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1544–1595

CXXII

Torquato Tasso

Chi di moleste ingiuriose voci m' arma la lingua come armato ho 'l petto di sdegno, e chi concetti aspri m' inspira? Tu che sì fero il cor m' accendi e coci,

tu sia la musa, o mio possente affetto, o di virtù ministra, o nobile ira. E qual vento che gira l' arene e l' onde rapide e veloci,

ne porti ogni mio detto, talché fin di là su n' intenda il suono l' iniqua luna incontra cui ragiono. Già dispiegava l' ale umide ombrose

la figlia de la terra algente e scura co 'l dolce sonno e co' silenzi amici, et involvea de le più liete cose ne le tenebre folte ogni figura,

e ricopria le piagge e le pendici e gli aspetti infelici, e le nemiche stelle erano ascose; né mai l' alma Natura

vide l' ombra più fosca e più secreta né l' aura più sentì placida e queta. Allor moss' io d' Amor, tacito mossi i passi per la cieca orrida notte

ver' quella parte ov' ha il cor gioia e pace; ma gl' atri veli suoi da sé rimossi folgorò Cintia, e ne le oscure grotte l' ombra scacciò con risplendente face.

Così al pensier fallace, quando a la riva più vicin trovossi, fur le vie tronche e rotte; così secco nel suo fiorir la speme

e dura man dal cor ne svelse il seme. >Or che dirò di te, luna rubella d' ogni pietà e del piacer ch' infonde Amor ne' più felici e lieti amanti?

Ahi, come adopri mal luce sì bella che non è tua ma in te deriva altronde, benché di lei così ti glorii e vanti. Tu come gli altri erranti

la alleghi, e come ogni men chiara stella; e ne fai vaghe corna over corona, e male adopri ciò ch' a te si dona.< Forse ciò fai perch' i lascivi amori

pudica aborri e di servar t' ingegni in altri il fior di castità pregiato: deh, non sovienti che tra l' erbe e i fiori scendesti in terra da' superni Regni

a dimorar col pastorello amato? Né fu da te negato al Signor degli armenti e de' pastori d' amor l' ultimo pegno

vinta da pregio vil di bianca lana, se la fama non è fallace e vana. E spesso ad Orion, ch' ingombro e carco di preda e di sudor da fera caccia

stanco del lungo errar facea ritorno, asciugasti la vaga umida faccia, e di tua propria man lentasti l' arco e facesti con lui dolce soggiorno.

Ma 'l vergognoso scorno Apollo non sofferse e 'l grave incarco; anzi seguì la traccia del folle amante, e fe' del suo disdegno

ministra la tua mano e 'l curvo legno. Ben ti dee rimembrar che poi scorgesti il sanguinoso corpo in riva al Mare che del tuo stral piagata avea la fronte,

talché dolente sovra lui spargesti, lavando il sangue con le stille amare, da l' egre luci un doloroso fonte dicendo: “Ah man, voi pronte

a l' altrui morte, vita a me toglieste, ché non si può chiamare vita la mia: già fortunata vissi, poi da me l' alma al tuo partir fuggissi”.

Ma forse, o Dea, te 'n vai del pregio altera di castità perch' in ferino volto trasmutasti Atteon spargendo l' acque: or dimmi, lui rendesti errante fera

perché nuda ti vide o perché stolto a le tue voglie ardenti ei non compiacque? Vera è, se ben si tacque, la tua vergogna e la sua pena è vera,

perché da te disciolto se 'n giva mentre tu d' ardor ripiena facevi de le braccia a lui catena. Ma tu mi fuggi et a gli accesi rai

tenebre intorno aspergi, or de' tuoi falli vere novelle udendo in questa riva. Chiuditi pur, né ti mostrar più mai, perché non merti in ciel notturni balli

guidar con l' altre stelle, iniqua Diva; così dolente e priva de la luce del sol rimanghi omai, e reggere i cavalli

celesti il fato a te vieti in eterno, concedendone altrui l' alto governo.

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