Già cheti erano i tuoni e le tempeste, e cessato il soffiar d'austro e di coro, e l'alba uscìa da la magion celeste, con la fronte di rose e co' piè d'oro:
ma quei che le procelle avean già deste, facean di nuovi inganni altro lavoro: onde l'un d'essi, ch'Astagorre è detto, così parlava a la compagna Aletto:
–Mira, Aletto, venir da l'ermo lito (né fermarlo possiam) forte guerriero, che da la man sanguigna è vivo uscito del sovran difensor del nostro impero.
Questi, narrando del suo duce ardito, e de' compagni a' Franchi il caso fèro, forse avverrà che faccia alfin concordi gli animi alteri e di vendetta ingordi.
Sai quanto ciò rilievi, e si convene a gran princìpi oppor forza ed inganno. Scendi adunque tra' Franchi, ov'ei sen vene, e ciò che dice a pro, rivolgi in danno:
empi di tosco tu le occulte vene del Latin, del Tedesco e del Britanno; movi l'ire e i tumulti, e fa tal'opra che tutto vada il campo alfin sossopra.
L'opra è degna di te: tu nobil vanto ten désti già dinanzi al signor nostro.– Così le parla; e basta ben sol tanto, perché muova a l'impresa il fèro mostro.
Giunto a le tende, e quivi fermo intanto quel cavaliero il cui venir fu mostro, chiede chi gli sia scorta, e lui conduca, per mercede e per grazia, al sommo duca.
Molti il guidâro al cavalier soprano, vaghi d'udir dal peregrin novelle. Egli inchinollo, e l'onorata mano volea baciare onde tremò Babelle.
–Signor (dicea), con l'ultimo Oceàno termina la tua fama e con le stelle: ma venirne vorrei più lieto messo.– Qui sospirava, e soggiungeva appresso:
–Suen, del re de' Dani unico figlio, gloria e sostegno a la cadente etade, tra que' fu che, seguendo alto consiglio, cinto han per Cristo le onorate spade.
Né timor di fatica, né periglio, né vaghezza di regno né pietade del vecchio padre, sì fervente affetto intepidîr nel generoso petto.
Lo spingeva un desio d'apprender l'arte de la milizia faticosa e dura da te, sì nobil mastro: e sentia in parte sdegno e vergogna di sua fama oscura;
già di Riccardo il nome in ogni parte con gloria udendo in verdi anni matura: ma pià il commosse ardente e vivo zelo, non del terren ma de l'onor del cielo.
Precipitò gl'indugi e seco tolse stuol di fidi compagni assai robusto, e dritto vêr la Tracia ei si rivolse. E prima che passasse il varco angusto,
lui 'l greco imperador cortese accolse ne la città dove è il gran seggio augusto. Quivi giunse in tuo nome un tuo messaggio, perch'al ciel più si sforzi alto coraggio.
Ei le fatiche e i sanguinosi assalti di gente pia che sol per te non erra, e tinto Ascanio di sanguigni smalti, e 'ncendi e rischi di nemica terra,
e i trofei gli narrò sublimi ed alti, più del gran Tauro soggiogato in guerra, e palme e spoglie di già vinti regi, tuoi primi e di Riccardo alteri pregi.
Soggiunse alfin come già il duce Franco veniva a dar l'assalto a queste porte, e invitò lui ch'i tuoi non vide unquanco a seguitar la tua seconda sorte.
Questo parlare al giovinetto fianco del fier Sueno è stimolo sì forte, che teco brama insanguinar la destra, e mar più nol ritiene, o rupe alpestra.
Sente l'indugio suo rimproverarsi ne l'altrui gloria, e se ne affligge e rode; e chi 'l consiglia e chi 'l prega a fermarsi, o che non l'esaudisce o che non l'ode.
Rischio non teme, fuor che non trovarsi a parte di gran rischio e d'alta lode. Questo gli sembra sol periglio grave, de gli altri o nulla intende, o nulla pave.
Egli medesmo sua fortuna affretta, fortuna che noi tragge, e lui conduce; pero ch'appena al suo partire aspetta i primi rai de la novella luce:
e per miglior la via più breve eletta (tale ei la stima, ch'è signore e duce) passa dove Ellesponto appresso Abido mareggia, e lascia l'arenoso lido.
Guida forte drappello, e leve e scarco, selve passando e valli ime e pendici; né teme dubbia via né dubbio varco fra Bitini e Pisidi, o fra Cilici:
sperando di fugare al suon de l'arco i domi e stanchi e timidi nemici: e 'n guisa superar l'accolte insidie, ch'il ben preso cammin nulla gl'invidie.
Or difetto di cibo, or cammin duro trovammo, or violenza ed or agguati: ma tutti fûr vinti i disagi, e fûro or uccisi i nemici ed or fugati.
Fatte avean ne' perigli ogni uom securo le vittorie, e più audaci i fortunati, quando, al sorger de l'ombra inculta ed erma terra stanza ci diè capace e ferma.
Quivi da' precursori a noi fu detto che lunge romor d'arme aveano udito, e visto e 'nsegne e segni ond'han sospetto d'esercito maggiore, anzi infinito,
non pensier, non color, non cangia aspetto, non muta voce il mio signor ardito, ben che molti vi sian ch'al fèro avviso tingano di pallor la fronte e 'l viso.
Ma dice: “O quale omai vicina abbiamo palma di nobil morte o di vittoria. L'una spero io ben più, ma non ben bramo l'altra, ov'è maggior merto e pari gloria.
Questo campo, o fratelli, ov'or noi siamo, fia consacrato ad immortal memoria, in cui l'età futura additi e mostri le nostre sepolture, o i trofei nostri.
Qui solo non chied'io verde corona, o d'ostro nel trionfo andar vermiglio; ma quei ch'a noi promette il cielo e dona, eterni pregi di mortal periglio.
Né qui le fère strette, o Maratona, ma gli avi e' padri a voi rammento io, figlio di Dano invitto; a voi la croce e 'l sangue sparso dal re sul fèro monte esangue”.
Così disse; e le guardie allor dispose, e compartì gli offici e la fatica: fece armati giacerne, e non depose ei medesmo la forte aurea lorica.
Già la notte copria le umane cose, de l'alto sonno e del silenzio amica, allor che d'urli barbareschi udissi romor che giunse al cielo e negli abissi.
Si grida: –A l'arme, a l'arme;– e Sueno, involto ne l'arme sue lucenti, oltra si spinge: e magnanimamente i lumi e 'l volto di non usato ardire infiamma e tinge.
Ecco siamo assaliti, e un cerchio folto da tutti i lati ne circonda e cinge, e 'ntorno un bosco abbiam d'aste e di spade, e sovra noi di strali un nembo cade.
Ne la pugna inegual (ché diece o venti fûr quelli assalitori incontra ad uno) altri piagati, altri conquisi e spenti son da cieche ferite a l'aer bruno.
Ma 'l numero de gli egri e de' cadenti, fra l'ombre oscure non discerne alcuno. Copre la notte i nostri danni, e l'opre de la nostra virtute anco ricopre.
Ma fra gli altri Sueno alzò la fronte, ch'agevol cosa è ch'ei veder si possa far cose in orrida ombra illustri e conte, ardir mostrando ed incredibil possa.
Di sangue un rio, di morti corpi un monte d'ogn'intorno gli fanno e muro e fossa; e par ch'ove si volga ei seco apporte lo spavento ne gli occhi, e in man la morte.
Tal guerra fu sin ch'al bramato albore del lucido orïente il ciel s'aperse; ma poi che scosso è quel notturno orrore che l'orror de le morti in sé coperse,
la desiata luce a noi terrore portò con fère immagini e diverse; perché vedemmo il nostro vallo a terra, pieno di morti in lacrimosa guerra.
Seimila fummo, e non siam cento. Or quando tanto sangue egli mira e tante morti, la fèra vista il perturbò mirando, e fece noi del proprio danno accorti.
Ei già nol mostra, anzi, la voce alzando: “Seguiam (ne grida) que' compagni forti, ch'al ciel, lunge dai laghi averni e stigi, n'han segnati co 'l sangue alti vestigi”.
Disse; e lieto di morte omai vicina, nel magnanimo core e nel sembiante, incontra a la barbarica ruina ne porta il petto intrepido e costante.
Tempra non sosterrebbe eletta e fina, ben che fosse di lucido diamante, i fèri colpi, ond'egli il campo allaga: e fatto è il corpo suo vermiglia piaga.
La vita no, ma la virtù sostenta il cavaliero indomito e feroce: ripercote percosso, e non s'allenta; ma quando offeso è più, tanto più nòce.
Quando ecco, pien di rabbia, a lui s'avventa uom smisurato e di sembianza atroce, con molti insieme, onde reciso e tronco, come da ferro fu sublime tronco.
Cade il garzone invitto (ahi caso amaro) né v'è fra noi chi vendicare il possa. Voi chiamo in testimonio, o del mio caro signor sangue ben sparso e nobil'ossa;
ch'allor non fui de la mia vita avaro, né schivai ferro né schivai percossa: e, se piaciuto pur fosse là sopra ch'io vi morissi, il meritai con l'opra.
Fra gli estinti compagni io sol cadei vivo, né forse vivo è chi mi pensi: né de' nemici più cosa saprei ridir, sì tutti avea sopiti i sensi.
Ma poi che tornò il lume a gli occhi miei, ch'eran d'atra caligine condensi, notte mi parve; ed a lo sguardo fioco s'offerse il vacillar d'un picciol foco.
Non rimaneva in me tanta virtude, ch'a discerner le cose io fossi presto; ma vedea, come quel ch'or apre or chiude gli occhi, mezzo tra 'l sonno e l'esser desto:
e 'l duolo omai de le ferite crude più cominciava a farmisi molesto, ché l'inaspria l'aura notturna e il gelo, in terra nuda e sotto il freddo cielo.
E più e più s'avvicinava in tanto quel lume, e 'nsieme un tacito bisbiglio, sin ch'a me giunse e mi si pose a canto. Alzo allor, ben che a pena, il debil ciglio,
e veggio due vestiti in lungo manto tener due faci; e dirmi sento: “O figlio, confida in quel Signor ch'a' pii sovviene, e con la grazia i preghi altrui previene”.
In tal guisa parlava: indi la mano, benedicendo, sovra me distese, e susurrava in suon devoto e piano voci allor poco udite e meno intese.
“Sorgi (poi disse), e sarai forte e sano”, e con la destra la mia destra ei prese. O pietà vera, o fede! allor mi sembra piene di vigor novo aver le membra.
Maraviglioso i' guardo, e non ben crede l'anima sbigottita il certo e 'l vero: onde l'un d'essi a me: “Di poca fede perché tanto vacilla il tuo pensiero?
Verace corpo è quel che in noi si vede: servi siam di Gesù, ch'il lusinghiero mondo e 'l suo falso dolce abbiam fuggito, e qui viviamo in seggio erto e romito.
Me per ministro a tua salute eletto ha quel Signor che solo eterno regna, che per ignobil mezzo oprar effetto maraviglioso ed alto non disdegna:
né men vorrà così lasciar negletto quel corpo in cui già visse alma sì degna, lo qual con essa ancor, lucido e leve e immortal fatto, riunir si deve.
Dico di quel Sueno, a cui vedremo alzar, quando che sia, marmorea tomba in questa parte o 'n altro lido estremo, ove la gloria di Gesù rimbomba:
ma solleva omai gli occhi al ciel supremo a cui l'alma volò, quasi colomba; e mira quella chiara e ardente luce che mostra il corpo del tuo nobil duce”.
Allor vegg' io che da la eterna face, anzi dal sol notturno, un raggio scende che dritto là dove il gran corpo giace, quasi aureo tratto di pennel, si stende:
e sopra lui co 'l suo splendor vivace, le piaghe illustra e l'aria intorno accende; e subito da me si raffigura ne la sanguigna orribile mistura.
Giacea, converso a terra avendo il volto, pien di santa umilta, l'invitto sire ch'ebbe vivendo il core al ciel rivolto, in guisa d'uom ch'a gloria eterna aspire.
Chiusa la destra, e 'l ferro avea raccolto, com'il pugno stringesse, anzi 'l morire; e con l'altra lo scudo ancor teneva, né l'arme a gli empi, a Dio l'alma rendeva.
Nel modo stesso i suoi fidi seguaci volto a la terra avean il petto e 'l viso, quasi dando a la madre estremi baci, quando lo spirto fu da lor diviso.
Ma con faccia crudel di que' rapaci tutto giacea supino il volgo anciso: così dal guerrier pio distinto è l'empio, un destinato a' corvi, e l'altro al tempio.
Le calde piaghe al mio signor col pianto lavo; né sfogo il duol che l'alma accora. Parve la fredda mano aprire intanto, e la spada mi diè ch'Europa onora:
quella che sparso avea sangue cotanto, onde i segni veder potresti ancora: ch'è di tempra perfetta, e non è forse altra spada che debba a lei preporse.
Non è chi meglio fenda e meglio punga; né dura squamma, o duro cuoio, o cerro far potrebbe difesa ov'ella aggiunga, e taglierebbe ancor l'acciaio e 'l ferro:
ma grave oltra misura, e larga e lunga, pari in terra non ha, s'io pur non erro; se non s'è quella che portò in esiglio di forte padre assai più forte il figlio.
La pres'io ben, ma dissi: “Altrui si serba, ch'abbia pari valor, più lieta sorte, e con lei vendicar la troppo acerba e troppo iniqua possa e dura morte.
Io non ho contra il vero alma superba, né mi do vanto d'aver man sì forte, che raggirar la possa: altrui s'aspetta dunque del mio signor l'aspra vendetta”.
Disse il romito allor: “L'empio soldano ha il tuo signor co' tuoi compagni anciso: vattene dunque al cavalier soprano, che sarà intorno a l'alte mura assiso;
e non temer che nel paese estrano ti sia il sentier di nuovo ancor preciso; ché t'agevolerà per l'aspra via l'alta destra del ciel che là t'invia.
Quivi egli vuol che da la chiara voce, che viva in te serbò, si manifesti la pietade, il valor, l'ardir feroce, che nel diletto tuo signor vedesti;
perché a segnar de la purpurea croce l'arme, con tal esempio, altri si desti; ed ora, e dopo cento e cento lustri, infiammati ne siano i duci illustri.
Frattanto appresso i fidi e cari amici giacerà del tuo duce il corpo ascoso, mentre l'anime, amando, in ciel felici godon perpetuo onore e glorïoso.
Ma tu col pianto omai gli estremi offici pagati hai loro, e tempo è di riposo: e meco albergo avrai, sin ch'al viaggio far non possa stanchezza o piaga oltraggio”.
Così diceva; ed ecco oscura e negra nube di corvi e d'avvoltoi volanti scendere al campo in cui vittoria allegra non ebbe il gran nemico onde si vanti:
né lasciar faccia con gli artigli integra, o pur col rostro, de' seguaci erranti; e tutti sazi di quel fèro pasto non fèr viso de' nostri orrido e guasto.
Un'aquila vid'io con penne d'oro tra le vermiglie piume al vento sparse, ch'un angelo parea del sommo coro, così repente fiammeggiando apparse:
e 'ntorno al corpo, ond'io mi lagno e ploro, pur come a guardia la vedea girarse: e 'l veglio mi dicea: “Questi anco il guarda. Ma segui me, ché la partita è tarda”.
Tacque; e per lochi ora sublimi, or cupi mi scorse, ond'a gran pena il fianco trassi; poi, dove pende da selvagge rupi cava spelonca, raccogliemmo i passi.
Questo è il suo albergo; ivi, fra gli orsi e i lupi co 'l suo compagno egli securo stassi, che difesa miglior ch'usbergo e scudo, è la santa innocenza al petto ignudo.
Silvestre cibo e duro letto porse restauro alfine e posa al languir nostro. Ma poi ch'accesi in orïente scorse i primi rai de l'alba òrati e d'ostro;
vigilante ad orar subito sorse l'un e l'altro eremita in verde chiostro: e ricercâr, fin che tra loro i' fui, a me salute, e sepoltura altrui.
Sepolti il nobil duce e' suoi compagni in umil loco sono e 'n parte oscura; ch'è ben alta cagione ond'io mi lagni e del mondo e di mia forte ventura:
e brami trasportarli ov'il mar bagni di porto, o di città famose mura, in qualche riva d'Asia, ovver più lunge, dove stanca la fama a pena aggiunge;
perché di peregrini e bianchi marmi gli alzi sublime tomba il vecchio padre, e la sua gloria scriva in brevi carmi, dov'egli pianga e la sua antica madre:
e vi sospenda intorno insegne ed armi, temute già ne le famose squadre: e l'imagine armata in cima aggiunga, ch'il possente destrier affreni e punga.
Indi passando il navigante audace de l'inospite mar l'arene algenti; “Ivi Suen, dirà, si posa e giace, che in Asia ucciso fu da l'empie genti,
mentre andava al Sepolcro: eterna pace conceda a l'ossa il cielo, il mare e i venti; e non turbi Aquilon, quando più verna, del suo onore immortal la face eterna”.–
Qui tacque il messaggiero, e gli rispose il sommo duce: –O cavalier, tu pòrte dure novelle al campo e dolorose, ond'a ragion si turbi e si sconforte;
poi che genti sì amiche e valorose, breve ora ha tolte e poca terra assorte; e in guisa d'un balen lucente apparve il signor vostro in Asia, e poi disparve.
Ma che? felice è cotal morte e scempio, via più ch'acquisto di province e d'auro: né dar l'antico Campidoglio esempio d'alcun può mai sì glorïoso lauro.
Egli del cielo in luminoso tempio trionfa il mondo, non pur l'Indo o 'l Mauro: ivi cred'io che le sue belle piaghe ciascun lieto dimostri, e se n'appaghe.
Ma tu, ch'a le fatiche ed al periglio ne la milizia ancor resti del mondo, di lor gloria t'allegra, e lieto il ciglio mostra, e quanto conviene il cor giocondo:
che non sol qui del gran Guglielmo il figlio può sostener di quella spada il pondo, né lodo io già che dubbia via tu prenda, pria che di lui certa novella intenda.–
Questo parlar ne l'animosa mente di Riccardo l'amor desta e rinnova: e v'è chi dice: –Ahi fra nemica gente il giovinetto errante si ritrova:–
e non v'è quasi alcun che non rammente, narrando al Dano, i suoi gran fatti a prova: le cittadi espugnate, e i vinti regni, la prigione, e gli antichi e i novi sdegni.
Or quando del guerrier l'alta possanza avea gli animi accesi e 'nteneriti; ecco molti tornar, che per usanza eran d'intorno a depredar usciti;
e, sc¢rsi con insolita baldanza, e gregge conduceano e buoi rapiti; o ciò che può saziar l'umane brame, o pascer de' cavalli ingorda fame.
E questi di sciagura aspra e noiosa segno portâr ch'in apparenza è certo: rotta del bel Riccardo e sanguinosa la sopravvesta, e 'l forte arnese aperto.
Tosto si sparse (e chi potria tal cosa tener celata?) un romor vario e 'ncerto: corre il volgo dolente a le novelle del guerriero e de l'arme, e vuol vedelle.
Vede e conosce ben l'immensa mole del grand'usbergo, e 'l folgorar del lume, e l'arme tutte, ov'è l'augel ch'al sole prova i suoi figli, e mal crede a le piume:
ché di vederle già primiere o sole ne l'imprese più grandi ebbe in costume; ed or, non senza alta pietate ed ira, rotte e sanguigne ivi giacer le mira.
E narra il portator: –Quinci lontano quanto in un giorno un messaggero andria, verso i confini d'Arce un picciol piano, chiuso tra colli, alquanto è fuor di via:
e 'n lui d'alto deriva or presto or piano famoso fiume, e verso 'l mar s'invia; e, d'arbori di macchie ombroso e folto, opportuno a l'insidie il loco è molto.
Trascorre il fiume qui da fonte ignota, e per sei dì non si riposa o stanca; ma con alto rimbombo i sassi ei rota, e 'n su la destra sponda, e 'n su la manca:
nel dì settimo poi si scema e vòta l'urna al suo corso, onde languisce e manca; pur come di riposo alfin sia vago, è de l'eternità corrente imago.
Qui greggia o armento cercavam, che fosse venuta a' paschi de l'erbose sponde; e 'n su l'erbe miriam di sangue rosse giacere un guerrier morto in riva a l'onde.
A l'arme ed a l'insegne ogni uom si mosse, che furon conosciute ancor ch'immonde. Io m'appressai per discoprirgli il viso, ma trovai ch'era il capo indi reciso.
Mancava ancor la destra; e 'l corpo grande intero aveva il tergo, intero il petto; l'elmo, in cui l'ale il sacro augello spande, giacea del prato ne l'erboso letto.
Mentre cerco d'alcuno a cui dimande, un villanel sopraggiungea soletto, ch'indietro il passo per fuggirne torse, subitamente che di noi s'accorse.
Ma ne la fuga sua veloce e presta fu preso; e dimandato, alfin rispose: che 'l giorno avanti uscir d'alta foresta vide molti guerrieri, ond'ei s'ascose:
e ch'un d'essi tenea recisa testa per le sue chiome bionde e sanguinose; la qual le parve, in rimirando intento, d'uom giovinetto, e senza peli al mento;
e ch'il guerriero stesso indi l'avvolse in una tela da l'arcion pendente. Questo, ed altro da lui non si raccolse, fuor ch'egli lo stimò di nostra gente.
Io spogliar feci il corpo, e sì men dolse, che piansi nel sospetto amaramente: e portai meco l'arme, e lasciai cura ch'avesse degno onor di sepoltura.
Ma se quel nobil tronco è quel ch'io credo, altra tomba, altra pompa egli ben merta.– Così detto, Aliprando ebbe congedo, però che non avea cosa più certa.
Rimase grave, e sospirò Goffredo; pur nel tristo pensier non si raccerta: e con più chiari segni il tronco busto conoscer vuole, e 'l micidiale ingiusto.
Sorgea la notte intanto, e sotto l'ali ricopriva del cielo i campi immensi, e 'l sonno, ozio de l'alme, oblio de' mali, lusingando sopia le cure e i sensi:
tu sol, punto, Argilan, d'acuti strali d'aspro dolor, volgi gran cosa e pensi: né l'agitato seno o gli occhi ponno la quiete raccôrre o 'l molle sonno.
Costui, pronto di man, di lingua ardito, impetuoso e fervido d'ingegno, nacque del Tronto in riva, e fu nodrito ne le risse civil d'odio e di sdegno:
poscia in esiglio spinto, i colli e 'l lito empié di sangue, e depredò quel regno, sin che ne l'Asia a guerreggiar sen venne, e per fama miglior chiaro divenne.
Alfin questi su l'alba i lumi chiuse, né già fu sonno il suo queto e soave; ma fu stupor ch'Aletto al cor gl'infuse, non men che morte sia, profondo e grave.
Sono l'interne sue virtù deluse, e riposo, dormendo ancor, non ave; ché la furia crudel gli s'appresenta sotto orribili larve, e lo sgomenta.
Gli figura un gran busto, ond'è diviso il capo, e de la destra il braccio è mozzo; e sostien con la manca il teschio inciso, di sangue e di pallor livido e sozzo.
Spira, e parla spirando il morto viso; e 'l parlar vien co 'l sangue, e co 'l singhiozzo: –Fuggi, Argilan, non vedi omai la luce? fuggi le tende e 'l dispietato duce.
Chi dal fèro Goffredo, e da la frode ch'uccise me, voi, cari amici, affida? D'astio dentro il fellon tutto si rode, e pensa sol come voi meco uccida.
Pur se cotesta mano a vera lode aspira, e 'n sua virtù tanto si fida, non fuggir, no; plachi il tiranno esangue lo spirto mio co 'l suo maligno sangue.
Io sarò teco, ombra di ferro e d'ira ministra, e t'armerò la destra e 'l seno.– Così gli parla e nel parlar gl'inspira spirito novo di furor ripieno.
Si rompe il sonno, e sbigottito ei gira gli occhi gonfi di rabbia e di veneno: e come armato egli è, con importuna voce i guerrier d'Italia insieme aduna.
Gli aduna là, dove sospese stanno l'arme del buon Riccardo; e con superba voce il furore e 'l conceputo affanno in tai detti divolga, e disacerba:
–Dunque un popol sì barbaro e tiranno, che non prezza ragion, che fé non serba, che non fu mai di sangue e d'òr satollo, ci terrà il freno in bocca, e 'l giogo al collo?
Ciò che sofferto abbiam d'aspro e d'indegno sette anni omai sotto l'iniqua soma, è tal ch'arder di scorno, arder di sdegno potrà da qui a mille anni Italia e Roma.
Taccio che fu da l'arme e da l'ingegno del buon Tancredi la Cilicia doma; e ch'ora il Franco sol l'ingombra e gode, e i premi usurpa del valor la frode.
Taccio che ov'il bisogno e 'l tempo chiede pronta man, pensier alto, animo audace alcuno ivi di noi privo si vede portar fra mille morti o ferro, o face:
quando le palme poi, quando le prede si dispensan ne l'ozio e ne la pace, nostri in parte non son, ma tutti loro i trionfi, gli onor, le terre e l'oro.
Tempo forse già fu che gravi e strane ne poteano parer sì fatte offese; come lievi or le passo e come vane: che maggior ferita ne l'alte imprese
e duro intoppo; e con le leggi umane son le divine leggi insieme offese. E non fulmina il cielo? e non l'inghiotte la terra entro la sua perpetua notte?
Riccardo han morto, il qual fu spada e scudo di nostra fede, ed ancor giace inulto. Inulto giace, e su 'l terreno ignudo lacerato il lasciâro ed insepulto.
Ricercate saper chi fosse il crudo? A chi puote, compagni, essere occulto? Chi de' Franchi non sa l'invidia e l'arti? e i cori enfiati e lor veneni sparti?
Ma pur cerco argomenti? Il ciel io giuro, il ciel, che n'ode, e ch'ingannar non lice, ch'allor che si rischiara il mondo oscuro, spirito errante il vidi ed infelice,
del suo macchiato e di quel sangue impuro. Deh quai cose racconta, e quai predice! Io 'l vidi, e non fu sogno; e ovunque miri, par che dinanzi a gli occhi ancor s'aggiri.
Ora che farem noi? dée quella mano, che di morte sì ingiusta è ancora immonda, reggerci sempre? o pur vorrem lontano girne da lei, dove l'Oronte inonda?
dove a timide genti in fertil piano tante ville e città nutre e feconda, anzi a noi pur: nostre saranno, io spero; né co' Franchi comune avrem l'impero.
Andiànne: e resti invendicato il sangue (se così parvi) illustre ed innocente: ben che se la virtù che fredda langue, fosse ora in voi, quanto dovrebbe, ardente;
questo che divorò, pestifer angue, il più bel fior di nostra invitta gente, daria con la sua morte e co 'l suo scempio a gli altri di memoria eterno esempio.
Io, io vorrei, se 'l vostro alto valore, quanto egli può, tanto volere osasse, che per questa mia man ne l'empio core, nido di tradimento, il ferro entrasse.–
Così parla agitato; e nel furore e ne l'impeto suo ciascuno ei trasse: –Arme! Arme!– freme il forsennato, e insieme la gioventù superba: –Arme! arme!– freme.
Rota fra lor la destra armata Aletto, e co 'l foco il velen ne' petti mesce. L'ira cieca, il furor, l'empio sospetto, e la sete del sangue avanza e cresce:
e serpe quella peste e 'l volgo infetto lascia, e lunge da lor si spande ed esce: e passando fra' duci, ivi s'apprende, tanto ciascuno a la partenza intende.
Né sol le strane genti avvien che mova il duro caso e 'l gran publico danno; ma le cagioni antiche a l'ira nova materia insieme e nutrimento or danno.
Ogni sopito sdegno or si rinova: chiamano il popol Franco empio e tiranno: e in superbe minacce esce diffuso l'odio che non può starne omai più chiuso.
S'aggiunge a gli altri sdegni il novo scorno fatto da' Franchi a le latine genti, a cui rapîr, mentre scorreano intorno, la fatta preda e i già rapiti armenti:
e riportâr, quasi in trionfo adorno, del famoso guerrier l'arme lucenti, che fûr sospese ove i trofei dispiega l'invitto duce, cui timor non piega.
Così nel cavo rame umor che bolle, per troppo foco, entro gorgoglia e fuma, né capendo in se stesso alfin s'estolle sovra gli orli del vaso, e inonda e spuma:
né bastano a frenare il volgo folle que' pochi a cui la mente il vero alluma; tra quai Ruperto fu, ma tutto inteso a racquistar de l'arme il nobil peso.
Però che Baldovin, a cui n'increbbe, come di cosa ch'è creduta a pena, l'arme chiese al fratel, e pur non l'ebbe, né quel primo disdetto ancor l'affrena;
ma quel lucente acciaio vestir vorrebbe, e la spada impugnar d'aurea catena pendente, ei brama; e pria ch'indi le mova, Ruperto d'Ansa ancor le chiede a prova.
E dice al pio Goffredo: –O vere o false che sian le voci che fallaci estimo, l'arme di quel, che più ch'il mondo valse e vale ancor (né solo il ver sublimo),
chiedo, signor, ché troppo a me ne calse; al chieder tardo, a l'amar lui son primo: né v'è chi mi precorra, e 'n ciò m'adegua solo il fratel Ramusio, ov'ei mi segua.
Chiedole, e 'l suo fratello il mi concede. Se vive, com'io spero, a lui le serbo: se di lui fatte dolorose prede ha l'empia morte e 'l suo destin superbo,
men giustamente ogni altro or le richiede, per consolare il suo dolor acerbo; e per memoria di sì nobil pegno, o per vendetta far con pio disdegno.–
Così disse quel d'Ansa; e fu risposto dal pio Goffredo in parlar saggio e breve: –Non m'è il tuo merto e 'l tuo valore ascosto, e qual premio d'onore a te si deve;
benché amassi colui che troppo opposto ebbe al nostro voler l'animo leve, e troppo superbì; ma certo duolmi, che tanti nostri affanni accresca e colmi.
Ma non posso donar l'arme sanguigne, bench'il suo le richieda o 'l mio fratello, o tu che le parole hai sì benigne, in esaltando il mio quasi ribello,
mentre del suo morir voci maligne sparge con nostro biasmo il volgo fello. Qui dunque si staranno infin ch'è dubbio chi la fallace tela avvolga al subbio.–
Mentre ei così ragiona, irati a l'arme corrono in altra parte i più feroci, e già s'odon cantar guerriero carme cento canore trombe in fère voci.
Gridano intanto al duce pio che s'arme molti di qua di là messi veloci. E Baldovin dinanzi a tutti armato gli s'appresenta, e gli si pone a lato.
Egli ch'ode l'accuse, i lumi al cielo drizza, e pur, come suole, a Dio ricorre: –Signor, tu, che sai ben con quanto zelo la destra mia dal Latin sangue abborre,
tu squarcia a questi da la mente il velo, e reprimi il furor che sì trascorre: e l'innocenza mia, ch'a voi di sopra è nota, al mondo cieco ancor si scopra.–
Tacque; e dal cielo infuso entro le vene sentissi un novo inusitato caldo, colmo d'alto vigor, d'ardita speme, che fuor si sparge e 'l fa più ardito e baldo:
e da' suoi cinto ad incontrar sen viene chi mal ne l'alte imprese è fermo e saldo: né perché d'arme e di minacce ei senta fremito d'ogn'intorno, il passo allenta.
Ha la corazza indosso, e nobil veste sopra l'adorna com'è suo costume; nudo e le mani e 'l volto, e di celeste maestà vi risplende un vivo lume:
scuote il divino scettro, e sol con queste arme acquetar quegl'impeti ei presume: e mentre ei tal si mostra, e tal ragiona, più ch'in guisa mortal riluce e suona:
–Quali stolte minacce, e quale or odo vano strepito d'arme? e chi 'l commove? Così qui riverito, e in questo modo noto son io, dopo sì lunghe prove,
che v'è pur chi sospetti, e d'empio frodo Goffredo accusi, e chi l'accuse approve? Forse aspettate ancor ch'a voi mi pieghi, e ragioni v'adduca, e porga i preghi?
Ah non sia ver che tanta indignitate la terra piena del mio nome intenda: me questo imperio, me de l'onorate opre mie la memoria, e 'l ver difenda.
Ed ora la giustizia a la pietate ceda, né sovr' a' rei la pena scenda. A' vostri merti il vostro error perdono, ed al vostro Riccardo ancor vi dono.
Ma come verga o scettro al verde tronco, svelto, e polito con sottil lavoro, per arte del suo fabro, or ch'egli è tronco, più non può germogliar dal lucid'oro;
tal s'a questa perfidia il capo io tronco; vostra vita serbando e mio decoro, non fia nudrita qui ne gli ampi chiostri, quasi un'idra, peggior di tutti i mostri.
Co 'l sangue suo lavi il comun difetto quel che principio fu d'ogni furore: e mosso a leggerissimo sospetto sospinti ha gli altri nel medesmo errore.–
Lampi e folgori ardean nel regio aspetto (mentr' ei parlò) di maestà, d'onore; talch'il fèro Argilan, muto e conquiso, vinto è da l'ira d'un turbato viso.
E 'l volgo, ch'anzi irriverente, audace, tutto fremer s'udia d'orgogli e d'onte, quasi le mani a l'arme, ed a la face, (non ch'i piedi al partir) fosser già pronte,
non osa, e i gravi detti ascolta e tace, fra vergogna e timore alzar la fronte, e sostien ch'Argilano, armato e cinto da l'arme lor, sia da' ministri avvinto.
Così leon, ch'anzi l'orribil coma con ruggito scotea superbo e fèro; se poi vede il suo mastro onde fu doma la natia ferità del core altero,
può del giogo soffrir la grave soma, e teme le minacce e l'aspro impero: né i gran velli e i gran denti e l'unghie, c'hanno tanta in sé forza, insuperbire il fanno.
Parte videro alcuni in v¢lto crudo, ed in atto feroce e minacciante, l'angel lui circondar co 'l chiaro scudo di veritate opposto al volgo errante:
e vibrar fulminando il ferro ignudo, che di sangue appariva anco stillante; sangue era forse di città, di regni, che provocâr del cielo i tardi sdegni.
Così, cheto il tumulto, ognun si spoglia l'arme più gravi, ed ogni sdegno è spento: e torna il duce con placata voglia, a varie cose, ad alta impresa intento;
che d'assalir più la città s'invoglia, quando alcuno de' suoi scorge più lento: e rivedendo va le incise travi, già in macchine conteste orrende e gravi.
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