O con le grazie eletta e con gli amori, fanciulla aventurosa, a servire colei che Dea somiglia, poi che 'l mio sguardo in lei mirar non osa
i raggi e gli splendori e 'l bel seren de gli occhi e de le ciglia, né l' alta maraviglia che ne discopre il lampeggiar del riso,
né quanto di celeste ha il petto e 'l volto, io gli occhi a te rivolto, e nel tuo leggiadretto e lieto viso dolcemente m' affiso.
Bruna sei tu ma bella qual vergine viola, e del tuo vago sembiante or sì m' appago che non disdegno signoria d' ancella.
Or mentre io parlo, placida e cortese sguardi bassi e furtivi volgi in me, del tuo cor mute parole. Ah, dove giri i lumi alteri e schivi?
Da qual maestra apprese hai l' empie usanze e 'n quai barbare scole? Così mostrarli suole la tua gran Donna incontra Amor superba,
e fulminar da gli occhi ira et orgoglio, ma non hai tu lo scoglio ch' il cor le inaspra e sì gelato il serba, e non sei tanto acerba.
Non voler, semplicetta, dunque agguagliar de la sdegnosa fronte l' ire veloci e pronte, ma s' ella ne sgomenta or tu n' alletta.
Mesci fra' dolci risi e dolci vezzi solo acerbetti sdegni che le dolcezze lor faccian più care, né quelli atti orgogliosi ella t' insegni
e i superbi disprezzi, ma da te modi mansueti impare; e se tu pòi destare, o ministra d' Amore e messaggiera,
fra tante voglie in lei crude e gelate scintilla di pietate, qual gloria avrai ne la sua bella schiera. Tu voce hai lusinghiera
e parole soavi, tu i mesti tempi e i lieti e tu de' giochi sai gli opportuni lochi, e tieni di quel petto ambe le chiavi.
So ch' ella, affissa a' micidiali specchi suoi consiglier fedeli, sovente varia i fregi e gli rinova; e qual empio guerrier ch' arme crudeli
a battaglia apparecchi le terge prima che le vesta o mova, tal ella affina e prova di sua bellezza le saette e i dardi
s' acute siano e salde: “Al cor non giunge questo, ma leggier punge; questo altro — dice — uccide sì, ma tardi; da questo uom che si guardi
può schermirsi e fuggire; è inevitabil questo”. Or tu, ch' intanto l' adorni e 'l crine e 'l manto, così le parla e così placa l' ire:
“O Donna tanto bella e tanto adorna, ch' in giovenil sembiante Amore stesso che t' ornò disfidi, qual petto è di diaspro e di diamante
che quando a te ritorna al balenar de gli occhi tuoi s' affidi? Ogn' un sa come ancidi soavemente co' begli occhi rei,
ma chi sa come sani un core infermo che non ha pace o schermo? Perché di tanto onor privata sei? Specchi d' amore e miei,
ah, voi non v' accorgete come rinovellare altrui vi lice in guisa di Fenice, e le piaghe saldar ch' aperte avete?
Or che tutti son vinti i più ritrosi e gli alpestri e selvaggi, scoprite altro valor, luci serene; dolci strali vibrate e misti i raggi
de' folgori amorosi sian con le tempre di gioiosa spene; sgombri l' amare pene e ne' cori per tema afflitti e morti
desti il soave spirto aure vitali. “O fortunati mali” diranno poscia, “O liete e dolci morti”, né più gli amanti accorti
temeran di ferita, ma di morir per sì mirabil piaghe farà l' alme presaghe un bel desio di rinovar la vita”.
Così ragiona e con faconda lingua lusinga insieme e prega, ch' alfin si volge ogni femineo ingegno. Ma che rileva a me se ben si piega?
Cresca pure et estingua gli illustri amanti quel superbo sdegno; me nel mio stato indegno sicuro umil fortuna e pago or rende:
vil capanna dal ciel non è percossa, ma sovra Olimpo et Ossa tuona il gran Giove e le gran torri accende; quinci ella essempio prende.
Ma tu, mio caro obietto, non disdegnar ch' io t' ami e ti vagheggi, e non por freno o leggi per alterezza a l' amoroso affetto.
Vanne occulta, Canzone nata d' Amore e di pietoso zelo, a quella man che 'l crine annoda e parte con tal vaghezza et arte;
dì che t' asconde fra 'l suo petto e 'l velo da gli uomini e dal cielo. Ah, per dio, non ti mostri, e se scoprir ti vuol, ti scopra solo
a l' amoroso stuolo, né leggano i canuti i detti nostri.
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