"Buona pezza è, signor, che 'n sè raggira un non so che d'insolito e d'audace la mia mente inquieta: o Dio l'inspira, o Dio ciascun del suo desir si face.
Dormono i Franchi, or mezzo estinti mira i lumi; io là n'andrò con ferro e face, la machina arderò: voglio io che questo effetto segua, il Ciel poi curi il resto. –
Stupisce Argante, e ripercosso il petto da stimoli di gloria acuti sente. "Tu là n'andrai, "rispose e me negletto qui lascierai fra la volgare gente?
E da secura parte avrò diletto mirare il fumo e la favilla ardente? No, no: se fui ne l'armi a te consorte, esser vuo' ne la gloria o ne la morte.
Ho un core anch'io che 'l morir sprezza e crede che ben si cambi con l'onor la vita. – Diss'ella: "Ebbi io di te sempre tal fede, sì il Ciel mi porga in sì grand'uopo aita.
Pur io femina sono, e nulla riede mia morte in danno a la città smarrita; ma se tu cadi (il Ciel sì tristi augùri tolga), or chi fia che più difenda i muri? –
Replicò il cavaliero: "Indarno adduci al mio fermo voler fallaci scuse. Seguirò l'orme tue, se mi conduci; ma le precorrerò, se mi ricuse. –
Concordi al re ne vanno, il qual fra i duci e fra i più saggi suoi gli accolse e chiuse. Incominciò Clorinda: "O sire, attendi a ciò che dir voglianti e 'n grado il prendi.
Argante qui (nè sarà vano il vanto) quella machina eccelsa arder promette. Io sarò seco, ed aspettiam sol tanto, ch'ombra maggior sonno più saldo allette. –
Sollevò il re le palme, e un lieto pianto giù per le crespe guancie a lui cadette; e: "Lodato sia tu, "disse "ch'a i servi tuoi volgi gli occhi e 'l regno anco mi servi.
Nè sì tosto cadrà, poscia che tali destre e tal menti in sua difesa or sono. Ma qual poss'io, coppia onorata, eguali dare a' meriti vostri o laude o dono?
Laudi la fama voi con immortali voci, e riempia tutta l'Asia il suono. Premio v'è l'opra stessa, e premio in parte vi fia del regno mio non poca parte. –
Sì parla il re canuto, e si restringe or questo or quel teneramente al seno. Il Soldan, ch'è presente e non infinge la generosa invidia ond'egli è pieno,
disse: "Nè questa spada in van si cinge; verravvi a paro o verrà dietro almeno. – Non ricusàr l'alto compagno i due, ond'ei fra tanto ardire il terzo fue.
Soggiunse Asdente il mago: "Or non vi spiaccia ch'aspetti il partir vostro ora più tarda, sin ch'io di varie tempre un misto faccia ch'a la machina ostil s'appigli e l'arda.
Oltra ch'esser potrà che parte giaccia nel sonno allor la vigilante guarda. – Ciò fu concluso, e 'n sua magion ciascuno aspetta al suo partir tempo opportuno.
Depon Clorinda le sue spoglie inteste d'oro e di lucido ostro e l'armi altere, e prende un elmo non pomposo e veste (infausto annunzio!) d'armi orride e nere,
però che stima agevolmente in queste occulta andar fra le nemiche schiere. È quivi Arsete eunuco, il qual fanciulla nudrilla insin da che vagiva in culla,
e per l'orme di lei l'antico fianco d'ogn'intorno traendo, or la seguia. Questi, ch'arme cangiar la vide ed anco del gran rischio s'accorse ov'ella gìa,
s'affligge, e per lo crin che raro e bianco in lei servendo ha fatto, e per la pia memoria de' suo' offici instando prega che cessi da l'impresa; ed ella niega.
Ond'ei le disse al fin: "Poi che ritrosa sì la tua mente nel suo mal s'indura che nè mia stanca età, nè la pietosa voglia, nè i prieghi miei, nè 'l pianto cura,
ti spiegherò più oltre, e saprai cosa di tua condizion che t'era oscura; seguirai poi tua voglia o mio consiglio. – Ei segue, ed ella inalza attenta il ciglio.
"Resse già l'Etiopia, e forse regge Senapo ancor con fortunato impero: del figliuol di Maria segue la legge, che Tomaso lasciovvi, il popol nero.
Quivi io pagan fui schiavo e fui tra gregge di donne avolto in feminil mestiero; per ministro mi diede il re a la moglie che bruna è sì, ma 'l bruno il bel non toglie.
N'ardea il marito; e non minor che 'l foco fosse d'amor, di gelosia fu il gelo. Si va in guisa avanzando a poco a poco nel tormentoso petto il folle zelo
che da ogni uomo l'asconde, e in chiuso loco vorria celarla a' tanti occhi del cielo. Ella, saggia ed umil, di ciò che piace al suo signor fa suo diletto e pace.
D'una pietosa istoria e di devote figure la sua stanza avea distinta. Vergine, bianca il bel volto e le gote vermiglia, è quivi presso un serpe avinta.
Con l'asta il mostro un cavalier percote: giace la fèra entro al suo sangue estinta. Quivi sovente s'inginocchia, e spiega le sue tacite colpe e piange e prega.
Ingravidò fra tanto, e spose fuori (e tu fosti colei) candida figlia. Si turba; e de gli insoliti colori, quasi d'un novo mostro, ha maraviglia.
Ma perchè il re conosce e i suoi furori, celargli il parto al fin si riconsiglia, ch'egli avria dal candor che 'n te si vede argomentato in lei non bianca fede.
Piangendo a me ti porse, e mi commise ch'io lontana a nudrir ti conducessi. Chi può dire il suo affanno, e 'n quante guise lagnassi e raddoppiò gli estremi amplessi?
Bagnò i baci di pianto, e fur divise le sue querele da i singulti spessi. Levò al fin gli occhi, e disse: «O Dio, che scerni l'opre più occulte e nel mio cor t'interni,
se puro è questo col, se sono intatte queste mie membra e 'l marital mio letto, non prego ora io per me: mille altre ho fatte malvagità, son vile al tuo cospetto;
salva il parto innocente, al quale il latte nega la madre del materno petto. Viva, e sol d'onestate a me somigli; l'essempio di fortuna altronde pigli.
Tu, celeste guerrier, che la donzella togliesti del dragone a gli empi morsi, s'accesi ne' tuo' altari umil facella, s'aura o incenso odorato unqua ti porsi,
per lei prega ed impetra, e fida ancella possa in ogni fortuna a te raccòrsi.» Qui tacque; e 'l cor le si rinchiuse e strinse, e di pallida morte si dipinse.
Io piangendo ti tolsi, e 'n breve cesta fuor ti portai, fra fiori e frondi avolta: ti celai da ciascun, nè pur di questa arte gentil suspizion fu tolta.
Vòmene sconosciuto; e per foresta caminando di piante orrida e folta, veggio una tigre, che minaccie ed ire avea ne gl'occhi, incontra me venire.
Sovra un tronco io ricovro e te su l'erba lascio, tanta paura il cor mi prese. Giunse l'orribil fèra, e la superba testa volgendo, in te lo sguardo intese.
Mansuefece, e raddolcio l'acerba vista e ne l'atto placida si rese: lenta ti s'avicina e ti fa vezzi con la lingua, e tu ridi e l'accarezzi:
ed ischerzando seco, al fero muso la pargoletta man secura stendi. Ti porge ella le mamme e, come è l'uso di nutrice, s'adatta, e tu le prendi.
Rimiro intanto io timido e confuso, sì come uom suol novi prodigi orrendi. Come del latte suo sazia la belva ti vede, indi si parte e si rinselva.
Io giù discendo e ti ricolgo, e torno là 've prima eran dritti i passi miei, ed in un picciol borgo al fin soggiorno presi, e celata ivi nutrir ti fei.
Vi stetti insin che 'l sol correndo intorno portò a i mortali ed otto mesi e sei. Tu con lingua di latte anco snodavi voci indistinte, e incerte orme segnavi.
Ma sendo io colà giunto, ove dechina l'etate omai cadente a la vecchiezza, ricco e sazio de l'or che la reina nel partir diemmi con regale ampiezza,
ne la patria raccòr la peregrina vita da i lunghi errori ebbi vaghezza: viver di me signor, come l'interno detta, e temprare al proprio foco il verno.
Partomi e vèr l'Egitto onde son nato, te meco conducendo, il corso invio. Ad un torrente giungo, e riserrato quinci da i ladri son, quindi dal rio.
Che debbo far? te, dolce peso amato, lasciar non voglio, e di campar desio. Mi gitto a nuoto, ed una man ne viene rompendo l'onda e te l'altra sostiene.
Rapidissimo è il corso, e 'n mezzo l'onda in se medesma si ripiega e gira; ma, giunto ove più volge e più profonda, in cerchio ella mi torce e giù mi tira.
Ti lasso io, ma ti leva e ti seconda l'acqua, e secondo a l'acqua il vento spira, e t'espon salva in su la molle arena; stanco, anelando, io poi vi giungo a pena.
Lieto ti prendo; e poi la notte, quando m'avea le luci il cupo sonno ascose, veggio in sogno un guerrier che minacciando a me su 'l volto il ferro ignudo pose.
Imperioso parla: «Io ti commando ciò che la madre sua primier t'impose: che battezzi l'infante; ella è diletta dal Cielo, e la sua cura a me s'aspetta.
Io la guardo e difendo, io spirto diedi d'umanità a le fère e mente a l'acque. Misero te s'al sogno tuo non credi, ch'è del Ciel messaggiero.» E qui si tacque.
Svegliaimi e sorsi, e di là mossi i piedi come del giorno il primo raggio nacque; ma perchè mia fè vera e l'ombre false stimai, di tuo battesmo a me non calse,
nè de i preghi materni; onde nutrita pagana fosti, e 'l vero a te celai. Crescesti, e 'n arme valorosa ardita vincesti il sesso e la natura assai;
fama e terre acquistasti, e qual tua vita sia stata poscia tu medesma il sai; e sai non men che servo insieme e padre seguita io t'ho tra bellicose squadre.
Ier poi su l'alba a la mia mente oppressa d'alta quiete e simile a la morte, nel sonno s'offerì l'imago istessa, ma in più turbata vista e 'n suon più forte:
«Ecco,» dicea «fellon, l'ora s'appressa che Clorinda cangiar de' vita e sorte: mia sarà mal tuo grado, e tuo fia il duolo.» Ciò disse, e se n'andò per l'aria a volo.
Senti dunque ora tu che 'l Ciel minaccia a te, diletta mia, strani accidenti. Non so; forse adivien che là su spiaccia ch'altri impugni la fè de' suoi parenti.
Forse è la vera fede. Ah! giù ti piaccia depor quest'arme, e questi spirti ardenti. – Qui tace e piange; ed ella pensa e teme, ch'un altro simil sogno il cor le preme.
Rasserenando il volto, al fin gli dice: "Quella fè seguirò che vera or parmi e che co 'l latte tu de la nutrice sugger mi festi e che vuoi dubbia or farmi;
nè per temenza lasciarò, nè lice a magnanimo cor, l'impresa e l'armi, non se la morte nel più fier sembiante che sgomenti i mortali avessi inante.
Poscia il consola; e perchè il tempo giunge ch'ella deve ad effetto il vanto porre, parte e co' due guerrier si ricongiunge i quai si voglion seco al rischio esporre.
Con lor s'aduna Asdente, e instiga e punge quella virtù che per se stessa corre; e lor porge di solfo e di bitumi tre palle, e 'n cavo rame ascosi i lumi.
Escon notturni e piani, e per lo colle uniti vanno a passo lungo e spesso; ove di torre in guisa al ciel s'estolle la machina nemica omai son presso.
Lor s'infiamman gli spirti, e 'l cor ne bolle nè può tutto capir dentro a se stesso: gli invita al foco, al sangue, un fero sdegno. Grida la guarda, e lor domanda il segno.
Essi van cheti inanti, onde la guarda "A l'arme! a l'arme! "in alto suon raddoppia. Corre e vola Clorinda, e non è tarda a seguir lei la generosa coppia.
In quel modo che fulmine o bombarda co 'l lampeggiar tuona in un punto e scoppia, movere ed arrivar, ferir lo stuolo, aprirlo e penetrar, fu un punto solo.
E forza è pur che fra mill'armi e mille percosse il lor disegno al fin riesca. Scoprìr i chiusi lumi, e le faville s'appreser tosto a l'accensibil esca,
ch'a i legni poi l'avolse e compartille. Chi può dir come serpa e come cresca già da più lati il foco? e come folto turbi il fumo a le stelle il puro volto?
Vedi globi di fiamme oscure e miste fra le rote del fumo in ciel girarsi. Il vento soffia, e vigor fa ch'acquiste l'incendio e 'n un raccolga i fochi sparsi.
Ferì il gran lume e sbigottì le viste de' Franchi, e tutti al suon de l'arme armàrsi. La mole immensa e sì temuta in guerra cade, e breve ora opre sì lunghe atterra.
Due squadre di cristiani intanto al loco dove sorge l'incendio accorron pronte. Minaccia Argante: "Io spegnerò quel foco co 'l vostro sangue, e volge lor la fronte.
Pur ristretto a' compagni, a poco a poco cede, e raccoglie i passi a sommo il monte. Cresce più che torrente a lunga pioggia la turba, e gli rincalza e con lor poggia.
Aperta è la gran porta, e quivi tratto è il re, ch'armato il popol suo circonda, per potere i guerrier da sì gran fatto raccòrre, ove fortuna abbian seconda.
Saltano i tre su 'l limitare, e ratto diretto ad essi il franco stuol v'inonda; ma li respinge Solimano; e chiude le porte Argante, e sol Clorinda esclude.
Escluse sola lei perchè in quell'ora ch'egli serrò le porte ella si mosse, e corse ardente e incrudelita fuora per punire Arbilan che la percosse.
Punillo; e i suoi compagni avisti ancora non s'eran pur ch'ella con lor non fosse, chè la pugna e la calca e l'aer denso a i cor togliea la cura, a gl'occhi il senso.
Ma poscia ch'ella intepidì l'irata mente nel colui sangue e 'n sè rivenne, vide chiuse le porte e intorniata sè da nemici, e morta esser si tenne.
Pur veggendo che 'n essa alcun non guata, nova arte di salvarsi la sovenne. Di lor gente s'infinge, e fra gli ignoti cheta s'avolge; e non è chi la noti.
Poi come lupo tacito s'imbosca dopo occulto misfatto e si desvia, da la confusion, da l'aria fosca favorita e nascosa, ella sen gìa.
Solo Tancredi avien che la conosca: egli quivi sorgiunto è poco pria; vi giunse allor ch'ella Arbilano uccise: vide e segnolla; or dietro a lei si mise.
Vuol ne l'arme provarla: un uom la stima degno a cui sua virtù si paragone. Va girando colei l'alpestre cima verso altra porta, ove d'entrar dispone.
Segue egli impetuoso, onde assai prima che giunga, in guisa avien che d'armi suone, ch'ella si volge e grida: "O tu, che porte, che corri sì? "Risponde: "E guerra e morte. –
"Guerra e morte avrai; "disse "io non rifiuto darlati, se la cerchi –, e ferma attende. Non vuol Tancredi, che pedon veduto ha il suo nemico, usar cavallo, e scende.
E tragge l'uno e l'altro il ferro acuto, ed aguzza l'orgoglio e l'ire accende. Degne d'un chiaro sol, degne d'un pieno teatro, opre sarian sì memorande.
Notte, che nel tuo fosco ed alto seno chiudesti e ne l'oblio fatto sì grande, piacciati ch'io ne 'l tragga e 'n bel sereno a le future età lo spieghi e mande.
Viva la fama loro, e la memoria splenda del fosco tuo tra la lor gloria. Non schivar, non parar, non ritirarsi voglion costor, nè qui destrezza ha parte.
Non fanno i colpi or finti or pieni or scarsi: toglie l'ombra e 'l furor l'uso de l'arte. Co 'l brando il brando e con lo scudo urtarsi senti lo scudo, il piè d'orma non parte;
sempre è il piè fermo e la man sempre è in moto, nè scende taglio in van, nè punta a vòto. L'onta irrita lo sdegno a la vendetta, e la vendetta poi l'onta rinova;
così sempre al ferir, sempre a la fretta stimol novo s'aggiunge e cagion nova. D'or in or più si mesce e più ristretta si fa la pugna, e spada oprar non giova:
dansi coi pomi, e infelloniti e crudi cozzan con gli elmi insieme e con gli scudi. Clorinda il guerrier prese e rilegollo con le robuste braccia, e i fianchi strinse.
Si scosse quegli, e con la destra il collo le presse e co 'l suo piede il piè le spinse. La fortissima donna non diè crollo; ma, malgrado di lui, da lui si scinse.
Poscia il ripiglia; ed ei seconda e cede, ch'atterrar lei co 'l di lei sforzo crede. L'un l'altro mira, e del suo corpo essangue su 'l pomo de la spada appoggia il peso.
Già de l'ultima stella il raggio langue al primo albor ch'è in oriente acceso. Mira Tancredi che più sparso ha sangue il suo nemico, e ch'egli è meno offeso.
Ne gode e superbisce. Oh nostra folle mente ch'ogn'aura di fortuna estolle! Misero! di che godi? oh come mesti fiano i trionfi ed infelice il vanto!
Gli occhi tuoi pagheran (se in vita resti) di quel sangue ogni stilla un mar di pianto. Così tacendo e rimirando, questi sanguinosi guerrier stettero alquanto.
Ruppe il silenzio al fin Tancredi e disse, perchè 'l nemico suo gli si scoprisse: "Nostra sventura è ben che qui s'impieghi tanto valor, dove silenzio il copra.
Ma poi che sorte rea vien che ci nieghi e lode e testimon degno de l'opra, pregoti (se fra l'arme han loco i prieghi) che 'l tuo nome e 'l tuo stato a me tu scopra,
acciò ch'io sappia, o vinto o vincitore, chi la mia morte o la vittoria onore. Risponde la feroce: "Indarno chiedi ciò ch'è costume mio non far palese.
Ma chiunque io mi sia, tu inanzi vedi un di que' tre che l'alto incendio accese. – Arse di cruccio a quel parlar Tancredi, e: "In mal punto il dicesti; "indi riprese
"tuo dire, e tuo tacer di par m'alletta, barbaro discortese, a la vendetta. – Torna l'ira ne' cori, e gli trasporta benchè deboli in guerra. Oh fiera pugna,
u' l'arte in bando, u' già la forza è morta, ove, in vece, d'entrambi il furor pugna! Oh che sanguigna e spaziosa porta fa l'una e l'altra spada ovunque giugna,
ne l'armi e ne le carni! e se la vita non esce, sdegno tienla al petto unita. Sì come il mar, benchè Aquilone o Noto cessi, che tutto prima il volse e scosse,
non s'accheta però, ma 'l suono e 'l moto ritien de l'onde anco agitate e grosse, così, se ben co 'l sangue è 'l vigor vòto che quelle forti braccia a i colpi mosse,
serbano ancor l'impeto primo, e vanno da quel sospinti a giunger danno a danno. Ma ecco omai l'ora fatale è giunta che 'l viver di Clorinda al suo fin deve.
Spinge egli il ferro entro 'l bel sen di punta che vi s'immerge e 'l sangue avido beve; e la giuba, che d'or vago trapunto le mamelle stringea tenera e leve,
l'empie d'un caldo fiume. Ella si sente finire, e 'l piè le manca egro e languente. Segue quei la vittoria, e la trafitta vergine minacciando incalza e preme.
Ella, mentre cadea, la voce afflitta movendo, disse le parole estreme; parole ch'a lei novo un spirto ditta, spirto di fè, di carità, di speme:
fede ch'or Dio le infonde, e se rubella vivendo fu, la vuole in morte ancella. "Amico, hai vinto: io ti perdon... perdona tu, non già al corpo, che più nulla or pave,
a l'alma sì; deh per lei prega, e dona battesmo a me ch'ogni sua macchia lave. – In queste voci languide risuona un non so che di flebile e soave
ch'al cor gli serpe ed ogni sdegno ammorza, e gli occhi a lagrimar gli alletta e sforza. Non lontano di là dal sen del monte scaturia mormorando un picciol rio.
Quivi egli accorre, e l'elmo empie nel fonte, e torna mesto al grande offizio e pio. Tremar sentì la man, mentre la fronte non conosciuta ancor sciolse e scoprio.
La vide e la conobbe, e restò senza e voce e moto. Ahi vista! ahi conoscenza! Non morì già, chè 'n quel gran punto accolse sue virtù tutte e 'n guardia al cor le mise,
e premendo il suo affanno a dar si volse vita con l'acqua a chi co 'l ferro uccise. Mentre egli il suon de' sacri detti sciolse, colei di gioia trasmutossi, e rise;
e 'n atto di morir lieto e vivace dir parea: «S'apre il Cielo; io vado in pace.» D'un bel pallore ha il bianco volto asperso, come a i gigli sarian miste viole.
Fisa ella gli occhi al cielo, e 'n lei converso sembra per la pietate il cielo e 'l sole; e la man nuda e fredda alzando verso il cavaliero in vece di parole
gli dà il pegno di pace. In questa forma passa la bella donna, e par che dorma. Come l'alma gentile uscita ei vede, rallentò quel vigor ch'avea raccolto;
e 'n poter tutto e 'n abbandon si diede al duol che crebbe impetuoso e stolto, ch'al cor si strinse e, chiusa in breve sede la vita, empiè di morte i sensi e 'l volto.
Già simile a l'estinto il vivo langue al colore, al silenzio, a gl'atti, al sangue. E ben la vita sua dogliosa e schiva, spezzando a forza il suo ritegno frale,
seguito allor de la celeste e diva anima co 'l suo volo avrebbe l'ale; ma quivi un stuol de' Franchi a caso arriva, cui trae bisogno d'acqua o d'altro tale,
che con la donna il cavalier ne porta, in sè mal vivo e morto in lei ch'è morta. "Io vivo? io spiro ancora? e gli odiosi rai miro ancor di questo infausto die?
Dì testimon de' miei misfatti ascosi, che rimprovera a me le colpe mie! Ahi! man timida e lenta, or chè non osi, tu che sai tutte del ferir le vie,
tu, ministra di morte empia ed infame, di questa vita rea troncar lo stame? Passa pur questo petto, e fieri scempi co 'l tuo ferro fedel fa' del mio core.
Forse no 'l fai stimando, usata a gli empi fatti, pietà dar morte al mio dolore. Dunque io vivrò fra i memorandi essempi misero mostro d'infelice amore:
misero mostro, a cui sol pena è degna de l'immensa impietà la vita indegna. Vivrò fra i miei tormenti e le mie cure, mie giuste furie, forsennato, errante;
paventarò l'ombre solinghe e scure che 'l primo error mi recheranno inante, e del ciel che scoprì le mie sventure a schivo ed in orrore avrò il sembiante.
Temerò me medesmo, e da me stesso sempre fuggendo avrò me sempre appresso. Ma dove, oh lasso me!, dove restaro le reliquie del corpo e bello e casto?
Ciò che 'n lui salvo i miei furor lasciaro, dal furor de le fère or forse è guasto. Ahi troppo nobil preda! ahi dolce e caro troppo e pur troppo prezioso pasto!
ahi sfortunato! in cui l'ombra e le selve irritaron me prima e poi le belve. Io pur verrò dove voi sète; e voi meco avrò, stanco sète, amate spoglie.
Ma s'egli avien che i vaghi membri suoi stati sian cibo di ferine voglie, vuo' che la bocca istessa anco me ingoi, e 'l ventre chiuda me che lor raccoglie.
Onorata per me tomba, e felice ovunque sia, s'esser con lor mi lice. – Così parla quel misero, e gli è detto ch'ivi quel corpo avean per cui si duole:
rischiarar parve il tenebroso aspetto, qual le nubi il balen che passi e vóle; e da i riposi sollevò del letto l'inferma de le membra e tarda mole,
e traendo a gran pena il fianco e 'l lasso piede, là volse vacillando il passo. Ma come giunse e vide in quel bel seno, opera di sua man, l'empia ferita,
e quasi un ciel notturno anco sereno senza splendor la faccia scolorita, tremò così che ne cadea, se meno vicina a sostenerlo era l'aita.
Poi disse: "Oh viso che puoi far la morte dolce, ma raddolcir non puoi mia sorte! Oh bella destra che 'l soave pegno d'amicizia e di pace a me porgesti!
quali or, lasso!, vi trovo? e qual ne vegno? E voi, leggiadre membra, or non son questi del mio ferino e scelerato sdegno vestigi miserabili e funesti?
Ahi non men che la man luci spietate: essa le piaghe fe', voi le mirate! Asciutte le mirate? or corra, dove niega d'andar il pianto, il sangue mio. –
Qui troncò le parole, e come il move suo disperato di morir desio, squarcia le fascie e le ferite, e piove da le sue piaghe essacerbate un rio;
e s'uccidea, ma quella doglia acerba, co 'l trarlo di se stesso, in vita il serba. Portàrlo al letto, e l'anima fugace fu richiamata a i suo' odiosi offici.
Ma già la fama garrula non tace l'aspre sue angoscie e i suoi casi infelici. Vi tragge il pio Goffredo, e la verace turba v'accorre de' più degni amici.
Ma nè grave ammonir, nè pregar dolce l'ostinato de l'alma affanno molce. Come in membro gentil piaga mortale tocca s'inaspra e 'n lei cresce il dolore,
tal da i dolci conforti in sì gran male più inacerbisce medicato il core. "O Tancredi, Tancredi, o da te stesso troppo diverso e da' principi tuoi,
chi sì t'assorda? e qual nuvol sì spesso di cecità fa che veder non puoi? Questa sciagura tua del Cielo è un messo; non vedi lui? non odi i detti suoi?
che ti sgrida e richiama a la smarrita strada che pria segnasti e te l'addita? A gli atti del primiero offizio degno di campione di Cristo ei ti rappella,
che lasciasti per farti (ahi cambio indegno) drudo di donna, e donna a Dio rubella. Seconda avversità, pietoso sdegno con leve sferza di là su flagella
tue folli colpe, e fa di tua salute te medesmo ministro; e tu 'l rifiute? Rifiuti dunque, ahi sconoscente!, il dono del Ciel salubre e 'n contra a lui t'adiri?
Misero, dove corri in abbandono a i tuoi sfrenati e rapidi martìri? Sei giunto, e pendi già cadente e prono su 'l precipizio eterno; e tu no 'l miri?
Miralo, prego, e te raccogli, e frena quel dolor ch'a morir doppio ti mena. Tacque, e 'n colui de l'un morir la tema puote de l'altro intepidir la voglia.
Nel cor dà luogo a que' conforti, e scema l'impeto interno de l'intensa doglia, ma non così ch'ad or ad or non gema e che la lingua a lamentar non scioglia.
Lei nel partir, lei nel tornar del sole, chiama con voce stanca, e prega e plora, come usignuol cui 'l villan duro invole dal nido i figli non pennuti ancora,
che 'n miserabil canto afflitte e sole piange le notti, e n'empie i boschi e l'òra. Al fin co 'l novo dì rinchiude alquanto gli occhi, ed il sonno in lor serpe fra 'l pianto.
Ed ecco in sogno di stellata veste cinta gli appar la sospirata amica: bella assai più, ma lo splendor celeste orna e non toglie la notizia antica;
e con dolce atto di pietà le meste luci par che gli asciughi, e così dica: «Mira come son bella e come lieta, fedel mio caro, e 'n me tuo duolo acqueta.
Tale son, tua mercè: tu me da' vivi del mortal mondo, per error, togliesti; in grembo a Dio fra gli immortali e divi, per pietà, degna di salir mi festi.
Quivi io beata amando godo, e quivi spero che per te luogo anco s'appresti, ove al gran Sole e ne l'eterno die vagheggiarai le sue bellezze e mie.
Se tu medesmo non t'invidii il Cielo e non travii co 'l vaneggiar de' sensi, vivi e sappi ch'io t'amo, e non te 'l celo, quanto più creatura amar conviensi.»
Così dicendo, fiammeggiò di zelo per gli occhi fuor del mortal uso accensi; poi nel profondo de' suoi rai si chiuse e sparve, e novo in lui conforto infuse.
Consolato ei si desta e si rimette de' medicanti a la discreta aita; fra tanto sepellir fa le dilette membra ch'informò già la nobil vita.
E se non fu di ricche pietre elette la tomba e da man dedala scolpita, fu scelto almeno il sasso, e chi gli diede figura, quanto il tempo ivi concede.
Quivi da faci in lungo ordine accese con nobil pompa accompagnar la feo, e le sue armi, a un nudo pin sospese, sovra vi spiega in forma di trofeo.
Ma come mover pria le membra offese non ancor sano il cavalier poteo, pieno di riverenza e di pietate visitò le sepolte ossa onorate.
Giunto a la tomba, ove al suo spirto vivo dolorosa prigion il Ciel prescrisse, di color, di calor, di moto privo, già marmo in vista, al marmo il volto affisse.
Al fin, sgorgando un lagrimoso rivo, in un languido: "oimè! "proruppe, e disse: "O sasso amato tanto, amaro tanto, che dentro hai le mie fiamme e fuori il pianto,
non di morte sei tu, ma di vivaci ceneri albergo, ov'è nascoso Amore. Sento dal freddo tuo l'usate faci, men dolci sì, ma non men calde al core.
Deh! prendi i miei sospiri, e questi baci prendi ch'io bagno di doglioso umore; e dagli tu, poi ch'io non posso, almeno a le amate reliquie c'hai nel seno.
Dagli lor tu, chè se mai gli occhi gira l'anima bella a le sue belle spoglie, tua pietate e mio ardir non avrà in ira, ch'odio e sdegno là su non si raccoglie.
Perdona ella il mio fallo, e sol respira in questa speme il cor fra tante doglie. Sa ch'empia è sol la mano, e non l'è noia che, s'amando lei vissi, amando moia.
Ed amando morrò: felice giorno quando che sia; ma più felice molto, se come or vado errando a te d'intorno, allor sarò dentro al tuo grembo accolto.
Faccian l'anime amiche in un soggiorno, sia l'un cenere e l'altro insieme avolto; ciò che 'l viver non ebbe, abbia la morte. Del caso reo confusamente intanto
si mormorò ne la rinchiusa terra. Poi s'accerta e divolga, e 'n ogni canto de la città smarrita il romor erra misto di gridi e di femineo pianto;
non altrimente che se presa in guerra tutta ruini, e 'l foco e i nemici empi volino per le case e per li tempi. Ma tutti gli occhi Arsete in sè rivolve,
miserabil di gemito e d'aspetto, che come gli altri in lagrime non solve il duol, chè troppo è d'indurato affetto; ma la canizie sordida di polve
si sparge e brutta, e fiede il volto e 'l petto. Or mentre intente in lui le turbe sono, va in mezzo Argante: e parla in cotal suono. "Odi, Gierusalem, ciò che prometta
Argante; odi 'l tu, o Cielo; e se 'n ciò manco, fulmina su 'l mio capo: io la vendetta giuro di far de l'omicida franco, che per la costei morte a me s'aspetta:
nè questa spada mai depor dal fianco sin ch'a Tancredi il cor con lei non passi e 'l cadavere infame a i corbi lassi. – Così diss'egli, e l'aure popolari
con applauso seguìr le voci estreme; e imaginando sol, temprò gli amari l'aspettata vendetta in quel che geme. Oh vani giuramenti! ecco contrari
tosto seguir gli effetti a l'alta speme, e cader questi in tenzon pari estinto sotto colui ch'ei fa già preso e vinto.
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