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1544–1595

LIBRO DECIMONONO

Torquato Tasso

Ma 'l superbo Emireno aveva intanto lasciati i lidi, ove quel mar risuona, co' duci che seguîr la speme e 'l vanto, di preda e di vittoria e di corona:

e 'n selva a cui diè nome antico pianto, quando non anco il ciel lampeggia e tuona, giungea per vie rivolte a' salsi flutti, e tra boschi recisi e fonti asciutti.

Non gli vedeano i Franchi, intenti a l'opre, mentre era ancor lontano il sol da l'onde; ma l'antica Sion gli vede e scopre, parte Elia col suo giro altrui n'asconde.

Qual gran nebbia che a sera il sol ricopre e tenebrosa sorge e si diffonde, tal l'esercito il ciel di polve adombra, e l'ime valli e l'ampie strade ingombra.

Alzano allor da l'alte torri i gridi insino al ciel quelle rinchiuse genti, con quel romor che da' lor traci nidi fanno a stormo le gru ne' giorni algenti;

e tra le nubi a' più tepidi lidi fuggon cacciate innanzi a' freddi venti: che speme aggiunta fa più ardite e pronte le mani al saettar, la lingua a l'onte.

Al grido, al suono, al minacciar che udîro fûr vòlti i Franchi ove s'innalza e volve (già dechinando il sole in lungo giro) candida nube di minuta polve;

a poco a poco, qual'apparve a Ciro, in color negro si tramuta, e 'nvolve tutte d'intorno le montagne e i campi: splendono in mezzo d'arme accesi lampi.

Pria lo splendor che di lontano abbaglia, rifulge, e quasi spazio accresce al giorno: poi veggion l'aste, e d'orrida battaglia gli ordini avversi ir dispiegati intorno:

con piastra aurata e con aurata maglia sono i gran cavalier nel destro corno, là 've Emiren, con fronte alta e superba, il loco e 'l sommo impero a sé riserba.

D'Arabi appresso più veloci squadre vengono, e i Persi con più grave incarco seguon d'armi lucenti e di leggiadre, cingendo il monte ov'è men ampio il varco.

Da l'altro lato in piene schiere e quadre gente armata passar di strale e d'arco, carri con falci affisse andare avanti mirano, e torreggiar gravi elefanti.

Non sbigottisce a la terribil vista de' magnanimi Franchi il cor feroce, mentre l'oste, di turba orribil mista, e varia d'armi e d'abiti e di voce,

si fa lor più vicina, e spazio acquista incontra 'l monte ove s'alzò la croce, quando ebbe del tiranno empio d'inferno la sanguigna vittoria il Re superno.

Ma s'è dubbioso a' nuovi rischi e teme de l'incerta fortuna 'l volgo afflitto, il fior de' cavalieri accolto insieme con giovanile ardire al duce invitto:

–Dà (grida) il segno di battaglia–, e freme, non avendo timor d'Asia, o d'Egitto, perché da nere arene e d'alte selve armino i mostri e le possenti belve.

Ma pone a gli animosi un lento freno, di quel saggio signor la mano esperta; né de la notte al tepido sereno vuol prova far de la fortuna incerta,

pria che chiuso i nemici ampio terreno abbian di fosse a la campagna aperta: quelli pronti occupâr sublime giogo, dove scelse Pompeo sicuro luogo.

Così passâr sino a la nova aurora la breve notte, e quinci in vari accenti s'udia 'l tumulto, e non quetato ancora il suon discorde d'infinite genti:

di mar turbato in guisa e di sonora tempesta, allor che fan battaglia i venti; quindi in mesto silenzio e quasi stanchi giacean del guerreggiar Latini e Franchi.

Poi ne l'uscir de la purpurea luce, l'oste vicina a la frondosa sponda di Cedron il torrente indi conduce e s'accampa Emireno e si circonda;

ma per vie da lor fatte il Franco duce tra larghe fosse i suoi mandava a l'onda: tanta per l'acque esser dovea contesa in secca terra, al sole ardente accesa.

Pria con leggieri assalti e quinci e quindi di sangue rosseggiâr le rive a pena; poi vi trassero Egizi e Persi ed Indi a tinger quelle sponde e quell'arena.

Era ne la stagion che infiammi e scindi il suol, cui bagna non perpetua vena, e i fonti asciughi, e con gli ardenti strali d'alto saetti, o sol, gli egri mortali;

quando, usciti da fossi e da caverne, spazïavano i Franchi 'n verde riva, a l'ombre sempre folte e quasi eterne, mormorar l'acque udendo a l'aura estiva:

ed ecco quivi Adrasto e Tisaferne; e varia turba d'altre genti arriva, con gli animali, a la cui sete è scarso ciò che da l'urne occulte il fonte ha sparso.

Di strali fûr coperte e di quadrella tosto le rive, e di pungenti dardi che si lanciâro in questa parte e 'n quella; poi s'affrontâro insieme i più gagliardi.

In modo antico alfin guerra novella gli elefanti facean più gravi e tardi: e i guerrier più ristretti abbatte e sforza l'impeto, il peso e quella orribil forza.

Ma tutti Balduino al risco eguali, con la presenza e con la destra ardita, gli animi ha fatti, onde non cede a' mali alcun, per dubbio di lasciar la vita:

quando, stridendo a lui con rapide ali, di non so donde una saetta uscita, fére il ginocchio, onde lasciar convenne quella tenzon ch'egli primier sostenne.

Tutti fuggìano allor la furia e 'l pondo, per tèma abbandonando e l'ombre e l'acque: molti precipitâr nel cavo fondo d'oscure fosse, alcuno estinto giacque.

Lutoldo il primo ed Unichier secondo, cui vita senza gloria allor dispiacque, le spoglie riportâr d'ancisi mostri, emuli de' Romani, a' duci nostri

Però che, l'uno a l'altro allor rivolto: –Tu ch'hai (gli disse) or sì robuste braccia, e gir potèi d'ispidi velli involto, vinto il leon, qual nuovo Alcide, in caccia:

meco a' nuovi perigli or mostra il volto, perseguendo chi gli altri ancide e scaccia; e 'n guerra ancor, non pur solingo in selva, drizza quasi un trofeo d'estinta belva.–

Così gli disse; e primo ei tronca a terra fe' la bestia cader che tutti oltraggia, sì come torre minacciosa in guerra avvien che s'apra a le percosse e caggia.

Unichier la vicina a prova atterra, ch'ebbe vittoria del leon selvaggia: or questa illustre gloria a quella aggiunge, poi l'altre con gran possa e fére e punge.

L'esempio e 'l grido ogni guerrier converse, che dal nuovo timor fu mosso e vinto, sicch'insieme ferir le fère avverse, e quel ferino stuolo indi respinto,

urtò le genti d'India, urtò le Perse, e l'onda e 'l guado di rossor fu tinto; così di qua di là la fossa albergo diede, e 'l torrente, a chi volgeva il tergo.

Mal capace era il letto, i passi angusti, torbide fatte l'onde e sanguinose; cadean sul guado i Persi e gl'Indi adusti, tra gli elefanti, e 'n su le rive ombrose:

e tra' cameli, i quai gîr dianzi onusti di smisurate some e di gravose, or lievi e scarchi de l'usate salme, tingean del proprio sangue olivi e palme.

Quivi cadde fra gli altri il gran Serindo, e in sulle rive diè l'ultimo crollo, mentre bramato avrebbe il Gange o l'Indo, al gran camelo suo non ben satollo.

Cadde l'estrania belva appresso a l'indo, perché ad ambo Unichier recise il collo; ma quasi integro a l'uno, a l'altro il mezzo, che di gran colpo egli ferì da sezzo.

Grande era sì, ma non egual percossa a quella onde il signor, degno d'impero, pari bestia ferì con maggior possa. troncando (o meraviglia!) 'l collo intero.

Spogliata intanto avean la carne e l'ossa di Lutoldo i compagni e d'Unichiero, ed a' corvi lasciando il fèro pasto, le cuoia indi portâr senza contrasto.

Ma il re feroce e Tisaferne il forte, ch'eran più lunge entro l'istessa valle, vista la fuga, anzi l'orribil morte de' suoi, dispersi in quel sanguigno calle,

mossero insieme e variâr la sorte, che spesso in picciol tempo alterna e falle: e dove l'uno e l'altro a prova assalse, scampo al fuggir, schermo al ferir non valse.

Né tanto è fèra in mar dannosa, o 'n bosco, perché d'irsuto cuoio s'induri ed armi, e sparga da la bocca amaro tosco ed abbia artigli e denti, orribili armi:

né torbida procella a l'aer fosco o folgore che passi i monti e i marmi, più spaventosa è de l'irata coppia che a perversa ragion tai posse accoppia.

Ecco fra molti a piè di salto in salto Lucenzio al corso un gran destrier sospinge, e da traverso impetuoso assalto facendo al re de gl'Indi, a lui si stringe:

ei da sella rapito il leva in alto con la gran destra onde 'l circonda e cinge, ed avanti al suo arcion per forza il corca, come ch'egli s'aggiri o si contorca.

Tutti a lui si voltâro, il grido alzando per maraviglia, Egizi ed Indi e Persi; ei l'arme insieme e 'l cavalier portando, acceso di furor tra' duci avversi

trascorre il campo, e va tra via mirando ove cacci il suo ferro e 'l sangue versi; quel pur ripugna, e forza oppone al forte, e respinge la destra, anzi la morte.

Com'aquila che il volo in alto estende, porta il rapito drago al ciel talvolta, e i piedi avvinchia, e con gli artigli il prende: quel con la coda in giri obliqui avvolta,

fischia, orrido le squamme, e 'n van contende, piagato, e 'ncontra lei s'innalza e volta; lunge ella vola e porta 'l fèro mostro, e 'l preme e punge con l'adunco rostro:

tale ei portò la sanguinosa preda, lieto e superbo, e ne feo strazio e scempio, acciò che ognun de' suoi da lunge il veda, e segua del signor l'altero esempio:

anco i nostri mirâr come succeda l'inusitata sua vittoria a l'empio, e sentîr dentro farsi 'l cor di ghiaccio, al gran poter di sì robusto braccio.

Ma Lutoldo e 'l compagno opporsi osâro a tanta forza, a tanto rischio, a tanto furor che non trovava altro riparo: né 'n periglio maggior più nobil vanto

eroe famoso, o nome ebbe più chiaro contra belva di Lerna o d'Erimanto, o dove morte e vita insieme inforsa famelico leone ed orrid'orsa.

Lutoldo il primo feritor prevenne Adrasto, che di corpo ogni altro avanza, né colpo di secure o di bipenne, già mai più grave o di maggior possanza,

o di spiedo, o di lancia ei pria sostenne, o d'arme note per moderna usanza: rotto lo scudo a la percossa e l'angue; ma non fu tratto di sue membra il sangue.

Poi con più lunga spada il re turbato mostrò del suo furor orribil arte, e quante arme trovò dal manco lato, tutte lasciò di sangue infuse e sparte.

Partì 'l lucido scudo, e 'l braccio armato lasciò ferito in perigliosa parte, la 've s'annoda; e quel dolente e 'nfermo non può regger lo scudo o fare schermo.

Però costretto è di ritrarsi indietro, dove il fratello è pronto a far difesa; e mentre l'un versava il sangue tetro, sol l'altro sostenea la dubbia impresa;

ma le sue armi ancor parean di vetro al ferro che più d'altro e fende e pesa; onde sen gìo Guglielmo, anch'ei diviso lo scudo e l'elmo, e rotto il fianco e 'l viso.

Ma 'l fedele Unichier sorte più destra opposto a Tisaferne allor non have, perche ferito ei fu presso a la destra, e nel petto, di colpo assai più grave:

e non gli valse incontra arte maestra, schermo intrepido e cor che nulla pave: tal ch'a lieto principio il fin riesce mesto, e gloria col lutto in un si mesce.

Poi Tisaferne un Guido e l'altro impiaga, che solea sempre ne' perigli ir seco, anzi gli ancide; e fu mortal la piaga che tosto l'un fe' monco e l'altro cieco.

Là dove il sangue intorno al cor s'allaga, fisse il ferro a Fulcone; e del suo speco l'onda vermiglia uscìo per larga strada, e 'ntiepidissi nel polmon la spada.

Ferì poscia Eberardo ove disgiunge de l'aurata lorica il sommo, e l'imo del lucid'elmo; e quivi al collo aggiunge lo qual reciso cadde al colpo primo,

e per l'arena andò rotando, e lunge restò dal tronco in quel sanguigno limo: Gasto, Gaston, Lamberto in vari modi abbatte, e rompe de la guerra i nodi.

Come due fochi in fra virgulti e piante d'arida selva, e dove scoppia il lauro, spargon la fiamma torbida e sonante. crescendo a lo spirar d'Austro e di Cauro;

o quai due fiumi, l'un in vêr Levante corre spumoso, e l'altro inverso il Mauro risuona impetuoso, e 'n mar si sgombra, e la sua via d'alte ruine ingombra:

così de' duo guerrier la forza e l'ira strugge il fedele stuol da varie parti e dovunque si volge e si raggira, cedono tutte incontra e l'armi e l'arti;

fortuna intanto a lor seconda aspira, ed a' Franchi già lassi e 'n fuga sparti la via di breve fuga omai precisa, e tutta piena è già di gente uccisa.

Sembra quasi di morti orrida tomba la scura valle, e di sanguigno flutto spuma 'l nero torrente, e più rimbomba al suon de l'armi, a l'alte strida, al lutto.

D'Adrasto il grido è qual tartarea tromba ch'orribil s'ode risuonar per tutto: Sion, ed Acra, e l'uno e l'altro campo mosse; e 'l minor temea vergogna e scampo.

Il vecchissimo duce ancora udillo, bench'ei bevesse, e ne l'oblio giocondo i lunghi affanni a cui lo ciel sortillo tuffasse in parte co 'l minor Raimondo,

che riportato avea l'alto vessillo, l'arme, e degli altri arnesi 'l caro pondo da l'infelice impresa e da l'arena tinta di sangue, e tornò vivo a pena.

Seco tornâro insieme i due Roberti, e 'l possente Aristolfo, e 'l duce Inglese, ch'invan fortuna e 'l lor valore esperti, de la ròcca lasciâr l'aspre difese:

seco volle quel d'Ansa i casi incerti anco tentar ne le più dubbie imprese; e co' silenzi de la luna amici, taciti si partîr da' lidi aprici.

Taciti si partîr per l'aria negra, tutti in preda lasciando i nudi legni; onde aver non potran vittoria allegra i lor nemici, d'altre spoglie indegni:

però di gente dolorosa ed egra pieno era il campo, e lutti udiansi e sdegni, quando gli spaventò più orribil suono, pur come tuon che segua appresso al tuono.

L'antichissimo duce allor rivolto a l'altro, che si ciba e parte langue, turbossi alquanto, e più severo il volto, cui fatto avea la lunga etate esangue,

disse: –Che fia non so; ma un grido ascolto che mi perturba e stringe al core il sangue: e son tristo indovino (o ch'io m'inganno) di mal vicino e di presente affanno.

E già quasi di vetta assai lontano io l'antevidi, e poi nol tenni ascosto; ché l'acqua e l'ombra al Franco ed al Germano alfin si venderian di sangue a costo;

e spesso, in debil, forte ardire insano conobbi, e sospirai luglio ed agosto, bramando in nova età senil consiglio ché sofferenza vince ogni periglio.

Or vedrò s'io m'apposi e s'io predissi il vero e 'l meglio, e se di ciò mi calse. Tu posa intanto, a cui la piaga aprissi, e gran fatica a sofferir non valse.–

Tacque; e fra tre nipoti indi partissi, con un'asta reggendo il passo, e salse là onde vedea ne la confusa turba chi turbato è fuggendo e chi perturba.

Come allor che si turba il mar Tirreno, e freme sotto ancor tacita l'onda, per futura tempesta ei gonfia 'l seno; non più d'un lato che da l'altro inonda,

prima ch'un vento involva il ciel sereno, e signoreggi ei sol l'acqua profonda: e sol le nubi e 'l flutto a certi segni mova, e rivolga in duo turbati regni;

così fra' suoi pensier d'alma turbata, tutto riman sospeso e nullo il move: mentre o pensa d'andar con gente armata egli medesmo a far l'ultime prove,

o 'l duce ritrovar de l'oste ingrata, ch'ascolta forse altrui consiglio altrove; questo alfin meglio estima e questo elegge, cercando lui che gli altri affrena e regge.

E 'l ritrovò co 'l suo fratello assiso ne la sua tenda ov'altri duci accoglie; da cui rado il volere ebbe diviso, dolente assai de le sue acerbe doglie;

or, visto il veglio con men lieto viso: –Ecco il frutto (diss'ei) che qui si coglie: queste produce (e d'altre ora non calme) questo sacro terren corone e palme.

Ma ben tem'io che meglio alfine osservi le sue promesse 'l minaccioso Argante; e quasi damme fuggitive o cervi, alfin d'Asia ci cacci e di Levante,

o ci faccia de' suoi prigioni e servi, come spesso cred'io ch'omai si vante: poi c'ha preso le navi, e preso il porto, e corre vincitor l'occaso e l'orto.

A noi dianzi negò vittoria il mare, or nega scampo, e di fuggire io temo; né riveder le rive amate e care spero già mai de l'Occidente estremo;

ma possiam qui morir, se meglio or pare, senza adoprar fuggendo o vela o remo: s'altro rifugio, oltra la morte, avanza, dicalo chi di vita ha più speranza.–

Tacque Goffredo; ed ebbe allor risposta ch'ogni mal, fuor che morte, avea rimedio, dal pastor di Cosenza, a lui di costa sedente, il qual fuggì periglio e tedio:

–Mutata è (disse) la fortuna opposta, e noi minaccia di gravoso assedio, o di giornata che vergogna apporte: ché gran lode è schifare a' suoi la morte.

Se la vita più lunga omai ti spiace, né puoi sperar che le tue glorie accresca; e s'odii senza regno amata pace, di noi ti caglia e pur di noi t'incresca.

Salva noi tutti, e sii pastor verace, tenendo via ch'a certo fin riesca; ché Antiochia n'aspetta, anzi ne chiama: ivi regna, se vuoi, con miglior fama.

Se questa pace il Turco a te dinega, o 'l pauroso imperator d'Egitto, tutti noi, ch'una fede unisce e lega, l'offriam, pregando umìli, o sire invitto.–

Così diss'egli; e per suo dir non piega il magnanimo duce, o per despitto. Ma di Tolosa allora il saggio conte incontra lui sdegnosa alzò la fronte:

–Qual parola crudel t'uscì di bocca? Mentre falsa pietà dimostri e fingi, a morte ne conduci, ove trabocca timido cor, parte n'affretti e spingi.

Non è secura mai cittate o rocca al fuggitivo: e tu al fuggir n'astringi, non a pugnare; e 'n più lontana terra cercar debbiam via più dubbiosa guerra.

Fuggirem volontari, o mal tuo grado farem battaglia, e pugnerem costretti, se ti lascia il buon sir lo scettro e 'l grado, se ti fa duce di guerrieri eletti:

e 'n altra valle, e 'n men securo guado, mostreremo a' nemici il tergo o' petti? Chi prima lascia il vallo, onde egli è cinto, per uso e per ragione in prima è vinto.

Fiumi, torrenti, valli, orridi sassi, rupi, selve, montagne, aspro viaggio troverem con più rischio: a' dubbi passi, i finti amici ancor faranne oltraggio.

Egri i guerrieri, ed impediti e lassi, ed assetati al più cocente raggio, innumerabil turba avanti, a tergo, de' nemici vedran, mutando albergo.

Dunque fermiamci qui tra fosse e ponti, in questo sì onorato almo terreno; ché queste sacre valli e questi monti ci permetton vittoria o laude almeno.

Siam, come più n'aggrada, o tardi o pronti; ecco il riposo, ecco la madre e 'l seno. Chi far battaglia ne costringe a forza, a vincere (o ch'io spero) ancor ne sforza.–

Così disse. E soggiunse il pio Goffredo: –Ottimi sempre fûro i tuoi consigli, ed al tuo senno me medesmo io credo, non che le genti mie ne' lor perigli;

ma che tu solo t'armi io non concedo, contra il nemico, e spada e lancia or pigli: né ritratto miei detti o 'n lor m'attempo, ché di vittoria o di morire è tempo.

O sia debita a me la gloria o 'l risco, io contra Argante o contra il fier soldano, sol per tutti nel campo espormi ardisco, e la guerra fornir con questa mano:

né lo scettro mi move, o 'l regno prisco, o titolo d'onor bramato invano, ma la vostra salute e 'l puro zelo; sia testimon di ciò la terra e 'l cielo.

Dogliomi sol che a l'opra omai son lento per trar voi di periglio e me d'affanni; allor ciò far potea senza spavento, che eran nostri i vantaggi e loro i danni.

Or di qualche ripulsa io sol pavento, ché m'hanno in guerra esposto i due tiranni. Ma sol per tutti (o pur mi sia concesso) di nuovo offro la vita e 'l petto istesso.–

Così rispose: e la sentenza estrema disse de la milizia il vecchio padre: –Già non debbiamo aver spavento o tèma, dove duce sei tu d'invitte squadre;

ma nostra gente indebolita e scema ha per soccorso omai schiere leggiadre; tal che render conviene (e tardi parme) l'arme a Ruperto, o 'l gran Riccardo a l'arme.

Non devi escluder lui se tanti accogli de' suoi guerrieri; ond'ei può far ritorno, né più tra salse arene e salsi scogli star (come intesi) in placido soggiorno.

Abbian fine i lunghi òdi e i fèri orgogli, ché discordia è cagion d'onta e di scorno: e (se dir lece il vero) ei val per mille; né fu da' Greci più bramato Achille.–

Ruperto d'Ansa era frattanto accorso da quella via la qual conduce a' mari, sin là 've hanno i cavalli il campo al corso, e i giudici alto seggio, e Dio gli altari.

Qui il fratel di Lutoldo al primo occorso, scorge venir con tardi passi e rari, con l'armi rotte e polveroso e stanco, traendo a pena il mal piagato fianco.

Spargea sudor dal viso, e sangue misto, ma pur non si smarriva il cor gentile; n'ebbe pietà quel d'Anzio, allor che visto l'ha così concio d'empia mano ostile:

e pianse i morti in quel famoso acquisto, e la fortuna che mutato ha stile: –Ahi, duci Franchi, come in lutto e 'n polve la vostra gloria si tramuta e volve?

Così morir tanti guerrieri egregi dovean senza sepolcro in terra estrana. Ma tu, che, vivo ancor, sì degni pregi d'onor riporti e di virtù sovrana,

dimmi, o Guglielmo: incontra i negri regi fragil sarà la nostra forza e vana? O sostener potrem l'arme nemiche, dopo sì glorïose aspre fatiche?–

–Quel che sarà non so; ma in quel ch'io scerna vane (risponde) fian difese e schermi, contra i giganti de la valle inferna, e 'ncontra i mostri anco i ripari infermi,

se non piace al Signor che 'l ciel governa che la sua aita il nostro ardir confermi: in altra guisa omai l'ore del pianto son giunte, e 'n fumo è sparso il nostro vanto.

Perché là 've il torrente inonda e bagna, molti perîr de' più famosi in armi; e parte di sua vita ancor si lagna, più non sperando onor di bianchi marmi.

Ma tu m'aita, prego, e tu ristagna il sangue al sacro suon de' forti carmi; ch'io tardo giungo, e 'n mia salute è lenta ogni medica mano altrove intenta.–

Così disse pregando; e con soavi passi l'altro il conduce assai vicino, dove del sangue sparso il terga e lavi, tra lucido ostro assiso e bianco lino.

Curò le piaghe sue profonde e gravi, a cui fu d'uopo il proveder divino: e fece opra miglior che d'arte maga; se pura fé di puro cor s'appaga.

Ne l'egro ei mitigò la doglia acerba, ma no 'l desio, che dentro il rode ed ange, di vendicar de' suoi l'onta superba contra chi ber solea del Nilo, o 'n Gange:

e fisse ne la mente anco riserba le sue parole, e l'altrui morte ei piange; e gli son quasi dal pensier dipinti i simulacri de gli amici estinti.

Parte del suo signore oblia l'impero, ch'egli guerra non faccia e sol rispinga, e del soldàn, ch'è si possente e fèro, schivi l'incontro, ove s'avanzi e spinga:

tanto nel petto giovinile altero può di gloria immortal dolce lusinga, o quasi forza è pur d'eterna luce questo nobil desio ch'a morte induce.

Questo fermo pensier dal cor avulse tutt'altri, e sbandì quasi il dolce sonno; e non vi fûr per l'arme altre repulse, per l'arme del suo fido amico e donno.

Ma come il nuovo dì nel ciel rifulse, sostenne il peso, e far pochi altri il ponno: e fece biancheggiar con auree piume l'augello imperïoso al chiaro lume.

Il grave usbergo e 'l grave scudo io dico, in cui l'aquila i vanni innalza e spande, e l'elmo sostenea del caro amico, che sculte d'oro avea ricche ghirlande:

la spada no, che fu dal padre antico portata in guerra, in guisa è grave e grande: né, fuor che 'l pio Goffredo, alcun la vibra; ei sol potea di forza opporsi in libra.

Un'altra spada al fianco allor si cinge Ruperto, in cui la guardia e 'l pomo è d'oro, e vi riluce impressa alata sfinge, che si corona di frondoso alloro:

quinci un possente suo destrier sospinge, a cui cede nel corso il trace e 'l moro; negro, candido un piè, stellato in fronte, e gli altri appresso fa condurre al fonte.

L'asta, la qual parea nodosa antenna integra e tinta di color vermiglio, e tronca già ne la famosa Ardenna lasciò con gli altri arnesi il padre al figlio;

ma dove Marte fére, e non accenna, la ruppe quel cui diè virtute esiglio: quel ch'in battaglia ogni dur' rompe e spezza, ed ebbe eguale al suo valor bellezza.

V'è solo il tronco; e 'l suo fedel ne scelse una fra molte la più grave e dura, che mai sia incisa ne le cime eccelse del nevoso Apennino, o 'n selva oscura.

Là 'nde affissa pendea, primier la svelse questi che tanto l'alma ebbe secura: poi mosse a ricercar de l'acque dolci, fra' seggi de' pastori e de' bifolci.

Con gl'Italici suoi la fida scorta di que' di Trena egli seguir potea; ma venne a l'ombra per la via più corta dove il lasso guerrier s'attuffi e béa:

egli a' fatti animosi altrui conforta là 've il rischio più certo esser credea; ma varie genti a l'onde, e quindi e quinci trassero pria ch'a guerreggiar cominci.

Così lupi assetati a cui distilla il nero sangue ancor dal muso immondo, vengono a perturbar l'onda tranquil!a, dal sanguigno lor pasto al rio profondo:

o pur fère diverse, ove sfnvilla Atlante che sostiene il grave pondo, con bocca aperta e con spumosa lingua sen vanno a' fiumi in cui l'ardor s 'estingua.

Disse Ruperto a' suoi: –Compagni illustri di quel signor che pari unqua non ebbe, ma innanzi al cominciar di cinque lustri, superò il padre e la sua gloria accrebbe;

deh fate or, prego, ch'il suo onor s'illustri, ché nulla invidia far men chiaro il debbe; onde chi non degnollo ed or l'incolpa, conosca il torto e la sua propria colpa;

e pensi: se pòn tanto i suoi seguaci, che farebbe il signore a' suoi congiunto? Valore impetuoso a que' rapaci lupi mostrate omai, che 'l tempo è giunto.–

Così disse, e lor fece in guerra audaci come il destrier che da' suoi sproni è punto: e nel corso splendean quell'auree penne, tal ch'altri appena il suo splendor sostenne.

Dicean gli Assiri, mossi al primo sguardo, folgoreggiar veggendo e quasi a volo l'angel sublime: –E questo il gran Riccardo che riede in guerra, e con più fèro stuolo.

Fu dunque un vano messaggier bugiardo quel di Fenicia, e n'abbiam onta e duolo.– Egli intanto giungea, che nulla mente, più di virtù che di fin'òr lucente.

Nel lucido elmo egli primier percosse il dispietato Aman, di padre ebreo in Soria nato, e sì di sella il mosse, anzi di mente, che 'l fellon cadéo

stordito; e come notte orribil fosse, il dolce lume e seco il ciel perdéo, ch'alfin perduto più non si racquista: or giace orbo di mente, orbo di vista.

E nel secondo colpo ei più non falla, ben che fére più basso, e pur ancide Sanson, forato il collo; indi la spalla trafigge d'Absalon, che fugge e stride,

ben che sia mastro de la regia stalla, e sembri in quella d'Augea un nuovo Alcide. Né vi potea condur sì cara preda, perch'altrui tanta gloria il ciel conceda.

Poi con l'asta medesma in terra abbatte Jampsone, e Tamerlano a morte offeso, che dal paese ove le nevi intatte non strugge il sol, d'antica stirpe è sceso.

L'uno né spira più, né polso or batte, ma giace de la terra immobil peso: l'altro la morde, e 'n sul morir si volve calcitrando nel sangue e 'n atra polve.

Sedea raccolto in ben polita sella Decher, e già smarrito il viso e 'l core, mentre mirò questa percossa e quella, ch'empier potea di spaventoso orrore:

e la sinistra man, tremante anch'ella, lasciava il freno: a lui, che tutto smore, fra' denti trapassò l'acuta lancia, e gli trafisse la sinistra guancia.

Com'uom che siede curvo, e l'onde mira da pietra che sovrasti al suol marino, prende il pesce con l'amo e suso il tira con la tremula canna avvinta al lino:

tal preso per la parte ond'ei respira, con l'asta il leva, e gitta a capo chino sovra l'aperta bocca, indi sen fugge l'anima ch'al partir si lagna e mugge.

Rotta l'asta il guerrier, ch'integra e salda restare a' duri colpi omai non pote, fa la spada di sangue umida e calda, mentr' ei Torildo e Rubican percote

ch'abitò in Acra in su la verde falda: e fra l'irsute ciglia e l'ampie gote diviso cade; e 'l suol per dura scossa, sparso è di sangue e di cerebro e d'ossa.

Frattanto non teneva il rischio a bada i suoi, né di terror aspetto e d'ombre; bench'in lor di saette un nembo cada, onde il sereno ciel par che s'adombre,

ma qual ferìa di lancia e qual di spada, perch'il dubbioso guado a lor si sgombre: e d'ambo i lati fean sanguigno il calle, e di morti coprian l'orrida valle.

Quando il fiero Aladin ferì di punta l'ardito cavalier, ch'ad altro intende; né dov'ogni arme si rintuzza e spunta, ne l'elmo e ne lo scudo il colpo ei stende;

ma là 've, piastra a piastra in un congiunta, s'affibbia la corazza, il lato offende: poi, temendo il valor d'invitta mano, gìo dal ferito il feritor lontano.

Né tempo d'aspettarlo omai gli parve, perché già si volgea troppo sdegnoso, e ne la vista folgorando apparve, terribile, superbo e spaventoso.

–Non son queste (ei dicea) mentite larve, né fantasma che vaghi a l'aer ombroso; vero nemico vedi; e qui si sconta con verace valore oltraggio ed onta.–

Così dicendo, ei tosto avvien che segua lui, che ratto ricorre a l'altre rive, per darlo in preda a lei che tutto adegua; l'altro pur cerca ove la morte ei schive:

e vorria pace col destino o tregua, ch'a la sua vita un certo fin prescrive; ma passa invan, né di fuggir gli è dato di tenebrosa morte il duro fato.

Perché varcando a pena il guado incerto, ne l'altre sponde impresse alti vestigi: a l'alma il calle fu dal tergo aperto, ond'ella fugga a' laghi Averni e Stigi.

Ma qual prima, qual poscia, o buon Ruperto, col ferro micidial di morte affligi, mentre con alto suon d'eterna fama t'invita il ciel ch'i buoni accoglie e chiama?

Pria, varcato il torrente, Erode ancise, Nigran, Tenebricante e Lucifuga; poscia il corso vital d'Eumene incise, di Sifon, di Smeriglio e di Felluga:

diè morte a questi, altri il timor conquise, e lor disperse in dolorosa fuga: ei perseguilli, e 'n perseguir seguìto fu da lo stuol de' suoi compagni ardito.

Giovine incauto era trascorso, e vago di vittoria, d'onor, d'eterna loda, quand'ei scoprì, quasi del fin presago, l'empio soldan che forza accoppia e froda;

come il pastor che scorga orribil drago strisciar fra l'erba, ove s'avvinchia e snoda, e sibilando alzar superba cresta gonfio il ceruleo collo, ond'ei s'arresta:

così riflette dubbio; e 'l gran ribello ben riconobbe a la famosa insegna, con Amoralto, il cavalier novello, la cui virtù d'iniqua legge è indegna.

Quasi leon ch'omai d'orrido vello s'adorni, e 'n tana rimaner si sdegna, ma segue il padre, e già gli artigli e 'l mento tinger vorria ne l'africano armento.

Parte, mirando, uscir d'oscuri aguati egli vedeva a l'ombra occulta e bruna già più vicini i cavalieri armati, sotto l'insegne di turbata luna:

e gli altri poi, sì come augelli alati, di cui stridente schiera in ciel s'aduna, tornare in guerra; e sé primiero, o solo, onde si volse al suo feroce stuolo.

Vide ch'era seguito, e nulla ei disse, quasi d'indugio or si vergogni e penta; e quel che di sua morte in cor descrisse obliando, al destriero il freno allenta;

ma del suo ardir l'alte parole ha fisse, in guisa d'uom ch'il suo dever rammenta: e 'ncontra il re de la spietata turba drizza prima il suo corso, e lui perturba.

Quinci la luna, e quindi il sol fiammeggia, nel duro campo incontra lei converso, come nel ciel, ove oscurar si deggia, e 'mpallidir l'aspetto a l'aër perso:

e tosto fia che qui imbrunir si veggia di nero sangue orribilmente asperso. Ahi lagrimosa eclissi, ahi non felice virtù! Quando egual lutto il ciel predice?

Incominciâr l'impetüoso assalto i duo guerrier, con cento colpi e mille: ed ambe fiammeggiâr le spade in alto, e risonâr siccome incudi o squille

quell'arme adamantine; e 'l verde smalto non però tinser di sanguigne stille; ma sovra gli elmi ogni crudel percossa fu grave, e parve Pelio imposto ad Ossa.

Di fuori il ferro, entro il furore avvampa, sì che non bolle più Vulcano, od Ischia. L'ire, gli òdi, le forze insieme accampa ciascun contra il nemico, e più s'arrischia:

né da colpo giammai s'arretra o scampa, per la confusïon turbata e mischia; ma tanto rabbia in lor s'avanza e cresce, quanto s'inaspra la battaglia e mesce.

Come in valle talor, che cinge e serra d'alpestri monti oscura selva intorno, fanno irati fra sé terribil guerra Euro, e chi spira onde tramonta il giorno:

caggion con gran romore i rami a terra, percotendosi insieme il faggio e l'orno: così genti pugnar di fé discordi, né v'è chi pensi a fuga, o sen ricordi.

Ma 'l buon figliuolo a cui pietà perfetta nega la dispietata iniqua legge, de le paterne ingiurie aspra vendetta già far vorrebbe, e di morire elegge:

e lui ch'al padre è infesto, e più s'affretta. e 'l suo destriero e 'l suo furor non regge, percote ove nol copre o scudo o schermo, ed impiaga la piaga al lato infermo.

Ruperto si girò tre volte, ed anco ferì tre volte, e fece alte ruine, terribil più che si mostrasse unquanco, d'armi e di genti ch'incontrò vicine.

La quarta a lui, pur ruinoso e stanco, de la sua morte apparve orrido fine visibilmente, e 'n quel gravoso impaccio Morte che per ferire alzava il braccio.

E d'alto cadde, e rimbombò funesta la fèra spada in su le cave tempie, sì che stordissi a la percossa infesta del re crudel che 'l suo furore adempie.

Fu tratto l'elmo a la onorata testa, ella di piaghe offesa e gravi ed empie, disarmata la mano e 'l petto, e 'l tergo del fino scudo e del lucente usbergo.

Così moristi, o viva gloria o lume del nobil regno, e festi eterno occaso, spargendo d'un purpureo e caldo fiume il sol de l'armi, in quell'orribil caso:

anzi volasti al ciel con altre piume che d'aquila, o di Fama, o di Pegàso, le tue spoglie lasciando al fier nemico, lagrimosa vendetta al fido amico.

Ma di quell'auree spoglie altero e lieto corre Amoralto a la gentil rapina, ch'al suo valore omai, senza divieto, quella gloria quel giorno il ciel destina;

e i nobili destrier, ch'al bel Sebeto bebbero e si lavâr d'onda marina, or prende ad acque men turbate e scarse, in cui più sangue ch'altro umor si sparse.

E sol Circino, al suo famoso duce serbandosi, fuggì con leggier corso; e scosso il fren ch'in servitù l'adduce, calcitrando superbo, ei diè di morso,

quasi eletto a portare arme di luce, e 'nvitto cavalier sul bianco dorso, nel dì, che quei del sol (s'altrui si crede) ebbero intoppo in ciel da viva fede.

Ma trasser gli altri, ov'è maggior tumulto che per desio di preda ardente, o d'acque, al nobil corpo, che lasciâr sepulto non vorran senza onore ov'ei si giacque.

Non era al buon Loffredo il caso occulto, lagrimoso e dolente; e più gli spiacque, perché Ramusio, al suo cader maligno, era in gran rischio e tutto omai sanguigno.

Correa Achille e Giustino a certa morte, né Cosso, né Belprato era più tardo; battean de l'altra vita omai le porte ed Afflitto, e Metello, e 'l fido Evardo,

non cercando a un bel fin migliori scorte, né 'n sì gran lutto riveder Riccardo; ned altra gloria mai, ned altra palma, che di morir con l'onorata salma.

Ma qual fèro leon di tana uscito co' figli appresso in perigliosa caccia, se incontra in selva il cacciatore ardito, intorno allor si volge e lui minaccia:

tale il buon vecchio, allor nulla smarrito, ma con gran core, e con robuste braccia fermò il cavallo al sanguinoso varco, sin che ne trasse il sospirato incarco.

E qual gran foco, allor che fumo oscuro tutto dintorno al cielo asconde e copre, ed Orione involve, e 'l pigro Arturo, e l'altre di la su mirabili opre,

quivi la pugna ardeva; e l'aer puro sereno in altra parte il sol discopre: e fra lontani da mattina a terza si combatte cessando, e quasi scherza.

Però si volge allor Loffredo il veglio al buon Achille, ed a partir l'invita: –Forte guerrier che fra tutti altri io sceglio nel gran periglio, omai facciam partita:

che certo di ritrarsi estimo il meglio, prima ch'al tuo fratel la nobil vita copra quasi di Marte incendio o nembo, che di morti a la terra ha pieno il grembo.–

Così diss'egli; ed ubbidiva a' detti de' duo più saggi il cavalier feroce, con gli altri suoi compagni in guerra eletti, ritratti al suon de la severa voce.

E tutti insieme in un drappel ristretti, il corpo riportâr, cui nulla or nuoce o lancia, o stral, ben che sia d'arme ignudo; pur ciascuno il copria del proprio scudo.

Fino al torrente poi la turba infida preme i fedeli, e sul partir contrasta, empiendo il ciel di minacciose strida, e ferendo vicin di ferro e d'asta:

e fulminando, il re di morte sfida, e pone a morte e 'l minacciar non basta, sin là 've quasi misto il sangue a l'onde, fa lubrico il calar d'antiche sponde.

Come in bocca del porto, ove s'implica nel mar il curvo lido, orrido scoglio quinci e quindi torreggia o rupe antica, e reprime de' venti il fèro orgoglio:

così allor reprimean l'ira nemica, pien d'alto sdegno i duci e di cordoglio, sin ch'i suoi fûr passati a l'altra parte, non cessando mill'arme a l'aura sparte.

Non cessan le saette, e i dardi e i sassi, e rado avvien che scenda il colpo in fallo sovra l'armata schiera a' dubbi passi, tal che rimbomba il lucido metallo.

Alfin Ramusio e mesti i duci e lassi, col nobil peso entrar ne l'ampio vallo, e con la pompa d'infelici spoglie, l'aurea porta il re superbo accoglie.

L'antica porta in cui lo sol dispiega il primo raggio, e lei n'illustra e 'l tempio, or s'apre a lui, che giusto il ciel rilega dal suol nativo, e qui trionfa or l'empio,

del pio sangue macchiato, e nulla il piega gloriosa umiltà d'antico esempio, ch'ivi portò la palma il Re de' regi, sovra il pigro animal senz' aurei fregi.

E qui depose umil l'alto diadema Eraclio, vincitor de' fieri Persi. Pur il fellon non ha spavento o tèma, né l'hanno i suoi, d'iniqua morte aspersi.

O alta providenzia, anzi suprema, che piovi il foco, e spargi il mare e 'l versi, qual vendetta minacci e grave ed aspra a chi s'indura in aspettando e 'naspra?

L'alta vittoria i Siri a l'ozio adesca, e de' nostri produce onta e disprezzo. Godon ne' verdi monti a l'onda fresca i cari cibi, e le dolci ombre, e 'l rezzo.

Vecchi e fanciulli più lascivi in tresca vedi meschiarsi, e Belzebub in mezzo; ventilando il pavon tra fonti e rivi, ch'al mormorar lusinga i sonni estivi.

Soglion così passar l'ore diurne, e sotterra cercar più freddo loco. Fanno il ciel vergognar l'opre notturne, e i lor sozzi diletti, e 'l riso, e 'l gioco:

apron il corso a l'acque, e i fonti e l'urne versan fuori il ruscel corrente e roco: la terra le vivande e 'l mar dispensa, ond'ingombri Emiren superba mensa.

Da l'altra parte in sanguinose pene doleansi i nostri, e 'n lagrimoso duolo; qual d'Etiopia le più ardenti arene, bolle sotto a lor più l'arido suolo;

e l'oste inopia d'ogni umor sostiene, e de' fonti cercando a stuolo a stuolo, la fame d'Antiochia or nulla estima, verso la sete in quell'estranio clima.

Spenta è del cielo ogni benigna lampa: signoreggiano in lui contrarie stelle, onde piove virtù ch'informa e stampa l'aria d'impressïon maligne e felle.

Cresce l'ardore estivo, e sempre avvampa più mortalmente in queste parti e 'n quelle. A giorno reo notte più rea succede, e dopo lei peggiore il dì sen riede.

Non esce il sol giammai, che asperso e cinto di sanguigni vapori entro e dintorno ei non dimostri, e quasi altrui dipinto, mesto presagio d'infelice giorno.

Non parte mai, che più turbato e tinto, non minacci egual noia al suo ritorno, e non inaspri i già sofferti danni col timor certo di più gravi affanni.

Mentre egli i raggi poi d'alto diffonde, quanto dintorno occhio mortal si gira, seccarsi i fiori, impallidir le fronde, assetate languir l'erbe ei rimira,

e fendersi la terra, e scemar l'onde, ogni cosa del ciel soggetta a l'ira, e le sterili nubi in aria sparse, fiamme parean, quando prodigio apparse.

Il ciel minaccia incendio e nega pace, né cosa appar che gli occhi almen restaure: Zefiro nel suo speco ed Euro or tace, cessato è il dolce vaneggiar de l'aure.

Talor vi soffia (e pare adusta face) vento che muove da l'arene Maure, e gravoso di polve i lumi ingombra, ricoprendo a' bei poggi il verde e l'ombra.

Non ha poscia la notte ombre più liete, ma di fiamma e d'ardor son quasi impresse: e di travi di foco e di comete, e d'altri fregi ardenti il velo intesse:

né pur, terra infelice, a tanta sete son da l'avara luna almen concesse le sue dolci rugiade: e l'erbe e i fiori chiamano indarno i lor vitali umori.

Da le notti inquïete il pigro sonno sbandito fugge; e i miseri mortali lusingando ritrarlo a sé nol ponno: e la sete è peggior di tutti i mali.

Non cessa di Giudea l'iniquo donno di sparger succhi a l'acque empi e mortali. Onde vie più di Stige e d'Acheronte, sembra al pio cavalier turbato il fonte.

E Siloe, che solea sì puro e mondo pur dianzi offrir cortese il suo tesoro, or di tepide linfe a pena il fondo arido copre, e nega altrui ristoro:

né sol vorriano il Po, qualor profondo sen va con fronte di superbo toro; né 'l Gange, o 'l Nilo, allor che non s'appaga di sette alberghi, e 'l verde Egitto allaga.

S'alcun giammai tra le frondose rive puro vide stagnar liquido argento; o giù precipitose ir l'acque vive per alpe, o 'n piaggia erbosa a passo lento;

quelle al vago desio forma e descrive, e ministra sol esca al suo tormento: e l'imagine lor gelida e molle gli asciuga e scalda, e nel pensier ribolle.

Vedi le membra del guerrier robuste cui né cammin per aspra terra preso, né grave salma onde passâro onuste, né domò ferro acuto o ferro acceso;

ch'or risolute, e nel gran giorno aduste, giacciono a se medesme inutil peso: e viva ne le vene occulta fiamma, che in lor si pasce, entro gli spirti infiamma.

Langue il corsier, già sì feroce, e l'erba, già desiato cibo, a noia or prende: vacilla il piede infermo, e la superba cervice dianzi è giù dimessa e pende:

memoria di sue palme omai non serba, né più dolce di gloria ardor l'accende: ma stima l'auree pompe ignobil soma, tanto l'empia stagion l'affligge e doma.

Languisce il fido cane, ed ogni cura del caro albergo e del signore oblia: giace disteso, ed a l'interna arsura, sempre anelando, aure novelle invia.

Ma s'altrui diede il respirar natura perch'il caldo del cor temprato sia, or nulla o poco refrigerio ei n'have, sì quello, onde si spira, è denso e grave.

Tal era la stagion che tanti afflisse fidi guerrieri, e sì turbato il cielo: quando il Signor, ch'in lui sue stelle affisse, e spiegò l'aria come un picciol velo,

e librando la terra, al mar prescrisse i suoi confini, e temprò fiamme e gelo, la su dormia, se dirlo a noi conviensi, formando i simolacri a' nostri sensi.

Sovra gli occulti lumi, e i lumi ardenti, e l'alto suon de l'armonia superna, caligine è là su d'ombre lucenti, in cui s'involve il Re ch'il ciel governa:

e ne l'entrar de l'animose menti, negando, s'apre; e quivi è pace eterna. Quivi Dio pose in fulgide tenèbre e 'n profondo silenzio, alte latebre.

E quivi egli di rado a sé congiunge l'alto pensier che di volare ardisca sovra le stelle, e trapassar da lunge, sin che entrando la nube a lui s'unisca.

Quivi era allor che palma a palma aggiunge il duce pio con viva fede e prisca: e dice, alzando al ciel le mani e gli occhi, onde la grazia in lui risplenda e fiocchi:

–Padre del ciel ch'al fido re piovesti, e la manna versasti in gran deserto e a la vecchia man virtù porgesti onde rompa le pietre, e 'l monte aperto

un fiume versi: or rinnovella in questi le grazie antiche: e s'ineguale è il merto, di tua pietate i lor difetti adempi, che son pur tuoi guerrieri incontr' agli empi.–

Tarde non furon già queste preghiere, a cui fede e speranza il volo impiuma: ma volando passar preste e leggiere nel regno che non teme ardore e bruma:

il Re le accolse, e le fedeli schiere mirò col guardo onde ogni core alluma. Disse (ed ogni parola è più costante, che legge scritta in lucido diamante):

–Abbia sin or sofferto, e non sen dolga, la mia gente per me danno e periglio; ben ch'armi incontra il mondo e i lacci sciolga Satàn, uscito da l'eterno esiglio.

Nuovo ordin d'altre cose omai si volga, felice a' fidi;– ed accennò col ciglio, promettendo vittoria al duce invitto, e scorno a l'Asia ed al bugiardo Egitto.

Mosse la fronte veneranda: e gli ampi cieli tremâro e i lumi erranti e fissi: tremò Olimpo con l'aria, e i salsi campi de l'Oceàno, e i suoi profondi abissi:

fiammeggiare a sinistra accesi lampi fûr visti, e chiaro tuono insieme udissi: seguì di liete voci un chiaro suono, sovra Sion ed Acra, il lampo e 'l tuono.

Ecco sùbite nubi, o sian di terra su volati i vapori e in alto ascesi, o sia grazia del ciel, ch'omai disserra le porte a l'acque, e tempra i fochi accesi:

ecco notte improvvisa involve e serra il giorno, e i negri orrori intorno ha stesi: segue la pioggia impetüosa, e pare ch'a terra caggia il ciel converso in mare.

Come talor ne la stagion estiva, se la pioggia dal ciel a noi discende, stuol d'anitre loquaci in secca riva, con rauco mormorar, lieto l'attende:

e spiega l'ali al fresco umor, né schiva alcuna di bagnarsi in lui si rende; e là 've in maggior fondo ei si raccoglia, si tuffa, e spegne l'assetata voglia:

così, gridando, la cadente piova, cui la destra del ciel pietosa or versa, raccoglion lieti, e lor diletta e giova la chioma averne, non ch'il manto, aspersa:

chi bee ne' vasi, e chi ne gli elmi a prova, chi tien la mano in mezzo a l'acque immersa: qual se ne spruzza il volto e qual le tempie, altri ad uso miglior l'urne riempie.

Non pur l'umana gente or si rallegra, e de' suoi danni a ristorar si viene; ma la terra che dianzi afflitta ed egra, di sue piaghe le membra avea ripiene,

la pioggia in sen raccoglie, e si rintegra, e la comparte a le più interne vene: e largamente i nutritivi umori a le piante ministra, a l'erbe, a' fiori.

Ed inferma simiglia a cui vitale succo l'interne parti arse rinfresca, e disgombrando la cagion del male a cui le membra sue fûr arida èsca,

la rinfranca, ravviva, e torna quale fu ne la sua stagion fiorita e fresca: tal che obliando i suoi passati affanni le ghirlande ripiglia e i verdi panni.

Cessa la pioggia alfine, e torna il sole, ma dolce spiega e temperato il raggio, col sereno splendor, sì com'ei suole tra 'l fin d'aprile e 'l cominciar di maggio.

O fidanza gentil, chi Dio ben cole, l'aria sgombrar d'ogni gravoso oltraggio; cangiare a le stagioni ordine e stato, vincer la forza de le stelle, e 'l fato !

Da le tenebre uscito il Re del mondo, a le preghiere omai del Franco duce, scosso dintorno ha quell'orror profondo, e fiammeggiar fa la serena luce:

ed al gran carro a cui non è secondo qual altro più scintilla e più riluce, lega animai pennati, e 'l volge e rota, rota sublime in più sublime rota.

Stellato è l'ampio carro, e d'occhi è sparso, e spirito di vita il muove intorno; tardo appo lui, non pur di lume è scarso, quel che n'apporta in orïente il giorno.

Con questo al suo fedel per grazia apparso, gira egli il mondo in maestate adorno; regni, genti, contese, e tutte quattro parti rimira, e non pur Tile, o Battro.

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