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1544–1595

LIBRO DECIMOTTAVO

Torquato Tasso

Ma poi che vide aggiunti il Re superno a la bramata impresa i duo Roberti, a cui devean nel più gelato verno esser de l'ampio mare i seni aperti;

ben che nel suo divino alto governo non abbian parte i fati o i casi incerti, gli occhi rivolse da quei curvi legni d'Esperia estrema a' combattuti regni.

Né sol del Frisio duce e del Normando, rimira le fatiche e i gran perigli, ma i giustissimi Ispani, e di Fernando e di Ramiro i valorosi figli,

per cui Spagna dal giogo il capo alzando, del regno di Leone oprò gli artigli là 've domar devea, dal regio soglio, d'empi regi africani il fèro orgoglio.

Il sommo Dio degli altri dèi vetusto, che vuol che di sua luce ognun s'illustri, guardava il nuovo re, qual novo Augusto, ch'ivi regnar devea tanti anni e lustri:

spirando in lui col vero amor del giusto, e con pietà l'alte virtuti illustri: né ad Alfonso girò le sante luci, quasi men curi in Asia i nostri duci.

Ma non fêa cieca guardia il gran ribello, quegli che muover suol tempeste e lampi; e quasi eguale al suo infernal fratello, perturba il mare e fa che l'aria avvampi:

e 'n Libano sedendo, or questo or quello lido mirava, e i salsi mari e campi, ed Elia e Joppe, e tante navi e 'l porto, dal giogo onde scorgea l'occaso e l'òrto.

Già visto avea di corredate navi, che uscian di Laodicea, veloce il corso, ben che sian di cavalli e d'arme gravi, che dànno al figlio di Lucia soccorso;

e 'n varie forme le conteste travi le quai rompean del mar ceruleo il dorso, spiegar le vele da sublimi antenne, e vittoria volar con auree penne.

Ed or veggendo di colori e d'auro avvicinarsi l'Aquila dipinta, così detta è la prima, onde restauro potria la gente aver rinchiusa e vinta,

la Sfinge, l'Idra, l'Orca, e 'l gran Centauro, poi Glauco e la Sirena oltre la quinta, commossa avrebbe la procella e 'l nembo, per tuffarle del mar nel vasto grembo.

Ma dicea fra sé poi: –S'io queste immergo, lentando il freno a' procellosi spirti, o lor per l'ampio mar porto e dispergo infra gli scogli e l'arenose Sirti,

lunge dal colle ov'ha securo albergo il guerrier che fuggi gli ombrosi mirti; che de l'altre avverrà, già scòrte al lido, nel periglio comun del mare infido?

Propria tempesta a quelle, e proprio risco già muover converrebbe in questi mari, ch'io di veder turbati a pena ardisco, tanti han legni da me guardati e cari.

E 'l Signore ond'io temo e sbigottisco, sdegnato, non farebbe il danno or pari; ma daria tutti in preda i legni nostri a gli abissi, ai diluvi, a i fèri mostri.

Dunque, che fo? Tutto ozïoso attendo, che giungan salve a le bramate rive; vittorïose al re del cielo offrendo di spoglie ostili i doni e di votive?

Ma 'l gran tridente mio vinto sospendo, e torno a l'ombre ch'ei di luce ha prive, per non veder giammai su l'ampio Egeo, o di Siri, o d'Egizi alzar trofeo.

Ma se ne gli alti fati è sol prescritto che tocchin le famose antiche sponde, né d'Arabia le navi, o pur d'Egitto, vinceran combattendo in mezzo a l'onde;

io sono il duce ancor de l'acque invitto, e signoreggio ovunque il mar circonde: e le concedo a la vorace fiamma del mio fèro fratel che tutto infiamma.–

Così diss'egli, e i piè veloci e pronti mosse de l'erto giogo, e venne a basso, e l'alte selve e quei selvaggi monti fece tremar co 'l suo terribil passo:

e tre volte crollò l'orride fronti d'aspre montagne, e ruppe il vivo sasso; ma del quarto vestigio il lido informa, né gli consente il suo furor che dorma.

Or mentre del tumulto il ciel risuona, e che dal muro ognun rifugge e scampa, al gran Roberto Goldemar ragiona: –Già dentro il muro 'l fier nemico accampa,

e già, prese le porte, aspra corona d'orribil guerra a te d'intorno avvampa: già per le navi son divisi e sparsi Egizi e Siri, e non potran ritrarsi.

Noi dobbiam tosto farlo, insieme accolti i più forti di questo o d'altro stuolo; pria che siam presi in mezzo, e 'ntorno avvolti d'empi nemici, in mal securo suolo;

ché pochi e stanchi, incontra i fèri e molti fuor de la ròcca avrian di morte il duolo; ma se colà potrem ritrarci in alto, sosterrem de le turbe il nuovo assalto.–

Così diss'ei: né spiacque il suo consiglio al magnanimo cor del gran Roberto; e, ben che far bramasse il pian vermiglio de l'altrui sangue, esposto al caso incerto,

pria che lasciar le navi in quel periglio, pur con le schiere si rivolge a l'erto: e seco il buon Normando e 'l bel Guglielmo, Goldemaro, Aristolfo, e 'l fido Antelmo.

Tutti facean di lor folta falange, qual Roma avria lodata, e Pella e Sparta, ch'impeto alcun non la perturba o frange, o si fermi in battaglia, o si diparta:

e se avvien che si volga e loco cange, non si vede però confusa o sparta. Così appressava allor Germania e Francia scudo a scudo, elmo ad elmo, e lancia a lancia.

Lancia a lancia, elmo ad elmo, e scudo a scudo, e guerriero a guerriero, e duce a duce, parean quasi congiunti; e 'l ferro ignudo splendeva al ciel con più terribil luce.

Così ristretti incontra 'l popol crudo, gli ordini densi il gran guerrier conduce: e vibrando 'l cimier, l'insegna e l'asta ciascun de gli altri, ei solo a lor sovrasta.

In tal guisa ordinati, oltra sen vanno, già pronti avendo ad ogni estrema sorte gli animi alteri, ch'a temer non hanno, senza vergogna e scorno, orrida morte;

ma pria gli assalta del crudel tiranno il figliuol più animoso, anzi 'l più forte, co' Filistei ch'il suo valor seguîro, e con quei di Sidone e quei di Tiro.

Fra' caduti ripari, a loro incontra ruinoso venia dal lato destro, come per verno o per diluvio, incontra che si svella dal monte un sasso alpestro

e tutto abbatte ciò ch'a caso incontra precipitando per cammin silvestro: rimbombano i torrenti e l'alte selve, e fuggon per timore armenti e belve.

Pur non fuggîro, e non turbâro i Franchi l'ordine in cui venian, condenso e folto; ma l'aste acute gli opponeano a' fianchi, al forte petto, al minaccioso volto;

né però avvien ch'egli vacilli o manchi; ma, vibrando la sua, Torindo ha colto, ed aprendo lo scudo e la lorica, il petto gli passò l'asta nemica.

Ma fu ripieno il loco, e si ristrinse la schiera, e vi successe il buon Toraldo, a cui passò l'usbergo e dentro ei spinse la già sanguigna lancia, e 'l ferro caldo

giunse ove il cibo scende, onde l'estinse. Pur l'ordine rimase intero e saldo: e dove cade l'un, trafitto 'l ventre, subito avvien ch'il successor rientre.

Né per timor ch'altri il disossi e spolpi, sarebbe alcun dal loco addietro or mosso; ma tanti fûro e sì gravosi i colpi ond'Argante è da lor còlto e percosso,

che non sarà che il suo ritrarsi incolpi, romano cavalier, greco, o molosso; ma pur conforta i suoi con alte voci, e gli fa co 'l suo esempio ancor feroci.

–O Turchi in guerra forti, o popol fido, o voi che già solcaste i salsi flutti, per me passando a sì remoto lido, dove lieta fortuna or v'ha condutti:

durate meco, e 'n quel già vecchio nido, i ladroni del mare or fian distrutti: né lungo tempo sosterran la forza nostra, e di tutti noi, se più si sforza.–

Così parlava; e 'n ragionando, accese di ciascuno de' suoi gli spirti e 'l core, a dimostrar ne l'onorate imprese, quanto avesser di forza e di valore.

Fra gli altri Norandin che tardi intese a farsi, mentre visse, al mondo onore, lo scudo avendo a' suoi nemici opposto, a l'audace fratel si fece accosto.

E con sublime cor ristretto e chiuso sotto il lucente acciaio tutto s'accolse, allor che Antelmo, di fallir non uso, vibrò l'asta pungente e 'n mezzo il colse;

ma fragil parve il legno e 'l ferro ottuso, tal che del vano colpo egli si dolse, e si ritrasse disdegnoso addietro, dicendo: –Il mio troncon somiglia il vetro,

signore, e d'esser teco ho gran vergogna, se non emenda or questo error la spada.– Così se stesso e l'arme sue rampogna. Ma Guglielmo no 'l tien, parlando, a bada:

e l'uno e l'altro, in guisa d'uom che agogna gloria, e far ch'il nemico a terra cada, taciti combattean, colmi di sdegno, col ferro a prova e co 'l ferrato legno.

Guglielmo di sua mano a morte diede il feroce Almansor, che d'Alessandro tenne gran tempo la superba sede, ma nacque dove al mar corre Scamandro:

e condusse di là prigioni e prede, e 'nsin dal lido ove s'innalza Antandro; onde per mezzo de' suoi fatti egregi, fu tra' generi ancor del re de' regi.

Il Britanno signor con l'asta lunga ferì costui sotto il sinistro orecchio, e fe' sentir quanto sia grave e punga, poi la svelse con l'alma al corpo vecchio.

Qual tronco annoso cui dal suol disgiunga vïolenza di ferro o di Libecchio, cade dal giogo, onde lontano apparse, ben mille aride foglie a terra sparse:

tale indietro cadea, sonando intorno l'arme dorate e le dipinte spoglie; e mentre a lui si fece oscuro il giorno, gemendo egli membrò tenera moglie,

ch'avea sì di sua man il veglio adorno, e questo accrebbe più l'estreme doglie: ed ella pur l'amor godea di furto, stimando a' suoi diletti il tempo curto.

Ma con la spada 'l fido Antelmo intanto prima troncava l'asta, e poi la mano de l'empio Asarco, indi gli stese a canto col terzo colpo il suo fedel germano:

e de la fuga ancor gli tolse il vanto, e col quarto il mandò sossopra al piano, perché, mentre ei volgea le inermi spalle, il colse in parte ov'il colpir non falle,

e tutta quella vena a lui recise, la qual dal largo dorso in su trascorre, e giunge a la cervice, onde l'ancise e 'l feo cader presso l'antica torre.

Ma Norandin frattanto anch'ei divise con la sua lancia il petto al bruno Ettorre, venuto insin da l'arenosa piaggia che inonda il mare a l'isola selvaggia.

E 'l fido Antelmo a Norandin converso ferì lo scudo d'ogni parte eguale; e di nuovo l'acciaio lucente e terso sostenne il colpo che saria mortale.

Il turco a lui lasciò di sangue asperso il braccio, onde schifò l'ira fatale, ch'ad altra mano il suo destin riserba la vita, ch'è sì dolce, ancor acerba.

E 'l suo fratello Argante ancor gli punse il suo nemico, e, l'asta in lui vibrando, ruppe ogni piastra ed ogni acciaio disgiunse, pur il ferito braccio allor piagando.

Si trasse Antelmo a dietro, e si congiunse co 'l buon principe Inglese e co 'l Normando, che l'amico salvâr piagato ed egro, opponendo a quel fiero il tronco integro.

Ma le schiere de' Turchi apre e scompiglia il gran Ruberto, e l'arme incide e parte; e da poi che spezzò l'asta vermiglia entro le membra d'atro umor cosparte,

tra 'l largo naso e le due irsute ciglia, là dove siedon gli occhi in cava parte, con la pungente spada Alteo feriva, e per la via del pianto il sangue usciva.

E l'una e l'altra luce a terra, mista co 'l sangue, cadde entro la nera sabbia. Quegli combattea ancor privo di vista, di vita no, con dispietata rabbia:

sin che l'anima sua dogliosa e trista, quasi fèra selvaggia, uscìo di gabbia con fier muggito, e 'l volto esangue e torvo restò per disfamare il cane e 'l corvo.

Ma Roberto da poi la punta immerse ne l'ampio petto del crudele Almonte, che tant'oltre la strada in giù s'aperse, che pervenne del sangue al caldo fonte:

quinci la spada ad Oribel converse, e 'nsino al mento gli partia la fronte, tal ch'Arifan fu d'improvvisa tèma mosso invano a fuggir l'ora suprema.

Ma dove il capo a la cervice è giunto Roberto il colse; ed ogni nervo inciso, sì ch'uopo non saria fascia né punto, pender sul petto fea la testa e 'l viso:

e come ramo d'alto pin disgiunto, con poca scorza ancor non è diviso, così atteneasi a quel sanguigno tronco quasi divelto il teschio, e quasi tronco.

Fra gli altri che a fuggir l'estremo fato in quel sanguigno assalto allor non valse, né la forza e 'l furor del conte irato, Ismael fu, ch'incauto ivi l'assalse.

Questi varcò sin da l'avverso lato del mondo i lidi aprici e l'onde salse, là 've a sinistra il sol cader fa l'ombra, e poco al mezzogiorno o nulla adombra.

Né già venne a cercare o spoglia ostile in nobil guerra o glorïosa fama; ma nobil moglie e stirpe alta e gentile, che la figlia del re sospira ed ama.

E d'illustrar la sua progenie umìle, e le nuove ricchezze altero ei brama; oro scoprendo e gemme ancora occulte, pria del sepolto padre a lui sepulte.

Ma fèra morte al suo desio s'oppose, ed a le nozze ond'egli era sì vago, ch'a lui Roberto il ferro in seno ascose, e fe' di nero sangue in terra un lago.

Da quelle parti in respirar ventose, in cui traluce imaginata immago: e forse ancor da la vicina sede amor cacciò, ch'ivi abitar si crede.

Bucentaffo e Sinan, fidi compagni, la spada micidiale aggiunse appresso, perché non sia chi si lamenti e lagni de la sua morte anzi l'onor promesso;

o tepide acque d'odorati bagni scaldi al foco di mirto e di cipresso, ed amomo prepari, e mirra, e 'ncensi al corpo ingrato, in cui son morti i sensi.

Ma 'l figlio d'Assagor più forte e saggio, e l'indomito Ircan che morte sprezza, pur dimostran pugnando alto coraggio contra la schiera a le vittorie avvezza;

attraversando lor l'alto vïaggio di quella rocca a la sublime altezza, dove i Liguri suoi Guglielmo aduna, con Guimerto che scòrse alta fortuna.

E Rodoan sotto il piloso mento a Cimosco il Frison gran lancia affisse; mentre a parlar, più ch'a ferire intento, volea: –Compagni–, dir: ma nulla disse:

perché insieme col sangue uscìa, qual vento, per la piaga lo spirto ond'egli visse: e fece un mormorar dolente e roco, pur come stride umido legno al foco.

E poscia ch'in Argeo l'impeto ei volve, tutto gli ebbe passato il destro fianco. E, lui disteso entro l'immonda polve, trafisse d'Ariman l'omero manco,

ed in preda a colei che tutto solve, fra gli altri morti lui gittò pur anco. Quegli prendea con la sinistra palma la lorda terra, anzi 'l fuggir de l'alma.

Ma sotto il ciglio Ircano allor percosse Rifeo, che nacque ove più gela e verna, fra 'l Reno e Mosa, e giovinetto ei mosse per acquistarsi nome e fama eterna;

ma l'asta acuta la pupilla scosse, e de l'occhio passò l'atra caverna, e, per la sua nuca uscendo, il sangue tetro per un colpo spargea davanti e dietro.

Venne Ramberto ancor da l'alte sponde de l'alma Olandia, e presso 'l mar palustre: e da quella città ch'è in mezzo a l'onde, cercando in Asia gloria ond'ei s'illustre:

già prima, per solcar l'acque profonde de l'ondoso Oceàn, fra' Goti illustre e fra' Norvegi, al porto or sì vicino sul lido 'l giunge il suo fermo destino.

Ganfredo ed Ugo avean lasciato 'nsieme Ulisinga del mar sonante in riva, a cui dintorno egli s'aggira e freme: con lor di Gravelinga Anton veniva.

Or, per l'istessa man che nulla teme, lasciâr la carne che di spirto è priva; ma non può il fèro Ircan per sua possanza chiudere il passo a quel che tutt'avanza.

E Rodoano, ed egli a viva forza, ed ogni altro con lor cedea rispinto, al gran Roberto che gli atterra e sforza, tal ch'il sinistro lato avea già vinto.

Dal destro invitta è la nemica forza d'Argante, d'altrui sangue orrido e tinto, lo qual seguito da feroce turba, già mossa ha la falange e la perturba.

E l'uno verso l'altro allor converte de' duo gran cavalieri l'impeto e l'ira, onde le squadre avverse aveano aperte, ma vie pià incauto Argante i passi gira;

e i non ben vinti e le fortune incerte lascia da tergo, ed a la ròcca aspira; e prima in arrivando ei l'asta abbassa nel gravissimo scudo, e no 'l trapassa.

Né già vacilla nel suo colpo ed erra, ma la possente man rimase inerme; né mosse il cavalier ch'in soda terra l'alte vestigia aveva impresse e ferme:

qual aspro scoglio, o torre alta di guerra, fondata in piagge solitarie ed erme che non si crolli per soffiar de l'Austro, o per vento che spiri il freddo plaustro.

Argante, ch'il suo cerro indarno ha rotto, e l'altro ond'è percosso integro scorge, di quel soverchio ardir che l'ha condotto, e del suo gran periglio allor s'accorge:

e si vien ritirando a' suoi di sotto, ov'è chi nuova lancia in man gli porge: ma Roberto adirato anco il persegue, e più seco non vuol paci né tregue.

Ma contra lui che rapido s'arretra, mostra di sì lontano il fèro sdegno: di molti sassi, onde quel suol s'impetra perché a le navi sien fermo ritegno,

lanciando la pià grave e dura pietra, pur come dardo o stral s'avventa al segno; e nel petto il percosse il grave pondo, su 'l giro de lo scudo ampio e ritondo.

E come quercia, ch'orrida procella del ciel turbato e fulmine tonante da le radici sue sterpi e divella, così cadéo lo spaventoso Argante:

e questa mano in su l'arena e quella l'asta e lo scudo abbandonò tremante, e la terra tremò per dura scossa, tutti gridando a la crudel percossa.

Ma i Fiamminghi lanciâr quadrella e sassi sovra 'l disteso corpo, e no 'l ferîro, ché Ircano e Norandin con pronti passi, e Celebin gli fece intorno un giro.

Alcun non è che t'abbandoni e lassi nel rischio, Argante, o sia Fenicio, o Siro; ma con lo scudo alzato a coprir t'ebbe, tanto del suo periglio a tutti increbbe.

Da le pietose man de' fidi amici a' veloci cavalli ei fu portato, che lunge da furor d'aspri nemici, eran congiunti al ricco giogo aurato:

e quinci ei fu condotto a' lidi aprici, in cui gran padiglione aveano alzato, vicino al sasso ove cotanto piacque Andromeda legata in riva a l'acque.

E fra coltre dipinte e molli piume fu posto il cavalier ch'anco languia; e 'l volto sparso dal licor d'un fiume che seca indi non lunge umida via:

e sorgendo a sedere, al dolce lume de' bei raggi del sol già gli occhi apria, ma poi ricadde, e pur d'orrori e d'ombre avvien che oscura notte ancor gl'ingombre.

Ma come quei di Frisa e quei d'Olanda, e quei che Leuci già fûr detti e Remi, e quei che in navigando il mar d'Irlanda solean prima adoprar le vele e i remi,

e gli altri, a cui Roberto allor comanda, abitatori già de' lidi estremi, vider portare il corpo al duro scoglio, gl'infedeli assalîr con grande orgoglio.

E 'l Normando signor fra tutti il primo fu che d'asta ferìa l'empio Siracco, e sotto il duro scudo aperse l'imo ventre, e ciò ch'ascondea il tristo sacco:

e lui ravvolse in quel sanguigno limo, sì che più non vedrà Menfi, o Baldacco, dove solea da queste parti a quelle portar fra due califfi alte novelle.

E disse rampognando: –Or va', racconta quel che tra noi si faccia al re d'Inferno, e come l'uomo in guerra a l'uom s'affronta, e narra ivi di me nel lago Averno.–

Così a la fèra morte oltraggio ed onta aggiungea per vendetta e per ischerno; perché già il falso messaggier deluse i nostri duci, e vera pace escluse.

Ma Norandin, che vendicar non pote di lui, come vorrebbe, il fier dispregio, fére Albion fra le vermiglie gote, già di cavalli domatore egregio:

quel, dove ora non sono o spazi o rote, per cui nel corso acquisti onore e pregio, muore a piè tra le navi, e brama invano carro e destrier che 'l porti indi lontano.

E già di Norandin rigida Parca l'estreme fila intorno al fuso accoglie, perché il principe Inglese a lui sen varca, che d'averne desia l'ultime spoglie:

e 'n quello spazio ove le ciglia inarca, d'acutissima punta in fronte il coglie, tal ch'egli cade, e tosto avvien che spiri, mandando al frate gli ultimi sospiri.

Che rado muor senza vendetta alcuna, chi lascia il buon fratel nel caro albergo. Ma Celebin per varïar fortuna, anco non volge al fier nemico il tergo;

e i suoi compagni a sé d'intorno aduna e dice: –Se di sangue or non m'aspergo, non curo riveder la patria, o 'l padre, né baci aspetto da l'antica madre.–

Disse; e passò del buon Gisolfo il braccio, la parte al fiero Albingo opposta al dorso: l'un colà nato ove l'acuto ghiaccio talor restringe a la Mosella il corso,

l'altro tra' boschi ove al suo duro laccio prese le fère, e combattea con l'orso; e spesso, in paludosa ed ima valle, del feroce cinghial ferì le spalle.

Percote appresso in su le cave tempie Protoldo, d'Alemar ministro e donno, e nel pian che del sangue altrui s'adempie, lui manda asciutto in preda al grave sonno.

Ma qui sorgiunge il gran Roberto, e l'empie turbe il suo incontro sostener non ponno. Celebin piu non fe' né far poteva, ch'il nemico maggior di fama il leva.

E 'l pallido timore ingombro a tutti l'animo e 'l volto avea di freddo gelo; e fuggian, paventando, a' salsi flutti. la destra che parea destra del cielo.

Or chi narrar potria le strida e i lutti? e de gli anni squarciar l'oscuro velo? perché sian conte con eterna gloria la morte de' più forti e la vittoria?

Dite voi, Muse, che nel ciel lucente fra l'aure stelle fate alto soggiorno, qual fosse il primo cavalier possente di ricche spoglie in quel contrasto adorno,

poi che la timorosa e varia gente facea precipitosa al mar ritorno: Roberto il grande fu, che stese a terra Sciriffo il Turco, assai famoso in guerra,

duce di quei che le frondose cime di Libano abitâro e quei paesi; e lode ebbe vicina a quelle prime l'alto signor de' sagittari Inglesi,

ch'alzar trofeo di Norandin sublime volle, e lui dispogliò d'aurati arnesi: e 'l fèro Gazi a lui congiunto estinse, e dal fianco aurea zona ancor gli scinse.

Aristolfo, Laméc, e Bala, e Niso, duci d'Arabi ancide e d'Idumei. E Raimondo Baduc avea conquiso, tra' Palestini uom chiaro e Nabatei.

Guglielmo e Guimerin del volgo anciso poteano in terra anco drizzar trofei, ma non stimâro onor fallace e corto, se pria non s'acquistava il mare e 'l porto.

Ma più d'ogni altro in perseguir veloce si dimostrava il buon duce Normando; e di quei che fuggian, la man feroce più ne mandava ancor di vita in bando:

volgeasi a' lidi dolorosa voce, e 'l mar gonfiava l'onde, alto mugghiando: e già d'urli e di strida e di cordogli sonar s'udian le piagge e i duri scogli.

Eldalfio intanto il cavalier d'Egitto trova, che più non giace e 'n coltre siede, che già raccolto avea l'animo invitto dal fèro colpo che gran duol gli diede;

e 'l sudor e l'ansar del corpo afflitto è già cessato, e 'l suo vigor sen riede, e conosce gli amici, e parla, e duolsi del caso onde perdeo gli spirti e i polsi.

Ragiona Eldalfio a lui come lo inspira l'angelo, ch'è vicino e lunge adopra; quel, dico, che destar lo sdegno e l'ira suol d'alto vento e volge il mar sossopra,

con tenebrosa potestate e dira che data, com'ogni altra, è sol di sopra: demonio il chiama angelica favella, ma 'l pazzo mondo lui Fortuna appella.

–O del gran re de' regi amico eletto e genero fedele, osa e confida, ché non fia sempre al valoroso petto il cielo avverso e la fortuna infida.

Io tosto il calle d'appianar prometto a quella rbcca ove il ladron s'annida; e quel muro atterrarti in picciol tempo: tu sorgi, e vieni a la vendetta a tempo.

E vedrai sovra il lido omai discese le marittime turbe, ond'è coperto, e con giri larghissimi distese tosto n'andran gridando in loco aperto:

tal che far non potrà da noi difese quella ròcca, quel fosso, o quel Roberto. Or segui, ed a l'impresa anco t'accingi, e i cavalli a le navi omai sospingi.–

Così diss'egli; e col suo dire infuse la Fortuna in Argante ardire e possa, tal che più non sentia di carni ottuse il dolor, che lasciò l'aspra percossa:

né de l'altro pensier ella il deluse, ché fermò la sua gente in fuga mossa, tosto ch'apparve, come suol, maligno Marte, lucendo di splendor sanguigno.

E quei che sino allora avean seguìto, per riportare alfin vittoria intera, ora veggendo il cavaliero ardito sorto in sembianza minacciosa e fèra,

che intorno scorre a l'arenoso lito, riordinando i suoi di schiera in schiera: sbigottiti fermârsi a lui d'incontro e l'animo lor cadde al nuovo incontro.

Così da' can veloci in alta selva, o presso a precipizi ed a dirupi, fugge il cornuto cervo e si rinselva, e la selvaggia capra a l'erte rupi:

sin ch'appare, e spaventa orrida belva lo stormo, che non teme o gli orsi, o i lupi, ne la terra di Bocco ovver di Juba, d'artigli armata e di terribil iuba.

Disse Aristolfo, di lor tèma accorto: –Qual miracolo è questo? o ch'io vaneggio. Il fiero Argante, che ci parve uom morto pur dianzi, or vivo e 'ncontra armato il veggio,

come sia da l'Inferno oggi risorto, per opra del demonio, a farne il peggio. Ma non temiam; ciascuno a me ristringa di voi più forti i passi, e lui rispinga.

Ma la gente più frale omai dia vòlta dopo il mio tergo, e se n'andrà secura, sin ch'ella fia dentro a' ripari accolta e tra le navi e le difese mura.–

Tacque; e la schiera feo più densa e folta, che fu suo proprio magistero e cura: come in far torre, per umano ingegno, pietra a pietra si giunge e legno a legno.

Quivi ordinava a' suoi nemici a fronte quei ch'erano più forti e d'arme gravi, lor ristringendo appresso al fèro conte, l'altre genti mandava a l'alte navi.

Ma lor, di trapassar bramose e pronte, tardava il fosso a le confisse travi: copriano intanto il ciel d'orride nubi quei ch'abitâro ove latrava Anubi.

E d'alto giù cadean gli acuti strali, come in sul tetto grandine sonora; e molti di quei colpi eran mortali, là 've facean entrando ancor dimora;

e già Eldalfio avea stese, in guisa d'ali, quinci e quindi la gente Egizia e Mora; e, come selva si circonda o tana, cinger vorria la gente ancor lontana.

E i Roberti, e Guglielmo, e Goldemaro al numero cedeano omai soverchio, contra 'l qual non restava altro riparo perché non gli circondi il fèro cerchio;

e l'ordine bramato avrian più raro, se non faceano al capo alto coperchio: ma nel volger la fronte e nel ritrarsi, gli ordini si turbâr divisi e sparsi.

Però ch'Eldalfio i suoi distesi e vòlti avea girando, e combattea dappresso, mentre Argante i destrieri omai raccolti sospingea ne lo stuol ristretto e spesso.

E d'arme saettate a' corpi, a' v¢lti, parte lasciò l'orribil segno impresso, parte ancor, fissa in terra, ingorda sembra del fèro pasto di sanguigne membra.

Ma innanzi a tutti il gran demonio adombra i cavalieri, e gli perturba e caccia: ben che di nube abbia vestite e d'ombra l'orride spalle e la terribil faccia:

e, scotendo il tridente, ond'egli ingombra d'alte ruine il lido, ancor minaccia ricoprir de' gran monti il capo e 'l dorso, togliendo a l'onde tempestose il morso;

in cui, come la fama altrui divolga, l'antichissima Joppe occulta giacque; Joppe, che par del mostro ancor si dolga, fondata anzi il diluvio appresso l'acque:

e ch'umilmente gli occhi a Dio rivolga, cui sino a quell'età salvarla piacque, perch'egli la difenda ancor vetusta, fra gl'inondati lidi e 'n terra adusta.

Ma quel superbo, il suo timor deposto, dicea: –Termine a me l'umida terra già non prescrive; e 'l lido e 'l monte opposto crollar posso, ed aprir chiuso e sotterra:

ed or farò, ne le mie nubi ascosto, invisibile a' Franchi oltraggio e guerra.– Disse; e, qual mare mormorando o vento, in lor mandò la fuga e lo spavento.

Allor di sparsa e dissipata schiera, l'un repente ancidea l'altro nemico, pur come oblio de la virtù primiera in lor nascesse e del valore antico;

Argante a' colpi de la destra altera turba gli estremi e quivi atterra Enrico, gitta seco Odoardo, il fier britanno, e Rodoano appresso ancide Orcanno.

Ircan toglie la vita al buon Alardo, che d'Ascanio è figliuolo e non traligna dal paterno valor, ma, lento e tardo, fuggito avea 'l furor d'empia matrigna:

Celebin d'una punta Alfan gagliardo stende, e fa quindi uscir l'alma sanguigna. Ma i primi intanto, da terror sospinti, caggion in mezzo al fosso, e sono estinti.

Eldalfio con le turbe a piè del muro, riempiendo la fossa, il varco adegua; per opra ancor di quel demonio oscuro che sparisce a la vista e si dilegua:

tal ch'omai sembra il trapassar securo a chiunque dapoi secondi e segua: e non ritarda i passi abete od elce, acuto e dura, o pur macigno e selce.

Il muro ancora ivi cadea repente, il muro, ch'in più mesi a poco a poco fatto crescea da faticosa gente, alto riparo al ben guardato loco:

or percosso, al furor del gran tridente, simigliò di fanciullo opra da gioco, ch'ei fa d'umida arena appresso l'onde, e poi co' piè la guasta e la confonde.

E non vi rimanea materia o forma, né pur vestigio omai d'alto lavoro; se non come talor l'arena informa, cui sparge lo spirar d'Austro e di Coro.

Argante intanto pur di torma in torma spingea sue genti, e 'l suo fratel con loro tutto rabbioso, e quivi era da sezzo; il che stima suo scorno e suo disprezzo.

Però sgridava i più ritrosi e lenti, o per timore o per desio di preda: –Non sia chi spogli i morti e 'l corso allenti de la vittoria, e con le spoglie or rieda:

ma s'avverrà che da le navi ardenti alcun di voi lunge ritrarsi i' veda, l'anciderò là 've il mar cala e cresce, lasciando il corpo esangue in cibo al pesce.–

Disse: e gli altri, gridando, addietro lassa, che lui seguîr, mentre egli sprona e varca la terra ov'era il muro, eguale e bassa, se non che di ruine è sparsa e carca

in parte: ed egli primo ascende e passa, e punge il suo destrier tra barca e barca. Molti a tergo seguian seguaci, e 'ntorno, perche a' Franchi quel sia l'estremo giorno.

Come fulmine ardente in ciel lampeggia, fra le nubi tonando e scorre avanti; turbando altrui da la celeste reggia, seguon poscia co 'l turbo Austri e Levanti,

e freme il mar sonoro e tutto ondeggia con onde curve rapide e spumanti, e l'una dopo l'altra al lido aggiunge, e quinci s'ode mormorar da lunge:

così splendean di ferro i Turchi e i Siri, l'un folto sovra l'altro, e quasi addosso, seguendo Argante; e 'nfin ne' quarti giri Marte egli par, tutto infiammato e rosso.

Di nuovo s'odon pur voci e sospiri di chi percuote e fére, e del percosso, e minacciosi gridi e fèri sdegni, e si tingon di sangue i neri legni.

E quinci e quindi da sublime parte con lunghe aste si fêa guerra vicina, usando quei da l'alte navi ogni arte in rispinger gran fiamma e gran ruina,

e questi da' cavalli; e sol diparte breve intoppo l'incendio e la rapina. Chi vide mai simil rifugio e scampo, e naval guerra in arenoso campo?

Intorno a l'altre navi altri seguaci del fèro Argante fanno aspra battaglia; egli medesmo pur con gli altri audaci quella del gran Roberto avvien ch'assaglia:

porta dal lido alcun sulfuree faci, e tenta alcun come v'ascenda o saglia; né l'uno stuol la nave ancora infiamma, né l'altro indi respinge ardente fiamma.

Roberto fiede allor tra 'l capo e 'l busto l'empio Medonte, e nol percuote invano, perch'egli cade in quel sentiero angusto col foco che portato avea lontano:

e del fumante pino il tronco adusto gittò con la tremante e fredda mano. Spiacque al feroce Argante il fèro colpo, e fra se disse: –Or mia stanchezza incolpo.–

E rivolto al fratel, cui stanca e doma tenere e gravi membra il grave peso, e come sian quell'arme ingiusta soma, è in rimirar l'altrui fatiche inteso,

una e due volte rampognando il noma: –Celebin, Celebin, chi n'ha difeso? Or tu sano ed io infermo ancor viviamo? ove son gli altri ch'io sospiro e bramo?

Ove Alfansor, ove Ismael rimase? la forza di Sanguigno ove lasciasti? come tornare a le dolenti case, senza il tuo Norandino anco pensasti?

Manca a la reggia omai sostegno e base, per vari sanguinosi empi contrasti: e dal sommo Sion vacilla e trema, e minaccia ruina a noi suprema.–

Disse; e da l'animoso alto fanciullo tal risposta il feroce incontra udia: –Altra volta fu, Argante, il mio trastullo cessar da l'arme e soggiornar tra via;

nessun riposo oggi ritrovo, e nullo spazio da respirar, come solia; ma te difesi e 'l nostro onore e 'l regno, tutto 'l dì armato, e son di biasmo indegno.

I compagni che cerchi, invido fato a la nostra vittoria estinti invola, fuor che Sanguigno, il qual partì piagato nel primo assalto e più non fe' parola;

me, del fratello e non d'onor privato, questo sol che m'avanza, oggi consola: e per seguirti, a la persona stanca, con prontissimi spirti, ardir non manca.

Dunque dove comandi, o vengo o vado, non fia ch'in me virtute invan s'attenda, e pugnerò quanto la forza, e 'l grado ch'io sostegno fra gli altri, oggi si stenda.

Oltra le forze, ancor se fosse a grado, non lece; or fa ch'il tuo volere intenda.– Così dice egli; e placar può nel core del suo fratello il disdegnoso ardore.

E l'uno e l'altro ove più avvampa e ferve la battaglia si spinge in mezzo a l'armi; e pria che si ristori, o si conserve il lor corpo già stanco e si disarmi,

arder le navi e quella ròcca, e serve pensan farvi le genti; e senza marmi, di tanti eroi le membra, e senza spoglie, lasciar di lupi a l'affamate voglie.

Con sì fatto pensiero Argante or libra l'asta che molto pesa, e lunge splende, nel gran Roberto poi l'avventa e vibra, ma falla il segno, e 'l suo scudiero offende;

e gli apre il duro petto, e sangue in fibra in lui non lascia, in guisa 'l cor gli fende: Ugon da l'alta nave al ciel si volve cadendo, e stampa la vermiglia polve.

Guglielmo intanto da vicina proda saetta, e l'ampio segno ei già non falle; ma percote Ismagondo ove s'annoda il nero collo a le sue quadre spalle:

né meritar potea più chiara loda, ch'appresso Argante fe' sanguigno il calle, ed urlando a' suoi piè l'alma feroce fuggì d'Inferno a la tartarea foce.

Il principe da l'arco il colpo addoppia, e la destra d'Osbida al viso affige, tal che la piaga d'uno strale è doppia, e manda ancor quell'alma all'atra Stige.

Argante, il qual cader la fiera coppia si vede a lato, per dolor s'afflige; ma 'l terzo colpo a lui dal teso nervo venia ch'ancise a tergo il fido servo.

E fu del buono arcier ventura il fallo, e gloria e pregio di sua nobil arte, perch'in quel duro e lucido metallo le sue quadrella invano avria cosparte;

ma pur temendo Argante, e 'l fier cavallo ritratto, si rivolse a quella parte, e ne lo scudo attese il quarto strale, ch'ivi si ruppe assai vicino a l'ale.

E spezzato cadeo nel corto volo da scudo adamantin, non che rispinto. Guglielmo allora ebbe vergogna e duolo del colpo vano, e pur vi perde il quinto:

poi gitta l'arco disdegnando al suolo, l'arco onde mille pregi avea già vinto; e cruccioso dicea: –Là giù rimanti, ché non fia che per te giammai mi vanti.

Tu m'abbandoni in su l'estremo giorno, in cui sperai di fama eterni fregi, nel maggior nostro risco; e un nuovo scorno non vaglion mille vani antichi pregi.–

Quinci si pon lo scudo al petto intorno, e spera far gran colpi e fatti egregi con l'asta, quai non fece (e non s'inganna) stral di Partia, o di tosco armata canna.

Ma rimirando i suoi come s'arrischi il giovinetto ancor d'acerba etate, e come squarci omai, non pure incischi, l'arme e le membra di sua man piagate;

s'opposer tosto a gli onorati rischi, e le navi cingean di genti armate, tal ch'un vallo di ferro intorno il chiuse, e de' nemici ogni pensier deluse.

Così d'intorno a l'odorate celle, ov'han raccolti i rugiadosi odori, cingon l'api 'l lor re stridenti e snelle, pungendo chi s'appressa a' colti fiori:

e cercan con ferite assai più belle di bella morte i glorïosi onori; tal che più non si gloria il re degl'Indi d'aver fidi ministri e quinci e quindi.

Ma lor di faci Argante omai circonda fumanti, e mille a l'opra accoglie e mille; e non fu a' legni mai di vento o d'onda, quanto or di fiamma è rischio e di faville.

Roberto scorre allor di sponda in sponda la sua nave con l'altre, ove sortille pari fortuna, e da vicine parti rispinge con gran lancia i fochi sparti.

Quanti ei vede portar facelle accese tanti ne manda giù percossi e morti; e dieci con le membra a terra stese caggiono, o più, de gli animosi e forti.

Ei grida: –Or quai rifugi, o quai difese restano in altre piagge o 'n altri porti? O con quai navi ritornar potremo (se perdiam queste) a l'Occidente estremo?

De la vostra fortezza or vi sovvegna, compagni, che il valor non copre oblio, e di me, di cui già seguir l'insegna vi piacque, e de l'onor ch'è vostro e mio.

Non vogliate turbar con morte indegna quelli ch'ora per voi fan voti a Dio: né la vostra temenza oggi interrompa glorïoso ritorno e nobil pompa.–

Ed Argante a l'incontro i suoi conforta a l'incendio, a le morti, a le rapine: –Deh struggiam questo nido, e questa porta a l'arme ingiuriose e peregrine,

fedeli amici, a cui son duce e scorta, e diamo a questa guerra ultimo fine. Non cercate al morir tempo migliore, ché bel fin fa chi ben pugnando mòre.

Salvi saranno poscia i figli almeno, e le tenere mogli, e i vecchi padri, e quelle che solean nel caro seno voi fanciulli nudrir, canute madri,

godendo i frutti del natio terreno; e con abiti voi lugubri ed adri pianti sarete, e con eterna gloria lascerete a' nipoti alta vittoria.–

Così dicendo, ei gli occhi gira, e guarda le navi che portâr gl'invitti eroi, e pensa qual primiero infiammi ed arda, e qual più esposta sembri a' fochi suoi.

Quella il proprio signore or più non guarda, che già Guglielmo espose a' lidi Eoi; quel d'Italia dich'io, ch'a' primi assalti tinse l'arene di sanguigni smalti.

Giaceva estrema ne la terra aprica, e 'l legno di Tancredi avea vicino, pur con l'insegna de' Normandi antica, che Lilibeo, Peloro, e 'l gran Pachino

onora. Argante allor l'alta e nemica proda prese con man del curvo pino, la dove ancor tra questa parte e quella si facea guerra impetuosa e fella.

Piastre e lance spezzate, arnesi e scudi, spade cadute, e strai con rotte penne, braccia e gambe recise, e capi ignudi, piena avean quell'arena, ov'ei sostenne

su l'arme che parean sonore incudi i colpi di secure e di bipenne; né rilassò, né rallentò l'impresa, sin che a quel legno fu la fiamma appresa.

E 'l circondò d'inestinguibil face foco inquïeto con oscuri lumi; e da la negra pece ardor vorace al ciel diffuse le faville e i fumi:

e giunse la dove riposo e pace hanno i vicini monti, e i mari, e i fiumi, lo splendor de la fiamma oscura e mista, tal che dal gran Riccardo ancor fu vista.

Mirava il cavalier dal colle occulto de l'indomito mar l'onda crudele, e le aspettate navi al lido inculto giunger vedeva, e già raccôr le vele:

da l'altra parte udia quasi tumulto, e suon d'arme, di grida, e di querele; e 'ntorno a la gran torre i fochi sparsi scorgeva, e da que' legni il fumo alzarsi.

E percuotendo il fianco allor diceva al signor d'Anzio: –O mio fedel amico, il mio lungo aspettar nulla rileva quei che manda mia madre e l'avo antico:

perché lor tardo aiuto or non solleva la gente oppressa dal crudel nemico: ed io qui tra le piagge inculte ed erme, la vittoria de gli empi or miro inerme.

Né senza disprezzar il gran divieto del mio liberatore, armar mi lice, ch'arme celesti ond'io sia illustre e lieto (non so se vero o falso) a me predice:

parte a la vista altrui chiuso e secreto, così mi tiene in questa erma pendice: né potrei, s'io volessi ancora, armarme, perché angusti sarian gli arnesi e l'arme.

Dunque tu muovi; e se discesi in terra saranno i miei su le solinghe arene, falli tornar colà dove riserra Laodicea 'l porto d'umide catene,

sin che veggiam quel che d'incerta guerra, oggi o domani, in questo lido avviene, ch'io sempre non sarò de l'arme ignudo, o mi provvedi almen d'elmo e di scudo.–

Così disse Riccardo, a cui rispose Ruperto: –Deh concedi a' giusti preghi, ch'io guidi senza te le tue animose schiere, e 'l soccorso a' nostri oggi non nieghi.

Forse altramente, amico, il Ciel dispose, e fia che la fortuna a noi si pieghi, sì ch'io scacci i nemici e 'l foco estingua, e dappresso i perigli omai distingua.

E se in me non bastasse ardire e senno, bastan le tue vittorïose insegne, ch'in ogni parte han vinto, e vincer denno, se giammai foco per valor si spegne:

questo del nostro amor sia caro cenno, non comandar ch'io di catene indegne carchi rimiri i nostri duci, o morti fra gente armata armato, e ch'io 'l sopporti.

Se non vuoi che de l'arme oggi mi spogli, per non cinger mai più la spada al fianco, non far ch'io soffra i barbareschi orgogli, e lo strazio crudel d'Inglese o Franco:

non celerian deserte arene o scogli il mio disnor cui non fu pari unquanco, ma ne risoneriano i lidi e l'onde: ché nulla al tempo, e nulla al Ciel s'asconde.–

Tacque; e l'altro soggiunse: –Or va, combatti, e i cari amici, e l'onor tuo co 'l nostro difendi: e questi al rischio omai sottratti, e 'n sì grand'uopo il tuo valor dimostro,

poscia non trapassar (sien fermi i patti) ma fa ritorno a me nel verde chiostro, senza irritar dal fier soldàn la forza, ch'a contender con lei più forti sforza.

Non provar la pietà di quel pietoso, se pur con gli altri di tornar eleggi: non turbar la sua pace e 'l suo riposo; ma 'l soverchio de' nostri ardir correggi:

e di me ti sovvenga, al mondo ascoso, e de le sue di guerra amare leggi, onde in me quasi rinnovò gl'imperi di Torquato e di Lucio, aspri e severi.–

Così diss'egli; e parte al cor profondo di tai parole il buon Ruperto inscrisse: parte obliò, ch'il suo valor secondo non stimò ad altro che d'Europa uscisse,

trattone lui che par non ebbe al mondo d'intrepida virtù, mentr' egli visse: felice pria con poche spade e lance; ma non librò l'ardir con giusta lance.

Sceser dopo tai detti a l'onde estreme, l'un di lor tutto inerme e l'altro armato, dove fa picciol seno il mar che freme, a le superbe rive ancor turbato:

e quivi sette legni uniti insieme può a pena accôrre in procelloso stato, ché sette duci d'arrischiar la vita fermato avean ne la promessa aita.

Però fendean con più veloci pini del tempestoso mar lo instabil suolo; e 'l vento che gonfiava i bianchi lini, a la vittoria alata affretta il volo.

E porti da ritrarsi eran vicini verso l'occaso alquanto, e verso il polo, schifando quei di Joppe e d'Ascalona, dond'Euro spira, od Austro altrui risuona.

Già l'Aquila sublime e l'alta Sfinge presa la terra avean co' duri morsi, e l'altre ch'aura amica a riva spinge, tanti indomiti mari omai trascorsi:

e d'arme i lidi omai corona e cinge la gente ch'osa a gran perigli esporsi, da sette navi scesa in sette squadre, con lucid'armi e spoglie auree e leggiadre.

Achille il primo fu de' duci illustri, che de' regi lombardi ancor si vanta, e cento avi racconta e cento lustri, ramo gentil di glorïosa pianta:

né i nomi antichi candidi ligustri parvero al ciel, che lor di nebbia ammanta. Gisulfo, il materno avo, ha nobil sede Capua e Salerno, e senza maschio erede.

Ma di due figlie fu Lucia la prima, che Riccardo portò nel casto seno, e 'l partorì nel fortunato clima, dove Napoli bagna il mar Tirreno:

l'altra s'incinse in lui che non s'estima, per oro, o per castella, o per terreno, ma per sangue gentil onde riluce, e per virtù che a l'altrui schiere è duce.

L'altro è Giustin, da quel Giustin disceso che già passò con Belisario invitto, quando scosse l'Italia il grave peso del suo giogo crudel, sì come è scritto.

Cosso il terzo, ch'il nome antico ha preso, brama l'opime spoglie; il quarto Afflitto, del cui maggior la fama ancor non langue, che ne' tormenti fu per Cristo esangue.

Succede il buon Metello al duce quarto, che d'azzurro leon dispiega i velli, nato col grande Ettorre in un sol parto, come di Leda i lucidi gemelli:

Napoli, e già da te non mi diparto, ch'indi due antiche stirpi ancora appelli; degni d'aspetto in ciel lieto e benigno, e di volar presso il lucente cigno.

Belprato il sesto fu, né corse meglio altri gran lancia, o raggirò destriero; uscì l'estremo il buon Loffredo il veglio, non so se miglior duce o cavaliero:

de l'antico valor lucente speglio, e d'ogni arte più bella o magistero, diè questi esempio, onde Riccardo apprese d'aspirar giovinetto a l'alte imprese.

Seguian vari destrier con vario pelo, e con varie fattezze e vari segni; altri vince in candor la neve e 'l gelo, altri sembra carbon ch'attuffi e spegni;

altri è d'altro color, ma tutti in cielo il sol medesmo di portar son degni, non che in battaglia il troppo irato Achille, e paion d'aura nati e di faville.

Tutti avean de le genti impresso il nome e 'l segno, a gloria de' guerrieri armenti; superbi in vista e con ben culte chiome, d'ostro guerniti e di fin'òr lucenti,

con piume sparse; e chi gli terge e come par che disfidi al leggier corso i venti. Attraversando il lido al suon di tromba, e nel nitrire il mare e 'l ciel rimbomba.

Brevi fûr le accoglienze, e brevi i detti del gran Riccardo: –Amici, Iddio vi scorge ove il valor de gli animosi petti meglio in grand'uopo si dimostra e scorge.

A vincere o morir ognun s'affretti, perché l'ora opportuna a voi sen porge: vincer voi senza me potrete a tempo, io senza voi già non vivrei gran tempo,

ma di salvar gli amici a voi concedo, come spero, la gloria: a me non lece; e questi al cui valor me stesso or credo, potrà in battaglia sostener mia vece.

Fate ch'omai conosca il pio Goffredo, ch'in partirlo da lui gran torto ei fece; né sol lodi virtù matura e lenta, ma d'averne incolpati alfin si penta.

La sua fortezza impetuosa or mostri ciascuno in opra ond'io per voi m'esalti; e s'egli i miei biasmò, gl'impeti vostri or laudi: ite veloci a' fieri assalti.–

Disse; e quelli ordinati, a' curvi rostri volsero il corso, anzi il finîro a salti, la 've mirò il Signor ne l'ampio ed atro campo di fèra morte, o pur teatro.

Ma, conservando pur l'usanza e 'l modo del secol prisco, anzi mirabil arte, l'ordin più folto de' nemici, e 'l nodo d'aspra guerra incidean da quella parte;

come cuneo talor, dov'è più sodo il tronco alpestro, ivi il divide e parte: e i duri colpi trapassâro addentro del ferreo cerchio al sanguinoso centro.

Quivi era lasso, e mal ferito, ed egro il duce de gl'Inglesi, e de' Normandi, tra' suoi che non servâro ordine integro; e giacean molti de' feroci e grandi.

Goldemar, Aristolfo, il sangue negro versano, e tu, Raimondo, ancor lo spandi. Sol de l'arme gravissime coperto, senza piaga combatte il gran Roberto.

Ma intorno al petto e le lanose gote, il percosso metallo e stride e squilla; ei con lena affannata omai non pote più respirar, mentre in sudor distilla:

e d'ogni lato son fumanti rote de la fiamma crudel ch'arde e sfavilla: ei con la stanca destra il tronco verde gitta di rotta lancia, e 'l cor non perde.

Ma con la spada ancor Guglielmo infermo scampa, e quasi addivien ch'a morte invole, ch'intrepido il ricopre, e saldo schermo è de lo scudo suo la grave mole:

e ne l'alte vestigia impresso e fermo, de l'altrui morte entro si cruccia e duole; ma non sperato è già 'l soccorso aggiunto, onde molti schifâr terribil punto.

Ruperto, in arrivando, orribil piaga fa con l'asta pungente al fèro Ircano, e dentro al petto 'l denso cor gl'impiaga, ond'ei tremando si distese al piano:

né medicina a tempo, od arte maga, sarebbe a' colpi de l'ardita mano, che i suoi compagni paurosi e lassi volser di fuga ne gli amari passi.

Egli da' curvi legni allor rispinse la fiamma che stridea di trave in trave; e mal grado di tutti il foco estinse, e mezza accesa ivi restò la nave:

e molti che il timore in prima vinse, uscìan de le sentine oscure e cave, perché non serpa e cresca ardore occulto, e grande al ciel s'ergea grido e tumulto.

Qual dal sommo talor d'eccelso monte l'orride nubi il re del ciel disgombra, e scopre in lui la fulminata fronte, e i tronchi i quai lasciâro i rami e l'ombra,

e i nudi gioghi, e 'l conturbato fonte, e tutto ciò ch'una ruina ingombra: tal ne l'aria serena è quivi apparso orror di morte, e foco, e sangue sparso.

E rimirâr que' Franchi e que' Britanni incontra sé, quanti menò già Serse; e misurar con gli occhi i propri danni, poich'il fumo i suoi giri in ciel disperse,

con tristo annunzio di futuri danni, per tèma ancor de le fortune avverse: né gran conforto di non grande aita solleva la speranza ancor smarrita.

Ma Ruperto non cessa; e 'n breve spazio ancide Clodo, Ireo, Lorfin, Meganto, Orson, Pardin, Ramarrio; e fèro strazio fa d'Arispa, di Serga e di Lofanto:

e leon di sua fame ancor non sazio sembra chi 'l segue, o chi guerreggia accanto. Achille atterra Cauro; Amon, Corindo; Giustino, Brunellon; Corispo, Olindo.

Cosso abbatte Arifal; Sorano, Idargo; Metello, Orimael; Notturo Argeste, lo qual con nave più veloce d'Argo, sprezzato avea del mar mille tempeste;

parte Afflitto d'Armenio il petto largo, di Baldano e d'Ormeo l'orride teste: Belprato a Jarda, a Jaspi, a Bocco adusto; toglie a Cirneo la vita 'l più vetusto.

Come tra valli selva antica e fosca, in cui 'l fèro ladrone ancide e spoglia; e 'l lupo altrui divora e l'angue attosca, ed empie ogni altra fèra ingorda voglia;

per ben mille percosse a l'aura fosca prima tremando si dirama e sfoglia, e con terribil suono i faggi e i cerri caggion recisi alfin da acuti ferri:

così la fèra turba e varia e mista, e percossa ed ancisa a terra or cade; e de l'opra Ruperto onore acquista, con mille aste pungenti e mille spade.

Ma 'l sol cadendo lagrimoso in vista, fa del cielo imbrunir l'alte contrade; e 'l gran Roberto può ne l'ampia torre tutte le fide schiere omai raccôrre.

Argante con Eldalfio, il qual pur anco lei di turbe infinite e lor circonda, cedon l'alto refugio al duce stanco, ritraendosi al mar che il lido inonda:

e quai su 'l destro lato, e quai sul manco accendon fochi in arenosa sponda; tal che par alto incendio omai risorto lungo il mar risonante e presso il porto.

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