Skip to content
1544–1595

LIBRO DECIMOSETTIMO

Torquato Tasso

Gaza è citta de la Giudea nel fine, su quella via ch'invêr Pelusio or mena, posta in un alto colle, ed ha vicine deserte solitudini d'arena;

le quai, com'Austro suol l'onde marine, mesce il turbo spirante, e trova a pena l'incerto peregrin riparo o scampo, ne le tempeste de l'instabil campo.

Presa fu la città dal re d'Egitto, con altre molte, in lacrimosa guerra, quando a l'imperio già pe' Turchi afflitto tolse gran parte de la Siria terra

insino a Laodicea, sì com'è scritto, che d'alte mura s'incorona e serra; ma Gaza parve più opportuna parte da raccôr varie genti, e schiere sparte.

Musa, quale stagion, qual ivi fosse stato di cose, or tu mi reca a mente: quali arme il grande imperator, quai posse qual serva avesse, e qual amica gente,

quand'ei dal mezzogiorno in guerra mosse le forze, e i regni, e l'ultimo Orïente: tu sol le squadre e i duci, e sotto l'arme i popoli sforzati, or puoi dettarme.

Tu sei de gli anni e de l'oblio nemica, tu sol conservi ogni memoria intera; tu m'inspira così, ch'altrui ridica ogni famoso in guerra ed ogni schiera:

suoni e risplenda omai la fama antica, fatta da gli anni pria tacita e nera, da l'origin sua prisca, in chiara lingua, perch'ogni età l'ascolti, e nulla estingua.

Poscia che ribellante al greco impero, l'Egitto abbandonò la vera fede, Abdalà, d'Ali sceso, empio guerriero, sé feo monarca a forza, e 'l figlio erede:

ei fu detto Califfo; e dal primiero, chi tien lo scettro al nome ancor succede. Tal diero i Faraoni a' primi tempi, e poscia i Tolomei profani esempi.

Ma quegli, in guisa d'uom che tutto agguaglia, gl'imi sentieri fece eguali a gli erti, e con l'arti di pace e di battaglia, l'altrui fortune pareggiava e i merti:

quasi vera giustizia a lui sol caglia, più ritentar non volle i casi incerti, ma caro al volgo, qual pastore a greggia, Medemia edificò, cittate e reggia.

Abuthanin nipote, a l'aspro giogo le province vicine indi costrinse, insin là dove la Fenice ha il rogo, che tutte un duce suo lo vide e vinse:

e poi fondò nel fortunato luogo dove Menfi di tempio i mostri cinse, il Cairo ch'il suo nome anco riserba, noto avversario di Babel superba.

Crebbe, volgendo gli anni, il novo rito, e l'alto imperio in guisa tal, che viene Asia e Libia ingombrando, al Sirio lito da' Marmarici fini e da Cirene:

e passa dentro incontra a l'infinito corso del Nilo, assai sovra Siene, e quinci a le campagne inabitate d'aduste arene, e quindi al grande Eufrate.

A destra ed a sinistra in sé comprende l'odorata maremma e 'l ricco mare; e fuor de l'Eritreo molto si stende incontra il sol che d'orïente appare;

le forze de l'imperio ancor più rende, Elfeo, che le governa, illustri e chiare; dianzi nemico a' Turchi e non occulto, tanto potea la varia setta e 'l culto.

Questi e con Turchi e con le genti Perse più guerre feo, le mosse, e le rispinse, or vincendo, or perdendo; e ne l'avverse fortune fu maggior che quando ei vinse.

Poi che la grave età più non sofferse de l'armi il peso, alfin la spada ei scinse; ma non depose il suo guerriero ingegno, e d'onore il desio vasto e di regno.

Ancor guerreggia per ministri, ed have tanto vigor di mente e di parole, che de la monarchia la soma grave, non sembra a gli anni suoi soverchia mole.

Sparsa in minuti regni, Africa pave tutta al suo nome, e 'l remoto Indo il cole: e gli porge altri volontario aiuto d'armate genti, ed altri ampio tributo.

Tanto e sì fatto re l'arme raguna, anzi pur ragunate omai le affretta contra il sorgente regno, e la fortuna de' Franchi in gran vittorie ognor sospetta.

E trapassar le schiere ad una ad una di rozza turba, o pur di gente eletta, e fiammeggiar al sol de l'arme i lampi mira ne gli arenosi e larghi campi.

Egli in gran seggio aurato, a cui per cento gradi eburnei s'ascende, altero siede, e sotto l'ombra d'un gran ciel d'argento preme ostro ed òr col suo superbo piede:

e ricco di barbarico ornamento si vela o svela sì, ch'alcuno il vede. Fan, torti in mille fasce, bianchi lini quasi corona e quasi corna a' crini.

Lo scettro ha ne la destra; e per canuta barba è più venerabile e severo: e da gli occhi, ch'il tempo ancor non muta, spira l'ardire e 'l suo valor primiero:

e mostra, s'ei risponde o pur saluta, la maestà de gli anni e de l'impero: Apelle forse o Fidia in tal sembiante Giove formò, ma Giove allor tonante.

Nel primo grado, a destra ed a sinistra, stan due grandi ammiragli; e quel più degno alza la spada del rigor ministra; l'altro il sigillo ha, de l'officio in segno:

custode ei di secreti, al re ministra opra fedele in governando il regno; ma quel, a cui ciascuno è qui secondo, de le schiere e de l'armi ha il grave pondo.

Stanno diece altri a' piedi, e son cotanti. quanti, nel ciel che più di lumi è vago, gli alberghi eccelsi de le stelle erranti; perche del ciel l'Egitto è quasi imago.

D'una parte ciascun par che si vanti di quel regno ov'è il Nilo ondoso lago: e quanti sono ancor de l'anno i giorni, tante Città l'Egitto avvien ch'adorni.

Sotto, folta corona al seggio fanno in fedel guardia i Mauritani astati; ed oltre l'aste hanno corazze, ed hanno spade larghe e ritorte a l'un de' lati.

Così scopria, sedendo, il gran tiranno d'eccelsa parte i popoli adunati. Tutte, passando a piè l'armate schiere, l'inchinan le sublimi insegne altere.

Il popol de l'Egitto in ordin primo fa di sé mostra; e quattro duci or sono: duo de l'alto paese, e duo de l'imo, ch'è del celeste Nilo opera e dono:

al mare usurpò il letto il fertil limo là 'v'ei si frange con più roco suono: si crebbe Egitto; oh quanto addentro è posto quel che fu lido a' naviganti esposto!

Ma ciascuno de' quattro ha tre soggetti, e ciascuno de' tre di trenta è duce, e di trenta ciascun guerrieri eletti trecento almen d'una città conduce;

e ne gli ordini suoi divisi e stretti, tutta la gente d'arme e d'òr riluce; e di tanti color s'adorna e varia, quanti spiega la terra, o 'l sol ne l'aria.

Primiera trapassò la ricca gente, ch'abita d'Alessandria il ricco piano, da Faro al lido vòlto a l'Occidente, ch'esser comincia omai lido africano:

Araspe è il duce lor, duce possente d'ingegno più che di vigor di mano: e di furtivi aguati è mastro egregio, e d'ogni arte africana in guerra ha il pregio.

Secondan quei che, posti invêr l'Aurora, ne la parte asiatica albergâro: e gli guida Aronteo, cui nullo onora pregio o virtù, ma per fortuna è chiaro:

non sudò 'l molle sotto l'elmo ancora, né trombe innanzi l'alba anco il destâro: e da gli agi e da l'ombre a dura vita tarda brama d'onore alfin l'invita.

Quella ch'è terza poi, squadra non pare, ma una grand'oste; e campi e lidi adombra. Non crederai ch'Egitto mieta, od are per tanti, e pur da una città si sgombra:

città, ch'a le provincie emula e pare, di ben cento città lo spazio ingombra: del Cairo parlo; indi l'adorno volgo, ma pigro a l'arme assai, conduce Imolgo.

E quella insieme avventurosa plebe a cui i vicini campi il Nilo inonda, con l'acque sue stagnando, e nere glebe, onde verdeggi poi, bagna e feconda:

insin là dove fu l'antica Tebe, nel terren, che di viti ancora abonda e d'oppio che richiama il grave sonno ne gli egri e stanchi che dormir non ponno.

Ma Campsone a seguir le genti astringe che lasciâr di lontan paese angusto, sino a le parti, ove s'inalza e stringe tra gli arenosi colli il suol vetusto,

a cui dappresso si colora e tinge al sole ardente l'Etiòpo adusto; là sovra il Delta, ove la terra in grembo non raccolse già mai tempesta o nembo,

e dal sereno ciel già mai non cade pioggia che bagni in quella parte il mondo; e 'nsin là dove d'alto anco ricade il Nilo al precipizio suo secondo.

L'Egizia turba avea sol archi e spade, e loriche di vago e leggier pondo; d'abito è ricca, onde altrui vien che porte desio di preda e non timor di morte.

Poi la plebe di Barca e nuda e 'nerme quasi, dietro Ramon passar si vede; che la vita famelica ne l'erme piaggie nudrir solea d'avare prede.

Con istuol manco reo, ma vile a ferme battaglie, di Zumara il re succede. Quel di Tripoli poscia, e l'uno e l'altro è in guerreggiar girando esperto e scaltro.

Gli Etiòpi di Meroe indi seguîro, di Meroe che 'l gran Nilo isola face, con Astabara giunto: e l'ampio giro di due fedi in tre regni era capace:

gli conducea Canario ed Assimiro, re questi e quegli; è d'Ali ancor seguace, e tributario al maggior re, ma tenne santa credenza il terzo, ond'ei non venne.

E dietro ad essi apparvero i cultori de l'Arabia Petrea, de la Felice, ch'il soverchio del gelo e de gli ardori non sente mai, se fama il ver ridice:

ove nascon gl'incensi e gli altri odori, ove rinasce l'immortal Fenice; che mentre il rogo fabbricando aduna a l'esequie, al natale ha tomba e cuna.

L'abito di costoro è meno adorno; ma l'arme a quei d'Egitto han simiglianti. Ecco altri Arabi, poi che di soggiorno certo non sono stabili abitanti;

peregrini perpetui usano intorno portar gli alberghi e le cittati erranti: han voce feminil, breve statura crin lungo e negro, e negra faccia e scura.

Lunghe canne indiane arman di corte punte di ferro, e su' destrier correnti diresti ben ch'un turbine lor porte, se pure han turbo sì veloce i venti:

da Sifante le prime erano scòrte, Aldino in guardia ha le seconde genti, guida le terze Albïazar, ch'è fèro ladron micidïal, non cavaliero.

Venne con gli assassini il vecchio mastro che tra' Fenici per onor s'elegge: al cui fèro pugnal non valse impiastro, mentre seguiva ancor la falsa legge.

Ed altri che lasciâr la zappa e 'l rastro, o pure abbandonâro armenti e gregge, guida Aldïel, che presso i salsi gorghi vòte fece restar castella e borghi.

La turba è appresso che lasciate avea l'isole cinte de l'arabich'onde, da cui pescando già raccôr solea conche di perle gravide e feconde.

Son i negri con lor, su l'Eritrea marina posti a le sinistre sponde: quegli Agricalte, e questi Osbar corregge, che schernisce ogni fede ed ogni legge.

Poi duo re tributari anco venièno con squadre d'arco armate e di quadrella: un soldano è d'Ormùs, che dal gran seno Persico è cinto: nobil terra e bella;

e l'altro a la città rallenta il freno ch'è nel crescer de l'onde isola anch'ella: ma quando poi, scemando, il mar s'abbassa, col piè securo il peregrin vi passa.

Né te, Altamoro, entro al pudico letto potuto ha ritener la sposa amata: pianse, e percosse il biondo crine e 'l petto, per distornar la tua fatale andata.

–Dunque (dicea), crudel, piu che 'l mio aspetto, del mar l'orrida faccia a te fia grata? Fian l'arme al braccio tuo più caro peso, ch'il dolce figlio a' dolci scherzi inteso?–

E' questi re di Sarmacante; e 'l manco ch'egli pregi in se stesso è il gran diadema; così dotto è ne l'arme, e così franco ardir congiunse a la virtù suprema:

saprallo alfin (l'annunzio) il popol Franco, e dritto è ben che sino ad or ne tema: i suoi guerrier indosso han la corazza, la spada al fianco, ed a l'arcion la mazza.

Ecco poi fin da gl'Indi e da l'albergo de l'Aurora venuto Adrasto il fiero, che di serpente indosso ha per usbergo il cuoio verde e maculato a nero:

e smisurato a un elefante il tergo preme così, come si suol destriero: gente guida costui di qua dal Gange, che si lava nel mar che l'Indo frange.

Ma ne l'ultima squadra è scelto il fiore de la real milizia; e v'ha que' tutti, i quai larga mercede e degno onore ed in pace ed in guerra avea condutti,

ch'armati dànno altrui tèma e terrore, su gran destrieri, al guerreggiare instrutti: e 'l ciel di ferro e d'ostro e d'òr fiammeggia, mentre l'altera insegna intorno ondeggia.

Vanno Alarco fra questi e Tauro a paro, che son quasi giganti, ed Idraorte, e 'l gran Sonar che per l'audacia è chiaro, sprezzator de' mortali e de la morte,

Rimedon e Rapoldo e Fulgo avaro, e 'l ladron de' Fenici, Ormondo il forte, che visse un tempo quasi fèra in lustra, or vecchia infamia in nova guerra illustra.

Evvi Orindo, Arimon, Pirga, Brimarte cacciator de le fère; èvvi Sifante domator de' cavalli: e tu de l'arte de la lotta maestro, Aridamante;

e Tisaferne, il folgore di Marte, a cui non è chi d'agguagliarsi vante, o se in arcione o se pedon contrasta, o se ruota la spada o corre l'asta.

Ma duce è un fèro armeno, il qual tragitto al paganesmo ne l'età novella fe' da la vera fede; ed ove ditto fu già Severo, ora Emiren s'appella:

per altro uom fido e caro al re d'Egitto sovra quanti per lui calcâr la sella; è duce insieme e cavalier sovrano per cor, per senno e per robusta mano.

Niun più rimanea, quando improvvisa la donna di Seleucia apparve altera: venia sublime in un gran carro assisa, succinta in gonna, e faretrata arciera:

e di guerrieri armati in altra guisa d'acciaio lucente ornò fedele schiera, che di Bitrin, d'Accone, e di Berrea, di Palmira, e d'Apamea addotti avea.

Simiglia il carro a quel che porta il giorno, lucido di piropi e di giacinti: e frena il dotto auriga al giogo adorno quattro unicorni a coppia a coppia avvinti:

cento donzelle e cento paggi intorno; pur di faretra gli uomini van cinti; ed a negri destrier premono il dorso che sono al giro pronti e lievi al corso.

In tal guisa il rinato unico augello i neri Etiòpi a visitar s'invia; vario e vago la piuma, e ricco e bello, di monil, di corona aurea natia:

sacrando al sol nel suo felice ostello la ricca tomba, ove s'infiamma e cria: s'allegra il mondo, e va dietro e da' lati, maravigliando, esercito d'alati.

Ma poi ch'ella è passata, il re de' regi comanda ch'Emireno a sé ne vegna. Lui preponendo a tutti i duci egregi, che guerreggiâr sotto l'altera insegna:

quel, già presago, a' meritati pregi con fronte vien che d'alto grado è degna: la guardia de' suoi Mauri in due si fende, e gli fa strada al seggio, ed ei v'ascende.

Ed una volta e due per terra steso, quasi per segno di verace culto, adorò lui ch'in alta sede asceso pur ancor gli teneva il viso occulto:

e quel ferro ch'al collo avea sospeso col bel pomo lucente, e d'oro insculto, pose in disparte con umil sembianza, come fu de' soldani antica usanza.

Allora, quinci il vel ritratto e quindi, il re canuto in maestà s'offerse, sì che 'l mirâaro Assiri, Arabi, ed Indi, Mauri, Egizi, Etiòpi, e genti Perse:

tal nube atra talor dispergi e scindi, e scopri a noi le tue stelle diverse e i tuoi mostri lucenti, eterno cielo, qual parve il seggio al dipartir del velo.

Mentre Emiren, chinando il capo al petto, pur s'inginocchia, il re così gli dice: –Te' questo scettro: a te, Emiren, commetto le genti, e tu sostieni in lor mia vice:

e porta, liberando il re soggetto, su' Franchi l'ira mia cui tutto lice. Va, vedi, vinci, e non lasciar de' vinti avanzo, e mena presi i non estinti.–

Così parlò il tiranno; e del soprano imperio il cavalier la verga prese. –Prendo scettro, signor, d'invitta mano, e co' tuoi auspìci torno a l'alte imprese

dove, tuo duce, io vinsi: e non invano de l'Asia spero or vendicar l'offese: né tornerò, se vincitor non torno, schifando più di morte indegno scorno.

Ben prego il ciel, che s'ordinato male (ch'io già nol credo) di là su minaccia, tutta sul capo mio quella fatale tempesta accolta di versar gli piaccia;

e salva rieda l'oste, e 'n trionfale, più ch'in funebre pompa, il duce giaccia.– Tacque; e co 'l suon de la canora tromba, di barbarici gridi il ciel rimbomba.

E fra le grida e i suoni, in mezzo a densa e nobil turba, il re de' regi or parte; poi ne' suoi veli avvolto, a regia mensa da tutti i duci suoi siede in disparte;

onde or cibi, or parole altrui dispensa, né lascia inonorata alcuna parte: quivi a lui ragionò l'altera donna, in cui valore e castita s'indonna:

–Gran re: morto il mio sposo, anch'io ne vegno per la fede, ed ardisco a voi mostrarme. Donna son io, ma real donna: indegno già di regina il guerreggiar non parme.

Se per arte real si merta il regno e dansi ad una man lo scettro e l'arme, saprà la mia (né torpe al ferro o langue) ferire, e trar da le ferite il sangue.–

Così diss'ella; e 'l re con lieto cenno: –Nobile donna, al tuo valor concedo, a la tua fede, ed al tuo grave senno, Seleucia che per te secura io credo:

e maggior doni a tua virtù si denno, se fia cacciato d'Asia il fier Goffredo: e parte non oblio l'opre leggiadre del tuo marito e del tuo saggio padre.–

Fra tanto avea Vafrin la piaggia aprica vista di Gaza, e i lidi intorno e 'l colle, e gli edifici ove la terra antica fra marmoree ruine al ciel s'attolle.

Palagi e templi, in cui gente nemica s'accoglie, e 'l culto a Dio, superba, tolle: fonti ed acque, ch'il ciel benigno dona, e de le mura sue l'ampia corona.

E tende intorno, e sparsi a l'aure erranti stendardi in cima azzurri, e persi, e gialli; e tante udì lingue discordi, e tanti timpani e corni e barbari metalli,

e voci di cameli e d'elefanti, tra 'l nitrir de' magnanimi cavalli, che fra sé disse: –Qui Africa tutta translata or viene, e qui l'Asia è condutta.–

E loda pria la sua benigna sorte, che de le schiere lor nulla gli asconde: poscia non tenta vie furtive e torte, né dal più folto volgo ei si nasconde:

ma per dritto sentier tra regie porte trapassa, ed or dimanda ed or risponde: a dimande e risposte audaci e pronte accoppia, il baldanzoso, ardita fronte.

Di qua di là sollecito s'aggira, per le vie, per le piazze e per le tende: i guerrieri, i destrier, l'arme rimira, l'arte, gli ordini osserva, e i nomi apprende:

né di ciò pago, a maggior cose aspira, spia gli occulti pensieri, e parte intende: tanto s'avvolge, e così piano e cheto, che s'apre il varco al ragionar secreto.

Stavasi il capitan la testa ignudo, le membra armato, e con purpureo ammanto; lunge due paggi avean l'elmo e lo scudo, preme egli un'asta e vi s'appoggia alquanto:

guardava un uom di torvo aspetto e crudo, membruto ed alto, il quale avea da canto; Vafrino è attento, e, di Goffredo a nome parlare udendo, alza gli orecchi al nome.

Parla il duce a colui: –Dunque securo sei tu così di dar morte a Goffredo?– Risponde quegli: –Io sono, e 'n corte giuro non tornar mai se vincitor non riedo:

preverrò ben color che meco fûro al congiurare; e premio altro non chiedo se non d'alzar un bel trofeo de l'arme in Babilonia, e sotto un breve carme:

“Queste arme in guerra al capitan francese, distruggitor de l'Asia, Ormondo i' trassi, quando gli trassi l'alma; e fûr sospese perché memoria ad ogni età trapassi”.–

–Non fia (l'altro dicea) ch'il re cortese l'opera grande senza gloria lassi: ben ei darà ciò che per te si chiede, ma congiunto l'avrai d'alta mercede.

Ora apparecchia pur l'arme mentite, ch'il giorno omai de la battaglia è presso.– –Le preparo,– ei rispose: e qui, fornite queste parole, il duce tacque ed esso.

Restò Vafrino a le gran cose udite sospeso e dubbio, e rivolgea in se stesso quai sieno i congiurati e l'arme false; ma l'intender da sé tutto non valse.

Mille e più vie d'accorgimento ignote, mille ripensa inusitate frodi: e non gli son però palesi e note de l'occulta congiura e l'arme e i modi;

Fortuna alfin, quel che per sé non puote, sciolse al suo dubitar gl'interni nodi: tornando il vecchio re, pria ch'il dì s'erga, a la gran reggia ov'egli in Menfi alberga,

e fra' suoi Mori, ond'è guardata e cinta, passa per ampi lochi e per illustri, calcando pietra lucida e distinta, di gemma in guisa che si terga e lustri.

Sopra e 'ntorno si scorge aurea e dipinta, con marmi ed opre di scultori industri, e con alte colonne in cui s'appoggia più d'una luminosa e ricca loggia.

Pur da candido marmo i larghi fonti versan, come s'udì, l'acque sì chiare, che n'hanno invidia i più sublimi monti, e 'l più bel fiume che trascorra al mare:

quivi d'augei non conosciuti o conti, numero grande e vago e vario appare; quali giammai non vide il nostro Occaso, ben che figuri Arpie, Sfinge e Pegàso.

Ed animali ignoti a' sensi nostri vanno intorno al bel seggio ombroso e fosco, tra le fontane e quei marmorei chiostri, senza adoprar artiglio o dente o tosco:

né tanti vide mai prodigi o mostri deserta arena o solitario bosco, né penna ne descrisse, o stil dipinse, quanti il gran re quivi nutrinne e cinse.

Prima di ciascun'altra al Nil si volse quella che porta lui, mirabil nave, ch'arme e destrieri in ampio sen raccolse, di logge e sale e tempio adorna e grave:

e di fila d'argento in prima sciolse lucenti vele a fresca aura soave: e fece biancheggiar co' remi eburni l'onda cerulea a' raggi ancor notturni.

Poi si mosse Emireno a suon di tromba, che fea più mormorar l'acque tranquille, non che la terra, e 'l ciel ch'alto rimbomba, di chiare acceso e lucide faville:

e s'inviò verso la sacra tomba, spiegando al vento mille insegne e mille. Vafrin con gli altri ancor montava in sella: ma precorse, portando alta novella.

Trovò del vecchio Eustachio il nobil figlio co' duci che passâro a l'alta impresa, che quasi in giusta lance ogni consiglio de l'incerta vittoria appende e pesa:

e de la guerra parla e del periglio, fra 'l nuovo campo e la città difesa, e disse: –Andai, come imponesti, e vidi genti nemiche in arenosi lidi.

Ma pria contar ne la deserta piaggia potrei l'arene, e 'n mar turbato l'onde, e qual da gli alti boschi a terra caggia numero de le sparse aride fronde:

che quel di tante schiere a narrar v'aggia, sotto a' cui piè la terra ampia s'asconde; e sotto le gran tende il ciel s'adombra, tanto di spazio ivi per lor s'ingombra.

Io vidi nel passar l'orribile oste quasi occupare il loco a' salsi flutti, mentre le piagge e le campagne ascoste ella teneva, e i piani, e i colli tutti:

vidi che dove giunga, ove s'accoste, spoglia la terra e lascia i fiumi asciutti: ché non basta a la sete acqua profonda, e poco è lor ciò che si miete e sfronda.

Ma sì de' cavalier, sì de' pedoni, sono in gran parte inutili le schiere: gente che non intende ordini e suoni, né stringe il ferro, e di lontan sol fére.

E son quelli oltre gli altri eletti e buoni, che di Persia seguîr l'insegne altere: e di questa anco è via migliore squadra quella che l'ammiraglio ordina e squadra.

Ella è detta immortal senza difetto, perché non scema il numero pur d'uno; ma s'empie il loco vòto, e sempre eletto sottentra uom nuovo, ove ne manca alcuno.

Il capitan de gli altri, Emiren detto, pari ha in senno o valor pochi, o nessuno: e gli comanda il re, che senza indugio combatta, e non ti lassi alcun refugio.

Né credo già, ch'al nono dì ritardi l'esercito infedel, c'ha molto ardire; ma tu convien che te medesmo or guardi, tanto è del sangue tuo fra lor desire,

ch'i più famosi in arme e i più gagliardi, t'hanno incontra arrotato il ferro e l'ire; e d'appender tue spoglie in Menfi al tempio un ladron si dà vanto infame ed empio.

Signor (diceva), in ragionando udisti ricordar gli assassini, orribil nome: i quali un tempo fûr dogliosi e tristi di portar del gran re le gravi some;

ora con gli altri suoi confusi e misti van con le genti soggiogate e dome, perch'Anterada lascia e sue castella quel che per dignità Veglio s'appella.

Questo è un lor mastro a cui non cornio, o cerro, né spada gloria diè fra' suoi nemici ma i prìncipi insidiava; e un picciol ferro dava a' suoi congiurati empi Fenici:

e pur di questa turba or (s'io non erro) giunto ha il grande ammiraglio a' fidi amici Ormondo, ch'altre volte armò la destra incontra te, di crudeltà maestra.

Ma sempre senza effetto: or, quasi sdegni l'insidïoso ferro aver coperto, e dal lor sommo re provincie e regni speri in premio de l'opra, anzi del merto,

promette d'assalirti: e falsi segni e mentite arme vuole in campo aperto, perché 'l perfido cor, se più si sforza, non lascia fraude per usar gran forza.–

Così disse Vafrino: e i detti suoi mesto silenzio al suo tacer lasciâro nel magnanimo cor di tanti eroi, ben ch'alcun non vi sia di vita avaro;

ma soggiunse Raimondo: –Onde v'annoi ho novella più trista e duol più amaro: e tacerei per non doppiar l'affanno; ma 'l tacer non provede al nostro danno.

Goldemaro e Peletto andando al porto, scorta a' Liguri amici amica e fida, con l'uno e l'altro stuol da loro scorto, ne la campagna fûr tra Rama e Lida

assaliti. Giberto, Aicardo è morto, tanto quivi abondò la turba infida: ciascun de gli altri miei lassato or langue, o sparso ha con la vita insieme il sangue.

Joppe, cittate antica e mal secura, vòta d'abitator non si difende: ma in preda lascia le solinghe mura, quasi negletto arnese, a chi le prende;

né dentro al porto omai resiste e dura, la nostra armata, o la nemica attende: ma d'antenne ha spogliate e di governo le navi che sprezzaro il freddo verno.

Restano i nudi legni in su l'arena del salso lido a piè de l'alta rocca, dove i nostri faran difesa a pena, se soverchio furor non la dirocca:

nulla il navigio or de' nemici affrena, ben ch'al porto rinchiusa è l'ampia bocca; ma con mille e più vele il mar trascorre, minacciando ruina a quella torre.–

Così disse Raimondo, e i duci esperti il varïar de la fortuna e 'l caso rivolgeano; tacendo i rischi incerti, e 'l fin di lunga guerra ancor rimaso.

Ma pensavano insieme i duo Roberti a' freddi regni del lontano Occaso; e parlando il maggior, ch'in Frisa nacque, l'altro prima approvò, da poi non tacque:

–Io (diceva) in lontana e dubbia guerra fatto non ho qui d'oro alcuno acquisto, né di provincia in peregrina terra; né già mi pento di servire a Cristo.

E bench'il giorno che la vita serra sia forse assai vicino e mal previsto, non cangerò giammai pensieri o voglie, per tema di lasciar l'ultime spoglie.

Ma s'avverrà ch'alfin solviamo il voto visitando il Sepolcro e i sacri tempî bramo che mi riporti od Euro o Noto, salvo o securo dal furor de gli empi,

al lido di Provenza, o al più remoto, o per benigni o per turbati tempi: già stanco di calcare a' stanchi il dorso, e vago sol di posa o d'altro corso.

Di ben mille destrier, ch'in ampie stalle pascer solea quand'io qui volsi i passi, la maggior parte è morta: o langue e falle al corso e i membri ha indeboliti e lassi:

e 'ndarno omai cerchiamo in monte o 'n valle l'acque tra verdi sponde e i vivi sassi. Qual mi riportera cavallo, o vento, s'a l'incendio de' legni ora io consento?

Deh concedasi a me ch'omai difenda l'armate navi da nemico oltraggio, perch'una, lasso, e 'nerme, alfin mi renda (se ne la giusta impresa ora io non caggio)

a le rive del Reno, ov'io sospenda l'arme dopo sì dubbio aspro viaggio: e portin l'altre i miei fidi compagni, c'han già fatto di gloria ampi guadagni.–

Così diss'egli. –Ed io restar non bramo, (il normando Roberto allor soggiunse): e di te a te stesso or mi richiamo, che la mia terra è da la tua non lunge:

e di stirpe real secondo ramo nacqui, dove i duo regni a noi disgiunge l'estremo mar che tutto scevra e parte, e mi bisognan legni, e vele, e sarte.–

Così parlâr: né fu contrasto alcuno o discorde voler tra' duci arditi, né tra quegli altri: e consentì ciascuno che vadano ambo a la difesa uniti

contra il fèro nemico ed importuno ch'ingombra i salsi mari e i salsi liti, con mille da Pelusio e da Canopo raccolti legni; e fûro al maggior uopo .

Liguri e Leuci aveano, e gli altri insieme, tratte le curve navi al lido asciutto, e quasi scala l'ime e le supreme disposte in gradi, e un muro ivi construtto

lontano alquanto da le rive estreme, che non bagna dal mar canuto flutto; e fatta un'ampia fossa intorno al muro, che sotto l'alta ròcca è più securo.

A l'incontro, ov'il mar fremendo assorda, ha fermo Argante i suoi destrier correnti; parlando al duce de la turba ingorda, varia di gonne e di confusi accenti,

che più d'onda marina in sé discorda, quando agitata è da contrari venti: e gran premi propon d'argento e d'auro al navigante egizio, al siro, al mauro.

Ma non osa la turba inerme, avvezza a combatter nel mar di nave in nave, d'ampia fossa passar rapida altezza, che quinci e quindi ha 'l precipizio, ed have

munita d'alto la sublime ampiezza d'acuto palo, anzi d'acuta trave: tal ch'ei medesmo a rimirare è mosso da l'orlo del mar vasto a quel d'un fosso.

E 'l fier cavallo, a cui la mano allenta, già non ardisce di saltar nel fondo; ma gli annitrisce in riva e si sgomenta: egli non già, ch'è senza tèma al mondo;

e di passare a piè s'avvisa e tenta, ben che de l'arme il tardi il grave pondo: e, vòlto a' suoi, dicea: –Non fia ch'io rieda senza gloria, o compagni, e senza preda.

Ma pria d'ostili spoglie ornare il lido de l'Asia io spero, e le contrade estreme, togliendo a' Franchi il ben guardato nido, ove han rinchiusa omai l'ultima speme:

e, pur che me seguiate, or mi confido ch'audace diverrà chi tarda e teme. Così dicendo, egli scendea repente con l'arme a terra dal corsier possente.

Alcun de gli altri suoi restar non volle assiso allora in sul destrier sublime, mirando lui, ch'a piedi ancor s'estolle di torre in guisa ch'erga al ciel le cime;

ma de l'arida rena al lido molle le genti estreme seguitâr le prime: e l'instabil premean salso terreno, ciascuno al suo scudier lasciando il freno.

E se medesmi ammaestrando in guerra, tutti non assalîr diffusi e sparti il muro che le navi asconde e serra; ma in cinque ordini accolti, e 'n cinque parti.

Del fèro Argante ch'ogni altezza atterra, segue la prima i passi e l'arme e l'arti: ma Celebino, il suo più bel fratello, conduce appresso lui l'altro drappello.

Guidato il terzo è poi dal fèro Ircano, di cui non fu (s'Argante sol ne traggi) uom più forte ne l'ira, ovver più insano, o ne gli alpestri luoghi, o ne' selvaggi.

Gli altri seguian Sanguigno e Rodoano, di saggio padre arditi figli e saggi: e 'l vecchio genitor reggeva Aleppe, e molto visse al mondo e molto seppe.

Sol Norandin lasciar non volse il dorso de l'armato cavallo a' suoi scudieri, e torse per l'arene il lento corso de le concave navi a' duci alteri,

procurando al fratel certo soccorso da' naviganti mal satolli e neri; ma non poteo sovra 'l destrier superbo schifar d'iniqua morte il fine acerbo.

Né devea riveder le mura eccelse d'Elia sublime, e del palagio adorno, ch'egli ebbe ingombro, e proprio albergo felse, e 'nvano avea sperato un bel ritorno;

ch'atro di guerra turbo il cinse e svelse, come sterpar veggiamo abete od orno; e cadde ove il trafisse orribil asta, qual uom ch'indarno al suo destin contrasta.

E dicea, vòlto al ciel: –Quanto è bugiarda la speme ch'a la guerra altri conforta! Già non pensai sì indomita e gagliarda gente trovar con sì feroce scorta.

Or veggio che per lor si tiene e guarda ogni torre del muro ed ogni porta: e non vorranno abbandonar l'impresa, e 'l muro, ond'ogni nave anco è difesa.

Ma come in via c'ha polveroso il suolo, non lascian l'api a chi le turba e caccia i dolci alberghi, e con stridente volo pungon più volte al cacciator la faccia;

così de' Franchi ogni condenso stuolo avverrà che difesa e guerra or faccia: e partir non vorran da l'alte porte senza vittoria, o senza orrida morte.–

Così diceva: e vide lunge intanto, come sassosa guerra al muro avvampi; e del fiero fratel membrando il vanto, pensar non può ch'alcun s'arretri e scampi.

Pur, tratti al segno del purpureo ammanto, i duci che solcâr cerulei campi, tutti scendeano ov'egli asta non vibra, ma l'oro già promesso appende in libra.

Quetar parevan l'ire e i fèri orgogli de' petti avari, a quel lucente prezzo. Eldalio, nato ne' Tindarii scogli, fu il primo che obbligò la fede a prezzo:

poi ciascun altro a disprezzar gli orgogli del mar d'Egitto, navigando, avvezzo, o pure in quel che si colora e tigne, e mostra a' nostri rai l'onde sanguigne.

Eldalio e gli altri duci a l'oro tratti, come l'ingordo pesce a la dolce esca, serbar volendo invidïosi patti, aspettavan ch'il rischio omai s'accresca:

né tutti ancor venieno ove combatti, Argante, in guisa d'uom cui vita incresca, che il lido solitario, anzi deserto, quelle turbe infinite avrian coperto.

I Siri, alzando i gravi scudi in alto intorno Argante e i minacciosi gridi, vengon del saldo muro al dubbio assalto, rimbombando a quel suono i mari e i lidi:

e contra i figli del crudel Ducalto, e gli altri a lor fedeli, a Cristo infidi, lanciavan sassi da lor torri i nostri, quei discacciando da' guardati chiostri.

Come allor che s'inaspra il verno e 'l cielo, e Giove tuona in Pindo, in Pelio o 'n Flegra, sopisce i venti, e 'n nubiloso velo ei ricopre del sol la vista allegra:

né cessa di versar la neve e 'l gelo, onde la terra imbianca e l'aria annegra, e prima i gioghi e le superbe fronti tutte nasconde de gli eccelsi monti:

poscia gli erbosi prati e i luoghi colti, e de' mortali i magisteri e l'opre, e i bei porti del mare e i lidi incolti, e i cavernosi scogli ancor ricopre:

solo i mari non sono allor sepolti, e l'acqua da la neve al ciel si scopre; così era ascosta allor da viva pietra l'arena, insin la dove il mar s'arretra.

Ma Norandin, ben che de' nembi oscuri di pietrosa tempesta abbia spavento, e de' suoi tristi sogni e degli augùri, a cui per lunga usanza è troppo intento,

s'avvicina al fratello appresso a' muri, che nulla morte ad incontrare è lento; e disse: –Omai concedi al mio consiglio, ch'altri succeda al tuo maggior periglio.

Tu stanco forse, e tutti stanchi e lassi siàn del contrasto d'uno e d'altro giorno; sì che omai dar potremo il loco a' sassi ed alle turbe, e far quinci ritorno.

Né tacerò (bench'il parlar trapassi il tuo divieto, e n'abbia oltraggio e scorno) che 'l cielo e i sogni e un novo augurio io temo. Deh non sia quest'assalto a noi l'estremo!–

Volea più dir: ma con turbato sguardo il fiero Argante riguardollo e disse: –Norandino, a me spiace ogni codardo; e s'oggi è il dì ch'il cielo a me prefisse,

la mia morte, o 'l mio fato omai non tardo: e non curo di stelle erranti o fisse, né di fantasmi o di notturni sogni. E di te stesso tu non ti vergogni?

E vuoi tu ch'obbedisca armata destra ad uccel ch'abbia steso al ciel le piume? Ma non curo io ch'egli sen voli a destra contra l'aurora e 'l bel purpureo lume,

o ne l'oscuro occaso a man sinestra: e seguo mia natura e mio costume, anzi il voler del ciel, ch 'altrui richiama col chiaro suon d'una perpetua fama.

Ottimo augurio è sol quest'uno e vero, il difender la patria in guerra armato. Perché dunque paventi, animo altero, quel risco ove 'l morir tanto è laudato?

Se per difesa ognun del nostro impero in questa pugna ti morisse a lato, non dovresti temer: e vo' ben dirti che non hai contra morte audaci spirti.

Ma se de la battaglia oggi tu cessi, ed altri n'allontani, o tieni a bada, sì che per tuo consiglio or non s'appressi al ben difeso muro e 'ndietro ei vada:

nol potresti salvar, pur che volessi, perch'io l'ucciderò con questa spada.– Così diceva, e gli passò davante: seguîr gli altri, gridando, il fiero Argante.

E la fortuna in suo favor conversa, pareva a' Franchi diventar rubella: però che mosse da la parte avversa fulmini incontra lor, turbo e procella:

e portò nembo onde rimase aspersa l'arida rena e questa parte e quella. Ma ne gli occhi de' Franchi oscura polve è più molesta, e lor d'intorno involve.

In rompendo il gran muro, ogni lor forza mostrâro i Siri, e tutti i loro ingegni; e i merli, e 'l muro, e quella prima scorza, e i primi de le torri alti sostegni,

si sforzar di tirare in terra a forza, per aprirsi la strada a' curvi legni; e con le grosse travi eran divelti, per opra di guerrieri a prova scelti.

Ma non cedeano il passo ancora i Franchi, opponendo de' buoi le dure terga, e i gravi scudi, e quasi nulla stanchi, già percotean quale a salir più s'erga:

e ne la fronte e ne gli opposti fianchi, o 'n mezzo il petto, ove la vita alberga. E quel d'asta, o da palo in terra affitto in due lati cadendo, era trafitto.

Ma i due Roberti, ove girâr la fronte, raccendeano il valor ne' freddi cori, or con lusinghe, or con minacce ed onte. –O miei non vili amici, o voi migliori,

o voi, dicean, de l'opre illustri e conte, tutti non hanno in guerra eguali onori; ma tutti denno or fare aspra battaglia: che tutti alfin valore, o morte agguaglia.

L'un sia d'esempio a l'altro e di conforto in sostener chi minaccioso assalse, anzi lui rispingendo, o vivo o morto, insino a' curvi lidi e l'onde salse:

e ritornando i nostri legni al porto, che a tenerli securi in sé non valse, senza il vostro valor, cui non prescrive termine il mar con l'arenose rive.

Forse avverrà che discacciare osando col nemico più lunge ancora il risco, vi dia vittoria il re del ciel, tonando, per cui morir, non sol pugnare, ardisco.

Or qualunque si sia Frisio o Normando, Ligure o Greco, membri 'l valor prisco: ché al ritorno bramato altra speranza più non riman, ned altra nave avanza.–

Così gridando, ivi destâro a prova l'orribil guerra, e fu Roberto il grande quegli che prima feo mirabil prova, là 've il muro cingeano aspre ghirlande,

contra la gente minacciosa e nova, che non sa com'ei fére, e il sangue spande: era fra questi il coraggioso Amullo, fido amico d'Argante, ancor fanciullo.

Ed era tanto invêr la cima asceso, che parea meritar corona e palma: quando avventò Roberto il grave peso d'un sasso che saria soverchia salma

ad uom robusto: e 'l capo e l'osso offeso e l'elmo rotto aprîro il varco a l'alma. Ei cadde, come quel che in mar profondo d'alta nave s'immerge, e cerca il fondo.

Poi con l'asta Roberto in giù rispinge il dispietato Aronzio, e 'l fiero Idargo, l'un trafitto colà dov'uom si cinge, l'altro nel petto suo ben colmo e largo.

Da le tempie Orispon l'arme dipinge, oppresso da mortifero letargo: che pur Roberto il riversò nel fosso, e fe' cadergli Iringo e Frelio addosso.

Pur con l'asta di lungo e grave cerro, l'iniquo Elfingio in quella orribil pugna trafisse, e Rinco, e l'infido Ermiperro, ch'a l'alto precipizio innanzi pugna;

tal che non sol di sangue asperso è il ferro, ma la nodosa lancia, ove s'impugna. E par che i più feroci a morte scelga, dovunque si rivolge il forte Belga.

Già non pugnò il Normando in altro luogo, né dal maggior Roberto andò lontano: ma parver buoi congiunti al grave giogo, d'animo eguali e di valor sovrano,

che fanno i lunghi solchi in duro giogo d'asciutto colle o 'n aspro o forte piano; e da le corna intanto avvien che larga di sudor copia si diffonda e sparga.

Era co' duo Roberti il bel Guglielmo, gloria ed onor de' sagittari inglesi, venuto: e fino avea l'usbergo e l'elmo, e lucean tutti d'oro i begli arnesi:

l'aurea faretra gli portava Antelmo: ei saettava, e n'avea molti offesi: e con quell'arme sue dorate e vaghe, facea mortali e 'nsidiose piaghe.

Ei da lunge mirò salir Sanguigno, e 'l fe' cessar da quella impresa ardita, però che fece il braccio a lui sanguigno con lo stral che portò cieca ferita:

quel, non soffrendo il suo dolor maligno, facea di furto ascosa indi partita, quasi del suo ritrarsi abbia vergogna, e schifi de' nemici agra rampogna.

Ma, sospirando, Rodoan si dolse, come si fu del suo partir avvisto; pur quello assalto abbandonar non volse, né vendetta obliò sdegnoso e tristo:

e d'un colpo lontan nel ventre ei colse, e per mezzo trafisse 'l greco Egisto: poi trasse l'asta: e quel, l'asta seguendo, cadde sul volto, e rimbombò cadendo.

Tanto romore intorno al corpo esangue fa col sonoro acciar sassosa terra. Ma con la fèra man, sparsa di sangue, i sublimi ripari 'l Turco afferra:

e come quelli in cui valor non langue, parte ne svelle e ruinosa atterra; e lascia il muro ignudo al fèro crollo: ma Guglielmo il saetta, e mira al collo.

Ed in quel tempo ancor Roberto il magno con l'asta gli percote il duro scudo, tal ch'ei s'arretra e cerca altro compagno, già ripresso il furor d'animo crudo:

ma, sperando di gloria alto guadagno, pur si vorrebbe aprir quel muro ignudo. –Deh perché rallentate il vostro sforzo, (dice) o compagni? Io solo invan mi sforzo.

Né posso far per entro il muro, o sopra, a le nemiche navi il passo e 'l calle: ché la virtù d'un solo invan s'adopra, e per soverchio ardir s'inganna e falle;

ma di molti congiunta è miglior l'opra. Dunque venite a le mie fide spalle per l'arena che copre abeti e querce: che la gloria al periglio è degna merce.–

Così diss'egli: e, per timor, più forte si mostrò, lui seguendo, il suo drappello; e 'n su le mura, o 'n su le chiuse porte, via più si strinse incontra il popol fello

il Franco: e non cedea con pari sorte il loco o quello a questo, o questo a quello; né i Siri aprian tra le ruine il varco, né rispinti cedean da pietre o d'arco.

Ma come duo vicini in luogo angusto fanno contesa in mezzo a' larghi prati, o per termine nuovo o per vetusto, d'acuto palo a la battaglia armati:

così l'usurpator d'imperio ingiusto, e quel che i propri regni avea lasciati, di tesor largo, e sol di gloria avaro, quinci e quindi partia l'alto riparo.

Molti al capo ed al petto, elmo ed usbergo rompendo, si pestâro i nervi e l'ossa; altri mostrando a le ferite il tergo, morian repente per crudel percossa:

pareva a' morti destinato albergo quella scura sanguigna orribil fossa; mura, porta, ripari, ed armi e squadre, eran di sangue tenebrose ed adre.

Ma la fortuna (o sia d'ardente stella, che signoreggia il ciel mirabil face, o potesta di tenebre e rubella, o cieca forza ed impeto fallace)

a l'alto onor de l'alta impresa appella, fra ben mille perigli, Argante audace: che un gran sasso che giacque anzi la porta, pur come leggier vello in man si porta.

Tanto era tal, che la più forte coppia de la robusta plebe oscura ed ignota, se le membra e le forze insieme accoppia, nol porria sovra a la stridente rota;

ma vien ch'Argante, in cui vigor s'addoppia, con la destra alto il levi, e giri e scota, e, dopo molto raggirar, da sezzo sovra i duo piè fermato il lanci in mezzo.

Stridendo rimbombâr divise e rotte le porte e 'nsieme i cardini sonanti, e 'l cavalier, sembrando orrida notte ne' tenebrosi e torbidi sembianti,

o voi, ne l'ombre sue là giù prodotte, ratto sen corse e minaccioso avanti, vibrando l'asta; e nulla indi il repulse, e 'n arme spaventose altrui rifulse.

Fiammeggiava l'acciar con fèri lampi, e folgoravan gli occhi atre faville; né diluvio ch'inondi i larghi campi e porti seco armenti, alberghi e ville,

né fèro incendio che dintorno avvampi, e tempi e case accenda a mille a mille, né di montagna alpestra orrido dorso, fermato avria di quel superbo 'l corso.

Invitava, gridando a' suoi rivolto, a passare, a salir, le turbe impigre, ch'entro inondâr com'un torrente accolto, o com'Eufrate si divide e Tigre.

Ogni ordine de' Franchi allor disciolto, rifuggiano a le navi oscure e nigre: altri ne l'alta rocca ancor rifugge: la terra, il mare, il ciel rimbomba e mugge.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
LIBRO DECIMOSETTIMO · Torquato Tasso · Poetry Cove