Ma 'l buon Ruperto, a cui di nulla calse fuor che di ritrovare il fido amico, e 'n lui cercando, i monti e l'onde salse varcheria, non che il fiume o 'l lido aprico;
non da parole è mosso incerte o false a cui diè vana fede il tempo antico, né da fantasma, o da terror notturno, né da sogno che vien da l'uscio eburno:
ma da lume del cielo, onde s'informa del sacro Piero la divina mente, o seggia, o vada, o parli, o pensi, o dorma; tal ch'a' suoi detti ei s'attenea sovente.
E, senza ritrovar vestigio od orma del suo signor, sen gìo co 'l sol nascente. E per compagno il dano Araldo elesse, che terzo in tanto amor esser potesse.
Veduti Araldo in verde etate e cêrchi vari costumi avea, vari paesi; peregrinando da' più freddi cerchi del nostro mondo a gli Eti¢pi accesi;
e com'uom che virtute e senno merchi le favelle e le usanze e i modi appresi; poi, grave d'anni, a quelle imprese eccelse Sueno seguì, che ricercollo e scelse.
Ambo avean già lasciato addietro il lago che de l'ira del cielo anco s'attrista; ma pur tre volte a la celeste imago il dì si pinge e par cangiato in vista.
E vedeano il Giordan corrente e vago, che, due stagni passando, il corso acquista più chiaro sempre, e verde riva asperge: pur manca alfin nel terzo, e si disperge.
Poscia il lago mirâr che lui nel grembo secondo accoglie, e 'l bel paese intorno; dico di Genesar, cui fèro nembo e fulmine non fece o danno o scorno,
e 'l primo ancor fangoso il seno e 'l lembo, cui Giordan parte con più chiaro corno, non lunge al Panio, ov'alta rupe instilla ne l'ombrosa spelunca onda tranquilla.
E pensan di mirar fontana ignota più oltre, s'egli pur deriva altronde. E come Fiala entro la propria rota mai non cresca né scemi e sempre abonde.
E fonte anco veder ch'è men remota, e più lunge ha del Nilo i pesci e l'onde. Ma lor gran maraviglia intanto occorse, che da tutt'altro a sé gli volse e torse.
Mentre sospesi stanno, a lor d'aspetto venerabile in vista un vecchio appare; pur come sorga dal profondo letto che volge il viso al fonte, e 'l tergo al mare;
chiuso ed avvolto in vestir lungo e schietto, che di candido lin contesto pare. Scote questi una verga, e 'l fiume calca co' piedi asciutti, e contra 'l corso il valca.
Sì come soglion là vicino al polo, se avvien che 'l verno i fiumi agghiacci e indure, correr su 'l Ren le villanelle a stuolo, con lunghi strisci, e sdrucciolar secure:
tal ei ne vien sovra l'instabil suolo de l'acque che non son salde, né dure. Ma lui tosto conobbe il buon Ruperto; ché certa aita è nel periglio incerto.
Questi il principio d'alta stirpe antica traea d'arabi regi, e da caldei; e perché l'alma avea saggia e pudica, sprezzò gl'idoli vani, e i falsi dèi;
e i Franchi amò pur come gente amica, e lor sovvenne quattro volte e sei. A lui salvò la patria il gran Riccardo, però a' compagni or non vien lento e tardo.
–Amici, per fornir l'impresa onesta, non v'è d'uopo passar montagne e lidi, né mari avversi con fortuna infesta, ma convien che virtù vi scorga e guidi;
e, se fia cosa al vostro andar molesta, ella sol v'avvalori, ella v'affidi: e 'n vece d'un bel sol, nel basso mondo di tenebre v'illustri orror profondo.
Piacciavi entrar ne le spelunche ascose dunque, e veder questa secreta sede; ch'ivi udrete da me non lievi cose, onde s'accresca l'animosa fede.–
Disse; e che lor dia loco a l'acqua impose, ed ella tosto si ritira e cede; e quinci e quindi, d'erto monte in guisa, curvata pende, e 'n mezzo appar divisa.
Ei mena lor ne le sue stanze interne, ove non splende più l'aria serena; ma incerta e debil luce ivi si scerne, qual di luna fra' boschi ancor non piena.
E gravide d'umor ampie caverne veggiono, onde fra noi sorge ogni vena, la qual distilli in fonte, o 'n fiume vago discorra, o stagni e si dilati in lago.
Stupidi rimirâr gli umidi regni, e tra spelunche chiuse acque stagnanti, e sotto a' monti cavernosi e pregni, senza luce, o splendor, selve sonanti:
secreti ascosi a' men sublimi ingegni, non ch'a la vista, o pur a' sensi erranti: e sbigottiti più ch'in campo, o 'n guerra, al gran suon di tante acque andâr sotterra.
Potean vedere onde il Giordano, ed onde nasca l'Oronte, o pur l'Eufrate, e 'l Tigre ch'unito è pria, poi fa diverse sponde, e veloce è vie più che pardo o tigre;
e Capro, e Lico, e Gorgo, e 'l corso e l'onde chiare del Cidno, e de l'Arasse impigre: né quivi tiene 'l Nilo il capo occulto, o 'l Negro, che risorge ancor sepulto.
E non si cela a' sensi Idaspe od Indo, e de gli altri maggior si mostra il Gange, ed ogni altro che parte il Perso o l'Indo, e i gran campi del mar percote e frange:
e quanti in lui ne versa Olimpo e Pindo, e quel gelato in cui Prometeo s'ange; quanti o 'n Parnaso o 'n Tauro alpestri fonti ha più sublimi, o in Iperborei monti.
E quivi si vedea con vene d'auro Pattolo, ed Ermo, e Tago ancor più lunge; e con fronte superba il Po di tauro, lo qual con cento fiumi al mare aggiunge:
e 'l Tebro trïonfal cinto di lauro, con gli ondosi fratei ch'a sé congiunge: e 'l bel Tesino, e l'Adda, e 'l Mincio, e l'Arno, e 'l suo picciol Sebeto, e 'l Liri, e 'l Sarno.
Vedeano appresso i puri zolfi e i vivi argenti in quella terra umida e molle: dove trapassa il sol con raggi estivi, sì ch'ella fuma riscaldata e bolle;
e tra quasi correnti e vaghi rivi, si stringe in glebe argentee o 'n auree zolle; e fiorir varie gemme infra metalli, come fiori purpurei, azzurri e gialli.
Né di rose e di gigli un chiaro fiume suol più le rive intorno aver dipinto. Quivi scintilla con ceruleo lume il celeste zafiro e 'l bel giacinto:
e par che l'ombre il gran carbonchio allume con chiara face onde l'orrore è vinto; e 'l rubino, e 'l diamante ancor più saldo splende, e lieto verdeggia il bel smeraldo.
I guerrier fra le cose antiche e nove sen vanno, in guisa d'uom cui sonno lega: maravigliando, Araldo alfin commove l'affettüose voci, e parla e prega:
–Deh, padre, dinne ove noi siamo, ed ove ci guidi, e tua condizion ne spiega: e di quel che veggiam, qual sogno ed ombra, dotti ci rendi, e lo stupor disgombra.–
Risponde: –Or sète (e non v'inganna il senso) nel grembo de la terra oscuro, interno, ch'in una parte è raro, in altra è denso; ma tutto passa lo splendor superno:
pur non è ella il gran principio immenso, il gran principio de le cose eterno; ben che madre si chiami, e vesta, e vanti la reggia, e i figli suoi divi e giganti.
Ma se degna di fede è fama antica, l'Oceàn de le cose è il vecchio padre. L'Oceàn chiude in sé la terra aprica, e 'n grembo siede a lui chi detta è madre.
Da prima egli produce, egli nudrica d'umor le forme rilucenti e l'adre: gli animali, le piante, i fiori e l'erbe generate d'umore, avvien ch'ei serbe.
E non sol quanto a noi s'estingue e nasce, e qui vede fra noi mattino e sera, ma le stelle lucenti e 'l sole ei pasce, mentre si volge per obliqua sfera.
Quinci avvien ch'or un segno, or l'altro lasce, e trapassi là su di fèra in fèra: ma i sensi e le ragioni il volo han corto, contemplando nel ciel l'occaso e l'òrto.
Altri forse sarà ch'a voi racconte d'altre acque sovra il cielo in suon più sacro, d'altro vero Oceàno, e d'altro fonte di luce, e d'altro puro ampio lavacro:
e le cinque fontane a voi fian conte, non pur la somma, a cui purgo e consacro il torbido pensiero e l'alma immonda, e ber vi fia concesso in lucid'onda.
Io, quel che lece in quest'ombroso chiostro, in cui dispiega il suo poter natura, sgombro la cieca notte al senso vostro, che sì profonda e densa i lumi oscura:
ed ecco i fonti a voi del mar dimostro da cui deriva la materia oscura: e prima e poi ch'indi si faccia il tutto, ondeggia pur con tempestoso flutto.
E di Cocito, e d'ogni fiume ardente a voi noto pur fia quant'io conosco.– Così diss'egli; ed apparian repente de l'Oceàno i fonti, a l'aer fosco.
E come sia di lor fiume e torrente il mar di Gade, e l'Africano, e 'l Tosco, e quello ove è sepolto il fier Tifeo, l'Adriano, e l'Ionio, e 'l padre Egeo,
e l'inospite Eusino, e 'l Ponto ondoso, e quel ch'appresso fa l'ampia palude, e ciascun altro che per loco ombroso, o sotto aperto cielo indi si schiude.
Né pure il Caspio per sentiero ascoso trapassa e 'ntorno si circonda e chiude; ma tutti gli altri con perpetuo giro là parean far ritorno, onde partîro.
Altro che mai non sorse e non apparve a l'aria dolce che del sol s'allegra, al Tartaro tornar veloce or parve, facendo più d'una rivolta integra:
e volar, quai fantasme oscure e larve, l'alme dolenti intorno a l'onda negra; parte dentro attuffarsi a mille a mille: e quinci poi fumar fiamme e faville.
E lor mostrava in lagrimosa vista volar al foco gli amorosi spirti: –E questo (disse) per amar s'acquista; né qui dà refrigerio ombra di mirti:
altri ritien la sabbia, e l'onda attrista dove l'arena fa fervide Sirti: ed altri Flegetonte al fondo infiamma sotto l'acqua che son d'ondosa fiamma.
E quelli (disse) d'innocente sangue macchiâr la destra vizïata e lorda; e quei diêro il venen d'orribil angue, per fame d'oro e di ricchezza ingorda:
o la morte aflrettâr de l'egro esangue in altro modo ch'a ragion discorda: e quegli altri seguîr l'arme de gli empi, spogliando altari, e vïolando i tempî.
Ma 'l Tartaro profondo assorbe e copre chi 'l suo proprio signore e 'l dato pegno de la fede ha tradito; e non discopre tiranno, usurpator d'ingiusto regno.
Né si ponno purgar le colpe e l'opre d'alma crudel ch'irriti eterno sdegno: ma involto è giù ne la miseria estrema il capo che portò l'alto diadema.
Apprendete giustizia, egri mortali; e non sprezzate il Re che 'l mondo regge; il cui voler non fa le pene eguali: ma ne le varie colpe è giusta legge.–
Così diss'egli; e quei, che i fieri mali e de l'alme mirar l'inferme gregge, vinti eran da pietate, e da temenza del sommo Re che dà l'alta sentenza.
Ma da l'orribil vista i lumi e i passi tosto lor volse in altra parte il saggio, e gli condusse affaticati e lassi, poggiando, che già splende un vivo raggio.
–E per imo sentiero al sommo vassi, (disse) e s'apre a le stelle alto vïaggio; se colpa non ritiene e grave incarco di vizi alma sublime al dubbio varco.
Ed io sempre lontan dal chiaro cielo non sto sotterra in tenebrosa stanza, ma su 'l Libano spesso e su 'l Carmelo ho sublime magion che tutte avanza.
E qui spiegansi a me senza alcun velo Venere e Marte, ed ogni lor sembianza: e veggio come ogni altra, o presto, o tardi, roti benigna o minacciosa guardi.
E sotto i piè mi veggio or folte or rade le nubi, or negre ed or pinte da Iri; e generar le pioggie e le rugiade risguardo, e come il vento obliquo spiri:
come s'accenda, e quai distorte strade il folgore tonando infiammi e giri: scorgo comete ne gli aperti campi, ed altre forme onde lo cielo avvampi.
E non pensiate già ch'angeli stigi a l'alte maraviglie or qui costringa, come colei che prigionieri e ligi fa tanti eroi con arte e con lusinga:
ma de l'Un ricercando alti vestigi, avvien ch'al sommo gli altri e me sospinga; sol per unirmi a l'Un c'ha nulla parte, ed unir può ciò che si sparge o parte.
Egli è quel ch'è; sublime, anzi superno: e quel che non è lui, da lui disgiunto, è falso e nulla: e 'n lui diviene eterno (quasi parte di lui) chi seco è giunto.
Nol vider gli avi miei, ned io discerno ne l'altissima nube il vero appunto: che son fra 'l suo splendore e i lumi nostri di diece spere i luminosi chiostri.
Nol vider gli avi miei che magi appella il mondo ancora, e scettro aveano e regno ne l'Orïente, insin che nova stella a gli estremi di lor fu scorta e segno.
Anzi ciascun de' nostri innanzi a quella felice età, fu di mirarlo indegno nel proprio volto, e 'n maestà vetusta: ma l'orme vide e la sua man robusta.
Or ben vegg' io ch'augel notturno al sole è nostra vista a' rai del primo vero; e men s'abbaglia in questa eccelsa mole, fatta con sì mirabil magistero.
E di me stesso rido e d'altrui fole, onde scorno mi fece il vostro Piero: ma sono in parte altr' uom da quel ch'io fui; che da lui pendo, e mi rivolgo a lui.
E se nulla d'antico io qui riserbo, a me sembiante o pur a lui difforme; non son de gli avi, o del saper superbo sì, ch'io nol lasci e vesta in altre forme.
Veglio farò quel ch'io non feci acerbo, di lui seguendo pur la voce e l'orme: Filagliteo mi chiamo; e basti or questo, ch'io son del vero amico e de l'onesto.–
Così disse, e da l'antro al monte usciva quegli che rado fece inganno o fallo: dove abitò, non lunge a l'erta riva, d'oro albergo lucente e di cristallo:
sovra sette, sembianti a fiamma viva, di piropo o di lucido metallo altissime colonne, in cui s'appoggia, quasi da contemplar teatro o loggia.
Di candido zafiro e d'adamante eran le porte in cui lo sol traluce: e tanto l'uno e l'altro era sembiante, che mal si distinguea colore o luce;
ma quel che preme con le gravi piante, senza lasciar vestigio, il vecchio duce, è di topazio, oltra misura adorno, col segno di armellino e d'unicorno.
Son di fini topazi i gradi ancora, onde si monta a l'alto albergo e sale. Di marmo il muro, che si pinge e 'ndora, di bel candore al bianco avorio eguale:
e le finestre, volte inver l'aurora, di chiar cristallo o gemma altra non frale: di ceruleo zafir la somma parte sparsa è di stelle con mirabil arte.
Quivi il celeste Arturo ed Orïone, chi lor fece, imitando, impresse e finse; e ben mille del cielo auree corone, e poi l'un cerchio a l'altro intorno cinse:
e 'n cinque giri il cielo, e 'n cinque zone, nel suo mezzo la terra ancor distinse. Così scolpiti, varïando a' sensi, avea di questo mondo i lumi accensi.
Gli altri non già, ma stesi innanzi al volto un gran velo di luce e di splendori, onde uom potrebbe immaginarsi avvolto quel ch'è più occulto de' celesti cori.
Quinci da l'alta loggia il lido incolto, quindi rimira ombre, fontane, e fiori, e ciò che può nudrir l'erta pendice di vago, d'odorato e di felice.
Balsamo, cassia, incenso, amomo e croco vi sono, e piante, ed erbe a mille a mille; mirra ivi ancor nel dilettoso loco versa il dolore in lagrimose stille;
e ciò ch'aduna al suo vivace foco la Fenice, ond'accesa arda e sfaville: e ciò che 'l saggio re descrisse in prima in quel già colto o 'n altro estranio clima.
E quanto accolse poi Latino o Greco, ch'abbia di chiara fama illustri gridi. Quinci per vie secrete oscuro speco di Joppe scorge e d'Ascalona a' lidi:
ond'ei, che sa le strade, a l'aer cieco talor giunse improvviso a' guerrier fidi: e per refugio occulto, e per ostello su le ripe fondò torre o castello.
Or quivi non mancâr ministri e servi, ch'a l'ombra d'un bel faggio e d'un alloro portâro in lieta mensa e lepri e cervi in bei vasi d'argento e di fino oro:
perché le stanche membra indi conservi ciascuno, e prenda al travagliar ristoro. Alfin, volto a Ruperto il vecchio saggio: –Sf¢rzati (disse) al cielo, alto coraggio:
e disgombra il timor, ch'al tuo Riccardo, oltre ogni tuo pensier, vicino or sei; e di sua libertate a te riguardo l'onore, eguale a quel d'alti trofei.–
–Padre (rispose) io tardo mossi, e tardo tu non spiasti già gli affetti miei: ma de la vita e di famose palme non curo omai, tanto di lui sol calme.
Allor fia in vece a me d'alta vittoria la morte, che per lui quest'alma io versi. Solamente ch'ei torni a quella gloria ch'invidïaro i suoi nemici avversi.
Perda ogni altro di me grata memoria: pur ch'ei la serbi, e mostri i lumi aspersi ne la mia morte, come già vid'io il dì ch'ei disse a' dolci amici –a Dio–.
Egli piangea, tanto di me gl'increbbe, a cui 'l proprio fratello appena adegua. Io prima nacqui, ed egli in prima crebbe: e sol temo morir, perch'ei non segua.
Ben ti sovvenne, e sovvenir ti debbe (che la memoria in te non si dilegua) quando mi predicesti, in dubbio caso, òrto immortal dopo il mortale occaso:
dicendo ch'a me fine era prescritto immaturo ne l'Asia, e morte acerba, s'io liberava il cavaliero invitto da la dolce prigion ch'amor gli serba:
pur n'avrei lunga fama oltra l'Egitto, ed oltra Babilonia empia e superba. Ma, lui lasciando, e l'altre imprese e l'armi, poteva al duro fato anch'io sottrarmi.
Allor morir elessi: or non mi pento, né viver sì ozïoso in pace io sceglio, né se vivessi ancor cent'anni e cento, sazio sarei di vita, infermo veglio.
Ma ne' suoi rischi neghittoso e lento son troppo, e tardi al mio dover mi sveglio: or fa' ch'io sappia ove si trovi, e come, o domito d'amore, o d'altre some.–
Rispose al guerrier forte il vecchio grave: –Esser non puote il ver ch'a te si celi. Dunque saprai de la prigion soave quanto addivenne, e com'egli arda e geli.
Ma l'alma invitta che di nulla pave, non si perturbi al minacciar de' cieli, perch'il destin non signoreggia e sforza, e la pietà divina ogn'ira ammorza.–
Poscia ricominciò: –L'opre e le frodi note a voi son de la crudele Armida: com'ella al campo venne, e con quai modi molti indi trasse la fallace guida.
Sapete ancor che di tenaci nodi dipoi gli avvinse, albergatrice infida, e ch'indi a Gaza gl'inviò con molti custodi, e che tra via fûr poi disciolti.
Or quella io narrerò ch'appresso occorse vera istoria, e da voi non anco intesa. Poi che la maga rea vide ritôrse la preda sua, già con tanta arte presa,
ambe le mani per dolor si morse, e disse fra suo cor, di sdegno accesa: “Ah vero unqua non fia che d'aver tanti guerrieri liberati egli si vanti.
Se gli altri sciolse, ei serva; ed io sostegna le pene altrui serbate e il lungo affanno: egli sia stretto di catena indegna, né proprio suo, ma sia comune il danno”.
Così, tra sé dicendo, ordir s'ingegna questo, ch'ora udirete, iniquo inganno. Viensene al loco in cui Riccardo vinse l'empia scorta in battaglia, e 'n parte estinse.
Quivi, poi che 'l suo scudo ebbe deposto, la sopravveste d'un pagan si pose, forse perché bramava andarne ascosto con meno illustri insegne e men famose.
Le sue prese la maga iniqua, e tosto v'involse un tronco busto e poi l'espose in riva a un picciol fiume ove doveva stuol di Franchi arrivar, come soleva.
E questo antiveder potea ben ella, che mandarvi le spie solea dintorno: onde spesso del campo avea novella e s'altri indi partiva, o fêa ritorno:
e con maligni spirti anco favella sovente, e fa con lor lungo soggiorno. Espose dunque il falso corpo in parte molto opportuna a l'ingannevol'arte.
Non lunge un sagacissimo valletto pose, vestito pur di rozzi panni, e 'mpose lui come recar effetto egli dovesse a' mal pensati inganni.
E questi sparse poi d'empio sospetto fra' vostri il seme, e di futuri affanni: onde si mieta di spietata guerra frutto, e di morte in mal divisa terra.
E fu, come ella disegnò, creduto per opra di quel pio Riccardo ucciso, bench'il falso sospetto, indarno avuto, del ver si dileguasse al primo avviso.
Cotal d'Armida l'artificio astuto primieramente fu, quale io diviso: ora udirete come poi seguisse il bel Riccardo, e quel ch'indi avvenisse.
Qual cauta cacciatrice, Armida aspetta Riccardo al varco. Ei su l'Oronte aggiunge, dove un rio si dirama, e un'isoletta facendo, tosto a lui si ricongiunge:
e 'n su le rive una colonna eretta vede, e un picciol battello indi non lunge. Fisa egli tosto gli occhi al bel lavoro de la colonna, e legge in lettre d'oro:
“O chiunque tu sia che voglia o caso, peregrinando, adduce a queste sponde, maraviglia maggior l'Orto e l'Occaso non ha di ciò che l'isoletta asconde.
Passa se vuoi vederla”. E' persuaso tosto l'incauto a gire oltre quell'onde: e perché mal capace è frale barca, gli scudieri abbandona, e solo e' varca.
Come è là giunto, cupido e vagante volge intorno lo sguardo, e nulla ei vede, fuor ch'antri ed acque, e fiori, ed erbe e piante, onde quasi schernito allor si crede.
Ma pur il loco e così lieto, e 'n tante guise l'alletta, ch'ei si ferma e siede: e disarma la fronte, e la ristaura al soave spirar di placid'aura.
Il fiume gorgogliar frattanto udìo con roco suono, e là con gli occhi corse: e mover vide un'onda in mezzo al rio, che tornò in se medesma, e si ritorse:
e quinci alquanto d'un crin biondo uscìo, e quinci di donzella un volto sorse, quinci il petto, e le mamme, e ciò che vela onestate, ed amore altrui rivela.
Così talvolta da notturna scena o ninfa o dèa tardi sorgendo appare. Questa già de l'Eufrate empia sirena a l'Oronte fu tratta, e 'n vista pare
di quelle ch'abitâr l'onda tirrena, sì com'è fama, e 'nsidïoso mare. Né men ch'in vista è bella, in suono è dolce: e così canta, e 'l cielo a l'aura molce.
“O giovinetti, mentre aprile e maggio v'ammanta di fiorite e verdi spoglie, di gloria e di virtù fallace raggio la semplicetta mente ah non v'invoglie.
Solo chi segue ciò che piace è saggio, e 'n sua stagion de gli anni il frutto coglie. Questo grida natura: ah folli! e voi pur indurate l'alme a' detti suoi.
Folli, perché gettate il caro dono, che breve è si di vostra età novella? Nomi, e senza soggetto idoli sono quel che merto ed onore il mondo appella.
La fama ch'invaghisce al dolce suono voi superbi mortali, e par sì bella, è un eco, un sogno, anzi del sogno un'ombra, ch'ad ogni vento si dilegua e sgombra.
Goda il corpo securo, e 'n lieti oggetti l'alma tranquilla appaghi i sensi frali: oblii le noie andate, e non affretti le sue miserie in aspettando i mali.
Nulla curi se 'l ciel tuoni e saetti, minacci egli a sua voglia e 'nfiammi strali. Questo è saver, questa è felice vita, e natura l'insegna, anzi l'addita”.
Sì canta l'empia: e 'l giovinetto al sonno con note invoglia sì soavi e scòrte. Quel placido già serpe, e fatto è donno sovra ogni senso in lui più fermo e forte:
né i tuoni omai destar, non ch'altro, il ponno da quella queta imagine di morte. Esce d'aguato allor la falsa maga, e gli va sopra, di vendetta vaga.
Ma quando in lui fissò lo sguardo, e vide come placido in vista egli respira, e quell'atto gentil che dolce ride, ne' lumi chiusi: or che fia, s'ei gli gira?
pria sospesa si ferma, e poi s'asside a lui vicina, e si dilegua ogn'ira mentre lui guarda; e 'n su la vaga fronte pende così che par Narciso al fonte.
De' ligustri, de' gigli, e de le rose, ch'allor fiorian per quelle piagge amene, con bell'arte congiunte indi compose lente ma indissolubili catene.
Queste al collo, a le braccia, ai piè gli pose: così l'avvinse, e così preso il tiene; e 'n guardia il diè fra l'erbe e i fior novelli al Sonno ed a la Morte, ambo gemelli:
che il portâr ne le selve occulte e sole, onde verdeggia il Libano frondoso; e tra i bianchi ligustri e le vïole il posâr dolcemente in letto erboso,
dove l'ombra de' cedri a' rai del sole e de l'erranti stelle il tenne ascoso, sovra spargendo in disusata foggia di mille fiori l'odorata pioggia.
Ella non torna de' Fenici al regno, né dove ha il suo castello in mezzo a l'onde; ma, ingelosita di sì caro pegno, e vergognosa del suo amor, s'asconde
dove giunger non possa armato legno da le Tirrene rive, o d'altre sponde. Quivi un palagio fonda appresso un lago, né fece opra maggior regina o mago.
A piè del monte ove la maga alberga, sibilando strisciar nuovi pitoni, e cinghiali arricciar l'aspre lor terga, ed aprir la gran bocca orsi e leoni
vedrete; ma scuotendo una mia verga temeranno appressarsi ove ella suoni. Poscia, molto maggior (s'uom dritto estima) è l'occulto periglio al monte in cima.
Ivi a la Sira dea sublime tempio (ché memoria de l'opra ancor non langue) fu sacro e 'l culto fu profano ed empio: e dove giacque il bel fanciullo esangue,
costei paventa pur l'antico esempio fra duo bei fiumi: un di purpureo sangue fatto si crede, e d'amoroso pianto l'altro c'ha di chiarezza il pregio e 'l vanto.
Quinci ella derivò di lucid'onde il fonte, e 'l rio che i riguardanti asseta; ma dentro a' freddi suoi cristalli asconde di tosco micidial forza secreta:
ch'un picciol sorso il suo venen diffonde, e inebria l'alma, e lei fa vaga e lieta: indi a ridere uom muove, e tanto il riso s'avanza alfin, ch'ei ne rimane ucciso.
Lunge la bocca disdegnosa e schiva torcete da l'umor che tosto ancide; né le dolci vivande in verde riva v'allettin pur, né le donzelle infide
con voce soavissima e lasciva, con dolce aspetto che lusinga e ride; ma voi, gli sguardi e le parole accorte sprezzando, entrate pur ne l'alte porte.
Dentro è di muri inestricabil cinto, con mille torti in sé confusi giri; ma io vi porgo il filo, e lui dipinto, sì che nessuno error fia che v'aggiri.
Verdeggia un bosco in mezzo al laberinto, che par che d'ogni fronde amore spiri, quivi, nel verde sen d'erba novella, giace il guerrier sovente e la donzella.
Ma come essa, lasciando il caro amante, in altra parte 'l piede avrà rivolto, vo' ch'a lui vi scopriate, e d'adamante lo scudo, ch'io darò, gli alziate al volto:
perch'ei se stesso miri in quel sembiante, e 'n abito lascivo e molle involto: ch'a tal vista potrà vergogna e sdegno scacciar dal petto suo l'amore indegno.
Altro che dirvi omai poco m'avanza, se non ch'assai securi ir ne potrete; e trapassar de la secreta stanza ne le più interne parti e più secrete:
perché non fia che magica possanza a voi ritardi il corso, o 'l passo viete: né potrà pur (cotal virtù vi guida) il giunger vostro antivedere Armida.
Ma s'ella, sue minacce aggiunte a' preghi, voi perseguisse, come suol, superba; non sia di voi chi per suo amor si pieghi, né per lusinga, o per querela acerba;
ma con più stretti nodi allor si leghi per vostra mano, e non tra' fiori e l'erba. Voi da me di topazio infuso in Lete e d'adamante aspra catena avrete.–
Già del sol richiamava il nuovo raggio a l'opre ogni mortal ch'in terra alberga, quando tornò da' suoi riposi il saggio a' due guerrieri; e: –Pria ch'il di più s'erga,
accingiamci (lor disse) al bel vïaggio; ecco lo scudo, il filo, ecco la verga d'òr circondata, a cui d'antichi regi scettro agguagliar non ponno i mastri egregi.
Questa è d'un'erba che talor germoglia d'arida sabbia in arenose sponde, con lunga in cima e ripiegata foglia, e due come ali del suo piè diffonde;
e quinci e quindi de la verde spoglia sparge nel mezzo poi minori fronde: ruhat fu detta in barbaro idïoma, ma la Grecia licnite ancor la noma.
Questa v'affida di periglio e scorno (disse), né belva fia ch'a voi s'appresse;– ma i due guerrier, ch'avean gia l'arme intorno per vie che d'orme non vedeano impresse,
partîr col veglio; e nel chinar del giorno giunsero ove la stanza Armida elesse: e videro il palagio, a gli altri occulto, dov'era più del monte il giogo inculto.
–Mirate (dicea lor) quell'alta mole ch'in cima al monte di lontan si vede. Quivi fra cibi, ed ozio, e scherzi, e fole torpe il campion de la cristiana fede.
Voi con la scorta poi del novo sole su per quell'erto moverete il piede: né vi gravi aspettar la bella aurora, che notturna fatica inutil fôra.
Ben co 'l lume del sol, ch'anco riluce, insino al monte andar per voi potrassi.– Essi al congedo di quel saggio duce, posero da' cavalli a terra i passi:
e ritrovâr la via ch'ivi conduce, ch'agevol fôra a' più impediti e lassi: ma quando v'arrivâr, da l'Oceàno era il carro di Febo ancor lontano.
I due guerrieri in loco ermo e selvaggio, chiuso d'ombre, fermârsi a piè del monte: e come 'l ciel rigò col nuovo raggio il sol, de l'aurea luce eterno fonte:
–Su su,– gridâro; e 'l dubbio erto viaggio ricominciâr con voglie ardite e pronte. Ma esce, non so d'onde, e s'attraversa fiera, serpendo orribile e diversa.
Innalza d'oro squallido squamose le creste e 'l capo, e gonfia il collo d'ira: arde ne gli occhi, e le vie tutte ascose tien sotto il ventre, e tosco e fumo spira:
or s'accoglie in se stessa, or le nodose rote distende, e sé dopo sé tira: tal s'appresenta, e 'l passo orribil guarda, né però de' guerrieri i passi or tarda.
Ruperto il ferro stringe e 'l drago assale; ma l'altro grida a lui: –Che fai? che tente? Per isforzo di man, con arme tale, vincere avvisi il difensor serpente?–
Egli vibra la verga e l'òr non frale, sì che la belva 'l sibilar ne sente, e 'mpaurita al suon fuggendo ratta, lascia quel varco libero, e s'appiatta.
Più suso, alquanto il passo a lor contende fèro leon che gli rimira e rugge, e d'ampia bocca apre caverne orrende, onde ei divora i vivi corpi e strugge:
si sferza con la coda, e l'ira accende; ma da la verga poi s'arretra e fugge, più che da foco, e da virtù secreta d'augel che nuncio sia del gran pianeta.
Seguia la coppia il suo cammin veloce: ma terribile schiera han già davante de' selvaggi animai, vari di voce, vari di moto, vari di sembiante.
Ciò che di mostruoso e di feroce erra fra 'l Nilo e 'l mauritano Atlante, par qui tutto raccolto: e quante belve l'Ercinia ha in sen, quante l'Ircane selve.
Ma pur sì fèro esercito e sì grosso non vien che lor respinga, o che resista, anzi (miracol novo) in fuga è mosso da un picciol fischio e da una breve vista.
La coppia omai vittorïosa il dosso de la montagna senza intoppo acquista: se non che lor ritarda al fin vicino de le rigide vie l'aspro cammino.
Ma poi che già le spalle ebber varcate, lasciando a tergo il discosceso e l'erto, un bel tepido ciel di dolce state trovâr, e 'l pian sul monte ampio ed aperto:
aure fresche mai sempre ed odorate vi spiran con tenor stabile e certo, né i fiati lor, sì come altrove suole, sopisce o desta, ivi girando, il sole.
Né, come altrove suol, ghiacci ed ardori, nubi e sereni in quelle piagge alterna; ma 'l ciel di candidissimi splendori sempre s'ammanta, e non s'infiamma o verna:
e nudre a' prati l'erba, a l'erbe i fiori, a' fior l'odore, a' rami l'ombra eterna: siede su l'acque, e signoreggia intorno le piaggie e i monti, il bel palagio adorno.
La coppia a l'erta cima omai salita pronti aveva gli spirti e 'l corpo lasso: onde ne gìan per quella via fiorita, lenti or movendo, ed or fermando il passo:
quando ecco un fonte, ch'a bagnar invita le labbra, alto cader da un vivo sasso, con larghissima vena e con ben mille vaghi giri spruzzar l'erbe di stille.
Ma tutta insieme poi tra gli olmi e i faggi in profondo sentier l'acqua s'aduna, e sotto l'ombra di perpetui maggi, mormorando sen va gelida e bruna:
e pura, e chiusa al trapassar de' raggi, senza celare in sé vaghezza alcuna, e sovra le sue rive alta s'estolle l'erbetta, e vi fa seggio fresco e molle.
–Ecco il fonte del riso, ed ecco il rio, che mortali perigli in sé contiene. Or qui tenere a fren nostro desio, ed esser cauti molto a noi conviene:
chiudiam gli orecchi al dolce canto e rio di queste del piacer false sirene: così (diceva Araldo) al chiaro gorgo n'andremo, ove l'insidie or tese io scorgo.–
Quivi di cibi prezïosa e cara drizzata è l'ampia mensa in verdi rive; e scherzando vedean per l'acqua chiara due donzellette garrule e lascive,
ch'or si spruzzano il volto, or fanno a gara chi prima a un segno destinato arrive: si tuffano talora, e 'l capo e 'l dorso scoprono alfin dopo il celato corso.
Mosser le natatrici ignude e belle de' duo guerrieri alquanto i duri petti, sì che fermârsi a riguardarle; ed elle seguian pure i lor giuochi e i lor diletti.
Ma l'una intanto candide mammelle, e tutto ciò che più la vista alletti, mostrò, da' fianchi in suso, ignudo al cielo: fêan quasi l'acque a l'altre parti il velo.
Qual mattutina stella esce de l'onda rugiadosa e stillante, o come fuore spuntò, nascendo già, da la feconda spuma de l'Oceàn, la dea d'amore:
tale apparve costei; tal crespa e bionda chioma stillava il cristallino umore: poi girò gli occhi, e pure allor s'infinse que' duo vedere, e in sé tutta si strinse.
La chioma allor su l'aurea testa accolta, con un bel nodo ella repente sciolse, che lunghissima in giù cadendo e folta, d'un velo d'oro il molle avorio involse.
O che leggiadra vista a gli occhi è tolta! Ma non men vago fu chi lor la tolse; così da l'acque e da' capelli ascosa, a lor si volse lieta e vergognosa.
Rideva insieme, e insieme ella arrossia, ed era nel rossor più bello il riso, e nel riso il rossor che le copria insino al bianco mento il chiaro viso.
Mosse la voce poi sì dolce e pia, che fôra ciascun altro indi conquiso: –O fortunati peregrin', cui lice giungere in questa sede alma e felice!
Questo è il porto del mondo, e qui è il ristoro de le sue noie, e quel piacer si sente, che già senti ne' secoli de l'oro l'antica e senza fren libera gente.
L'arme, che insino a qui d'uopo vi fôro, potete omai spogliar securamente, e sacrarle in quest'ombra a la quiete; ché guerrieri qui sol d'amor sarete.
E dolce campo di battaglia il letto fiavi, e l'erbetta de' più verdi prati; e noi mêrrenvi anzi 'l regale aspetto di lei che qui fa i servi suoi beati,
che v'accorrà nel bel numero eletto di quei, ch'a le sue gioie ha destinati; ma pria la polve in queste acque deporre vi piaccia, e 'l cibo a quella mensa or tôrre.–
L'una disse così: l'altra concorde l'invito accompagnò d'atti e di sguardi; e come al suon de le canore corde s'accompagnano i passi, or lenti or tardi.
Ma i cavalieri hanno indurate e sorde l'alme a quei vezzi lor vani e bugiardi: e 'l lusinghiero aspetto e 'l parlar dolce di fuor s'aggira, e solo i sensi molce.
E se di tal dolcezza entro diffusa parte si sparge, ond'il desio germoglie, tosto ragion, ne l'arme sua rinchiusa, sterpa, o recide le nascenti voglie.
L'una coppia riman vinta e delusa, l'altra sen va, né pur congedo toglie. Essi entrâr nel palagio, elle ne l'acque: cotanto l'esser vinte a lor dispiacque.
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