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1544–1595

CLII

Torquato Tasso

Donna real, fra pompe e gemme et ostri e trionfali spoglie e sacre palme nata, dove ha l' onor d' Italia albergo, mentre il tuo nome in sì purgati inchiostri

s' onora e fra sì chiare e nobili alme, anch' io mi volgo a contemplarti et ergo; deh, ne le rime, ch' io polisco e tergo pur quali un tempio, volontaria scendi,

né sia da te co 'l mio pregar negletto, perché sotto umil tetto s' adora Dio che assomigliare intendi, né sprezza il puro affetto

di chi sospende a lui mortal facella, bench' il sol gli risplenda et ogni stella. Forse come talor candide e pure il sol rende le nubi e chiuso intorno

con gli adombrati lampi indi traluce, così vedrassi il tuo bel nome adorno splender per entro le mie rime oscure e 'l mio fosco illustrar con viva luce;

e forse tanto ancor per sé riluce che, dove in parte non l' asconda e tempre l' infinita virtù de' vaghi raggi ne' suoi lieti viaggi,

occhio non fia che non s' abbagli e stempre a così dolci oltraggi; e perché il proprio lume altrui no 'l celi ben dee soffrir ch' io sì l' adombri e veli.

Né spiacerti ancor dee che solo in parte la tua beltà ne' miei colori espressa sia da lo stil ch' a l' opra ardito move, perché se qual appare a chi l' appressa

così fosse ritratta in pure carte, chi mirare oseria forme sì nove senza volger per tema i lumi altrove? O chi mirando folgorar gli sguardi

de gli occhi ardenti e lampeggiare il riso, e 'l bel celeste viso quinci e quindi aventar fiammelle e dardi, non rimarria conquiso,

bench' egli prima a sì dubbioso varco non temesse d' Amor la face e l' arco? E certo il primo dì che 'l bel sereno de la tua fronte a gli occhi miei s' offerse

e vidi armato spaziarvi Amore, se non che reverenza allor converse e maraviglia in fredda selce il seno, ivi perìa con doppia morte il core;

ma parte de gli strali e de l' ardore sentii pur anco entro al gelato marmo, e s' alcun mai per troppo ardire ignudo vien di quel forte scudo

di cui dinanzi a te mi copro et armo, il colpo dolce e crudo sentir potria ne la turbata fronte e qui giacersi ove morì Fetonte.

Ché s' in parte giamai discerne e vede i secreti del ciel terrena mente che rapta da furor trascorra e voli, la Providenza eterna omai consente

ch' interno duol con sì pietose prede le sue bellezze al tuo bel corpo involi; ché se l' ardor de' tuoi sereni soli non era scemo, e 'ntepidito il foco

che ne le guance sovra 'l giel si sparse, incenerite et arse morian le genti e non v' avea più loco di riverenza armarse,

perché sciolta saria qual bianca falda di fredda neve dove il sol riscalda. E mentre prega il ciel ch' al primo stato più bello ti ritorni e c' omai spieghi

la tua beltà ch' in parte ascosa or tiene, come incauto non sa che in tanti preghi non chiede altro che morte? E 'l duro fato di Semele infelice or mi soviene,

che 'l gran Giove mirar senza terrene forme ignudo bramò mentite e false, qual di fulmini cinto in sen l' accoglie la sua celeste moglie;

ma sì gran luce sostener non valse: anzi, le belle spoglie cenere fersi, et a sì folle amante allor nulla giovò Giove tonante.

Ma che? Forse sperare ancor ne lice che se ben dono ond' arda e si consumi tenta impetrar con mille preghi il mondo, potrà pur anco al sol di chiari lumi

rinovellarsi in guisa di Fenice e rinascer più vago e più giocondo; e quanto ha del terreno e de l' immondo tutto spogliando, più leggiadre forme

poscia vestirsi, e par che ciò si spere da le tue luci altere, ch' esser dee l' opra a la cagion conforme; né si potria temere

che senza vita n' abbandoni e lasce, ché vitale è 'l morir se da lei nasce. Canzon, deh, sarà mai quel lieto giorno che 'n que' begli occhi le sue fiamme prime

raccese io veggia, e ch' arda il mondo in loro? Ch' ivi, qual foco l' oro, anch' io purgherei l' alma, e le mie rime foran d' Augel canoro,

che forse vili or son per donna egregia se non quanto ella pur LE ONORA e pregia.

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