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1544–1595

Canto terzo

Torquato Tasso

Poi che partir l'Ispano e 'l buon Rinaldo, onde già vinto avean l'estran guerriero, l'estran, cui 'l genitor nomò Ransaldo, e poi cognominar gli effetti il Fiero,

per molte parti, or al lucente e caldo ciel giro errando, or a l'algente e nero; né giamai ritrovar ventura alcuna nel chiaro giorno, o ne la notte bruna.

Scontrano al fin un dì, la manca sponda calcando ch'a la Senna il corso affrena, un cavalier che l'arme sue circonda con sopravesta d'or trapunta e piena,

cui ne lo scudo la maritim'onda mostra il mezzo più bel de la Sirena. Grande è 'l guerriero e di robuste membra, e tutto nerbo ed osso in vista sembra.

Questi, scorto Rinaldo: — Ah, pur t'ho giunto, grida, malvagio cavalier villano! — Fu ciò dire e ferir tutto in un punto: grave il ferir con l'una e l'altra mano.

Raddoppia il colpo, e ne la tempia a punto il garzon coglie, e già no 'l coglie in vano: ché lui, ch'allor di ciò non si guardava, da l'arcion quasi tramortito cava.

Rinaldo, ch'al colpir doppio e possente s'era a Baiardo su la groppa steso, risorto su dopoi, come si sente in cotal modo ingiustamente offeso,

raggirando il destrier sprona repente tutto di rabbia e di furore acceso; sprona il destriero al suo nemico addosso, come verso il cinghial suole il molosso.

Ma quel con un fendente al capo mira, e poi la spada in giù fischiando abbassa; l'altro il suo bon corsier da parte tira, sì che senza toccarlo il colpo passa;

indi ver' lui velocemente il gira, e sotto gli si caccia e l'urta e squassa; poi, fuor tratto il pugnale, il destro fianco percotendo gli piaga e 'l braccio manco.

Lo stran col pomo de la spada il tocca ne le tempie, nel viso e ne la testa, con forza tal ch'a terra ogni altra rocca avria gittata, e lui conquassa e pesta;

e gli trae fuor per l'elmo e da la bocca sangue e dal naso. Intanto non s'arresta Rinaldo, ma col ferro il destro ciglio di piaga doppia a quel rende vermiglio.

Mentre fan pugna i due guerrieri atroce, atroce pugna ancor fanno i destrieri: e questo a quello, e quello a questo noce con urti, calci e morsi orrendi e feri.

Ma Baiardo a la fin, il più feroce tra gli animai, non solo intra' corsieri, manda con l'urto sol l'altro sossopra, e sotto va 'l signor, resta egli sopra.

Sopra resta il destrier, sotto 'l signore, con la diritta gamba e 'l dritto braccio; opra egli per levarsi arte e vigore, né puote uscir però da quello impaccio.

Intanto il sangue, da le vene fuore fuggendo, reso omai l'avria di giaccio, ma Rinaldo gentil non men che forte non soffrì che 'n tal modo ei gisse a morte.

Smonta il barone e lo disgrava, e ancora con mano il leva ond'egli steso giace; poi si ritira indietro e gli dice: — Ora finiam la guerra, se così ti piace. —

Quegli che 'n stato tal si trova allora, che bramar dee più ch'il pugnar la pace, con atto umile il capo a lui chinando, gli porse per lo pomo il forte brando,

e gli dice: — Guerrier, mi chiamo vinto non men che di valor, di cortesia, ché già sarei miseramente estinto se non m'aitava tua bontà natia;

e credo che l'altr'ier tu fussi spinto d'altra cagione, e non da villania, a farmi quanto allor tu mi facesti, quando i nostri cavalli ambo uccidesti. —

A tai voci le ciglia il giovinetto per meraviglia inarca, e dice poi: — Non fu 'l mio onor mai sì da me negletto, che 'l ferro oprassi contra i destrier tuoi,

perché d'ogni guerriero è 'ndegno effetto piagar cavalli de' nemici suoi: né mai t'offesi ancor, s'io non vaneggio, né mai visto altra volta aver ti creggio. —

Questo sentendo lo stranier barone, per maraviglia anch'egli immoto resta, e intentamente il buon figliol d'Amone prende a mirar dal piè sino a la testa.

Tutto con gli occhi il cerca, e la cagione de l'error chiara scorge e manifesta: scorge lo scudo, ov'è dipinto Amore, esser stato cagion di questo errore.

Onde dice: — Signore, un cavaliero tanto villan quanto tu sei cortese, ch'anco ei ne va di quell'insegna altero ch'adorna te, fu quel che già m'offese;

ed io cui l'ira e 'l giusto sdegno e fero, il distinguer da l'un l'altro contese, da lo scudo ingannato al primo sguardo a ferirti non fui pigro né tardo. —

Voleva oltre seguire e 'l tutto dirgli di quel villan guerriero a parte a parte; ma Rinaldo che vede il sangue uscirgli in molta copia da più d'una parte,

vol, pria che segua il resto a discoprirgli, ch'Isolier, che sapea la medica arte, la qual già tra guerrieri in pregio fue, la cura prenda de le piaghe sue.

Poi che d'ogni sua piaga ei fu curato, così ragiona il cavaliero estrano: — Io me 'n venia là donde assediato si tien da Carlo il popolo africano.

Ne l'orride alpi a pena avea passato, che donzella trovai d'aspetto umano, da cui pregato fui ch'io la menassi al suo castel, ch'in riva a Senna stassi.

Io gliel promisi, e di più ancor m'offersi d'assicurarli in ogni parte il calle; così insieme n'andiam, luoghi diversi lasciandoci ad ognor dopo le spalle,

ove per lei fatiche aspre soffersi. Giunghiamo al fine un giorno in una valle: quivi scontriamo un cavalier feroce, il qual mi disse con superba voce:

“Dammi tosto, guerrier, questa donzella, né punto replicare a quel ch'io chieggio: perché poscia non sol perderai quella, ma t'avverrà, se son qual fui, via peggio.

Dama sì vaga, sì leggiadra e bella, a te non si convien, per quel ch'io veggio, quanto essa è bella, ed io gagliardo sono: tu per lei sembri inutile e non buono.”

All'altero parlar di quel superbo diedi io risposta qual si convenia, dicendo con la lancia: “Or mi riserbo a provar quale in te la forza sia;

ben crederò che la possanza e 'l nerbo risponder deggia a la tua cortesia.” Che più parole? Al fine si viene a giostra, e ognun di noi la sua virtù qui mostra.

Il primo incontro, ancorché fero e greve, nullo trasse di noi fuor del cavallo; ben nel petto colui piaga riceve, che 'l rosso aggiunge al color verde e giallo.

Egli, ch'a ciò conosce che non leve il vincer fora, accorto del suo fallo, ver' me tornando con l'intera lancia passò scortese al mio destrier la pancia.

Poi sotto la donzella il palafreno uccide ancora in un medesmo punto; e veloce se 'n va sì che 'l baleno e 'l vento a pena ancor l'avrebbe giunto.

A piedi io resto di stupor ripieno, e d'ira insieme e di dolor compunto; e come accompagnata ebbi colei, in cercar lui rivolsi i passi miei.

Cinque volte ha la notte il suo stellato manto disteso per lo cielo intorno, ed altretante Febo a noi recato ha nel candido seno il lieto giorno,

da ch'io cotale inchiesta ho cominciato per vendicarmi de l'avuto scorno; né ritrovar di lui vestigi od orme ho mai potuto, o pur chi me n'informe. —

Ciò sentendo Rinaldo, allor s'avisa che questi il cavalier vada cercando che di verde e di giallo ha la divisa, cui lo scudo d'amor tolse ei giostrando;

onde per lui gradir, narra in qual guisa ebbe lo scudo, ed in che luogo e quando. Del campo chiede poi novella alcuna, e come affliga i Saracin Fortuna;

e come ei, che guerrier d'alto valore gli sembra in vista ed a le fatte prove, dal campo si diparta, ove 'l suo onore molto più chiaro far potria ch'altrove.

E quegli a lui: — Di questo dubbio fuore trarrotti, e la cagion ch'a ciò mi move pienamente dirò: ma pria ti piaccia ch'a la prima dimanda io sodisfaccia.

Tien Carlo la campagna in suo domino, e le strade del mar liquide, e 'l lito; ne' forti luochi il campo saracino si sta dentro rinchiuso e mal munito;

né soccorso si trova alcun vicino che far lo possa in tal periglio ardito; e scorge, omai giunto a l'estrema sorte, in faccia orrenda la futura morte.

Di Garba intanto il re, ch'è Sobrin detto, e d'Arzila il signore, il crudo Atlante, de' Mori scudo son: quegli perfetto cavalier, questi orribile gigante;

fra' paladin d'Orlando il giovanetto null'è che più in valor si pregi e vante, sì ch'al suo nome il campo avverso trema; né meno Atlante e 'l buon Sobrin n'han tema.

Or se tu di sapere hai pur desio dal campo qual cagion lunge mi mova, ove assai più ch'in Francia il valor mio potrei mostrar con apparente prova,

convien che d'alto ora cominci, e ch'io cosa d'un re ti narri estrana e nova; d'un re che m'ha mandato al magno Carlo: e questi è 'l mio signor, di ch'io ti parlo.

Francardo, che nell'Asia il regno altero tien dell'Armenia ed altri a quel vicini, di cui non vede il sol miglior guerriero tra quanto chiudon d'Asia i gran confini,

fuor che Mambrino il suo cugin, cui diero sovr'umano valor numi divini, garzone essendo, de l'amor s'accese d'una nobil princessa alta e cortese.

S'accese de l'amor di Clarinea, del gran re degli Assiri unica figlia; costei ch'alta prudenza e senno avea, oltre ch'era poi bella a maraviglia,

e di Francardo il merto a pien scorgea, gli mostrava ad ognor tranquille ciglia, e co' casti favori a poco a poco in lui maggior rendea d'amore il foco.

Il giovin, che si vede esser sì caro a la sua donna, al suo sommo diletto, e ch'essa l'ama di sua vita a paro, come si scorge agli occhi ed a l'aspetto,

tanto mostrarle più brama alcun raro e de l'alto amor suo condegno effetto, e pensa pur con qual più chiaro segno le dia del suo voler sicuro pegno.

Al fin, per lei gradire, un dì le giura d'andar per l'Asia con proposta tale, che giamai donna non formò Natura a lei di grazia e di bellezza eguale;

né 'l corpo pria sgravar de l'armatura, che in ogni terra, ogni città reale, ed in ogni altro luogo ov'egli vada, abbia ciò mantenuto a lancia e spada.

Con tal proposta il mio signor Francardo si mise a gir per l'Asia intorno errando, e vinse Dulicon, Tisbo ed Algardo, feri giganti, e 'l re di Tiro Olbrando,

e qual altro più forte era e gagliardo, e sapea meglio oprar la lancia e 'l brando. Vinse anco in Babilonia anzi il Soldano un mezzo pardo e mezzo corpo umano.

Già vincitor altier se 'n ritornava d'ostili spoglie adorno e glorioso, quand'egli a caso udì che si trovava un tempio in India allor meraviglioso.

Tempio della Beltà quel si nomava, perché di bei ritratti era pomposo: quivi eran pinte le più vaghe e belle che fêa o sono o fian donne e donzelle.

Vi sono cinque o sei le più pregiate d'ogni secol dipinte, e propio quali le formarà Natura o l'ha formate, perciò che non son quelle opre mortali,

ma già mago, il miglior de la su' etate, che fêa gli effetti al gran sapere eguali, v'adoprò gli rei spirti, e mostruose orrende fere in guardia poi vi pose.

E nissun può veder quel ch'entro serra il ricco tempio in sé di vago e bello, se con due belve pria non viene a guerra, e non le vince in singolar duello.

Ma non produsse mostro unqua la terra o 'l mar, né l'aria ha sì feroce augello, che movere a terror Francardo possa: ed a l'ardire in lui pari è la possa.

Questi, di tempio tal la fama udendo, girne a vederlo si dispose al tutto; né temeva il ferino impeto orrendo, ch'altrui spesso recò di morte lutto;

ma tra sé nel pensier gia disponendo d'eguare al basso suol quel tempio tutto, s'ivi non era, e nel più degno loco, lei che è cagion del suo vivace foco.

Al tempio giunto, i guardiani uccise, e l'entrata per forza egli s'aprio; indi a mirar il bel lavor si mise, il già fatto pensier posto in oblio,

ché quella vista allor da lui divise il primiero amoroso suo desio, tanta quivi s'unia grazia e bellezza, che poco Clarinea più cura e prezza.

Ancor ch'in Clarinea Natura accolti aggia bei doni e doti illustri e rare, tanti ivi son sì ben formati volti, che non più vaga o bella essa gli pare;

quel di colei non v'è tra' varii e molti che si veggiono il tempio intorno ornare, e più d'un altro ancor leggiadro e vago non stimò degno di tal luogo il mago.

Sotto i vaghi ritratti in lettre d'oro la patria, il nome e 'l sangue è dichiarato, e quando dee de le bellezze loro la terra adorna far cortese fato;

ma fra quante seran, sono o pur foro donne giamai di vago aspetto e grato, una che sotto avea Clarice scritto ha 'l cor del mio signore arso e trafitto.

O fosse suo destino, o perciò ch'ella vive ed è di su' età nel primo fiore, sì che puote sperar di possedella, ché da la speme in noi nasce l'amore,

o che vincesse l'altre in esser bella, per lei solo arse d'amoroso ardore. L'altre ben pregia sì molto ed ammira, ma per lei solamente arde e sospira.

Tôrre ei l'imagin volse che sospesa era presso l'altar gemmato e sacro, ove in chiaro cristal lampade accesa fêa lume di Ciprigna al simulacro;

ma fu sua cura in ciò fallace resa dal mirabil saper del morto Anacro, che così nome avea quel negromante, Zoroastro novel, novello Atlante.

Sì che vedendo vana ogni fatica pur riuscirsi, e vano ogni disegno, indi ritrar fe' la sua cara amica in carta, in tela, in bronzo, in marmo e 'n legno.

Gli artefici fur tai ch'oggi a fatica altri si troveria di lor più degno; ed opra fe' ciascun che viva sembra a l'aria, agli atti, al garbo de le membra.

Con quei cari ritratti egli a se stesso fece più giorni dilettosa froda. Al fine il crudo Amor non gli ha concesso che di sì dolci inganni omai più goda;

ma gli ha fero desio nel petto impresso, nel petto che più sempre arde ed annoda, desio di non fruire il falso e l'ombra, ma 'l vivo e 'l vero che gl'inganni sgombra.

Sì che omai non potendo il suo desire sofferir più, ch'ognor cresce e s'avanza, ha mandato al gran Carlo ad offerire domar de' Mori ei sol l'alta possanza,

e fargli tosto dall'Europa uscire, togliendo lor del ritornar baldanza, s'egli per moglie li darà la bella Clarice, ch'è del re guascon sorella.

Egli sa ben che sia Clarice suora d'Ivon, ch'a la Guascogna il freno impone, e che di quello il magno Carlo ancora come di re vassallo suo dispone;

parte di ciò lesse nel tempio allora che di novello amor restò prigione, e parte ancor d'un suo baron n'intese, cui ben è noto ogni signor francese.

Se Carlo gliela dà, come si crede, e come in campo chiaro grido suona, ei le concederà che la sua fede ritegni, se le par verace e buona:

e nascendo di loro alcuno erede a la real d'Armenia alta corona, vol che di Cristo ancora sia quel seguace, com'è ciascun ch'al franco re soggiace.

Io tai condizioni ho già proposto in nome di Francardo al magno Carlo, né gli ho tenuto il rimanente ascosto: che s'ei ricusarà di sodisfarlo,

ha l'invitto mio sir tra sé disposto di congiungersi a' Mori, e di spogliarlo di quanto tiene, e poi Clarice tôrsi, mal grado di ciascun che voglia opporsi.

Ma benigna risposta il re m'ha dato, piena di cortesia, piena di spene. Al fin nulla ha concluso e s'è scusato, ché 'l risolvermi a lui non si conviene;

onde ad Ivone io ne son poscia andato, a cui dispor di ciò più s'appertiene: rispost'ha quel che, pria ch'affermi o nieghi, vol saper se Clarice il cor vi pieghi.

Vol pria che si risolva, esso mi dice, saper qual la sorella aggia pensiero, e qual la lor antiqua genitrice, c'ha sovra lei via più d'ogn'altro impero.

Mi mossi io stesso a ritrovar Clarice per far quanto conviensi a messaggiero, e quei che 'l re mi diede in compagnia, nel passar l'alpi mi smarrir tra via.

Or questa, o cavalier, è la cagione che mi trasse dal campo in queste parti, e diedi alto principio al mio sermone, perciò ch'in tutto a pien bramo appagarti;

e perch'ancor venendo occasione, se vali in ciò, possi con quella oprarti, sì che non sdegni in Asia esser reina, né tiri Francia a l'ultima ruina. —

Mentre parlava il cavalier pagano, d'ira Rinaldo ardeva e di dispetto, e du'o tre volte a farli un fero e strano gioco fu quasi da lo sdegno astretto.

Poi che si tacque, disse: — Ahi! quanto insano e cieco il tuo signore ha l'intelletto, se pur si crede con sua spada e lancia porre spavento ai cavalier di Francia.

Venga oltre pur con le sue genti indotte, vili e poco atte al bel mistier di Marte, che fian le corna a sua superbia rotte e l'alto orgoglio suo d¢mo in gran parte.

Ma se dormir non brama eterna notte, ed ha di sana mente alcuna parte, tra noi moglie giamai più non ricerchi, né la sua morte con minaccie or merchi. —

Così detto, da quel commiato prende col cavaliero ispan in compagnia, il qual di gir con lui tanto contende ch'ei gli concede quel che men desia;

tacito vanne, e l'aria intorno accende di cheto foco che del petto uscia, di cheto foco ne' sospiri accolto, che muti uscian dal cor tra pene involto.

Volve e rivolve quanto dianzi gli have de la Sirena il cavalier narrato, e gli apre in questa Amor con dura chiave a pensier varii il core arso e piagato;

desira e spera e 'n un dubbioso pave, da varii affetti afflitto e conturbato: ed ora quello a questo, or questo a quello cede, e fan nel suo petto aspro duello.

Non quando avien che ne l'aereo regno aspro furore i venti a pugna tiri, e 'n dubbio stato a l'inimico sdegno or l'uno ceda, or l'altro, e si ritiri,

gira intorno sì spesso il mobil segno, che d'alto mostra a noi qual aura spiri; come a diversi affetti egli sovente raggira e piega l'aggitata mente.

Con occhi chini e ciglia immote e basse gran pezzo andò 'l garzon poco giocondo, sin che trovò per via cosa che 'l trasse e lo destò da quel pensier profondo;

e fe' che gli occhi a rimirar alzasse spettacol vago, a pochi altri secondo: due feroci guerrier d'arme guarniti, che dotta mano in bronzo avea scolpiti.

Sta l'uno contra l'altro a dirimpetto in vista altera, audace e minacciosa; tengon con l'una man lo scudo stretto, e l'altra in resta pon lancia nerbosa;

di ferro ella non è, ma del perfetto mastro è pur opra, come ogni altra cosa; lor per mezzo attraversa un breve motto, l'un “Tristan” dice, e l'altro “Lancillotto”.

Spiran vive dal lucido metallo le faccie ove il valor scolpito siede; annitrir sotto loro ogni cavallo diresti, e che co' piè la terra fiede.

Indi, discosto poi breve intervallo, ampio e vago pilastro alzar si vede, ove ne' bianchi e ben politi marmi son scritti in note d'oro alquanti carmi.

Mira Rinaldo la bella opra, e 'ntanto novo ed alto stupore il cor gli assale: l'opra ch'a l'altre toglie il pregio e 'l vanto, cui Fidia alcuna mai non fece eguale,

o il mio Danese, ch'a lui sovra or tanto s'erge quanto egli sovra gli altri sale; indi risguarda il marmo in terra fitto, e vede che così dicea lo scritto:

“Qui già il gran Lancillotto e 'l gran Tristano fêr parangon de le lor forze estreme; quest'aere, questo fiume e questo piano de' lor gran colpi ancor rimbomba e geme.

Questi guerrier che da maestra mano impressi in bronzo qui veggonsi insieme, sono i ritratti lor, tali essi furo quando fêro il duello orrendo e duro.

Queste le lancie fur, ch'a scontro acerbo reggendo sì restar salde ed intere, perciò che tutte son d'osso e di nerbo d'alcune strane incognosciute fere.

Io per due cavalier qui le riserbo, ch'abbin più di costor forza e potere: chi non fia tale, altrui lassi la prova, ché nulla in van l'aventurarsi giova.”

Il paladin, che già più volte avea di tal ventura l'alta fama udito, disse a l'Ispan, che nulla ne sapea e stava tutto stupido e smarito,

che 'l gran mago Merlin, che sol potea tai cose far, coloro avea scolpito, e fatte ancor le strane lancie, e poi datele in dono a' due famosi eroi;

ma che le pose qui, morti i guerrieri, u' da lui posti anco i ritratti foro, fin ch'altri duo via più ne l'arme feri venghino a trarle da le man costoro.

Ciò sentendo l'Ispan, che tra gli altieri portava il vanto, disse: — Or forse soro ti parerò più che parer non soglio; pur sì strana ventura io tentar voglio. —

Così detto la man bramosa stende, e di Tristan la grossa lancia afferra; ma 'l suo desir la statua a lui contende, e col calcio di quella il caccia a terra.

Oh quante cose orribili e stupende fece in Francia Merlino e in Inghilterra, ch'eccedeno del vero ogni credenza, e di sogni e di fole hanno apparenza!

Ponvi Rinaldo anch'ei tosto la mano con somma forza e con dubbiosa mente. China 'l capo la statua di Tristano, e 'l pugno aprendo l'asta a lui consente:

l'asta, da molti già tirata in vano, ora concede al cavalier possente. Egli s'inchina, ché 'l suo gran valore fu di quel di Rinaldo assai minore.

Simplice infante non sì lieto coglie dal suo natio rampollo il frutto caro, né lieto sì, né con sì ingorde voglie prende ricco tesor povero avaro,

come ei con pronte brame allegro toglie la grave antenna ch'altri in van bramaro; ma perché il più fermarsi a lor non giova, se 'n vanno a ritrovar ventura nova.

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