Ma il gran mostro infernal che vede queti quei già torbidi cori e l'ire spente, e cozzar contro 'l fato, e i gran decreti svolger non può de l'immutabil mente;
si parte, e dove passa, i campi lieti secca, e pallido il sol si fa repente: e d'altre furie ancora e d'altri danni ministro, a nova impresa affretta i vanni.
Egli che fatto aveva il volgo insano, sa che, per arte ancor d'empi consorti, il figliuol di Guglielmo errò lontano, Tancredi ed altri assai famosi e forti.
Disse: –Che più s'aspetta? or Solimano inaspettato venga, e guerra porti. Certo (o ch'io spero) alta vittoria avremo d'esercito discorde e 'n parte scemo.–
Ciò detto, vola ove le squadre erranti (fattosen duce) il fier soldano accrebbe; a cui par non avesti e non ten vanti, Scizia superba, e l'Asia allor non l'ebbe:
né se per nova ingiuria i suoi giganti rinovasse la terra, ancor l'avrebbe. Questi a' nostri s'oppose, e quasi al varco, spaventando la Grecia al suon de l'arco.
Ma, ritentata avendo invan la sorte, scacciato dal nativo almo paese, vide le Caspie e le Caucasee porte, e degl'Indi cercò le piagge accese,
sotto le vie del sol lunghe e distorte, movendo i regi estrani a l'alte imprese, sol per vietare a' cavalier di Cristo di Palestina il glorïoso acquisto.
E, raccolto da' regi argento ed auro, perturbò Cidno, Eufrate, Oronte, Arasse, varcando i gioghi del famoso Tauro; e fra gli Arabi alfine ei si ritrasse;
e mentre d'Asia e del paese Mauro muovon pigre le genti, ei tenne e trasse volgo venale, a depredare avvezzo, che vende il sangue, anzi la fuga, a prezzo.
Così, fatto lor duce, or d'ogn'intorno la Giudea scorre e fa prede e rapine, sicch'il venire è chiuso e 'l far ritorno a le piagge del mare a lei vicine:
e, rimembrando ognora il primo scorno e de l'imperio suo l'alte ruine, cose maggior nel petto acceso ei volve: ma non ben s'assicura e si risolve.
Viene Aletto a costui dal sonno sciolto, con sembianza d'un uom d'antica etade; vòta di sangue, empie di crespe il volto, lascia barbuto il labbro e 'l mento rade:
dimostra il capo in lunghe tele avvolto, la veste oltra 'l ginocchio al piè gli cade, l'omero pur da la faretra è stanco, e l'arco ha in mano e torta spada al fianco.
–Noi,– gli dice ella, –trascorriam le vòte piagge e l'arene sterili e deserte, ove né far rapina omai si pote, né vittoria acquistar che loda merte:
Goffredo intanto la città percote, e già le mura ha con le torri aperte: e già vedrem, s'ancor si tarda alquanto, de la città le fiamme e udremo il pianto.
Dunque accesi tuguri e gregge e buoi, gli alti trofei di Soliman saranno? Così racquisti il regno? e così i tuoi oltraggi vendicar ti credi e 'l danno?
Ardisci, ardisci: entro a' ripari suoi di notte opprimi il barbaro tiranno. Credi al tuo vecchio Araspe il cui consiglio e nel regno provasti e ne l'esiglio.
Non ci aspetta egli, e non ci teme; e sprezza gli Arabi, ignudi invero e timorosi; né creder mai potrà che gente avvezza a le prede, a le fughe, or cotanto osi:
ma fèri gli farà la tua fierezza contra un campo che giaccia inerme, e posi. Così gli disse; e le sue furie ardenti spirògli al seno e si mischiò tra' venti.
Grida il guerrier levando al ciel la destra: –O tu che furor tanto entro m'accendi, ned uom già sei, che, fiammeggiando a destra, quasi folgore a me ti mostri e splendi:
scorgimi per via piana o per alpestra, te seguo, e farò monti ove tu ascendi; monti di strage e fiumi ampi di sangue: tu rinforza la man, se pigra or langue.–
Tace: e senza indugiar le turbe accoglie, e rincora, parlando, il vile e 'l lento: e con l'ardor de le sue stesse voglie ciascun si mostra a seguitarlo intento.
Dà il segno Aletto de la tromba e scioglie di sua man propria il gran vessillo al vento: muove l'oste veloce, anzi sì corre, che 'l volo de la fama ancor precorre.
Va seco Aletto e poscia 'l lascia, e veste d'uom che porti novelle abito e viso: e ne l'ora che par ch'il mondo reste fra la notte e fra 'l dì dubbio e diviso,
entra in Gerusalemme e fra le meste turbe a Ducalto reca il nuovo avviso de l'aiuto che giunge al proprio regno, e del notturno assalto e l'ora e 'l segno.
Ma già distendon l'ombre orrido velo che di rosso vapor si sparge e tigne. La terra, invece del notturno gelo, bagnan rugiade tepide e sanguigne.
S'empie di mostri e di prodigi il cielo: s'odon fremendo errar larve maligne. Votò Pluton gli abissi e la sua notte tutta versò da le tartaree grotte.
Per sì profondo orror l'eccelse tende d'assalir l'empio e d'infiammar destina; ma quando a mezzo del suo corso ascende la notte, ond'ella poi rapida inchina,
per breve spazio, ove riposo or prende il securo Francese, ei s'avvicina. Qui si cibâr le genti: e poscia ei, d'alto parlando, le conforta al duro assalto.
–Vedete là di furti ingombro e pieno un campo più famoso assai che forte; che quasi un mar nel suo vorace seno tutte de l'Asia ha le ricchezze absorte;
questo ora a voi (né già potria con meno vostro periglio) espon benigna sorte: l'arme e i destrier d'ostro guerniti e d'oro preda fian vostra e non difesa loro.
Né questa è già la turba, onde la Persa gente e la gente di Nicea fu vinta, perch'in guerra sì lunga e sì diversa rimasa n'è la maggior parte estinta:
e s'anco integra fosse, è tutta immersa in profonda quiete e d'arme scinta: tosto s'opprime chi di sonno è carco, ché dal sonno a la morte è picciol varco.
Su su venite; io primo aprir la strada vo' su i corpi languenti entro ai ripari; ferir da questa mia ciascuna spada, e l'arti usar di crudeltate impari.
Oggi fia che di Cristo il regno cada, oggi sarete voi famosi e chiari.– Così gl'infiamma a le vicine prove; taciti poi tutti gl'indrizza e move.
Ecco intanto fra via le guardie ei vede, per l'ombra mista d'una incerta luce, né ritrovar (come secura fede avea) poté improvviso il sommo duce.
Volgon quelli gridando indietro il piede, visto che sì gran turba egli conduce: sì che la prima guardia è da lor desta, e com'può meglio a guerreggiar s'appresta.
Dan fiato allora a' barbari metalli gli Arabi avari, oltra l'usanza arditi: van gridi orridi al cielo, e de' cavalli col suon del calpestio vari nitriti.
Gli alti monti muggîr, muggîr le valli, e risposer gli abissi a' lor muggiti. Aletto il segno diede a quei del monte, e la face innalzò di Flegetonte.
Corre innanzi il soldano, e giunge a quella confusa ancora e sbigottita guarda rapida sì, che torbida procella da cavernosi monti esce più tarda;
fiume ch'arbori e case in un divella, folgor che l'alte torri abbatta ed arda, spirito assembra ond'il terren profondo è scosso, e di ruine ingombra il mondo.
Non china il ferro mai ch'appien non colga, né coglie mai che piaga anco non faccia; né piaga fa che l'alma altrui non tolga, e più direi; ma 'l ver di falso ha faccia:
e par ch'egli o non curi, o non sen dolga, o non senta il ferir di cento braccia; sebben l'elmo percosso in suon di squilla rimbomba, e orribilmente arde e sfavilla.
Or quando ei solo quasi in fuga ha volto quel primo stuol de le nemiche genti, giungono, in guisa d'un diluvio accolto da mille rivi, gli Arabi correnti.
Fuggono allora i Franchi a freno sciolto; e misto il vincitor va tra' fuggenti, e con loro entra; e ne l'orribil ombra di ruine e d'orrore il tutto ingombra.
Porta il soldàn su l'elmo orrido e grande serpe che si dilunga, e il collo snoda; su gli artigli s'innalza, e l'ali spande, e piega e inarca la forcuta coda;
par che vibri tre lingue e che fuor mande livida spuma e che 'l suo fischio or s'oda: e mentre arde la guerra anch'ei s'infiamma nel moto, e fumo versa insieme e fiamma.
E si mostra in quel lume a' riguardanti formidabil così l'empio soldano, come veggion ne l'ombre i naviganti tra mille lampi il torbido oceàno.
Altri danno a la fuga i piè tremanti. Dànno altri al ferro intrepida la mano: e la notte i tumulti ognor più mesce, od occultando i rischi, i rischi accresce.
Fra color che mostrâro il cor più franco, Latin, sul Tebro nato, allor si mosse, a cui né le fatiche il corpo stanco, né gli anni dome avean l'invitte posse:
cinque suoi figli, quasi eguali, al fianco gli erano sempre ovunque in guerra fosse, d'arme gravando onde van sempre avvolti, le membra ancor crescenti, e i molli volti.
E mossi a prova dal paterno esempio, pronti moveano insieme il ferro e l'ire. Dice egli loro: –Andiànne, ove quell'empio mostra di sangue uman tanto desire.
Né già ritardi il sanguinoso scempio ch'ei fa de gli altri in voi l'usato ardire: però che quello, o figli, è vile onore, cui non adorni alcun passato orrore.–
Così fèro leon gli orridi figli, cui sul tergo la coma ancor non pende, né con gli anni lor sono i fèri artigli cresciuti e l'arme de la bocca orrende:
mena seco a la preda ed a' perigli, e con l'esempio a incrudelir gli accende nel cacciator che le natie lor selve turba, e fuggir fa le men forti belve.
Segue il buon genitor l'incauto stuolo de' cinque, e Solimano assale e cinge, e 'n un sol punto un sol volere, e un solo spirito quasi, sei lunghe aste spinge:
ma troppo audace il suo maggior figliuolo l'asta abbandona, e con quel fier si stringe, e tenta invan con la pungente spada, che sotto il buon destrier morto gli cada.
Ma come a le procelle esposto monte che percosso da' flutti al mar sovraste, sostien, fermo in se stesso, i tuoni e l'onte del cielo irato e i venti e l'onde vaste;
così il fero soldan l'audace fronte tien salda incontra il ferro e 'ncontra l'aste, ed al primier, tra mille spade e lance, divide ambe le ciglia, ambe le guance.
Sabino al suo fratel che giù ruina, porge pietoso il braccio e lui sostiene; vana pietà che ne l'altrui ruina precipitosa in terra a cader viene;
che 'l soldàn su quel braccio il ferro inchina ed atterra con lui chi gli si attiene: caggion entrambi, e l'un con l'altro or langue, mescolando i sospiri estremi e 'l sangue.
Quinci egli, di Sabin l'asta recisa, ond'il fanciullo di lontano l'infesta, gli urta il cavallo addosso e 'l coglie in guisa, che giù tremante il manda, indi il calpesta:
dal giovinetto corpo uscì divisa l'alma a forza, e lasciò dolente e mesta l'aure soavi de la vita, e i giorni de la tenera età lieti ed adorni.
Rimanean vivi ancor Pico e Laurente, simil coppia d'un parto e d'un amore, caro al padre, a la madre ancor sovente inganno dilettoso e dolce errore;
ma con la spada del soldàn pungente diversi assai gli fa l'ostil furore: fiera varietà ch'a l'un divide dal busto il collo, a l'altro il petto incide.
Il padre, ahi non più padre, ahi fèra sorte ch'orbo di tanti figli a un punto il face, rimira in cinque morti or la sua morte, e de la stirpe sua ch'estinta giace:
né so come vecchiezza abbia sì forte ne l'atroce miseria e sì vivace, che spiri e pugni ancor: ma gli atti e i visi non mirò forse de' suoi figli uccisi.
E di sì acerbo lutto a gli occhi ascoso parte l'amiche tenebre celâro; ma nulla in duol sì fèro e sì gravoso, senza il perder se stesso, ha il vincer caro.
Largo del proprio sangue, anzi rabbioso, cupidamente è d'altrui morte avaro: né si conosce ben qual suo desire più s 'avanzi: il dar morte, o qui morire.
Ma grida al suo nemico: –E' dunque frale sì questa mano? E 'n guisa ella si sprezza, che con ogni suo sforzo ancor non vale a provocare in me la tua fierezza?–
Di colpo intanto il fiede aspro e mortale che le piastre e le maglie insieme spezza, e sul fianco gli cala, e vi fa grande piaga ond'il sangue tepido si spande.
A quel grido, a quel colpo in lui converse il barbaro crudel la spada e l'ira; gli aprì l'usbergo, e pria lo scudo aperse, cui ben tre volte un duro cuoio aggira,
e 'l ferro micidial nel ventre immerse. L'infelice Latin singhiozza e spira, e con vomito alterno or gli trabocca il sangue per la piaga, or per la bocca.
Come ne l'Appenin robusta pianta che di Borea sprezzò l'orrida guerra, se turbo impetuoso alfin la schianta, gli arbori intorno ruinando atterra:
così cade egli; e la sua furia è tanta, che più d'un seco tragge a cui s'afferra; e ben d'uom sì feroce è degno fine che faccia ancor morendo alte ruine.
Mentre il soldàn, sfogando l'odio interno, pasce un lungo digiun ne' corpi umani, i Turchi fan de' nostri aspro governo, quai lupi de la greggia, ancisi i cani.
Fulvio e Serran, nati su 'l lago Averno, son da Corcut estinti, indi lontani. Dragut ancide Mario e Muzio e Silla, di là venuti ove albergò Sibilla.
Alfagar non poteva arco e saette molto adoprar ne la sanguigna mischia, ma con la fiera lancia a terra mette Licante e Palinor che più s'arrischia:
ch'elmo egli non avea ned armi elette; ma quasi inerme diè gran fama ad Ischia, là 've prima solea dal salso flutto portar l'umide prede al lido asciutto.
Draginar gitta al piano il fiero Casca, che lungo il Liri già guardò le torme. Or nessun meglio sa dove le pasca Siria, e ne spia predando i passi e l'orme;
seco, aspettando pur che l'alba nasca, cade Roncone e lungo sonno ei dorme: e Fario, ed Alifan caduto è seco, orbo fatto d'un tronco a l'aer cieco.
Albazar con gran lancia abbatte Argesto, muore sotto Algazelle Alfeo di spada. Ma chi narrar potria quel modo e questo di morte? e quanta plebe ignobil cada?
Sin da que' primi gridi era già desto Goffredo e non istava intanto a bada: Aristolfo, Camillo, Ottone, Ettorre grande stuolo con lui faceano accôrre.
Egli, che dopo il grido udì il tumulto che par che sempre più terribil suoni, s'appose al ver: perché non gli era occulto, che gìan scorrendo gli arabi ladroni:
e da' solcati colli al lido inculto molto intorno facean prede e prigioni; ma pria non estimò che sì fugace volgo mai fosse d'assalirlo audace.
Or mentre egli ne viene, ode repente –arme arme– replicar da l'altro lato, ed in un tempo il cielo orribilmente rimbombar di barbarico ululato:
Argante è questi; e la rinchiusa gente guida a l'assalto, ed ha i fratelli a lato. Al nobil Guelfo allor si volge e dice: –E quinci arriva ancor chi guerra indice.
Odi qual nuovo strepito di Marte di verso il colle e la città ne viene; d'uopo là fia ch'il tuo valore e l'arte i primi assalti de' nemici affrene:
vanne tu dunque e là provvedi, e parte io me n'andrò la 've sì mal sostiene l'italico guerrier l'errante turba, che 'l notturno riposo a noi perturba.–
Così fra lor conchiuse; ambo gli move per diverso sentiero egual fortuna: e Guelfo al colle, e il pio guerrier va dove il Turco è vincitor ne l'aria bruna.
Ma questi, andando, acquista forze e nòve genti di passo in passo ognor aduna: tal che già fatto poderoso, aggiunge dove il fèro soldàn appar da lunge.
Come, scendendo da l'alpestro monte, non empie umile il Po l'angusta sponda; ma sempre più, quanto è più lunge al fonte, di nòve forze insuperbito abonda:
e su le sponde la superba fronte di tauro innalza, e vincitore inonda, con più corna spingendo il mar da terra: né par tributo dar ma fèra guerra.
Goffredo, ove fuggir l'impaurite sue genti vede, accorre, e lor minaccia: –Qual timor (grida) è questo? ove fuggite? Guardate almen chi vi percote e caccia:
vi caccia un vile stuol ch'aspre ferite mai non riceve, e mai non segna in faccia: e se 'l vedranno incontra sé rivolto, temeran l'arme lor del vostro volto.–
Quinci punge il cavallo e dritto il volve là 've di Soliman gl'incendi ha scorti, per mezzo d'atro sangue e d'atra polve, tra ferri ed aste, e dispietate morti:
con la spada e con gli urti apre e dissolve le vie più chiuse e gli ordini più forti; né 'l potria ritener squadra, o falange: ma percote, scompiglia, atterra e frange
quanto rincontra, e fa cader sossopra cavalieri, cavalli, armati ed armi: né ferro è che da lui difenda o copra; ma taglierebbe i monti e i duri marmi.
Qual vide mai così terribil opra o Tebe, o Troia celebrata in carmi? o 'l gran campo latino onde rimbomba il suono ancor di più sonora tromba?
Passa i confusi monti a salto a salto de' corpi estinti, e più del campo avanza. L'intrepido soldàn, che 'l fero assalto rimira e la magnanima sembianza,
nol fugge, ma, levando il ferro in alto, cerca di mostrar qui l'alta possanza. Oh qual coppia d'eroi fortuna affronta da gli estremi del mondo, e fa sì pronta.
Virtù contra furore or qui combatte d'Asia, in un breve cerchio, il grande impero. Chi può dir come gravi e come ratte le spade son? quanto il duello è fèro?
E quante opre animose a prova fatte furon che ricoprì quell'aer nero? Passo qui cose glorïose e grandi, degne de' raggi, o sol, ch'intorno spandi.
L'esercito fedel, d'ardita guida ardir nuovo prendendo, oltra si spinge, e 'l meglio armato stuolo a l'omicida soldano intorno si raccoglie e stringe:
né la gente fedel più che l'infida, né più questa che quella il campo or tinge; ma gli uni e gli altri or vincitori, or vinti dansi morte a vicenda e sono estinti.
Come han pari l'ardir, con pari forza, Austro piovoso e 'l suo nemico asciutto, né l'un l'altro, né 'l cielo il mare sforza; ma nube a nube oppone e flutto a flutto:
così né qua, né la concede a forza valor costante, ivi a morir condutto; s'incontra insieme orribilmente urtando scudo a scudo, elmo ad elmo e brando a brando.
Né meno intanto son fèri i litigi da l'altra parte, e i guerrier folti e densi; mille nuvoli e più d'angeli stigi tutti han pieni de l'aria i campi immensi,
dando forza a' pagani; e i suoi vestigi non è chi indietro di rivolger pensi: e la face d'infemo Argante infiamma, acceso ancor de la sua propria fiamma.
Egli ancora le guardie in fuga mosse e su' ripari feo mirabil salto: di lacerate membra empié le fosse, appianò il calle, e diede un fèro assalto:
sì che gli altri il seguîro, e fêr poi rosse le travi acute di sanguigno smalto: e se non che lor tolse Iddio la mente, le macchine accendean con face ardente.
Perché fuggìa il Tedesco, allor che quivi giunse Guelfo e Roberto e 'l suo drappello; e volger fe' la fronte a' fuggitivi, e sostenne il furor del popol fello.
Così guerra faceasi; e 'l sangue in rivi correa egualmente in questo lato e 'n quello; quando da l'alto gli occhi a' suoi rivolse il re del ciel cui dar vittoria ei volse.
Siede colà, dond'egli e buono e giusto crea, muove, e forma, e 'l tutto adorno rende sovra 'l basso confin del mondo angusto, ove né senso, né ragione ascende:
e de l'eternità nel trono augusto, con tre lumi in un lume Iddio risplende: e non v'ha luogo il luogo, o tempo il tempo, né la natura che produce a tempo.
Né 'l fato, o quella che qual fumo, o polve la gloria e l'oro di quaggiuso e i regni, come piace là su, disperde e volve, né, diva, cura i nostri umani sdegni.
E, quando meno in suo splendor s'involve, ivi abbaglian la vista anco i più degni. Dintorno ha innumerabili immortali, disegualmente in lor letizia eguali.
Al gran concento del felice carme lieta risuona la celeste reggia. Chiama egli a sé Michel ch'in lucide arme di fin oro e d'elettro arde e fiammeggia,
e dice lui: –Non vedi or come s'arme contra la mia fedel diletta greggia l'empia schiera d'inferno? E 'n sin dal fondo de le sue morti a turbar venga il mondo?
Dille che lasci omai l'usate cure de la guerra a' guerrier cui più convene; né con le sue sembianze orride impure turbi l'aure del ciel liete e serene:
torni a le notti d'Acheronte oscure, suo degno albergo, a le sue giuste pene; ivi se stessa e l'alme in cieco abisso tormenti: io così voglio e così ho fisso.–
Qui tacque; e 'l duce de' guerrieri alati riverente ed umìl s'inchina al piede: indi spiega al gran volo i vanni aurati rapido sì, ch'anco il pensiero eccede.
Passa il foco e la luce ove i beati hanno lor glorïosa immobil sede. Poscia mira il cristallo, e 'l cerchio adorno che d'auree stelle è sparso e gira intorno.
Quinci d'opre diversi, e di sembianti, da sinistra rotar Saturno e Giove; e gli altri poi ch'esser non ponno erranti s'angelica virtù gl'informa e move.
Vien poi da' campi lieti e fiammeggianti d'eterno dì, la donde tuona e piove, dove se stesso il mondo strugge e pasce, e ne la guerra sua more e rinasce.
Venìa scotendo con l'eterne piume la caligine densa e i folti orrori; s'indorava la notte al divin lume che spargea scintillando il volto fuori.
Tale il sol ne le nubi ha per costume spiegar dopo la pioggia i bei colori: tal suol, fendendo il liquido sereno, stella cadere a la gran madre in seno.
Ma, giunto incontra a quel furor terrestro ch'ebbe dal chiaro lume eterno il bando, sovra l'ale si ferma accorto e destro, e ragiona così, l'asta vibrando:
–Sapete pur come dal lato destro il Re del ciel soglia ferir tonando, o nel disprezzo, o ne' tormenti acerbi de l'estrema miseria ancor superbi.
Fisso è nel ciel ch'al venerabil segno chini le mura, apra Sion le porte. A che pugnar col fato? A che lo sdegno dunque irritar de la celeste corte?
Itene maledetti al vostro regno, regno di pene e di perpetua morte: e sieno in quelli, a voi dovuti chiostri, la vostra guerra e i fier trionfi vostri.
Là incrudelite sol, spirti nocenti, tutte adoprando le spietate posse, fra i gridi eterni e lo stridor de' denti, e 'l suon del ferro e le catene scosse.–
Disse; e quei, ch'egli vide al partir lenti, con la gran lancia sua spinse e percosse. Essi, gemendo, abbandonâr le belle piagge che 'l cielo illustra e l'auree stelle.
E dispiegâr verso l'inferno il volo ad inasprir ne' rei l'usate doglie. Non passa il mar d'augei sì grande stuolo, quando a' soli più tepidi s'accoglie:
non tante vede mai l'autunno al suolo cader co' primi freddi aride foglie. Liberato da lor, quella sì negra faccia depone il mondo e si rallegra.
Ma non però nel disdegnoso petto d'Argante vien la rabbia o 'l furor manco, ben ch'il suo foco in lui non spiri Aletto né flagello infernal gli sferzi il fianco:
rota il ferro crudele, ove più stretto sovra i ripari è il buon Germano e 'l Franco: miete i vili e i possenti, e i più sublimi e più superbi capi adegua a gl'imi.
Ma lui con l'asta bassa il gran Roberto in mezzo a l'ampio scudo ebbe percosso, sì che il lucente acciaio rimase aperto, ch'era di dentro e fuor il candid'osso:
Argante non aveva ancor sofferto colpo maggiore, e vacillando è scosso: onde il ferir de la nodosa lancia più non aspetta, e pur tra' suoi si lancia.
Gli altri ch'erano ascesi in cima al vallo, Guelfo precipitò, non pur sospinse, co 'l gran guerrier che non fe' colpo in fallo, ma quanti ne tirò, tanti n'estinse:
poi tra nemici uscì sul gran cavallo, che tutto è nero, ed egli in rosso il tinse, e molti n'atterrò, quasi in un fascio, che nel confuso orror sepolti io lascio.
Ma con reale insegna, aurata e verde allor si vide Saladino appresso, ch'ad un suo colpo il ferro e 'l braccio perde e cade a terra, e non risorge, oppresso;
come più non germoglia o non rinverde, tronco da la secure, alto cipresso, che verdeggiò, quasi frondosa mèta, l'alta selva facendo ombrosa e lieta.
Non lontana è Clorinda, e già non meno par che di tronche membra il campo asperga: caccia la spada ad Olivier nel seno, per mezzo il cor dove la vita alberga:
e quel colpo a ferirlo andò sì pieno, che fuori uscì da sanguinose terga: poi fére Amon là 've primier s'apprende nostro alimento; e 'l viso a Pirro fende.
La destra di Selvaggio, onde ferita ella pria fu, manda recisa al piano. Tratta anco il ferro e con tremanti dita semiviva nel suol guizza la mano.
Coda di serpe è tal ch'indi partita cerca d'unirsi al suo principio invano. Così mal concio la guerriera il lassa, poi si volge ad Ichilde e 'l ferro abbassa.
E tra 'l collo e la nuca il colpo assesta, e tronchi i nervi e 'l gorgozzuol reciso, gìo rotando a cader l'orribil testa: e pria bruttò di polve immonda il viso,
che giù cadesse il tronco; il tronco resta (miserabile mostro) in sella assiso; ma libero dal fren con mille rote calcitrando il destrier da sé lo scote.
Vuol poi ferir Roberto, e lui non coglie, ché passa a caso il palestino Osmida: e la piaga non sua ne l'elmo toglie, la qual vien che la fronte a lui recida:
molta intorno al gran conte allor s'accoglie di quella gente ch'ei conduce e guida; tal ch'ella, co 'l suo stuolo indi s'arretra la 've a' nostri cavalli il passo impètra.
L'aurora intanto il bel purpureo volto già dimostrava dal sovran balcone, e s'era in que' tumulti omai disciolto il feroce Argilan di sua prigione:
e d'arme incerte il frettoloso avvolto, quali 'l caso gli offerse o triste o buone, già venia per far del fallo emenda e perché sua virtù più chiara splenda.
Quale il destrier, che da le regie stalle, dove a l'uso de l'arme ei si riserba, fugge, e libero alfin per largo calle va tra gli armenti o al fiume usato, o a l'erba;
scherzan su 'l collo i crini, e su le spalle si scuote la cervice alta e superba; suonano i piè nel corso, e par ch'avvampi, tutti d'un nitrir lieto empiendo i campi,
tal ne viene Argilano; arde il feroce sguardo, ha la fronte intrepida e sublime, leve è ne' salti, e sovra i piè veloce, sì che d'orme la polve appena imprime:
e, giunto fra' nemici, alzò la voce (pur com'uom, che tutt'osi, e nulla stime): –O vil feccia del mondo, Arabi inetti, com'è che tanto ardire in voi s'alletti?
Non regger voi de gli elmi e degli scudi siete atti il peso, o 'l petto armarvi e 'l dorso; ma commettete paventosi e nudi i colpi al vento e la salute al corso:
l'opere vostre e i vostri egregi studi notturni son: dà l'ombra a voi soccorso; or ch'ella fugge, chi fia vostro schermo? D'arme è ben d'uopo e di valor più fermo.–
Così parlando percuotea la gola ad Algazel di sì crudel percossa, che gli segò le fauci, e la parola troncò ch'a la risposta era già mossa:
a quel meschin subito orrore invola il lume e scorre un duro gel per l'ossa. Cade e co' denti l'odïosa terra pien di gran rabbia in sul morire afferra.
Quinci per vari casi, ed Aladino, ed Agricalte, e Muleasse uccide; e da la gola al ventre a lor vicino con esso un colpo Aldïazel divide.
Trafitto a sommo il petto il fier Tigrino atterra, e con parole aspre il deride. Quel, gli occhi gravi alzando, a l'orgogliose parole, in sul morir, così rispose:
–Non tu (chiunque sia) di questa morte vincitor lieto avrai gran tempo il vanto: pari destin t'aspetta, e da più forte destra a giacer mi sarai steso a canto.–
Rise egli amaramente; e: –Di mia sorte curi 'l ciel (disse), or tu qui muori intanto, d'augei pasto e di cani;– indi lui preme col piede, e ne trae l'alma e 'l ferro insieme.
Un paggio del soldan fra questa e quella turba misto, aspirava a' primi onori, a cui non anco la stagion novella il bel mento spargea de' primi fiori:
paion perle e rugiade in su la bella guancia rigando i tepidi sudori: giunge grazia la polve al crine incolto, e sdegnoso rigor dolce è in quel volto.
Sotto ha un destrier che di candore agguaglia pur or ne l'Appennin caduta neve: turbo o fiamma non è, che roti o saglia rapido sì, com'è quel pronto e leve;
dorata piastra indosso e fina maglia, lunga asta e spada ha pur ritorta e breve, e con barbara pompa in bel lavoro di porpora risplende in testa e d'oro.
Mentre il fanciullo a cui novel piacere di gloria il petto giovenil lusinga, di qua turba e di là le prime schiere, e lui non è chi tanto o quanto stringa:
tra le sue rote instabili e leggere, già l'insidia Argilano, onde sospinga l'asta; ed ucciso il suo destrier di furto, sovra gli arriva allor ch'appena è surto.
Ed al tenero volto, il quale invano con l'arme di pietà fea sue difese, drizzò la forte inesorabil mano, e di natura il più bel pregio offese;
ma 'l ferro, come senso avesse umano, gli si travolse, e sol di piatto scese. Ma che pro se, doppiando il colpo fèro, di punta colse ov'egli errò primiero?
Soliman, che di là molto non lunge il cimier e 'l cavallo avea perduto, e da la spada che più fére e punge, lasso e vinto campò, non pur caduto:
visto or l'altrui periglio, irato aggiunge a la vendetta e tardo a dargli aiuto. Perché vede (ahi dolor!) giacere ucciso il suo Lesbin, quasi bel fior succiso.
E in atto sì gentil languir tremanti gli occhi e cader sul tergo il collo mira; così vago è il pallore, e da' sembianti di morte una pietà sì dolce spira,
ch'ammollì il cor che fu dur marmo avanti, onde il pianto stillò nel mezzo a l'ira. Tu piangi, Soliman, tu che distrutti mirasti i regni tuoi con gli occhi asciutti!
Ma come vede il ferro ostil che molle fuma del sangue ancor del suo diletto, la pietà cede, e l'ira avvampa e bolle; sì che n'infiamma il viso insieme e 'l petto:
corre sovra Argilano e 'l ferro estolle, e parte il capo, e prima il duro elmetto; e ben del generoso e fèro sdegno di Solimano il grave colpo è degno.
Né di ciò ben contento, al corpo morto che già pace aspettava ancor fa guerra; quasi mastin, bieco mirando e torto, il sasso che 'l ferì, co' denti afferra.
O d'immenso dolor breve conforto, incrudelir ne l'insensibil terra! Non spendea intanto il cavalier soprano il tempo o l'ire o le percosse invano.
Ma partia scudi, capi, elmi e loriche, onde tremila Turchi eran coperti, indomiti di corpo a le fatiche, di spirto audaci e 'n vari casi esperti:
questi seguîro in monti e 'n piagge apriche il gran soldano e 'n orridi deserti compagni fûr de' suo' errori infelici, ne le fortune avverse ancora amici.
Di questi, o raro sia l'ordine o folto, nulla o poco il valor cedeva al Franco; in questi urtò Goffredo e ferì il volto al fier Tirante ed a Rosteno il fianco:
al superbo Selimo il capo ha tolto dal busto, ha tronco a Pirgo il braccio manco, a Ruteno cacciò tra costa e costa il ferro e trapassò la parte opposta.
Non ebber duce eguale al crudo Orosco, né più feroce ancor le schiere impigre; buono era al monte, a la campagna, al bosco, e nacque là, dove suo fonte ha il Tigre:
frenava un gran destrier che nero e fosco dal ratto corso fu chiamato il tigre: ma nol sottrasse a morte allorché giunse la spada che 'l suo busto agli altri aggiunse.
Joran, che forze e membra ha di gigante, col foco apriva ardente strada a l'empie turbe, scuotendo il pin fumante che di sparse faville il ciel riempie;
ma 'l pino e 'l capo altero e minacciante tronca Aristolfo, e ne l'immonde tempie la fiamma è appresa in quel sanguigno luogo, ond'egli fece a se medesmo il rogo.
Poscia Aristolfo uccide il fier Turcaldo, Arifar, Beregor, Turano e Besso. Camillo fa nel sangue il ferro caldo di Ramon, di Perondo e di Lermesso.
Davalo fende l'elmo integro e saldo di Bosna, ed Arameo gli atterra appresso. Garzia d'Idro e d'Irospe il fèro spirto, caccia Ettor quel di Zerbi e quel d'Absirto.
Mentre la morte fa preda e rapina de lo stuol che più assalto or non sostiene, e sparsa e scema al precipizio inchina la fortuna de' barbari e la spene:
nuova nube di polve ecco vicina, che folgori di guerra in grembo or tiene. Ecco d'arme improvvise uscire un lampo, ch'a tutti diè terror correndo il campo.
Son cinquanta guerrier ch'in puro argento spiegan la trïonfal purpurea croce: in cui lo stuol, ch'era a fuggire intento, s'incontra e non gli giova esser veloce;
ma parve campo in cui tempesta, o vento pria l'immature spiche abbatte e nòce: poi da la falce è tronco alfine ed arso, ed arido fiammeggia al foco sparso.
L'orror, la crudeltà, la tèma, il lutto van dintorno scorrendo, e 'n varia imago vincitrice la morte errar per tutto vedresti, ed ondeggiar di sangue un lago.
Già fuori la sua squadra avea condutto Doldechino, e parea quasi presago di fortunoso tempo; e però d'alto mirò i piani soggetti e 'l dubbio assalto.
Ma come prima si ritorce e piega l'oste di Soliman, suona a raccolta; e con messi iterati affretta e prega Argante, e 'l fier Baldacco a dar di volta;
ma 'l principe d'Egitto irato nega, ché di rado furor consigli ascolta; pur cede al fine, e i suoi già stanchi e lassi raccôr vorrebbe e freno imporre a' passi.
Ma chi dà legge al volgo? ed ammaestra la viltate e 'l timor? La fuga è presa. Altri gitta lo scudo, altri la destra disarma; impaccio è il ferro e non difesa.
Valle è tra 'l piano e la città, ch'alpestra da l'occidente al mezzogiorno è stesa; qui fuggon essi e si rivolge oscura caligine di polve a l'alte mura.
Passa Clorinda intanto al buon Tranquillo il core e rivi trae caldi e sanguigni; perch'a feminea mano il ciel sortillo, s'aspetti ha pur sì fèri e sì maligni.
Te pianser poi gli scogli e 'l mar tranquillo del bel Sorrento, e di Sebeto i cigni: e s'udîr ne' bei monti e 'n su l'arene i lai, quasi di ninfe e di sirene.
Mentre van quei precipitosi al chino, strage i nostri de gli empi orribil fanno; ma, poscia che poggiando omai vicino l'aiuto avean del barbaro tiranno,
Guelfo, che più non vuol d'aspro cammino con tanto suo periglio esporsi al danno, ferma sue genti, e quel le sue riserra: non poco avanzo d'infelice guerra.
Quanto a forza terrena è far concesso fatto aveva il soldàn: or più non pote; tutto è sangue e sudore, e un grave e spesso anelar gli ange il petto e i fianchi scote:
langue sotto lo scudo e il braccio oppresso, volge la destra l'arme in pigre rote, spezza e non taglia; e, divenendo ottuso, perduto il ferro omai di ferro ha l'uso.
Come si vede tal, rimane in atto d'uom che fra due sia dubbio: e 'n sé discorre se morir debba; ed, animoso fatto, con le sue mani altrui la gloria tôrre;
o da poi ch'il suo campo è omai disfatto, se stesso in parte più secura accôrre. –Vinca alfin (disse) il mio destin superbo, a cui le spoglie e questa vita io serbo.
Veggia il nemico le mie spalle, e scherna di nuovo ancora il nostro esilio indegno; purché di nuovo armato indi mi scerna turbar sua pace e 'l non mai stabil regno.
Non cedo io, no. Fia con memoria eterna de le mie offese eterno il mio disdegno. Risorgerò nemico ognor più crudo, cenere ancor sepolta, e spirto ignudo.–
Cookies on Poetry Cove