vedea Tancredi, ma d'ignoto campion sembianze nòve. Fecesi innanzi 'l conte, e: –Quel che chiedi, è, disse a lui, per tua ventura altrove.

Non superbir però, ché un altro or vedi armato e pronto a le seconde prove: e son quell'io che di guerrier sì degno la vece in campo e l'onor suo sostegno.–

Sorride quel superbo, e gli risponde: –Che fa dunque Tancredi? e dove stassi? Minaccia il ciel con l'arme, e poi s'asconde, fidando sol ne' suoi ritrosi passi.

Ma chiudasi nel centro, e 'n mezzo l'onde, che non fia loco ove sicuro il lassi.– –Ménti, replica l'altro, a dir ch'ei fugga, ben che tu d'ira e di furor ti strugga.–

Freme l'empio guerriero, e dice: –Or prendi del campo tu, ch'in vece sua t'aspetto: e tosto e' si parrà, come difendi l'alta follia del temerario detto.–

Così mossero in giostra, e i colpi orrendi l'uno drizzava a l'elmo, e l'altro al petto. E 'l buon Raimondo ove mirò scontrollo, ma non sì che lui mova o scossa, o crollo.

Da l'altro lato il gran guerrier trascorse (fallo insolito a lui) l'arringo invano; ché il difensor celeste il colpo torse dal custodito cavalier cristiano.

Le labbra il fèro per furor si morse, e ruppe l'asta, bestemmiando, al piano: poi tragge il ferro incontro al buon Raimondo, impetuoso al paragon secondo.

E 'l possente corsiero urta per dritto, quasi monton ch'al cozzo il capo abbassa. Lascia Raimondo il colpo al lato dritto, piegando al manco, e 'l fére in fronte, e passa:

torna di nuovo il cavalier d'Egitto, ma questi pur di nuovo a destra il lassa. E pur su l'elmo il coglie, e 'ndarno sempre; ché l'elmo adamantine avea le tempre.

Ma il feroce guerrier, che seco vuole più stretta zuffa, a lui s'avventa e serra: l'altro, ch'al peso di sì vasta mole teme d'andar col suo destriero a terra,

qui cede, ed indi assale, e par che vole, intornïando con girevol guerra: e i lievi imperi il rapido cavallo segue del freno, e non pon orma in fallo.

Qual capitan ch'oppugni eccelsa torre infra paludi posta o' in alto monte, mille passi ritenta e tutte scorre l'arti e le vie, cotal s'aggira il conte:

né potendo spezzar quell'arme, o sciôrre al petto, o intorno a la superba fronte, l'altre percote, ed a l'acuta spada cerca tra ferro e ferro aprir la strada.

Ed in due parti o 'n tre forate, e fatte l'arme nemiche ha già tepide e rosse; ed egli ancor le sue conserva intatte da l'impeto crudel d'aspre percosse.

Argante indarno arrabbia, a vòto batte, e sparge al vento pur l'ire e le posse; né si stanca però; ma raddoppiando va i gravi colpi, e si rinforza errando.

Alfin tra mille colpi il fier destino cogliea il guerrier canuto, e quasi al varco, che al rischio il velocissimo Aquilino non l'avria tolto, e giacea anciso o scarco:

ma l'angel co 'l suo aiuto era vicino, ch'a l'invisibil destra è leve incarco. Stese egli il braccio e tolse il ferro ignudo sovra il diaspro del celeste scudo.

Fragile è il ferro allor (che non resiste di fucina mortal tempra terrena ad arme incorrottibili ed immiste) e ne risplende la sanguigna arena.

L'empio scita ch'andarne a terra ha viste minutissime parti, il crede a pena: stupisce poi, scorta la mano inerme, che l'armi il suo nemico abbia sì ferme.

E ben rotta la spada aver si crede su l'altro scudo, ond'è colui difeso; né 'l buon Raimondo ancor di ciò s'avvede, perché non sa chi sia dal ciel disceso.

Ma, poi che disarmata e stanca vede la man nemica, ei si riman sospeso; così quella pareva a nobil alma poco onorata spoglia e 'ndegna palma.

–Prendi (voleva dirgli) un'altra spada,– quando novo pensier nacque nel core, ch'alto scorno è de' suoi, dove egli cada, che di gloria comune è difensore:

–Renditi, grida, e tal vittoria aggrada;– né porre in rischio vuol pubblico onore. Mentre egli in dubbio stassi, Argante lancia il pomo e l'elsa a la sinistra guancia.

E 'n quel tempo medesmo il destrier punge e per venirne a lotta oltra si caccia. La percossa lanciata a l'elmo giunge, sì che ne pesta al pio guerrier la faccia;

ma nulla sbigottisce, e ratto, e lunge sprona Aquilin da le robuste braccia; ed impiaga la man ch'a dar di piglio venìa più fiera che ferino artiglio.

Poscia gira da questa a quella parte, e raggirasi a questa indi da quella: e sempre dove riede e donde parte, fére colui d'aspra percossa e fella.

Quanto avea di vigor, quanto avea d'arte, quanto può sdegno antico, ira novella, a danno sol d'Argante or tutto aduna, e non teme di fato o di fortuna.

Quel di fine arme e di valore armato a' gran colpi resiste, e nulla pave: e par senza governo in mar turbato, rotte vele ed antenne, eccelsa nave;

che pur tessuto avendo ogni suo lato tenacemente di robusta trave, sdrusciti i fianchi al tempestoso flutto non mostra ancor, né si dispera in tutto.

Argante, al rischio tuo, ch'allor tal era, (Dio permettente) empio demon s'oppose. Questi di cava nube ombra leggiera, (mirabil mostro!) in forma d'uom compose,

e la sembianza di Clorinda altera gli finse, e l'arme adorne e luminose: diègli il parlare, e senza mente il noto suon de la voce, e 'l portamento e 'l moto.

Il simulacro ad Oradino, esperto sagittario famoso, andonne e disse: –O famoso Oradin, ch'a segno certo (com'a te piace) hai le quadrella affisse,

ah gran danno saria s'uom di tal merto, difensor di Giudea, così morisse; e di sue spoglie il suo nemico adorno securo ne facesse a' suoi ritorno.

Qui fa' prova de l'arte, e le saette tingi nel sangue del ladron francese; ch'oltra il perpetuo onor, vo' che n'aspette premio al gran fatto egual dal re cortese.–

Così parlò, né quegli in dubbio stette, tosto ch'il suon d'alta promessa intese; da la grave faretra il quadrel prende, e su l'arco l'adatta, e l'arco ei tende.

Sibila il teso nervo, e fuori spinto vola il pennuto stral per l'aria e stride ed a percuoter va dove del cinto giunte son l'auree fibie, e le divide:

passa l'usbergo, e 'n sangue appena tinto ivi si ferma, e sol la pelle incide; che 'l celeste guerrier soffrir non volse ch'oltra passasse, e forza al colpo ei tolse.

Riman sdegnoso, più ch'afflitto, il conte che fuor purpureo uscirne il sangue vede; e con parlar pien di minacce ed onte rimprovera al fellon la rotta fede.

L'alto signor, che non torcea la fronte da l'onorato amico, allor s'avvede del violato patto; e perché grave la piaga estima, ne sospira e pave.

E con la fronte le sue genti altere, e con la lingua a vendicarlo ei desta. Vedi tosto inchinar l'alte visiere, lentar i freni, e por le lance in resta:

e prima impetuose ardite schiere mover da quella parte e poi da questa. Sparisce il campo, e la minuta polve con dense rote al ciel s'innalza e volve.

Goffredo accorre a l'onorato amico, e dice lui con sospirosa voce: –Error fu certo grave al gran nemico, che più d'ogni altro è forte e più feroce,

esporre uom d'anni e più di fede antico, cui sol ingiusto inganno e fraude or nòce; e meglio era per noi ch'avessi offerto il mio petto medesmo al rischio incerto.

Ma gloria non n'avrà l'iniquo e l'empio, né fia che d'altrui mal trionfa e goda; e se, com'io più bramo, or non adempio giusta vendetta di maligna froda,

tempo verrà che doloroso scempio farò di lui che del tradir si loda: e di morti, e di fiamme, e di ruine fia la sacra città coperta al fine.

Sarà di corpi e d'empio sangue ingombra, per vendetta del pio che sparso or veggio: e 'l Re, che folgorando il cielo adombra, in lor fulminerà da l'alto seggio:

e se di tanti vizi or non la sgombra, aspetta che 'l secondo error sia peggio. Ma senza te qual fia sperata gloria? O qual corona cara, o qual vittoria?

Qual avrò nel dolor pace o conforto? ove in questo si dica o 'n altro clima: –Regna Goffredo, e 'l pio Raimondo è morto, de la cui vita ei fe' non grande estima.–

Rispose sorridendo il veglio accorto: –Non fia che di tal colpo il mal m'opprima; ma guarrò tosto;– e mentre a lui ragiona lor fanno gli altri eroi larga corona.

Giunto il medico Aron da l'ampio vallo, lo scinge, tragge il ferro, unge la piaga, seda il sangue e 'l dolore, e 'nganno o fallo non fa l'arte, miglior che l'arte maga.

Curato lui, sospinge il gran cavallo fra le schiere Goffredo e scorre e vaga. E 'n glorïosa guerra ei non assonna contra 'l gigante e la feroce donna.

Ma i duci appella e più e più s'affretta, e gli ordini de' suoi rivede e guarda: e' nvita a la vittoria, a la vendetta chi più nel guerreggiar s'adagia e tarda.

–Qual (grida) indugio è questo? e che s'aspetta? Forse ch'ira del cielo infiammi ed arda questo empio seme disleale, infido, con quel di tradimenti infame nido?–

D'arme percosse e d'aste al ciel volanti, ne' primi scontri un gran romor s'aggira; e de' corsier, senza il suo peso erranti, e de' caduti ingombro il pian si mira:

altri languidi sono, altri spiranti: altri geme, altri freme, altri s'adira. Quanto la pugna più si stringe e mesce, tanto s'inaspra combattendo e cresce.

Spinge Argante nel mezzo a freno sciolto il suo destrier, presa ferrata mazza: e, rompendo lo stuol calcato e folto, la ruota intorno e si fa larga piazza:

e sol cerca Raimondo, e 'n lui sol vòlto ha 'l ferro e l'ira impetuosa e pazza; e quasi ingordo lupo e' par che brame pascer del sangue altrui rabbiosa fame.

Ma duro gl'impedì l'aspro sentiero, e fero intoppo, acciò il suo corso ei tardi: trova incontra Pagano, Ugon, Gerniero, Curzio, Unfredo, duo Guidi, e duo Gherardi.

Non cessa e non s'allenta, anzi è più fèro quanto ristretto è più da' più gagliardi: sì come a forza da rinchiuso foco se n'esce, e move alte ruine il foco.

Curzio ancide ed Unfredo, e i Guidi atterra; piaga Gernier, ch'indi sen va languente; ma contra lui crescon le turbe, e 'l serra cerchio d'uomini e d'arme aspro e pungente.

Mentre in tal guisa la spietata guerra si mantenea fra l'una e l'altra gente, il pio duce sovran chiama il fratello, ed a lui dice: –Or movi il tuo drappello.

E là, dove battaglia è più mortale, percoti impetuoso il lato manco.– Quegli si mosse; e fu lo scontro tale, ond'egli urtò de' suoi nemici il fianco,

che parve il popolo d'Asia inerme e frale, né poté sostener l'impeto Franco; che gli ordini disperde, ov'ei combatte, e insegne atterra, e cavalieri abbatte.

Egli Orospo e Dragone a terra steso manda con la sua lancia, Oran con l'urto, che non sostenne del cavallo il peso, e sospirò morendo il viver curto.

Poi con la spada uccide Ircano, Aleso, Tigran, Linceo, Perdino, avvezzi al furto, anzi a la preda or d'uomo ed or di belva, che pur dianzi lasciâr spelonca e selva.

Era venuto insin da l'onde Caspe a questa guerra il giovinetto Erilo; ed ora avvien che fèra Parca inaspe per troncar di sua vita il breve filo;

ché Baldovin l'atterra, e poi Nilaspe, cui produsse Assagor non lunge al Nilo, d'ignobil madre, e Baiazeno a lato accusa nel morir l'istesso fato.

Da l'impeto medesmo il destro corno è rotto, e fugge, e non è più chi faccia difesa, ed impedisce il suo ritorno la tèma vil che gli disperde e caccia,

precipitando; e 'n quel sì fèro scorno cento mani movendo e cento braccia, con tanti scudi al ciel, con spade tante: tal fôra appena Briareo gigante.

Dardi, quadrella, spade, e mazze ed aste, e 'ncontri di cavalli aspri sostenta Argante, e solo par ch'a tutti baste; ed ora a questo, ed ora a quel s'avventa.

Peste ha le membra e rotte l'arme e guaste, e sudor versa e sangue, e par no 'l senta: ma così l'urta il denso stuolo e calca, ch'alfin lo svolve, e 'l porta in quella calca.

Volge il tergo a la morte ed al furore di quel diluvio che 'l rapisce e sforza: ma non già d'uom che fugga ha i passi e 'l core, se pur è fuga quel ritrarsi a forza;

e serbano ancor gli occhi il lor terrore; serba la destra sua l'usata forza, e cerca ritener con ogni prova la fuggitiva turba, e nulla or giova.

Già non può far con alto esempio almeno l'altrui fuga più tarda o più raccolta, ché non ha la paura arte né freno; né pregar qui, né comandar s'ascolta.

Il duce pio, ch'i suoi pensieri appieno vede fortuna a favorir rivolta, segue de la vittoria il lieto corso, e 'nvia novello al vincitor soccorso.

E se non che non era il dì che scritto Dio ne gli eterni suoi decreti avea, questo era forse il dì ch'il duce invitto de le sante fatiche al fin giungea:

ma diè vita il demonio al volgo afflitto, il cui regno in quel dì cader vedea; e, sendogli permesso, in un momento l'aria in nubi ristrinse e mosse il vento.

Da gli occhi de' mortali un negro velo rapisce il giorno e 'l sole e par ch'avvampi, negro via più ch'orror d'inferno, il cielo così fiammeggia infra baleni e lampi:

scorrono i tuoni, e pioggia accolta in gelo, e turbo i paschi abbatte e inonda i campi, e schianta e rami e piante a' fèri crolli, e quasi scote ancor le ròcche e i colli.

L'acqua in un tempo, e 'l verno e la tempesta ne gli occhi a' Franchi impetuosa fére; e l'improvvisa violenza arresta con un terror quasi fatal le schiere:

la minor parte allor s'accoglie e resta sotto l'insegne, non rimase intere: ma Clorinda, che quinci alquanto è lunge, allora il suo cavallo affretta e punge.

Ella gridava a' suoi: –Per noi guerreggia la fortuna, o compagni, e 'l cielo istesso; pur come trombe di celeste reggia mille tuoni odo, e veggio i lampi appresso:

e quale al vento impaurita greggia, lo stuol nemico è da tempesta oppresso, scosso da l'arme omai, privo di luce: andianne, andianne pur, ch'il fato è duce.–

Così spinge le genti; e già sentendo sol ne le spalle l'impeto d'inferno, urta i Francesi con assalto orrendo, e le percosse lor si prende a scherno.

Ed in quel tempo Argante ancor volgendo, fa de' già vincitori aspro governo. Carlo, Milon, Crustano, Albin, Dionigi morti lascia, e di morte alti vestigi.

Clorinda parte il capo al buon Landolfo, nato la dove 'l mar si frange e spuma; ed Etna accesa per ardente zolfo sfavillando la notte, il giorno fuma:

e trafigge nel petto il fiero Astolfo, ch'indurò i membri a la più algente bruma nel freddo Reno, e ne la spalla Egisto, tanto uno stuolo e l'altro allor fu misto.

Manfredi appresso Alfonso ivi cadeo, che dolce umor già bebbe in acque salse, là 've cerca Aretusa il greco Alfeo, e per arte di guerra in pregio salse.

E quasi da Efialte, o da Tifeo, tutti fuggìan, tanto timor gli assalse. Fuggìa Clotareo, Irpino, Ugon, Navarro: ma Giovanni impedito è in ampio carro.

Al carro che portò l'antiche membra, cadder vicini Alberto, Almonio, e Folco, suoi fedeli nipoti: ei non rimembra rischio maggior; ma come in lungo solco

stanco bue talor cade, onde rassembra impedito ne l'opra il suo bifolco, tal per la piaga d'un destrier caduto, bisogno il vecchio ha di pietoso aiuto.

Questi avea poco andar ad esser morto, che teme più di morte il vil servaggio. E, se cadea, non saria più risorto, e già veniva Argante a fargli oltraggio;

ma 'l gran Roberto è del suo rischio accorto, e, sì come guerrier d'alto coraggio, con spaventosa voce i suoi rampogna, e ben due volte o tre gridò: –Vergogna,

vergogna, o cavalieri, a' vinti il tergo volgete, e 'l vecchio duce è dato in preda, e senza lui tornate al fido albergo. Or chi fia che là corra e se n'avveda?

Tornate ove di sangue ancor m'aspergo, perché la pioggia bagni e 'l vento fieda.– Così dicendo pur reprime e fiede gli empi, e dintorno ognun s'arretra e cede.

Quinci dice a Giovanni: –O saggio veglio lo spirto è pronto, ma la carne è stanca. Ubbidire a natura in tutto è meglio, però che incontra lei forza ne manca.

Ora fra' miei destrier questo, ch'io sceglio, prendi securo e l'animo rinfranca: questo fia che t'adagi e ti conservi, ché i tuoi son tardi, e i tuoi guerrier e i servi.–

Quegli ubbidisce, e 'l conte allor discaccia gli empi, mal grado pur d'empi demoni. E contra l'arme, e contra ogni minaccia di tempeste, di turbini e di tuoni,

volge Goffredo la secura faccia, gridando: –Al fuggitor non si perdoni.– E fermo anzi le porte il gran cavallo, le genti sparse raccogliea nel vallo.

E ben due volte il suo destrier sospinse contra 'l feroce Argante e lui ripresse, ed altrettante il ferro in sangue tinse dove le turbe ostili eran più spesse.

Argante co' fratelli alfin si strinse, e, ritornando, il campo altrui concesse: e poco lieti di vittoria, e stanchi restan nel vallo sbigottiti i Franchi.

Né quivi ancor de l'orride procelle ponno appieno schifar la forza e l'ira; ma sono estinte or queste faci, or quelle, e per tutto entra l'acqua, e 'l vento spira,

squarcia le tele, e spezza i pali, e svelle le intere tende, e lunge indi le gira: la pioggia a' gridi, a' venti, a' tuoni accorda orribile armonia che 'l mondo assorda.

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