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1544–1595

Canto V

Torquato Tasso

Mentre il soccorso a lei promesso attende la donna ed usa in procurarlo ogn'arte, vari romori il capitano intende a quanto ella narrò conformi in parte.

Per questo via più facile ei si rende a confidarle una sì cara parte de l'essercito suo, chè vere stima le sue parole onde fu dubbio prima.

Ma pria che de' più forti al paragone diece ne scelga in quella gente eletta, a cui d'Armida e d'ogni sua ragione la difesa e la cura si commetta,

vuol che s'elegga un successor d'Ottone onde schiera sì nobile sia retta, che senza duce stata era dapoi ch'esso finì pugnando i giorni suoi.

E già per questo grado infra i maggiori mastri di guerra eran contese ed ire, ch'insieme Ugo e Roberto a i primi onori, ed Ernando ed Ubaldo avien ch'aspire,

benchè i duo primi accesi in novi amori di seguir poi la donna ebber desire. Restò fra gli altri due d'onor contesa a cui non calse di novella impresa.

Sceso era Ernando da' famosi regi de la Castiglia, ond'ha il fratel l'impero, però lo rendon le corone e i pregi de' suoi maggiori oltra ragione altero.

Superbo Ubaldo è de' suoi propri pregi più che de l'opre, che i passati fèro, ancor che gli avi suoi molt'anni e lustri stati sian chiari in pace e 'n guerra illustri.

Ma l'orgoglioso ispan, che sol misura quanto l'oro e 'l domino oltre si stenda, e per sè stima ogni virtute oscura cui titolo regal chiara non renda,

non può soffrir che 'n ciò ch'egli procura seco Ubaldo di meriti contenda, e se ne cruccia sì ch'oltra ogni segno di ragione il trasporta ira e disdegno.

Tal che 'l maligno spirito d'Averno, che 'n lui strada sì larga aprir si vede, tacito in sen gli serpe ed al governo de' suoi pensieri lusingando siede.

Quivi più sempre l'ira e l'odio interno inacerbisce, e 'l cor stimola e fiede; e fa che 'n mezzo l'alma ognor risuone una voce ch'a lui così ragione:

«Teco Ubaldo contende: or che ti vale dunque l'esser di re nato e d'eroi? Narri costui, ch'ora di farsi eguale a te presume, il padre e gli avi suoi;

mostri scettri e corone, e di regale dignitate gli agguagli a' maggior tuoi. Ah quanto ardisce un che d'ignobil stato signore e ne la serva Italia è nato!

Vinca egli o perda omai, fu vincitore sin da quel dì ch'emulo tuo divenne chè dirà il mondo? (e ciò fia sommo onore): "Questi già con Ernando in gara venne."

Recar poteva altrui gloria e splendore quel grado posseder ch'Otton già tenne; tu qual gloria n'avrai, s'Ubaldo il chiese, che chiedendolo solo indegno il rese?

E se, poi ch'altri più non parla e spira, de' nostri affari alcuna cosa sente, come credi che 'n ciel di sdegno e d'ira il magnanimo Otton si mostri ardente,

mentre in questo superbo i lumi gira ed al suo temerario ardir pon mente, lo qual, sperando a tanto grado alzarsi seco ancor, non pur teco osa agguagliarsi?

E l'osa pure e 'l tenta, e ne riporta in vece di castigo onore e laude, e v'è chi ne 'l consiglia e ne l'essorta (o vergogna commune!) e chi gli applaude.

Ma se Goffredo il vede, e gli comporta che di ciò ch'a te dèssi egli ti fraude, no 'l soffrir tu; nè già soffrir lo dèi, ma mostra ciò che puoi e ciò che sei.»

Al suon di queste voci arde lo sdegno e cresce in lui quasi commossa face; nè capendo nel cor gonfiato e pregno, per gli occhi n'esce e per la lingua audace.

Ciò che di reprensibile e d'indegno crede in Ubaldo, a suo disnor non tace; superbo e vano il finge, e 'l suo valore pazza temerità chiama e furore.

E quanto di magnanimo e d'altero e d'eccelso e sublime in lui risplende, tutto adombrando con mal arti il vero, pur come vizio sia, biasma e riprende,

e ne ragiona sì che 'l cavaliero, emulo suo, publico il suon n'intende; nè però si raccheta o si raffrena il cieco impeto in lui ch'a morte il mena,

chè 'l reo demon che la sua lingua move di spirto in vece, e forma ogni suo detto, fa che l'onte e gli oltraggi ognor rinove, esca aggiungendo a l'infiammato petto.

Luogo è nel campo assai capace, dove s'aduna sempre un bel drapello eletto, e quivi insieme in torneamenti e 'n lotte rendon le membra vigorose e dotte.

Or quivi, allor che v'è turba più folta, pur, come è suo destino, Ubaldo accusa, e quasi acuto strale in lui rivolta la lingua, del velen d'Averno infusa;

ed è vicino Ubaldo e i detti ascolta, nè puote l'ira omai tener più chiusa, ma: "Menti "grida, e adesso a lui si spinge, e nudo ne la destra il ferro stringe.

Parve un tuono la voce, e 'l ferro un lampo che di folgor cadente annunzio porte. Tremò l'ispan, nè vide o fuga o scampo da la presente irreparabil morte;

pur, sendo tutto testimonio il campo, fa sembianti d'intrepido e di forte, e fermo attende il fier nemico, e 'n atto di difesa si reca il brando tratto.

Quasi in quel punto ancor ben mille ardenti spade fur viste fiammeggiar insieme, chè varia turba di mal caute genti d'ogn'intorno v'accorre, e s'urta e preme.

D'incerte voci e di confusi accenti un suon per l'aria si raggira e freme, qual egli s'ode a le marine sponde se combattono insieme i venti e l'onde.

Ma per parole altrui già non s'allenta ne l'offeso guerrier l'impeto e l'ira. Sprezza i gridi e i ripari e ciò che tenta chiudergli il varco, e a la vendetta aspira;

e fra gli uomini e l'armi oltre s'aventa, e la fulminea spada in cerchio gira: dovunque volge il ferro o drizza il piede, s'apre la turba spaventata e cede.

Tal che 'l nemico affronta, e con maestra mano i colpi vèr lui drizza e comparte: or al petto, or al capo, or a la destra tenta ferirlo, or a la manca parte;

spesso finge ed accenna, ed è la destra veloce sì che gli occhi inganna e l'arte, tal ch'improvisa e inaspettata giunge ove meno si teme, e fère e punge.

Nè cessò mai sin che nel seno immersa gli ebbe due volte la fatal sua spada. Cade il meschin su la ferita, e versa gli spirti e l'alma fuor per doppia strada.

L'arme ripon di caldo sangue aspersa il vincitor, nè sovra lui più bada; ma si rivolge altrove, e insieme spoglia l'animo crudo e l'adirata voglia.

Giunto al romore il capitano intanto vede fero spettacolo improviso: giacer Ernando, il crin di sangue e 'l manto sordido e molle, e pien di morte il viso;

ode i sospiri, ode i lamenti e 'l pianto che molti fan sovra il guerriero ucciso. Tutto si turba, e chiede chi commesso abbia in tal luogo sì crudele eccesso.

Un de gli amici del guerriero estinto glie 'l narra allor, ma il caso aggrava molto. Mostra che da ragion leggiera spinto Ubaldo avea colui di vita tolto,

e che quel ferro, che per Cristo cinto fu sol, contra i cristiani avea rivolto, e la maestà sua sprezzata e 'l bando co 'l poner mani in cotal luogo al brando;

e che per legge è reo di morte e deve, come l'editto impone, esser punito, sì perchè 'l fallo in se medesmo è greve, sì perchè in luogo tale egli è seguito;

e che se del suo error perdon riceve, fia ciascun altro co 'l suo essempio ardito, e che gli offesi poi quella vendetta cercaran far ch'a i giudici s'aspetta;

onde per tal cagion discordie e risse ne nasceran fra quella parte e questa. Rammentò i merti de l'estinto, e disse tutto ciò ch'o pietade o sdegno desta.

Ben vi fu chi s'oppose e contradisse e la causa del reo dipinse onesta. Il capitan gli ascolta, e poscia impone che sia condotto l'uccisor prigione.

Ma Tancredi, che quivi allor s'avenne e pienamente ogni lor detto accolse, tanto o quanto fra lor non si ritenne, e verso Ubaldo i passi in fretta volse.

Trovollo a la sua tenda, ove ei se 'n venne poi ch'al nemico altier l'orgoglio tolse. Quivi gli espon quanto have udito, e poi l'arme offrisce e gli amici a' piacer suoi.

Sorrise quell'altero, e con un volto in cui tra 'l riso lampeggiò lo sdegno: "Difenda sua ragion ne' ceppi involto chi servo è "disse "o d'esser servo è degno.

Libero io nacqui e vissi, e morrò sciolto pria che man porga o piede a laccio indegno: usa a la spada è questa destra ed usa a le palme, e vil nodo ella ricusa.

Ma se a' meriti miei questa mercede Goffredo rende e vuol impregionarmi per com'io fossi un uom del vulgo, e crede a le carceri vili avinto trarmi,

venga egli o mandi, io terrò fermo il piede. Giudici fian tra noi la sorte e l'armi: fera tragedia vuol che s'appresenti per lor diporto a le nemiche genti. –

Ciò detto, l'armi chiede; e 'l capo e 'l busto di finissimo acciaio adorno rende, rende d'aurato scudo il braccio onusto, e la fatale spada al fianco appende;

e 'n sembiante magnanimo ed augusto, come folgore suol, ne l'armi splende. Marte, e' rassembra te qualor del quinto cielo scendi di ferro e d'orror cinto.

Tancredi intanto i feri spirti e 'l core insuperbito d'ammollir procura. "Giovane invitto, "dice "al tuo valore so che fia piana ogn'erta impresa e dura,

so che fra rischi sempre e fra 'l terrore la tua eccelsa virtute è più secura; ma non consenta Dio ch'ella si mostri oggi sì crudelmente a' danni nostri.

Dimmi, che pensi far? vorrai le mani del civil sangue tuo dunque bruttarte? e con le piaghe indegne de' cristiani trafiger Cristo, ond'ei son membra e parte?

D'un transitorio onor rispetti vani che come onda di mar se 'n viene e parte, potranno in te più che la fede e 'l zelo di quella gloria che ci eterna in Cielo?

Ah non sia ver!, vinci te stesso e spoglia questa feroce tua mente superba; non per timor, ma per pietosa voglia cedi, ch'al ceder tuo palma si serba.

E se pur non indegna onde si toglia essempio è la mia verde etade acerba, anch'io fui provocato, e pur non venni a contese civili e mi contenni;

ch'avendo io preso di Cilicia il regno, e l'insegne spiegatevi di Cristo, Baldovin sopragiunse, e con indegno modo occupollo e ne fe' vile acquisto,

mentre, sendo d'amico ogni suo segno, del suo avaro pensier non m'era avisto; ma con l'arme però di ricovrarlo non tentai poscia, e potea forse farlo.

E se pur anco la prigion ricusi e i lacci schivi, quasi ignobil pondo, e seguir vuoi quei militari abusi che per leggi d'onore approva il mondo,

lassa qui me ch'al capitan ti scusi e ti ricopra tu presso Boemondo, chè nè soppórti in questo impeto primo a i suoi giudizi assai securo stimo.

Ben tosto fia, se pur qui contra avremo l'arme d'Egitto o d'altro stuol pagano, ch'assai più chiaro il tuo valor estremo ci apparirà mentre sarai lontano,

chè senza te sembrerà il campo scemo, quasi corpo cui manca o braccia o mano. – Con questi detti la sdegnosa mente de l'audace garzon rivolge e piega,

tal ch'egli di partirsi immantinente fuor di quell'oste al suo fedel non nega. Molta intanto è concorsa amica gente, e di gir seco ognun procura, e prega;

egli tutti ringrazia, e seco prende alcuni eletti e su 'l cavallo ascende. Parte, e porta un desio d'eterna ed alma gloria ch'a i cori eccelsi è sferza e sprone;

a magnanime imprese intenta ha l'alma, ed insolite cose oprar dispone: gir fra' nemici, ivi o cipresso o palma acquistar per la fede ond'è campione,

scorrer l'Egitto, e penetrar sin dove fuor d'incognito fonte il Nilo move. Mentre tai cose volge e 'l pensier gira a quante egli mai fece opre leggiadre,

e a superar con nove imprese aspira se medesmo e l'invidia, e gli avi e 'l padre, ecco un gran calpestio sente, e rimira già venirsi appressando armate squadre.

Ben comprende chi siano e 'l passo arresta, e insolita fierezza in lui si desta. Ministri di giustizia eran costoro, che per farlo prigion seguian la traccia.

Molti amici d'Ernando avean con loro di pugnar vaghi ove difesa ei faccia. Ma come alquanto avicinati foro, sbigottìr solo in rimirarlo in faccia,

tal parve, e tanto e sovra ogni costume sì fatto uscia de l'armi orrore e lume. Nè Giove forse in più superba fronte fra nubi apparse e nembi atri e sonanti,

allor che, sendo monte imposto a monte, tonò sovra gli orribili giganti. Quei che dianzi le voglie avean sì pronte fermano il passo or languidi e tremanti,

non osando appressar dove l'antenna massiccia ei vibra e di ferire accenna. Così talor di fera tigre o d'orso le vestigia seguir sogliono i cani,

ch'ognun di lor per appressarlo il corso rinforza a gara, e passan monti e piani. Ma l'unghie fiere e i denti acuti al morso vedendo poi come son men lontani,

cessa la fretta e intepidiscon l'ire, nè con la belva han d'affrontarsi ardire. Tu sol fra tutti a manifesta morte precipitosamente Ugon corresti,

ch'o correr seco una modesta sorte o vendicare il tuo signor volesti. Misero, e così duro incontro e forte de l'avversario tuo feroce avesti,

che ti ruppe lo scudo e 'l forte usbergo la lancia, e sanguinosa uscì del tergo. Cadde trafitto Ugone, e 'l suo destriero al suon de la caduta oltra trascorse.

Come miràr quegli altri il colpo fiero, molto la tema lor s'accrebbe e sorse, e così chiari segni altrui ne dièro, che 'l magnanimo eroe ben se n'accorse.

Onde quando fuggirne ognun risolve, vòta la destra alzando a lor si volve. "Itene pur, ch'aventuroso fato di così nobil morte or non vi degna.

Grazia vi fòra e non pena, se dato vi fosse di cader per man sì degna. – Così in sembiante men fero e turbato parla e parte, e risposta udirne sdegna,

quasi leon che da gli offesi armenti sazio si move a passi gravi e lenti. Fra vergogna e timor mesti e confusi riportan quelli il cavaliero ucciso.

Goffredo, ancor che con rampogne accusi la lor viltade e mostri irato il viso, gode tacito in sè che sì delusi tornati sian del lor fallace aviso.

Ama l'invitto Ubaldo, e la severa legge esseguire in lui molesto gli era. Di procurare il suo soccorso intanto non cessò mai l'ingannatrice rea.

Instava il giorno, e ponea in uso quanto l'arte, l'ingegno e la beltà potea; ma poi, quando scoprendo il volto santo Espero in occidente il dì chiudea,

fra due suoi cavalieri e due matrone ricovrava in disparte al padiglione. Ma benchè sia mastra d'inganni, e i suoi modi gentili e le maniere accorte,

e che simil bellezze o prima o poi non siano state in altra donna scorte, tal che del campo i più famosi eroi presi abbia d'un piacer tenace e forte;

non è però ch'a l'esca de' diletti il buon Goffredo lusingando alletti. In van cerca invaghirlo, e con mortali dolcezze attrarlo a l'amorosa vita,

chè qual saturo augel, che non si cali ove il cibo mostrando altri l'invita, tal ei sazio del mondo i piacer frali sprezza, e se 'n poggia al Ciel per via romita,

e quante insidie al suo bel volo tende l'infido amor, tutte fallaci rende. Nè impedimento alcun torcer da l'orme puote, che Dio ne segna, i pensier santi.

Tentò ella mill'arti, e 'n mille forme quasi Proteo novel gli apparve inanti, e desto Amor, dove più freddo dorme, avrian gli atti dolcissimi e i sembianti:

ma qui (grazie divine) ogni sua prova vana riesce e 'l ritentar non giova. La bella donna, ch'ogni cor più casto arder credeva ad un volger di ciglia,

oh come perde or l'alterezza e 'l fasto! e quale ha di ciò sdegno e maraviglia! Rivolger le sue forze ove contrasto men duro trovi al fin si riconsiglia,

qual capitan ch'inespugnabil terra stanco abbandoni, e porti altrove guerra. Ma contra l'arme di costei non meno si mostrò di Tancredi invitto il core,

però ch'altro desio gli ingombra il seno, nè vi può luogo aver novello ardore; chè sì come da l'un l'altro veleno guardarne suol, tal l'un da l'altro amore.

Fuor che questi due soli alcun non fue che resistesse a le bellezze sue. Ella, se ben si duol che non succeda sì pienamente il suo disegno e l'arte,

pur fatto avendo così nobil preda di tanti eroi, si racconsolò in parte. E pria che di sue frodi altri s'aveda, pensa condurli in più sicura parte,

ove gli leghi poi d'altre catene, che non son quelle ond'or presi li tiene. E sendo giunto il termine che fisse il capitano a darle alcun soccorso,

a lui si trasse riverente e disse: "Sire, il tempo prescritto è già trascorso, e se per sorte il reo tiranno udisse ch'io abbia fatto a l'arme tue ricorso,

prepararia sue forze a la difesa, nè fòra poscia agevole l'impresa. Dunque, prima ch'a lui tal nova apporti voce incerta di fama o certa spia,

scelga la tua pietà fra' tuoi più forti alcuni pochi, e meco or or gli invia, chè se non mira il Ciel con occhi torti l'opre mortai, nè l'innocenza oblia,

sarò riposta in regno, e la mia terra tributaria avrai sempre in pace e in guerra. – Fu la donna essaudita, ed a gli effetti indugio alcuno il capitan non diede.

Ma nel numero ognun de' diece eletti con insolita instanza esser richiede, ch'oltra che dolce speme a gir gli alletti dovunque volga la donzella il piede,

quella emulazion che 'n lor si desta più importuni li rende a la richiesta. Ella, che 'n lor rimira aperto il core, prende vedendo ciò novo argomento,

e pensa usar in lor d'empio timore di gelosia per terza e per tormento; sapendo ben ch'al fin invecchia Amore senza quest'arti, e divien pigro e lento,

quasi destrier che men veloce corra se non ha chi lo segua e chi 'l precorra. E in tal modo comparte i detti sui e i guardi lusinghieri e 'l dolce riso,

ch'alcun non è che non invidii altrui, nè il timor da la speme è in lor diviso. La folle turba de gli amanti, a cui stimolo è l'arte d'un fallace viso,

senza fren corre, e non gli tien vergogna, e loro indarno il capitan rampogna. Ei ch'egualmente satisfar desira ciascun di loro e in nulla parte pende,

se ben alquanto di vergogna e d'ira per l'importunità d'essi s'accende, dapoi che sì ostinati in ciò li mira, novo consiglio in accordarli prende:

"Scrivansi i vostri nomi ed in un vaso pongansi, "disse "e sia giudice il caso. – Subito il nome di ciascun si scrisse, ed in un'urna posti e scossi foro,

e tratti a sorte; e 'l primo che n'uscisse fu il conte di Pembrozia Artemidoro. Legger poi di Corrado il nome udisse, ed uscì Vincilao dopo costoro:

Vincilao che canuto e vecchio amante or pargoleggia, e fu sì saggio inante. Oh come il volto hanno ridente, e pregni gli occhi di gioia che dal core inonda,

questi tre primi eletti, i cui disegni la fortuna in amor destra seconda! D'incerto cor, di gelosia dan segni gli altri i cui nomi avien che l'urna asconda,

e da la bocca pendon di colui che spiega i brevi e legge i nomi altrui. Guasco quarto fuor venne, a cui successe Terpandro ed a Terpandro indi Olderico,

poscia Guglielmo Ronciglion si lesse, e 'l bavaro Aliprando, e 'l franco Enrico. Rinaldo ultimo fu, che farsi elesse poi, fè cangiando, di Giesù nemico

(tanto puote Amor dunque?); e questi chiuse il numero de' dieci, e gli altri escluse. D'ira, di gelosia, d'invidia ardenti, chiaman gli altri Fortuna ingiusta e ria,

e te accusano, Amor, che le consenti che ne l'imperio tuo giudice sia. Ma perch'instinto è de le umane menti che ciò che più si vieta uom più desia,

dispongon molti ad onta di fortuna seguir la donna come il ciel s'imbruna. Voglion sempre seguirla a l'ombra e al sole, e per lei combattendo espor la vita.

Talor tira alcun motto, e con parole tronche e dolci sospiri ella gli invita, ed or con questo ed or con quel si duole che far convienle senza lui partita.

S'erano armati intanto, e da Goffredo toglieano i diece cavalier congedo. Gli ammonisce quel saggio a parte a parte come la fè de' Mori è incerta e lieve,

e mal securo pegno; e con qual arte l'insidie e i casi avversi uom schivar deve; ma son le sue parole al vento sparte, nè consiglio d'uom sano Amor riceve.

Loro accommiata al fine e la donzella, e trecento altri ancor manda con ella; trecento cavalieri in Grecia nati, che son di ferro men de gli altri carchi:

pendon spade ritorte a l'un de' lati, sonano al tergo lor faretre ed archi: asciutti hanno i cavalli, al corso usati, a la fatica invitti, al cibo parchi:

ne l'assalir son pronti e nel ritrarsi, e combatton fuggendo erranti e sparsi. Parte la donna, e i miseri rivali quasi prigioni al suo trionfo inanti

seco n'adduce, e tra infiniti mali lassa la turba poi de gli altri amanti. Ma come uscì la notte, e sotto l'ali menò il silenzio e i lievi sogni erranti,

secretamente, come Amor gl'informa, molti seguìr de la donzella l'orma. Fra le tenebre cieche un cieco duce gli scorge per sentiero obliquo e torto.

A l'apparir de la novella luce si fu del lor partir Goffredo accorto; e pensò ben ch'a tal follia gl'induce amor, e dolor n'ebbe e disconforto.

E la mente, indovina de' lor danni, d'alcun futuro mal par che s'affanni. Mentre tai cose volge, un messo appare polveroso, anelante, in vista afflitto,

in atto d'uom ch'altrui novelle amare rechi, e porti il dolore in fronte scritto. Narra costui che nel propinquo mare l'armata apparsa è del gran re d'Egitto,

potente, innumerabile e che l'onde domina omai da l'une a l'altre sponde; e che l'armata ligura si serra dentro il porto d'Edissa, nè paura

solo ha d'uscir, ma sostener la guerra ivi rinchiusa ancor non s'assicura. Onde pensan di trarre i legni a terra e le genti raccòrre entro le mura,

sendo quella città d'arte e di sito forte e lontana oltra due stadi al lito. Soggiunse a questo poi che, da le navi sendo condotta vettovaglia al campo,

i cavalli e i camelli onusti e gravi trovato aveano a mezza strada inciampo, e che i lor difensori uccisi o schiavi restàr pugnando, e nessun fece scampo,

da' predoni d'Arabia in una valle assaliti a la fronte ed a le spalle; e che l'insano ardire e la licenza di que' barbari erranti è omai sì grande

che 'n guisa d'un diluvio intorno senza alcun contrasto si dilata e spande, onde convien ch'a porre in lor temenza alcuna squadra di guerrier si mande,

ch'assicuri la via che da l'arene del mar Mediterraneo al campo viene. D'una in un'altra lingua in un momento tal fama intorno serpe e si distende,

e 'l campo empie d'orrore e di spavento la fame che vicina omai s'attende. Il saggio capitan, che l'ardimento, e la fiducia in lor spenta comprende,

cerca con lieto volto e con parole come gli rassicuri e racconsole. "O per mille perigli e mille affanni meco passati in quelle parti e in queste,

campion di Dio, ch'a ristorare i danni de la cristiana sua fede nasceste; voi, che l'arme di Persia e i greci inganni, e i monti e i mari e 'l verno e le tempeste,

de la fame i disagi e de la sete superaste, voi dunque ora temete? Temete dunque? e la pietà di Giove, già conosciuta in caso assai più rio,

non v'assicura, quasi or vòlto altrove abbia le man benigne e 'l guardo pio? Tosto un dì fia che rimembrar vi giove tal cose, e solver voti e grazie a Dio.

Durate, e con un cor costante e forte riserbate voi stessi a miglior sorte. – Con questi detti le smarrite menti consola, e con sereno e lieto aspetto,

ma preme mille cure egre e' dolenti altamente riposte in mezzo al petto. Come possa nudrir sì varie genti pensa fra la penuria e fra 'l difetto,

come a l'armata in mar s'opponga, e come gli Arabi predatori affretti e dome.

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