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1544–1595

LE LAGRIME DI CRISTO

Torquato Tasso

Voi che sovente il Re d' eterno regno a la colonna e 'n su la Croce essangue qui contemplate e 'l duro, iniquo sdegno, ond' aspramente egli è percosso e langue,

d' alta corona di martìri indegno chi si dimostra? e nega il sangue al sangue? Deh chi le vene mai n' ebbe sì scarse, che temesse versarlo ov' ei lo sparse?

Pietro non già, che fé la piaga a l' empio, e le ferite e 'l feritor prevenne; e pur in se medesmo il fero scempio in Croce dopo il suo Signor sostenne.

Non chi prima seguì pietoso essempio che, perdonando, Cristo in morte dienne; non Giacopo, non Paolo o mille e mille, che fiumi fean, non pur sanguigne stille.

Se vogliam dunque or simigliarci a Cristo, versando il sangue da l' umane membra, chi piange seco e seco 'l pianto ha misto, mentr' egli piange, il pio Signor rassembra.

Non sei, tardo pensiero, ancora avisto ch' ei nostra umanitade a noi rimembra? Deh concediamo i pianti a i pianti amari; e l' uom pietà da Dio, piangendo, impari.

Udiste il grido che nel ciel risuona, pregando il Padre in dolorosi accenti. E s' invitta virtù, ch' altrui perdona, secura ne la morte e ne i tormenti,

ci manca a gloriosa alta corona, e non è chi morire ardisca o tenti, non ci manchi pietate e non sia priva del largo umor ch' in lagrime deriva.

Il Re ne la spietata e dura morte, di cui si duol natura e 'l ciel si sdegna, magnanima virtù, costante e forte, con la sua voce a' suoi fedeli insegna;

pietà mostra piangendo: ahi fide scorte di seguir lui, che già trionfa e regna! Seguiam Cristo con ambe al ciel sereno: chi non è forte, sia pietoso almeno.

Ma chi piange? e che piange? alme pietose, pensate meco: è l' uom che duolsi e piange. Ma l' uomo è Dio, che 'l suo divino ascose nel suo mortal che s' addolora ed ange.

L' uom freme, e freme Dio, ch' a sé n' impose il peso; e non avien ch' egli si cange; ma fa il caduco eterno, ond' ei s' adora, tal che al pianger de l' uom Dio stesso or plora.

Quel che librò la terra e tanti intorno cieli eterni e lucenti a lei sospese, e diede il sol, ch' è suo gran lume, al giorno, e ne la notte altri splendori accese;

quel che nel far suo magistero adorno piacque a se stesso e se medesmo intese, di sua gloria contento e di sua luce, or, fatto umano, a lacrimar s' induce.

Quel ch' è bontà sovrana e sommo amore, né cerca fuor di sé gioia o diletto, or piange e stilla in lacrimoso umore di nostra umanitate il puro affetto.

Deh qual alpestro sasso intorno al core s' accoglie? e com' è il gelo in lui ristretto? Se diaspro non è, ch' ivi s' impetra, fonte di pianto abbia percossa pietra.

Ma che piange primiero il Re de' regi? Piange l' umanità quand' egli nasce; ed ornando umiltà d' eterni pregi, pur com' uom piange e stride in cuna e 'n fasce.

E s' altri gli aurei alberghi e gli aurei fregi, per seguir lui, vien ch' abbandoni e lasce, care lagrime sparga in dolci tempre, e co 'l pianto di Cristo il suo contempre.

Che piange il pio Signor? piange uom sepolto e più l' altrui che la sua morte acerba; piange l' amico suo da nodi avolto, a cui libera vita il ciel riserba;

freme l' ardente spirto e bagna il volto; or non si piegherà mente superba, che, sdegnando l' umana, umil natura, se stessa inaspra e contra 'l duol s' indura?

Tu che ti vanti pur d' alma tranquilla, e sei duro via più di quercia o d' elce, o di qualunque al ferro arde e sfavilla con vari colpi ripercossa selce;

pietoso amore a noi dal cielo instilla il Re del cielo; e per suo dono ei dielce: perché altero ten vai col viso asciutto, s' al buon servo di Cristo è gloria il lutto?

Se fece al fido amico onor supremo di lagrime pietose il Re celeste, chi nega d' onorarlo al giorno estremo, quand' ei si spoglia la corporea veste?

Ahi di vera pietate o privo o scemo or chi sarà, ch' in te l' accenda e deste, se non s' il pianto, ond' il Signor ci invita a lagrimar la morte e pria la vita?

Che piange quel che fece il cielo e 'l mondo? Piange altera città che stanca al fine vinta cadeo sotto 'l gravoso pondo de le sue minacciose, alte ruine;

ma l' uom pianto si leva, e d' atro fondo di gran sepolcro inalza il viso e 'l crine. La città lagrimata è sparsa a terra, precipitando in ostinata guerra.

Ma l' uno e l' altra al fine in ciel risorge, fatta secura da contraria possa. L' uno e l' altra s' eterna, e s' altri scorge o se cerca qua giù ruine ed ossa,

erra co 'l volgo errante e non s' accorge che torna l' alma al cielo ond' ella è mossa; e ch' ivi splende ancor perpetua norma di città non caduta e vera forma.

O di quai pietre fa novo restauro a le cadute mura il Fabro eterno, Gierusalem celeste! E l' Indo e 'l Mauro elegge a prova e non ha gente a scherno.

Oh quali omai d' alte colonne e d' auro opre meravigliose in te discerno, perch' io disprezzi ancor teatri e terme, in parti quasi solitarie ed erme.

Ma s' è tanta virtù nel pianto amaro, ond' egli il volto lagrimando asperse; se da l' oscura tomba al ciel più chiaro il sepolto per lui già gli occhi aperse;

e per lui quanto attera il tempo avaro, o consuman le fiamme e l' armi adverse, risorge al cielo e vie più adorno e grande: felici quegli, a cui si versa e spande!

Or tu, che fosti eletta al grande impero de la terra e del ciel, Roma vetusta, caduta spesso dal tuo seggio altero sotto vil giogo d' empia gente ingiusta;

risorta poi co 'l successor di Piero in maggior gloria de la gloria augusta; ripensa onde cadesti; e ch' or t' estolli coronata di tempi in sette colli.

E ben chiaro vedrai che 'l sangue sparso di tre Deci in lor fero, orribil voto e quel di Scipio e di Marcel fu scarso al tuo peccar ch' era a te stessa ignoto.

Ma poi che 'l vero lume è in terra apparso, non dico il sangue, il lagrimar devoto di que' fedeli a cui 'l tuo rischio increbbe, più ti difese, e pur l' onor t' accrebbe.

Lagrimosa pietà di ben nate alme te difese non sol d' estranea gente, ma t' acquistò corone e sacre palme e ti fé lieta trionfar sovente.

Deh leva al ciel con gli occhi ambe le palme, e 'l pianto di Giesù ti reca a mente, sì che tu pianga e dal suo duolo apprenda santa virtù che fera colpa emenda.

Se beato è chi piange, in largo pianto si strugga il tuo più denso e duro gelo; e l' amor tuo profan si volga in santo, e l' odio interno in amoroso zelo.

Già di fortezza avesti e gloria e vanto; abbilo or di pietà ch' inalza al cielo. Sembra Roma celeste a gli occhi nostri, com' è l' idea ne gli stellanti chiostri.

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