Tondo è il ricco edifizio, e nel più chiuso grembo di lui, ch'è quasi centro al giro, verdeggia un bosco oltra natura ed uso di quanti più famosi unqua fiorîro.
Ordine inosservabile e confuso di logge intorno i demon fabbri ordîro, e tra l'oblique vie di quel fallace ravvolgimento impenetrabil giace.
Per la maggior di cento porte e cento, ch'avea quell'ampio albergo, entrâr costoro, dove stridea l'effigïato argento su' cardini del fino e lucid'oro.
Fermâr ne le figure il guardo intento, ché vinta la materia è dal lavoro. Manca il parlar; di vivo altro non chiedi, né questo manca ancor, s'a gli occhi credi.
Mirasi qui fra lascivette ancelle favoleggiar con la conocchia Alcide: se l'Inferno espugnò, resse le stelle, or torce il fuso; Amor se 'l guarda e ride.
Mirasi Iole con la destra imbelle per ischerno trattar l'arme omicide, e 'ndosso ha 'l cuoio del leon, che sembra ruvido troppo a belle e dolci membra.
D'incontra è un mare, e di canuto flutto vedi spumanti i suoi cerulei campi; e l'un ordine e l'altro in mezzo instrutto, con navi ed arme, e uscir da l'arme i lampi.
D'oro fiammeggia l'onda, e par che tutto d'incendio marzïal Leucate avvampi. Quinci Augusto i Romani, Antonio quindi trae l'Orïente, Egizi, Assiri, ed Indi.
Svèlte nòtar le Cicladi diresti per l'onde, e i monti co' gran monti urtarsi: tanto impeto sospinge e quelli e questi ne' torreggianti legni ad incontrarsi.
Già volar faci, e colpi agri e funesti vedi, e di negro sangue i mari sparsi: ecco (né punto ancor la pugna inchina) ecco fuggir la barbara regina.
E fugge Antonio, e lasciar può la speme de l'imperio del mondo, ov'egli aspira. Non fugge no, non teme no, non teme; ma segue lei che fugge, e seco 'l tira.
Vedresti lui, simile ad un uom che freme d'amore a un tempo e di vergogna e d'ira, mirar, volgendo gli occhi, or la crudele e dubbia guerra, or le fugaci vele.
Ne le latebre poi del Nilo accolto attender pare in grembo a lei la morte; e nel piacer d'un bel leggiadro volto sembra ch'il duro fato egli conforte.
Di cotai segni varïato e scolto era il metallo de le regie porte. I duo guerrier, poi che dal vago obbietto rivolser gli occhi, entrâr nel dubbio tetto.
Qual Meandro fra rive oblique e incerte scherza, e con dubbio corso or scende or monta: queste acque a' fonti e quelle al mar converte; e mentre ei vien, sé che ritorna, affronta:
tali e più inestricabili, e men erte son queste vie, ma 'l libro in sé l'impronta, il libro, don del veglio, e 'n breve modo de gli errori dispiega e solve il modo.
Poi che lasciâr gli avviluppati calli, in lieto aspetto il bel giardin s'aperse: acque stagnanti, mobili cristalli, gigli, rose e vïole, e bianche e perse.
Prati erbosi, alti colli, apriche valli, selve e spelunche in una vista offerse: l'arte che 'l bello e 'l caro accresce a l'opre, l'arte che tutto fa, nulla si scopre.
Stiman negletto in parte il dolce loco, e che natura sia ch'ivi dipinga. Di natura arte sembra, e quasi un gioco, che la sua imitatrice assembri e finga.
Ma l'aura che d'amore inspira il foco, l'aura ch'al dolce mormorar lusinga, l'aura che sempre vola, e sempre è vaga, opra è d'incanto e di mal'arte maga.
Vezzosi augelli infra le verdi fronde temprano a prova pur lascive note. Mormora l'aura, e fa le foglie e l'onde dolce garrir, mentre le increspa e scote.
Quando taccion gli augelli, alto rìsponde, quando cantan gli augei, legger percote, non di più colpo che soave vento, ond'accresca dolcezza al bel concento.
Musica è l'aura, e 'l fonte e 'l rivo e 'l bosco, e mastre d'armonie le fronde, i rami, scola d'Amor quel seggio ombroso e fosco, ove ei Febo e le Muse inviti e chiami,
mentre vi sparge e miete il dolce tosco, e mille tende intorno e reti ed ami, e vi son di lacciuol'forme sì care, che ventura il cadervi e gloria appare.
Vola fra gli altri augei con piume sparte di color vari un c'ha purpureo il rostro, e larga lingua, ond'ei distingue e parte il suo parlar, che più simiglia il nostro:
questi ivi allor con sì mirabil'arte s'udì cantar, che parve un raro mostro: tacquero gli altri ad ascoltare intenti, e fermâro i susurri in aria i venti.
–Deh mira (egli cantò) spuntar la rosa dal verde suo, modesta e verginella, che, mezza aperta ancora e mezza ascosa, quanto si mostra men, tanto è più bella:
ecco poi lieta il seno e baldanzosa dispiega, ecco poi langue e non par quella: quella non par che desiata avanti fu da varie donzelle e vari amanti.
Così trapassa al trapassar d'un giorno, de la vita mortale il fiore e 'l verde; né, perché faccia indietro april ritorno, si rinfiora ella mai né si rinverde.
Cogliam la rosa in sul mattino adorno di questo dì, che tosto il seren perde. Cogliam d'amor la rosa; amiamo or quando s'ama e riama, in dolci modi amando.–
Tacque; e di vaghi augelli 'l lieto coro, quasi approvando, il canto indi ripiglia. Raddoppian le colombe i baci loro; ogni animal d'amar si riconsiglia.
Par che la dura quercia e 'l casto alloro, e tutta la frondosa ampia famiglia, par che la terra e l'acqua e formi e spiri dolcissimi d'amor sensi e sospiri.
Fra melodia sì molle, e fra cotante vaghezze allettatrici e lusinghiere, gìa quella coppia rigida e costante a' vezzi de l'inganno e del piacere.
Ecco vedea su nel mirare avante, tra fronda e fronda, o le parea vedere: vedea pur certo il vago e la diletta, ch'egli è in grembo a la donna, essa a l'erbetta.
Ella dinanzi al petto ha il vel diviso, e 'l crin sparge negletto al vento estivo: langue per vezzo, e l'infiammato viso è rugiadoso, e vezzosetto, e schivo.
Qual raggio in onda, le scintilla un riso ne gli umidi occhi tremulo e lascivo. Sovra lui pende; ed ei nel grembo molle le pose il capo, e 'l viso al viso attolle.
E i famelici sguardi avidamente in lei pascendo, si consuma e strugge. S'inchina, e i dolci baci ella sovente liba or da gli occhi, e da le labbra or sugge:
ed in quel punto sospirar si sente profondo sì, che pensi: –or l'alma fugge, e 'n lei trapassa peregrina–. Ascosi mirano i due guerrier gli atti amorosi.
E veggion lei che le stellanti ciglia da lui non torce, e placida il vagheggia; ma nel sembiante Venere somiglia, che d'amor (com'è fama) arde e fiammeggia.
La sua gonna or cerulea ed or vermiglia diresti, ed or s'indora ed or verdeggia; sì ch'uom sempre diversa a se lei vede, quantunque volte a riguardarla riede.
Così piuma talor, che di gentile amorosa colomba il collo cinge, mai non si mostra a se stessa simìle, ma 'n diversi colori al sol si tinge:
or d'accesi rubin sembra un monile, or di verdi smeraldi il lume finge, ora insieme gli mesce; e varia e vaga in cento modi occhi bramosi appaga.
Dal fianco de l'amante, estranio arnese, un cristallo pendea lucido e netto. Sorse; e quel fra le mani a lei sospese, ne' misteri d'Amor ministro eletto.
Con luci ella ridenti, ei con accese, mirano in vari oggetti un solo obbietto; ella del vetro a sé fa specchio, ed egli gli occhi di lei si fa lucenti spegli.
L'uno di servitù, l'altra d'impero si gloria; ella in se stessa, ed egli in lei: –Volgi, dicea, deh volgi, il cavaliero, a me quegli occhi onde beata bei.
Conosci l'arme ond'io languisco e pero, ne le mie piaghe e ne gl'incendi miei. Mira più bel che 'n vetro, o 'n gelid'acque l'idolo tuo nel cor, che sol ti piacque.
E s'io ti spiaccio ancor, com'egli è vago mirar almen potessi il proprio volto: che 'l guardo tuo, s'altrove ei non è pago, gioirebbe felice in sé rivolto;
non può specchio ritrar sì dolce imago, né in picciol vetro è un paradiso accolto; ma di sembianze sì ridenti e belle specchio è sol degno il ciel con l'auree stelle.–
Ride ella al suon di dolci note impresse, né lascia il vagheggiarsi, o i bei lavori; ma de gli erranti crini allor ripresse con aurei nodi i lascivetti errori:
e quell'auro ch'amore avvolge e tesse, tutto cosparse d'odorati fiori: e 'n bianco sen le peregrine rose giunse a' nativi gigli, e 'l vel dispose.
Né 'l superbo pavon sì vago in mostra spiega la pompa de l'occhiute piume, né l'iride sì bella indora e innostra il curvo grembo e rugiadoso al lume;
ma bel sovra ogni fregio il cinto or mostra, che di lasciar giammai non ha costume: vario tessuto, e di sua man dipinto con l'ago, ond'il bel fianco adorno è cinto.
Ivi lusinghe e vezzi a mille a mille erano fatti, ivi susurri e baci, e molli sdegni, e placide e tranquille repulse in bel contesto, e care paci.
V'era Amore e Desio con sue faville, anzi con vive fiamme e vive faci. V'era il quasi parlar, che in dolci modi fa sovente a' più saggi inganni e frodi.
Fine alfin posto al vagheggiar, richiede congedo, e 'l bacia, e 'n sul partir l'invoglia. Ella per uso il dì se n'esce, e riede, e spia d'intorno la vietata soglia:
egli riman, ch'a lui non si concede lasciar loco, o mutare abito e spoglia: e tra le fiere alberga e tra le piante, se non quanto è con lei romito amante.
Ma quando l'ombra con silenzi amici copre al furto d'amore i servi accorti, traggono le notturne ore felici, con nodi affissi più tenaci e forti.
Or mentre ricercava altre pendici Armida, abbandonando i suoi diporti, l'uno e l'altro guerrier, quasi d'aguato, uscì, di ricche e lucide arme ornato.
Qual veloce destrier, ch'al faticoso onor de l'arme vincitor sia tolto; e lascivo marito in vil riposo soglia tra verdi paschi errar disciolto:
da metallo sonoro e luminoso con gran nitrire a l'improvviso è vòlto; già già brama l'arringo, e brama il corso, e scoter del nemico il grave dorso:
tal si fece il garzon, quando repente de l'orme il lampo gli occhi suoi percosse; quel sì guerrier, quel sì feroce ardente spirto pur dianzi a lo splendor si mosse,
ben che tra gli agi, e nel piacer languente, e quasi oppresso da letargo ei fosse. Intanto Araldo oltra ne viene, e 'l terso e luminoso scudo ha in lui converso.
Egli tosto a lo scudo 'l guardo gira, onde si vede in lui qual siasi e quanto con barbarica pompa adorno spira tutto odori ed aromi 'l crine, e 'l manto:
e 'n vece de la spada, aver ei mira un chiaro speglio che gli pende accanto, con feminei istromenti, ond'orni e coma, parta e distingua lunga ed aurea chioma.
Qual uom da grave ed alto sonno oppresso, dopo vaneggiar lungo, in sé riviene; tale ei tornò nel rimirar se stesso; ma se stesso mirar già non sostiene.
Già vede il volto, e timido e dimesso, guardando a terra, la vergogna il tiene. Sì che n'andrebbe e sotto il mare, e dentro il foco, per celarsi, e giù nel centro.
Araldo allora incominciò parlando: –Va l'Asia tutta, e va l'Europa in guerra: chiunque pregio brama, a l'ozio il bando dato, guerreggia ne la sacra terra.
Te solo, o figlio di Guglielmo, amando, femina avvolge in laberinto e serra: te sol de l'universo il moto or nulla move, egregio campion d'empia fanciulla.
Qual sonno, o qual letargo ha sì sopito il tuo valore? o qual viltà l'alletta? O quale attendi glorïoso invito, se te nel campo la vittoria aspetta?
Vieni, o guerrier sublime, e sia fornito il ben comincio assalto; e l'empia setta che già crollasti, a terra estinta cada sotto la tua fulminea e invitta spada.–
Tacque il giovine incauto, e mesto e fioco parve e confuso, e senza moto o voce. Ma sdegno uscì de la vergogna in loco, sdegno guerrier de la ragion feroce,
ed al rossor del volto un nuovo foco rependo ivi mando l'ira veloce; onde cruccioso egli squarciò l'indegne pompe, di servitù misere insegne.
E la confusïon torbida e torta lasciando, ei se n'usci del laberinto. Intanto Armida de la regia porta mirò fuggito ogni custode e vinto.
Sospettò prima, e si fu poscia accorta ch'era il suo vago al dipartirsi accinto: e 'l vede (ahi fèra vista!) al dolce albergo dar frettoloso fuggitivo il tergo.
Volea gridar: –Dove, o crudel, me sola lasci?– Ma 'l varco al suon chiuse il dolore; sì che la rotta sua flebil parola tornò dolente a rimbombar su 'l core.
Misera, i suoi diletti omai le invola forza e saper del suo saper maggiore: ella se 'l vede, e di morir contenta è, se no 'l ferma, e l'arti sue ritenta.
Quante mormorò mai profane note tessala maga con la bocca immonda, ciò che arrestar può le celesti rote, e l'alme trar de la prigion profonda,
sapea ben tutte; e pur oprar non puote ch'almen l'Inferno al suo voler risponda. Lascia gl'incanti, e vuol provar se vaga lagrimosa beltà sia miglior maga.
Corre, e non ha d'onor cura e ritegno: ahi dove or sono i tuoi trionfi e i vanti? Costei d'amor, quantunque gira, il regno volse e rivolse (e sol co' cenni) avanti:
e così pari al fasto ebbe lo sdegno, ch'amò d'essere amata, odiò gli amanti, a cui fûr legge incerta i chiari lumi, col varïar de' suoi dolci costumi.
Or negletta e delusa, in abbandono rimasa, segue pur chi fugge e sprezza; e procura adornar co 'l pianto il dono, rifiutato per sé, di sua bellezza.
Vassene; ed al piè tenero non sono quel giogo intoppo, o quella dura asprezza: e per messaggio il grido innanzi invia, per lui fermar ne la selvaggia via.
Forsennata gridava: –O tu che porte teco parte di me, parte ne lassi: o prendi l'una, o rendi l'altra, o morte dà insieme ad ambe; arresta, arresta i passi:
sol che l'ultime voci a te sian porte, non dico i baci; altra più degna avrassi quelli da te. Che temi, empio, se resti? Potrai negar, poi che fuggir potesti.–
Dissegli Araldo allor: –Già non conviene che d'ascoltar costei, signor, ricusi; di beltà armata e de' suoi preghi or viene dolcemente nel pianto amaro infusi:
qual più forte di te, se le sirene vedendo ed ascoltando, a vincer t'usi?– Così ragion tranquilla alta regina si fa de' sensi, e se medesma affina.
Allor rimase il cavaliero: ed ella sovraggiunse anelante e lagrimosa; dolente sì, che nulla più, ma bella altrettanto però quanto dogliosa.
Lui guarda, e 'n lui s'affissa, e non favella: o che sdegna, o che pensa, o che non osa. Ei lei non mira, e, se pur mira, il guardo dolente volge, e vergognoso e tardo.
Qual musico gentil, pria che disnodi la dotta lingua in alta voce e chiara, con dolcissimi accenti in bassi modi a l'armonia gli animi altrui prepara:
tal costei non oblia l'arti e le frodi anco per doglia, o per fortuna amara; ma de' sospiri fa concento in prima, per dispor l'alma in cui le voci imprima.
Poi cominciò: –Non aspettar ch'io preghi, crudel, te, com'amante amante deve. Tai fummo un tempo; or se 'l ricusi e neghi, e stimi tal memoria acerba e greve,
come nemico almeno ascolta: i preghi d'un nemico talor l'altro riceve. Ben quel ch'io chieggio è tal che darlo puoi, e integri conservar gli sdegni tuoi.
Se m'odii, e 'n ciò diletto e gioia or senti, non ten vengo a privar. Godi pur d'esso. Giusto a te pare, e siasi. Anch'io le genti d'Italia odiai, no 'l nego, odiai te stesso.
Nacqui pagana, usai l'arti possenti, acciò che fosse il vostro imperio oppresso. Te persegui', te presi, e te lontano da l'arme trassi in luogo ignoto e strano.
Aggiungi a questo ancor quel ch'a maggiore onta tu rechi ed a maggior tuo danno: t'ingannai, t'allettai nel nostro amore; empia lusinga certo, iniquo inganno:
lasciarsi côrre il virginal suo fiore, far de le sue bellezze altrui tiranno, quelle, ch'a mille antichi in premio sono negate, offrire a novo amante in dono.
Sia questa pur tra le mie frodi, e vaglia sì la mia grave colpa o 'l mio difetto, che tu quinci ti parta, e non ti caglia di questo albergo tuo già sì diletto.
Vattene, passa il mar, pugna, travaglia, struggi la fede nostra, anch'io t'affretto. Che dico nostra? ah non più mia: fedele sono a te sola, idolo mio crudele.
Solo ch'io segua te mi si conceda, piccola fra' nemici anco richiesta. Non lascia indietro il predator la preda; va il trionfante, il prigionier non resta.
Me tra l'altre tue spoglie il campo veda ed a l'altre tue lodi aggiunga or questa, che l'altrui schernitrice abbi schernito, mostrando me, sprezzata ancella, a dito.
Sprezzata ancella, a chi si nudre e serva la bionda chioma, or ch'a te fatta è vile? Raccorcerolla; al titolo di serva più converrassi un abito servile.
Te seguirò, quando l'ardor più ferva de la battaglia, entro la turba ostile. Animo ho certo, ho quel vigor che baste a portarti, signor, gli arnesi e l'aste.
Sarò, qual più vorrai, scudiero o scudo; non fia che in tua difesa il cor risparmi. Per questo sen, per questo collo ignudo, pria che giungano a te, passeran l'armi.
Barbaro forse non sarà sì crudo, che ti voglia ferir, per non piagarmi: donando ogni piacer di sua vendetta a questa, qual si sia, beltà negletta.
Misera, ancor presumo, ancor mi vanto di schernita beltà che nulla impetra.– Volea più dir; ma l'interruppe il pianto, che qual fonte sorgea di viva pietra.
Prendergli cerca allor la destra e 'l manto, miserabile in atto, ed ei s'arretra. Resiste e vince; ed onde amor esclude, al lagrimoso umore il varco chiude.
Non entra amore a rinovar nel seno la fiamma più fervente e meno antica; v'entra pietate in quella vece almeno, pur compagna d'amor, ben che pudica:
e lui commove in guisa tal, ch'a freno può ritener le lagrime a fatica. Pur quel tenero affetto entro ristringe, e quanto può l'acqueta, e la rispinge.
Poi le risponde: –Armida, assai mi pesa di te: sì potess'io, come il farei, del mal concetto ardor l'anima accesa sgombrarti; òdi non son, né sdegni i miei:
né vo' vendetta, né rammento offesa, né serva tu, né tu nemica or sei. Errasti, è vero, e trapassasti i modi, ora gli amori eccitando, or gli òdi;
ma che? son colpe umane, e colpe usate; scuso la natia legge, il sesso e gli anni. Anch'io parte fallii: s'a me pietate negar non vo', non fia ch'io te condanni.
Fra le care memorie ed onorate, mi sarai ne le gioie, e ne gli affanni: sarò tuo cavalier, quanto concede la guerra d'Asia, e con l'onor la fede.
Deh sia del fallir nostro or questo il fine e di nostra vergogna; e non ti spiaccia che in quel monte, del ciel quasi confine, la memoria di lor sepolta giaccia:
ed in parti remote e 'n più vicine sola de l'opre mie questa si taccia; deh non voler che segni ignobil fregio tua beltà, tuo valor, tuo sangue regio.
Rimanti in pace; io vado: a te non lice meco venir: chi mi conduce il vieta. Rimanti, o va' per altra via felice, e come saggia i tuoi consigli acqueta.–
Ella, mentre il guerrier così le dice, non trova luogo, torbida inquïeta. Già minacciando in disdegnosa fronte torva riguarda; al fin prorompe a l'onte:
–Né 'n te Lucia s'incinse, e non sei nato di latin sangue tu: te l'onda insana del mar produsse o 'l Caucaso gelato, e le mamme allattâr di tigre ircana:
perche m'infingo più? l'uomo spietato pur un segno non feo di mente umana. Forse cambiò color? forse al mio duolo bagnò almen gli occhi, o sparse un sospir solo?
Quali cose tralascio? o quai ridico? S'offre per mio, mi lascia e m'abbandona, quasi buon vincitor, di reo nemico oblia le offese, e i falli aspri perdona.
Odi come consiglia, odi il pudico Zenocrate d'amor come ragiona. O Cielo, o dèi, perché soffrir questi empi, fulminar poi le torri e i vostri tempî?
Vattene pur, crudel, con quella pace, che lasci a me; vattene, iniquo, omai: me tosto, ignudo spirto, ombra seguace, indivisibilmente a tergo avrai.
Nova furia con l'angue, e con la face, tanto t'agiterò, quanto t'amai: e s'è destin ch'esca del mare, e schivi gli scogli e l'onde, ed a l'Italia arrivi;
prima de' tuoi più cari, egro e languente, piangerai l'aspra morte, empio guerriero, e sconsolato bramerai sovente figlio d 'Armida, e frate al bel Ruggiero.–
Or qui mancò lo spirto a la dolente, né questo ultimo suono espresse intiero: e cadde tramortita, e si diffuse di gelato sudore, e i lumi chiuse.
Chiudesti gli occhi, Armida; il cielo avaro invidïò il conforto a' tuoi martìri. Apri, misera, gli occhi: il pianto amaro ne gli occhi al tuo nemico or che non miri?
O s'udir tu 'l potessi! o come caro t'addolcirebbe il suon d'alti sospiri! Da quanto ei puote, e prende (ah tu nol vedi) pietoso in vista gli ultimi congedi.
Or che farà? dée sull'ignuda arena costei lasciar così tra viva e morta? Cortesia lo ritien, pietà l'affrena; ma voler più costante il move e porta.
Intanto quel ch'avea l'aspra catena, non oblia di canuta e saggia scorta il severo consiglio; anzi ei si cela per udir chi minaccia e si querela.
Poich'ella in sé tornò, deserto e muto, quanto mirar poté dintorno scorse: –Ito se n'è pur (disse) ed ha potuto me qui lasciar de la mia vita in forse.
Né un momento indugiò, né breve aiuto nel caso estremo il traditor mi porse. Ed io pur anco l'amo, e qui rimango, e invendicata ancor m'assido, e piango?
Che fa più meco il pianto? altre arme, altre arti io non ho dunque? Ah seguirò pur l'empio: né l'abisso per lui riposta parte, né 'l ciel sarà per lui securo tempio.
Già 'l giungo, e 'l prendo, e 'l cor gli svello, e sparte le membra appendo, a' dispietati esempio; mastro è di ferità: vo' superarlo ne l'arti sue. Ma dove son? che parlo?
Misera Armida? allor dovevi (e degno ben era) a l'empio dar crudo martire, che tu prigion l'avesti: or tardo sdegno t'infiamma, e movi neghittosa a l'ire.
Pur, se beltà può nulla, o scaltro ingegno, non fia vòto d'effetto alto desire. O mia sprezzata forma, a te s'aspetta (ché tua l'ingiuria fu) l'aspra vendetta.
Questa bellezza mia sarà mercede del troncator de l'esecrabil testa. O miei famosi amanti, ecco si chiede da voi, difficil sì, ma impresa onesta.
Io, che sarò d'ampie ricchezze erede, de la vendetta al premio omai son presta: e s'io pur di tal prezzo indegna sono, beltà, sei di natura inutil dono.
Dono infelice, io te rifiuto; e 'nsieme odio l'esser regina e l'esser viva, e l'esser nata mai. Sol fa la speme de la dolce vendetta ancor ch'io viva.–
Così, in voci interrotte, e irata freme, e volge il piede a la deserta riva, mostrando ben quanto ha furore accolto, sparsa il crin, bieca gli occhi, accesa il volto.
Ma de l'ascose insidie uscito Araldo, la cauta man gli avvolse entro a' capelli; torcendo il viso al viso umido e caldo, ed a' preghi, di fede ancor rubelli:
e con quel laccio sì tenace e saldo legò le braccia e i piè fugaci e snelli co' nodi d'adamante e di topazio; né fece altra di lei vendetta o strazio.
Ma la zona, onde intorno andò recinta, con la severa man le ha tolto, e disse: –Tu starai qui su questa pietra avvinta a contemplar le stelle erranti e fisse,
sin che la mole tua bugiarda e finta disfaccia, e segua ciò che il Ciel prescrisse: ché non ti lega violenza o forza, ma 'l senno e la virtù, cui nulla sforza.–
Ella, mossa a quel dir, chiamò trecento con fèra lingua deità d'Averno. S'empie il ciel d'atre nubi, e 'n un momento impallidisce il gran pianeta eterno:
e soffia e scuote i gioghi alpestri il vento: ecco già sotto a' piè mugghiar l'inferno. Quanto gira il palagio, udresti irati sibili, ed urli, e fremiti, e latrati.
Ombra più che di notte, in cui di luce raggio visto non è, tutto il circonda: se non ch'intanto un lampeggiar riluce per entro la caligine profonda.
Cessa alfin l'ombra, e i raggi il sol riduce pallidi, né quell'aura anco è gioconda. Nè più il palagio appare, o pur le sue vestigia, né dir puossi: –Egli qui fue–.
Come imagin talor d'eccelsa mole forman nubi ne l'aria, e poco dura, che il vento la disperde e solve il sole, come sogno sen va ch'egro figura:
così sparver gli alberghi, e restâr sole l'ombre, e l'orror che fece ivi natura: e si vedean tra boschi ermi e selvaggi arsi i cipressi e fulminati i faggi!
Avean securo fine i fèri incanti, onde gli dèi d'Inferno ella costrinse; ma 'L laccio di topazi e d'adamanti non era sciolto, e quel che a' piedi il cinse.
Disse: –Or securi andremo, e tu rimanti, perché senno e valor così t'avvinse: e vinta infernal fraude, onore avranno perfida lealtate, e fido inganno.–
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