Ma trattasi in disparte alto sospira Clarice, e gelosia sol n'è cagione: tra sé fremendo l'accoglienze mira che fan quell'altre al gran figliol d'Amone,
e s'arma incontro lui di sdegno e d'ira per l'onta in suo disnor fatta a Grifone, e per veder che ne lo scudo il volto d'ignota dama porta impresso e scolto.
— Non ti basta, crudel, dice in se stessa, romper la fede e far torto al mi' amore, se non mi scopri la cagione espressa del tuo grave fallir, del mio dolore?
Poiché viva non puoi, mi mostri impressa la donna, oimè! che ti possiede il core, ed onde io più mi doglia, ahi! perché questo? a la mia gloria sei con l'arme infesto.
Lassa! qual sotto i fior l'angue è celato, tal sotto cortesia, sotto bellezza, s'asconde in te perfido cor spietato, che l'altrui fede e 'l puro amor disprezza.
Fuggite, donne, oimè! fuggite il grato sembiante e 'l guardo umil pien di dolcezza, che promettendo vita altrui dan morte, e son d'un fido cor mal fide scorte.
Ma stolta, a che sospiro? a che mi doglio? Se 'l più dolermi e 'l sospirar non vale, s'egli è perfido e lieve, io, come soglio, ancor dunque serò ferma e leale?
Ahi! non fia ver ch'a lui scoprir mi voglio ne la costanza e ne la fede eguale. — Così detto tra sé, prese consiglio di mostrare a Rinaldo irato il ciglio.
O di tema e d'amor figlia crudele, figlia che 'l genitor sovente uccidi, a l'alte sue dolcezze amaro fele, peste ch'infetti l'alme in cui t'annidi:
torna a l'inferno omai tra le querele, tra l'aspre pene e tra gli eterni stridi! Né più turbar sì puro e casto foco, ch'ivi non merta aver tuo giaccio loco.
Il paladin che sempre gli occhi porse sin da principio a la sua dolce amata, sì come lampo in ciel turbato scorse folgorar l'ira ne la faccia irata,
non già de la cagione allor s'accorse che la rendesse incontro lui sdegnata. Pur cheto disse: — Lasso! or chi m'oscura il seren de l'angelica figura?
Dunque sarò per così lunga via morte venuto a tôr così noiosa? Ché mi dà morte l'inimica mia, quando m'appar superba e disdegnosa.
Qual fora, oimè! se fusse umile e pia, s'è tal, sendo crudel ed orgogliosa. Deh! come soffri, Amor, ch'ingiusto sdegno turb'i begli occhi, ov'è 'l tuo albergo e 'l regno? —
Fra tanto Carlo ver' le regie mura vol che la nobil schiera il camin prenda. Spogliar si vede allor la gran pianura, prima di quella e poi di questa tenda,
ed ogni cavalier cui dolce cura per dama de la corte il petto accenda, pigliare il freno del destrier di quella, ma con bel modo pria riporla in sella.
Si reca ancor Rinaldo infra le braccia Clarice, e la ripon sul palafreno; ma quella da' bei lumi e da la faccia piover rassembra allor sdegno e veleno;
e benché con la lingua immobil taccia, è 'l suo tacer d'aspre querele pieno, e ciò ch'a lui non vietan le parole, negar con gli atti e con gli sguardi vole.
Il cavalier, ch'audace in tali imprese costume innato e cald'amor rendea, mentre per gli occhi al cor fiammelle accese dal caro amato oggetto egli traea,
qual uomo in amar cauto, il tempo prese ch'ascosamente a lui già si togliea, e mostrando di fuor gli interni affetti, sciolse l'accorta lingua in questi detti:
— Ahi! quant'empio è colui ch'ad uom mendico de le lunghe fatiche il frutto invola! quanto crudele e di pietà nemico chi negli affanni il miser non consola!
Quest'or, signora, a voi piangendo dico, perché del mio penar la dolce e sola mercè mi si contende, e mi si toglie ogni conforto in sì gravose doglie.
L'affanno dunque in lungo error sofferto, e quanto sol per voi ne l'arme oprai, avrà per degno e per estremo merto sdegno, ch'al cor mi mandi acerbi guai?
sdegno, ch'in questo amaro stato incerto de' bei vostri occhi oscuri i dolci rai? da' quai prende vigor l'anima stanca, ed al duol si sottragge e si rinfranca.
Misero, e qual cagione? — E quivi il corso volea di sue parole oltre seguire, ma sua lingua frenò con duro morso Clarice allor, così prendendo a dire:
— Diavi nel vostro mal, diavi soccorso chi vi diè contra me forza ed ardire, il cui volto non sol nel cor portate, ma fuor ne l'arme impresso ancor mostrate! —
Tu, fero Amor, tu che gli strai di queste voci drizzasti al cor del giovinetto, narra non men l'acerbe piaghe infeste, onde tua forte man gli aperse il petto:
ché farle in qualche parte or manifeste a la mia musa è disegual soggetto, né potrebbe cantando alzarsi al vero, ov'alzar tu sol puoi l'altrui pensiero.
Nel fosco senso de le voci irate ben tosto penetrò l'accorto amante, benché fossero fuor quelle mandate oscuramente e in suon basso e tremante;
ed a far conta a lei sua lealtate già si moveva con umil sembiante, ch'era verace testimon del core, e certo segno de l'incerto amore.
Ma Clarice, al suo dir la via troncando, lo schernì, lasso! con astuzia ed arte, ch'a sé chiamò cortesemente Orlando, lo qual da tutti gli altri iva in disparte,
ed a lui di parlar materia dando, al suo mesto cugin la tolse in parte; da poi, giunti a Parigi, ancor gli tolse la dolce vista, ond'ei non men si dolse.
Misero cavaliero, ingiustamente di Fortuna e d'Amor prova l'offese, e per l'aura del duol nel petto sente gir più crescendo ognor le fiamme accese;
e, qual da poco umore acciar rovente più fervido che pria talor si rese, tale in lui da piacer fugace e breve, l'ardore e 'l duol maggior forza riceve.
Quel sì breve piacer che talor prende dal caro oggetto e da l'amata vista, col suo dolce licor via più raccende il foco e 'l rio dolor ne l'alma trista:
ché l'un contrario maggior l'altro rende, e 'l mal dal ben vigore e forza acquista, ch'ove lieve sarebbe, essendo ignoto, s'aggrava al paragon col farsi noto.
Sei volte il sol de la fosca ombra scosse de la gran madre antiqua il duro volto, ma dal mesto amador già non rimosse le tenebre del duolo ond'era involto.
Pur ei sì con Clarice intanto oprosse ch'ella amante il tenea fervido molto, se non leale, e nel suo casto petto già rallentava l'ostinato affetto.
Non però di color conforme il molle animo veste e 'l placido pensiero: anzi lo sdegno, che dal petto tolle, ripon negli occhi e nel bel viso altero,
onde 'l foco e 'l martir molto s'estolle ne l'innocente afflitto cavaliero, ch'oltra la scorza non penetra dove face in su' aita Amor pietose prove.
Ma fra tanto pomposa e nobil festa nel suo stesso palagio il re prepara: la gente tutta a tai diletti desta la notte aspetta, e gli è la luce amara;
chiama quella Rinaldo atra e molesta, chiama la sera poi lucida e cara. Oh stolta de' mortai fallace mente, che cieca il suo peggior brama sovente!
Già la notte, stendendo umida l'ali, gli almi ed eterni fochi in cielo accende, là donde il bene e 'l mal tra noi mortali con varia sorte ognor deriva e scende;
già soave armonia per le reali stanze altamente risonar s'intende, e concorde a' soavi e dolci accenti va misto al cielo il suon degli istromenti.
D'alti guerrier, di donne adorne e belle il palagio real tosto è ripieno, e come suol tra le men chiare stelle splender Vener e Giove in ciel sereno,
così tra' cavalier, tra le donzelle Clarice e 'l suo amator splende non meno; e da' bei lumi lor fiammelle aurate escon, d'empia dolcezza avvelenate.
Non già Rinaldo ne l'amato viso pietà vede però del suo martoro, né ver' lui lampeggiar quel dolce riso che gli scopre d'Amor tutto 'l tesoro.
Al fin dispone, ahi! duro infausto aviso, ch'Alda componga le discordie loro: Alda la bella invitar vole a danza, poi c'ha locato in lei la sua speranza.
Egli costei con puro zelo amava, ed era amato con eguale affetto, perché quando altre volte in corte stava, con lei nudrito fu da fanciulletto.
Sapeva poi ch'apriva ella e serrava di Clarice a sua voglia il duro petto e con bei modi e con parlar soave dolcemente di quel volgea la chiave.
Ver' lei dunque si mosse e le richiese di ballar seco, ed ella era a ciò presta; ma fu dal forte Anselmo il Maganzese nel punto istesso a danza ancor richiesta.
Alda, che 'l doppio invito a un tempo intese, chinò a terra lo sguardo e l'aurea testa, né quel né questo col parlar ricusa, ma tacendo si sta dubbia e confusa.
Vedendo Anselmo ciò, l'altera fronte ed insiem'il parlar ver' l'altro torse: — Cedi, garzon: se non, da' gridi a l'onte, e da l'onte s'andrà più inanzi forse. —
Non men altero quel di Chiaramonte a lui tai detti rispondendo porse: — Cedi pur tu: se non, verrassi tosto più oltre ancor, ch'io già ne son disposto. —
Anselmo, folgorando il torvo sguardo, ad aspro riso allor la bocca mosse, e disse: — Se tanto osa un vil bastardo, che poi farebbe se mio pari ei fosse? —
Or ben tal detto fu pungente dardo ch'al nobil giovanetto il cor percosse: come leon ferito in ira salse, e 'l suo sdegno frenar punto non valse.
Con la sinistra mano al collo stringe quel superbo, e 'l trar fiato a lui contende, e con l'altra il pugnal di punta spinge, e trapassando il petto il cuor gli offende.
Di rosseggiante smalto il suol dipinge tiepido rio che da la piaga scende, e col sangue esce ancor lo spirto insieme, sì che 'l corpo cadendo il terren preme.
Come sanguigno in giù cader tremando il maganzese cavalier fu visto, intorno per la sala ir risonando strepito udissi di più voci misto,
qual fremer s'ode ancor negli alvei, quando le pecchie infesta morbo orrido e tristo; e qual ne' boschi, allor ch'in lor serrati spiran d'Austro e di Coro i primi fiati.
Si vider lampeggiar mille lucenti ferri in quel punto ancor, qual fuochi accesi, e quinci correr d'alta rabbia ardenti contra Rinaldo Gano e gli altri offesi;
e quindi poscia al suo soccorso intenti i suoi fratelli opporsi a' Maganzesi, e col fior de' guerrier di Chiaramonte l'invitto cavalier ch'uccise Almonte.
Le pavide donzelle i bei colori smarriro, oppresse da la fredda tema, come soglion talor vermigli fiori s'avien che troppo giel gli asconda e prema.
Pallide i volti e palpitanti i cori, quelle col piede, che mal fermo trema, si ristrinsero intorno a la regina, quale in porto dal mar fragil carina.
Carlo, tutto di sdegno acceso in volto, altri tiene e riprende, altri minaccia, e di spegner in lor l'orgoglio stolto con gli atti e col parlar tenta e procaccia.
Ma Rinaldo, col manto al braccio avolto, con tardi passi e con sicura faccia, verso la porta il piè va ritirando, e tiene nella destra ignudo il brando.
I Maganzesi, che sì audaci in prima gli erano adosso corsi a fargli offesa, come vider risorti oltre ogni stima tanti feri campioni in sua diffesa,
l'ira frenaro e quella furia prima, pentiti omai di sì dubbiosa impresa; pur col mover de l'armi e con le voci si mostravan da lunge assai feroci:
così di can timido stuol sovente, ch'incontra 'l toro, arda di sdegno e d'ira; corre per assalirlo e poi si pente, e latrando lo sguarda e si ritira,
mentre in feroce aspetto alteramente quel move i passi e gli occhi intorno gira; e dov'ei volge il tardo e grave piede, la vile schiera paventando cede.
Poté salvo ed illeso a la sua stanza dai nemici ritrarsi il giovinetto, ma 'l suo soverchio ardire e la baldanza lascia di sdegno a Carlo acceso il petto:
troppo, troppo gli pare alta arroganza ch'abbia tanto oltre usato al suo cospetto, sì che, di Gan seguendo il rio consiglio, di Francia al fin gli diè perpetuo essiglio.
Or che far deve l'infelice amante, non al suo re, non a sua donna grato? Partirà dunque, e 'l dolce almo sembiante, ond'egli vive, a lui sarà celato?
Ahi! Fortuna crudel, per quante e quante fatiche a sì rio fin l'hai tu guidato: quand'ei trovar credea breve conforto, l'hai con un colpo sol trafitto e morto.
La carta ei prende e ciò ch'Amor gli ditta scrive a l'amata in umil note espresso; poi che la lettra ebbe composta e scritta, la manda a lei per un secreto messo.
Ma colei l'un minaccia e l'altra gitta, crudel forzando il suo volere istesso: gelosia n'è cagion, che 'l cor ripieno un'altra volta l'ha del suo veleno.
L'aver dianzi veduto Alda la bella dal cavaliero a se stessa preporre, quando ei voleva in sua presenza quella prima di tutte l'altre a danza tôrre,
e che per non lassar poi la donzella volse più tosto Anselmo a morte porre, l'era a l'acceso innamorato core, lassa! nova cagion d'alto timore.
Tra sé dicea: — Deh! come ascondi il vero con umil voce, e dimandar mercede? Ahi crudo, ahi disleale, ahi lusinghiero, dunque ciò merta la mia pura fede?
Dunque così s'inganna un cor sincero? Ben stolta ed infelice è chi ti crede: ma chi non crederebbe a que' sospiri ed a quel volger gli occhi in dolci giri?
Amo, tu dici a me con l'occhio, ed ardo, con l'occhio ch'è in amar mal fido duce. Misera! io 'l credo, ma 'l soave sguardo d'Alda la bella ad arder ti conduce.
Deh! benché spesso al discoprir sia tardo, fuor l'affetto de l'alma al fin traluce; e s'a' guardi, al parlar non ben risponde, più chiaro appar quant'al fin più s'asconde. —
Sospeso il paladin fra tanto attende il messo ch'a Clarice avea mandato; ma quel tornando a lui di nova offende e profonda ferita il cor piagato.
Com'il meschin l'empia risposta intende, riman tra vivo e morto in dubbio stato: non parla o piange, e non sospira, e tolto have ogni varco al duol ch'è dentro accolto.
Qual suole spesso chiuso umor fervente in cavo rame a cui sott'arda il foco, con rauco suon, con gorgogliar frequente girsi sempre avanzando a poco a poco,
poi con impeto ratto e violente versarsi, uscendo da l'angusto loco: tal versossi in lamenti il rio dolore, di cui non era più capace il core.
Accolto ne' lamenti e ne' sospiri fuor esce il duolo, e 'l cor si sfoga intanto; ma quando sotto il fascio de' martiri poté al fin l'alma respirare alquanto,
facendo dura forza ai suoi desiri, Rinaldo, ogni indugiar posto da canto, solo ed armato sul cavallo ascese; indi, a ventura errando, il camin prese.
Mentre d'ogni piacere ignudo e casso camina il cavalier muto e pensoso, giunge ove Sena il fondo ha via men basso, e con piè corre al mar più strepitoso.
Quivi ei raffrena il suo veloce passo e 'l collo sgrava de lo scudo odioso; dal collo il cavalier lo scudo tolse, e 'l guardo e le parole in lui rivolse:
— O nemico crudel d'ogni mio bene, o turbator del mio stato giocondo, scudo infausto, infelice, onde mi viene l'aspro martir ch'a nullo oggi è secondo:
tu, ch'al cor mi recasti acerbe pene, tu quelle porta or teco insieme al fondo; ma lasso! tu n'andrai nel fiume or solo, ché da me separar non puossi il duolo.
Vattene, e quivi omai t'ascondi altrui, quivi ti copri infame odiosa peste; onde, com'io da te, crudel, già fui, così altro amante offeso ancor non reste. —
Qui tacendo diè fine a' detti sui, e quei seguir le man veloci e preste; frangesi l'onda, e giù se 'n cala ratto lo scudo al fondo, dal suo peso tratto.
Quinci Rinaldo poi si parte e piglia altro camin, né sa dov'ei si vada, e mentre ch'otto volte in ciel vermiglia l'Aurora apparse, candida rugiada
versando dai crin d'oro e da le ciglia, errò per varia e per incerta strada; al fin vide il dì nono ombrosa valle a cui si gia per dritto e piano calle.
Quivi era un uom d'assai strana figura, che sostegno del braccio al mento fêa, e con sembianza tenebrosa e scura gli occhi pregni di pianto al ciel volgea.
In ogni atto di lui gravosa cura e duol profondo impresso si vedea; la bocca apriva e queruli lamenti quindi spargeva in dolorosi accenti.
Quanto a la valle ria più s'avicina il cavalier, più cresce in lui la pena, tal ch'oppressa dal duol l'alma meschina reggersi e respirar puote a gran pena;
ma pur senza arrestarsi egli camina per l'ampia strada che là dritto il mena, sin che, giunto a quell'uomo, in lui mirando sente il martir nel petto irsi avanzando.
Giace la valle tra duo monti ascosa, da' quali orribil ombra in lei deriva; l'aria ivi 'l giorno appar sì tenebrosa, sì colma di squallor, di gaudio priva,
com'altrov'esser suol quando nascosa Febo tien la sua luce ardente e viva; la terra ancor di spoglie atre e funeste la fronte e 'l tergo suo ricopre e veste.
Sorgon con fosche e velenose fronde quivi piante d'ignota orrida forma, ed in quelle s'annida e si nasconde di neri infausti augelli odiosa torma,
e l'un stridendo a l'altro ognor risponde con suon ch'a luogo tal ben si conforma: quel noioso a ferir va l'altrui core, sì che ben par la valle del dolore.
Rinaldo com'ivi entro ha posto il piede, sente che quasi il cor per duol gli scoppia, sì che discende dal cavallo e siede, traendo fuor sospiri a coppia a coppia.
Dovunque volge i torbidi occhi ei vede cosa ch'il grav'affanno in lui raddoppia; mai non può rimirar lunge o dappresso ch'il duol non veggia in vera forma espresso.
— Lasso!, diceva, io luogo ho pur trovato ove dorrommi ognor meco a bastanza; ahi quanto, ahi quanto al mio penoso stato conviensi quest'oscura orrida stanza!
Io qui vivrò, ché così vole il Fato, lo spazio che di vita ancor m'avanza: qui de' corbi morrò preda infelice, sol per amarti troppo, empia Clarice! —
Tutto quel giorno e tutta notte ancora spese il mesto guerriero in tai lamenti, apparendogli innanzi ad ora ad ora varie forme d'orrori e di spaventi;
ma quando ai rai de la vermiglia aurora si dileguaro l'umid'ombre algenti, un cavalier da presso armato scorse, ch'a Baiardo la man nel freno porse,
dicendo: — Or meco vien, ché 'l tuo signore pur troppo indegno è di sì bon destriero, poiché soggiace al senso ed al dolore qual donna vil non già qual cavaliero. —
Così parlando, da la valle fuore ratto il menò l'incognito straniero, onde ver' lui Rinaldo irato mosse, bench'in grave dolor immerso fosse.
Non avrebbe però potuto mai tenerli dietro per la valle oscura, non potendo anco con la vista omai penetrar molto di quell'aria impura;
ma quel così fulgenti e chiari rai spargea fuor de la lucid'armatura, che n'eran l'ombre in parte scosse e rotte, ed illustrata la profonda notte.
Rinaldo per sentier ch'alluma e pinge lo splendor che da l'armi ardendo uscia, velocissimo il passo affretta e spinge, non mai torcendo da la dritta via;
sì che dal luogo uscio ch'intorno cinge e sovr'ammanta nube oscura e ria, ed in questa sentì de l'aspra salma discarca alquanto sollevarsi l'alma.
Fermossi allor quell'uom di luce adorno che così presto a lui volgea le spalle, e disse: — Il destrier togli, e più ritorno non far ne la dogliosa infausta valle;
vanne a man destra, ch'a miglior soggiorno tosto ti condurrà quest'erto calle. — Indi per quello stesso a gir si pose, sì che ratto a sua vista ei si nascose.
Per lo sentier Rinaldo i passi move ch'avea tenuto il cavalier estrano, e 'l vede ognor più di bellezze nove vago e adorno, e più facile e piano;
speme ed ardir fra tanto infonde e piove ne lo suo cor benigna ignota mano. Giunse alla fine a piè d'un picciol colle, ch'il verdeggiante capo a l'aura estolle.
Da quel scendea con piè distorto e lento lucido e cheto rio tra l'erbe e i fiori, ed ogni occhio rendea lieto e contento con le bellezze sue, co' suoi tesori.
D'oro l'arene, i pesci avea d'argento, le sponde adorne de' più bei colori, e col soave suon de' suoi cristalli parea ch'altri invitasse a dolci balli.
Rinaldo a l'alto, ov'il piacer l'alletta, il passo indrizza, dal desir sospinto, e vede il suol di viva e fresca erbetta colmo, e di fiori poi sparso e distinto;
oltra ciò da vaghissima selvetta intorno intorno coronato e cinto: sì verde è l'erba e sì la selva è verde, ch'ogni color vi si smarisce e perde.
L'aria d'almo candor quivi si veste, raccesa già da' lieti rai novelli, ed or su quelle frondi ed or su queste forman dolce armonia dipinti augelli:
sì che rapito dal cantar celeste oblia Rinaldo i pensieri egri e felli, e la speme e l'ardire ognor ravviva grazia che largamente in lui deriva.
Mentre di sì gioconda e sì gradita vista cibava gli occhi il cavaliero, e quindi egli porgeva a l'alma aita, e rischiarava il torbido pensiero,
donna vi scorse che se 'n gia vestita di verde, e sovra 'l colle aveva impero: tien quella i lumi e 'l volto al ciel supino, quasi attenda di là favor divino.
È serena, ridente e lieta in vista, e nel tacere espresse ha le parole; mostrano alta baldanza a speme mista gli occhi ch'apron lucenti un novo sole;
ed indi fugge ogni cura egra e trista, come da Febo ancor la nebbia suole. Rinaldo, in lei mirando, al cor profondo manda per larga via piacer giocondo.
Ei fa varii pensieri, e già gli sembra d'aver Clarice in suo poter ridutto, e già ne le leggiadre amate membra raccôr di sua fatica il caro frutto;
e se pur tra sé volge e si rimembra il colei sdegno, a lui cagion di lutto, contempra in parte la presente noia con la futura imaginata gioia.
Poi ch'appagati ha gli occhi, egli non meno la fame appaga, e 'l corpo ciba e pasce di quel che dal fecondo almo terreno sovra i vaghi arboscei produtto nasce;
e del dolce ruscel gustando a pieno fa che l'arida sete in tutto il lasce. L'orecchie a lui percosse intanto sono da strepitoso d'arme orribil suono.
Affamato leon, che l'unghie e i denti insanguinato già più dì non s'abbia, s'ode il muggito de' cornuti armenti, desta nel fero cuor desire e rabbia;
fiamma riversa da' torvi occhi ardenti, fumo dal naso e spuma da le labbia; batte la coda e 'l folto crin rabbuffa, e lieto corre a sanguinosa zuffa:
così al fero rimbombo appar focoso Rinaldo in volto, e 'l cor move e raccende, ch'avido di pugnar, l'ozio e 'l riposo già lungo troppo a noia e sdegno prende;
senza punto tardar, sul poderoso destrier saltando leggiermente ascende, e là donde quel suono a lui ne viene, volge il cavallo e dritto il corso tiene.
Vide, disceso al basso, ad aspra guerra star un sol cavalier con molti armati, ch'otto di lor n'avea già posti a terra, altri del tutto morti, altri piagati.
Ahi! come destro ei si rinchiude e serra sotto lo scudo ai color colpi irati; come possente poi, come feroce fulmina orribilmente il ferro atroce!
Or tutt'alzato sovra un gran fendente disnoda il braccio con destrezza e possa; di punta or vibra il brando suo tagliente, e col corpo accompagna la percossa.
Rinaldo in lui stupisce, e l'alma sente da novo amor verso 'l guerrier commossa, ché la virtù non sol ne' fidi amici, ma s'ama negli ignoti e ne' nemici.
Disponsi al fine, e con gran cor s'accinge a dare al franco cavalier soccorso: cogli sproni Baiardo al fianco stringe, ed a l'impeto suo rallenta il morso.
Quel, come stral cui curvo acciar sospinge, move il piè ratto a furioso corso, e tra' nemici va con quel furore che tra' minori augei rapace astore.
Rinaldo il ferro sin al mento pose tra lo spazio che parte ambe le ciglia; al primo ed al secondo entro, ascose nel ventre, là dov'il nutrir s'appiglia:
caggiono ambo color qual piante annose, e fan la terra nel cader vermiglia. Non qui Rinaldo la sua furia affrena, ma passa inanzi e costor guarda a pena.
Era quivi fra gli altri un giovanetto che di peli disgombra avea la guancia. Questi, vedendo che dannoso effetto fêa ne' compagni il cavalier di Francia,
di generoso sdegno armato il petto sopra gli va con l'arrestata lancia, e con immenso ardir lo preme e 'ncalza, e 'l fiere a punto ov'il cimier s'inalza.
Rompe la lancia, e non trapassa il duro ferro ch'asconde l'onorata testa; pur sotto l'elmo il paladin securo sente il furor de la percossa infesta,
onde con fero cor, con volto oscuro, con mano a la vendetta ardita e presta, spinge una punta e poi segue la spada col corpo, onde più forte a ferir vada.
Giunge a lo scudo e 'l rompe, e pur coperto è sette volte da villoso tergo; rompe non men, bench'egli sia conserto di spesse ferree lame, il forte usbergo.
È dal ferro crudele il petto aperto, e quel si mostra sanguinoso a tergo: cade il garzon su la ferita, e afferra co' denti e morde l'inimica terra.
Forma fra tanto pur queste parole confuse, in suon di rabbia e di dolore: — Soccorri, o padre, a l'unica tua prole, ch'io moro, oimè! degli anni miei nel fiore. —
Così detto finì, qual lume suole cui manchi in tutto il notritivo umore; ma si rivolse al suon di quella voce un cavaliero in vista aspro e feroce.
Questi, vedendo il figlio al pian sospinto morir, rabbioso a vendicarlo mosse, ch'ancorché gli anni abbian domato e vinto sua robbustezza e le corporee posse,
l'ardir però del cor feroce estinto non era in lui, ch'altier più che mai fosse. Adopra l'armi, e fera ardente voglia di sanguinoso Marte ognor l'invoglia.
Ma qual gran foco e senza forze acceso in secca paglia in van s'infuria al vento, perché nel colmo al suo furor conteso è 'l gir più inanzi, e manca il nutrimento,
tale ei s'infuria in van, di rabbia acceso, non send'egual la forza a l'ardimento; e nel collo aspramente al fin trafitto, al termin giunse a lui dal ciel prescritto.
Il paladin fra gli altri il destrier caccia, e rota in giro il suo fulmineo brando: a chi parte la spalla, a chi la faccia, altri manda disteso a terra urtando.
Man, teste, busti e sanguinose braccia veggionsi andar per l'aria intorno errando; né men si mostra il suo compagno forte, ch'altrui piaga, stordisce e pone a morte.
Già l'inimico stuol tutto si dona in preda, e n'ha cagione, al vil timore; e con l'ardir la speme anco abbandona, e cede a forza al fero ostil furore.
Ciascun di quei guerrier veloce sprona con timorosa fuga il corridore; ma i franchi vincitor, fermati insieme, non degnan di seguir chi fugge e teme.
Allor nel paladin le luci intende l'estran, colmo di nobil meraviglia, e fissamente a ricercar lo prende dal capo al piè con inarcate ciglia,
tal ch'al fine il conosce, e lieto stende l'amiche braccia, e lui nel collo piglia, dicendo: — Or chi potea salvarmi in vita, se non chi sempre il giusto e 'l dritto aita?
O fratello, o signore, o fido, o caro amico, o prim'onor del secol nostro, vedete qui chi di se stesso a paro v'ama: vedete qui Florindo vostro!
Or nulla più mi fia grave ed amaro, poiché benigno cielo a me v'ha mostro, ché per voi giusta cura, alto sospetto continuamente mi premeva il petto. —
Rimane a quel parlar l'altro guerriero qual chi per tema e per stupor s'adombra, né certo è ben se quel sia vivo e vero corpo, o pur de le membra ignuda l'ombra.
Ma pur a mille segni il van pensiero e 'l folle dubbio al fin dal petto sgombra, e 'n lui manca il sospetto e 'l gaudio poggia, e cresce ognor qual rio per larga pioggia.
Rinaldo con quel volto e con que' detti, con cui s'accoglion le più care cose, lieto l'accolse, e de' suo' interni affetti e nel volto e nel dir nulla gli ascose.
Poi che con mille esteriori effetti ciascun di loro il suo piacer espose, chiede a l'altro Rinaldo in qual maniera dal tempestoso mar salvato s'era.
Cominciò quelli: — Io mi credei sovente d'esser da l'onde rapide inghiottito, poi ch'al furor del flutto violente e dal legno e da voi fui dipartito;
pur, come volse il Fato ultimamente, a gran pena arrivai notando al lito; ma tanto avea bevuto, e così lasso mi ritrovai, che non potei far passo.
Io giacea fuor de' sensi, e la mia vita già correva al suo fin senza ritegno, s'in sorte così ria benigna aita porta non m'era dal celeste regno.
Ma quel che, mosso da pietà infinita, discese in terra a trionfar sul Legno, fece ch'un cavalier quindi passasse ch'a la morte vicina mi sottrasse.
Era costui del chiaro sangue altero degli antichi Corneli in Roma nato, famoso in arme errante cavaliero che Scipion l'ardito era nomato,
e di sette città libero impero nel Lazio avea con titol di ducato. Questi m'accolse e mi condusse via in una sua città chiamata Ostia.
A medici d'illustre esperienza de la salute mia diede il governo, né lasciò officio alcun di diligenza, come il moveva ascoso affetto interno;
ma mentre me, che giaceva egro e senza vigor, conforta con amor paterno, da quella parte ov'ha 'l suo albergo il core, mi vide un segno che rassembra un fiore.
Da la pelle il segnal rosso traspare come da vetro un fior d'orto vermiglio, il che forse al signor fe' rimembrare d'un, ch'avea già perduto, unico figlio;
onde dal sommo a l'imo a risguardare mi cominciò con fisso immobil ciglio, pensando ch'esser forse io quel potea cui già bambino egli perduto avea.
Ed era tal credenza in lui più forte per quel che già gli disse un indovino, che trovarebbe il figlio in dura sorte, ed a l'estremo d'ogni mal vicino,
e che tolto da lui fora a la morte, e sottratto al furor di reo destino. Tra sé volgendo ciò, rivolte e fisse in me le luci, al fin così mi disse:
“Signor, vorrei saper, se pur scortese mia richiesta od ingrata a voi non fia, il nome e 'l sangue vostro, e qual paese è la vera di voi patria natia.”
Io tosto a quel parlar gli fei palese che Numanzia tenea per patria mia, e che, forse dal fior ch'avea nel petto, venni nel mio natal Florindo detto.
Gli dissi ancor ch'a pien non era instrutto qual genitor m'avesse al mondo dato, e seguendo oltra poi, gli narrai tutto ciò ch'a me l'idol prima avea narrato.
Allor quel non ritenne il volto asciutto, né ritenne il color del volto usato, e non frenò le voci; e con le braccia mi cinse e strinse, e giunse faccia a faccia.
Mi disse poi com'era io suo figliuolo, ch'essendo già bambin gli fui rapito da un grosso di corsari armato stuolo, ch'a l'improviso dismontar sul lito:
onde mia madre se 'n morì di duolo, ed egli ne rimase egro e smarrito; nel tempo istesso ancora io seppi come Florindo no, ma Lelio era 'l mio nome.
Disposi allor, dal dir paterno e saggio, anzi pur dal voler di Dio sospinto, ed illustrato dal divin suo raggio, ch'aprì le nubi ond'era involto e cinto,
adorar lui che 'l nostro uman legnaggio salvò morendo, onde Pluton fu vinto; così asperso di sacra e lucid'onda fui, che lava le membra e l'alma monda. —
Qui si tacque il Romano; indi seguio ch'egli congiedo avea dal padre tolto, spronato, lasso! dal crudel desio di riveder il vago amato volto,
e per tentar se mai potesse il rio sdegno ch'avea contr'esso Olinda accolto, sgombrar dal duro ed aggiacciato core con servitù, con fede e con amore.
Gli disse ancor ch'a l'apparir del giorno senza cagione, il che gli parve strano, tutti gli fur que' cavalieri intorno, e l'assaltar con impeto villano,
per farli a lor potere oltraggio e scorno; onde Rinaldo ad un, che steso al piano giacea, ne chiese la cagione, e poi chi si fosse egli, chi quell'altri suoi.
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