Partonsi i duo guerrier poiché non hanno dove impiegar più quivi il lor valore, perciò che i Mori entro al castel si stanno rinchiusi, ed a pugnar non escon fuore.
Nuove venture a ritrovar se 'n vanno, spinti da cura e da desir d'onore, ch'al petto e caldo stimolo pungente: né che stian neghitosi unqua consente.
Veggono intanto da facelle accese esser divisi largamente i campi, e ch'a le cose lor sembianze han rese mal grado de la notte amici lampi;
senton l'orecchie da un lamento offese qual d'uom che d'ira e di dolore avampi; più sempre cresce il lamentevol suono, e già vicini i lumi ardenti sono.
Scorgono allora un uom già carco d'anni, giunto ove cader suol l'umana vita, involto in neri ed angosciosi panni, con la faccia di duol colma e smarrita,
che in duro segno degli interni affanni e de la rabbia dentro il petto unita, geme, sospira ed altamente piange, batte il sen, squarcia il crine e 'l volto frange.
Era costui del morto Ugone il padre, che da paterno amor tratto seguio col figlio insieme le francesi squadre, già vecchio ed al pugnar pigro e restio.
Ben ebbe in cielo stelle oscure ed adre, poiché con gli occhi proprii il caso rio venne a veder del misero figliuolo, e, vedendol, maggior fece il suo duolo.
Come egli scorge il tronco corpo amato, che par ch'in mezo un rio di sangue giaccia, cader tosto si lascia, e sul piagato busto s'affige, e 'l prende infra le braccia:
lo cinge e stringe e nel suo manco lato, ove è ferito, più posa la faccia, e così stassi, fuor de' sensi uscito, sovra 'l morto giacendo il tramortito.
Al fin tornò lo spirto al suo ricetto, e seco il pianto ed i sospir tornaro; spinse tai voci allor da l'egro petto con suono conveniente al duol amaro:
— Amato figlio mio, figliuol diletto, gradito figlio, figlio solo e caro, oimè! tu morto giaci, e quel ch'è peggio, per sì lieve cagion cotal ti veggio.
O voti a vòto fatti, o pensier miei fallaci, o preghi sparsi a sordi venti, o decreti del cielo ingiusti e rei, se ciò dir lece, o Dio, com'el consenti?
Deh! ben felice per tua morte sei, tu, madre sua, ch'or nulla vedi e senti; io d'altra parte, oimè! vinto ho 'l mio fato per esser vivo a sì gran duol serbato.
Ma dove, lasso! or è? dove è, diviso dal busto, il capo? Ahi, forse alcun l'ha tolto? Ahi! dunque non vedrò l'amato viso? Dunque non basciarò l'amato volto? —
Così dicendo mira intento e fiso, e lo vede tra sangue e polve involto: là corre impaziente e fuori il cava da l'elmo, il bascia e col suo pianto il lava.
Il nudo teschio dimostrava allora un non so che del fiero e dell'orrendo; tiene in lui fissi gli occhi il padre ognora, e tra le man pietose il va volgendo;
se l'accosta a la bocca ad ora ad ora, nulla l'orror di quello a schivo avendo. Quanto, quanto sei grande, amor paterno! Sfoga intanto ei così l'affetto interno:
— Ove la luce de' begli occhi è gita? Ove del vago aspetto il chiaro onore? Come le guancie, oimè! come smarrita le labbia han lor vaghezza e lor colore?
Questa squallida fronte e scolorita è quella ond'io porgea tal gioia al core? Deh! quanto ei n'ebbe già diletto e gioia, tanto maggior or n'have affanno e noia!
Ecco, o figlio, ti fo gli estremi offici, ch'a me dovei tu far più drittamente! Ecco che gli occhi omai con l'infelici man ti rinchiudo: or vale eternamente!
E se queste mie man non fiano ultrici de la tua morte, il ciel non lo consente, che con lungo girar l'ha già private del suo vigore e delle forze usate. —
Apre a pietà Rinaldo il nobil petto a quei lamenti, e raddolcir vorebbe alquanto di colui l'amaro affetto, perché de l'altrui mal sempre gl'increbbe;
ma poi pensando che contrario effetto in quel meschino il suo parlar farebbe, se lui pur conoscesse, indi si toglie, dolente anch'ei de l'altrui gravi doglie.
D'un tetto pastoral schermo la notte fêrsi i guerrier contra l'algente luna. Allora, poi che nell'oscure grotte da l'alba vinta ogn'ombra si raguna,
attraversando vie scoscese e rotte giunsero in selva solitaria e bruna, che mai, facendo a se medesma oltraggio, non riceve del sol l'amico raggio.
Per questa va con torto piede immondo serpendo un rio che da' vicin luoghi esce, ch'a' riguardanti cela invido il fondo, né nutre in sen ninfa leggiadra o pesce.
Forma poscia di sé lago ritondo, e tutte l'acque in un raccoglie e mesce. Di sterpi e pruni ha le sue rive ingombre, e sol tassi e ginebri a lui fanno ombre.
Mirano i cavalier sospesi intorno, né cosa lieta lor s'offre a la vista; nulla di vago v'è, nulla d'adorno, ogni parte per sé gli occhi contrista.
Qui sempre è fosco e tenebroso il giorno, sempre l'aria ad un modo oscura e trista, sempre orride le piante e torbo il rivo, sempre il terren di fiori e d'erbe privo.
Mentre pur se 'n vann'oltra i giovinetti, veggion d'apresso un'alta sepoltura, e star intorno a quella in un ristretti molti guerrier con mesta faccia oscura,
che si squarciano i crin, battonsi i petti, quasi grave gli ingombri acerba cura; e fan con novo ed angoscioso pianto tutt'intorno sonar la selva intanto.
D'un così vivo sasso e trasparente era il sepolcro, che scopriva altrui, qual sottil vetro o rio puro e lucente, ciò che avea dentro più riposto in lui:
sì che d'ambo i guerrier le luci intente penetrar tosto ne' secreti sui; e vi mirar, quasi incredibil cosa, donna leggiadra in vista ed amorosa.
Ella era morta, e così morta ancora arder parea d'amor la terra e 'l cielo, e dal bel petto per la spalla fuora gli uscia pungente e sanguinoso telo;
sembrava il volto suo neve ch'allora scuota Giunon da l'aghiacciato velo: gli occhi avea chiusi e, benché chiusi, in loro si scopriva d'Amor tutto il tesoro.
Mentre i guerrieri a rimirar si stanno la bella donna che sepolta giace, un di color che cerchio a l'arca fanno, e più degli altri in pianto si disface,
nel cor rinchiuso il suo gravoso affanno che s'ange più quando la lingua tace, s'armò la testa e in un cavallo ascese, ed in tal modo a ragionar lor prese:
— Signor, quest'acqua che qui presso stagna, gustar convienvi, ed ella ha tal valore, ch'a qualunque uom le labbra indi si bagna, nuovo acerbo martir desta nel core;
onde convien ch'a pianger qui rimagna questa estinta donzella a tutte l'ore: dunque senza tardar di lei bevete, o morir di mia man pur v'eleggete. —
Rise Rinaldo in modo altero e disse: — Or su, vegniamo ormai, guerrier, a l'arme, ché se tu brami inimicizie e risse, ch'abbi trovato uomo a tua voglia parme;
e se per le tue mani a me prescrisse il ciel la morte, or lei vien tosto a darme. — In questo dir voltaro ambo i destrieri, e corsero a ferirsi audaci e fieri.
Segnano al petto l'un, l'altro a la testa i colpi, ed ambo quei vanno ad effetto; cadde Rinaldo a la percossa infesta che lo venne a ferir sovra l'elmetto:
ma la lancia fatal ch'ei poscia arresta, all'altro cavalier traffigge il petto, e lo distende dal corsier lontano, tutto tremante e sanguinoso al piano.
Rinaldo, d'ira e di furore acceso, leggierissimo s'alza e si solleva, né riposar mai vuol se chi l'ha offeso prima di vita con sua man non leva.
Ma come vide quel meschin disteso, che nel suo sangue involto al pian giaceva, l'ira e 'l furor dal petto a lui fuggio, u' pietade in sua vece a por si gio.
Sopra gli va, l'elmo gli cava e slaccia, perché torni ne' sensi ond'era uscito. Come da l'aria gli è t¢cca la faccia, aprendo gli occhi il cavalier ferito,
un profondo sospir dal petto caccia, onde a Rinaldo è 'l cor più intenerito; gli chiede nondimen perché mantegna quel rio costume e quella usanza indegna.
Ma quegli allor: — Perché servato or sia questo costume, a pien da me saprai, se concesso da morte egli mi fia che mi sovrasta e mi rapisce omai;
e se pur ti parrà l'usanza ria, il mio crudel destin n'incolperai, che la prima cagion stata è del tutto, e m'ha fatto amator de l'altrui lutto.
Signor, ne' miei primi anni ebbi la sorte, ma per mio mal, sì destra ai miei desiri, che tra mill'altre elesse in mia consorte questa dama ch'estinta or qui rimiri.
Er'io per cavalier gagliardo e forte, ella diva parea de' sommi giri, non donna umana; e col leggiadro viso ogni selvaggio spirto avria conquiso.
Non era alcun che gli occhi in lei volgesse senza infiammarsi d'amoroso ardore; alcun non era ancor ch'a lei piacesse fuor che sol'io che fisso avea nel core.
Io d'altra parte, benché allor potesse goder di mille donne il dolce amore, lei solo amava, e in questo lieto stato ne vissi un tempo al mio parer beato.
Ma venne, lasso! dal tartareo fondo, a turbar la mia pace e la mia gioia, quella peste crudel che suole al mondo recar sovente incomparabil noia,
che 'l sereno d'amor stato giocondo tutto col suo velen turba ed annoia: gelosia venne, e in forme strane e false di Clizia la mia donna il petto assalse.
Per usanza avev'io di gir sovente solo a cacciar per queste selve intorno; ma quando il sol feria con più cocente raggio, qui mi schermia dal caldo giorno.
Quest'era un bosco allor diversamente d'alte vagghezze, d'ogni parte adorno, non già com'or che solo a prima vista con nuovo orror le menti altrui contrista.
Solea meco ritrarsi in così vago bosco Ermilla, una ninfa anco talora, che non le tele, la conocchia e l'ago, ma l'arco e i dardi audace adopra ognora;
e quando il cor di seguir Cinzia ha vago, tanto fugge la dea che Cipro onora. Ella è di belle membra e di bel viso: viso crudel, sì sua beltà m'ha ucciso.
Ma come spesso avien che 'l falso uom crede, e quel che crede osa affermar per vero, è chi m'accusa di corrotta fede a Clizia, e di cor perfido e leggiero,
dicendo ch'io le rendo aspra mercede in cambio del suo amor puro e sincero, perciò che Ermilla a' maggior caldi estivi meco si gode nei piacer lascivi.
Clizia brama veder di ciò l'effetto, pria che meco ne muova altre parole; e perché sa che sempre il mio ricetto questo luogh'era al più cocente sole,
molto prima vi viene, e nel più stretto bosco s'asconde, ov'aspettar mi vuole. Vi vengo io poscia e, già sudato e stanco, ne l'erboso terren distendo il fianco.
Quinci non molto poi moversi io sento un non so che dove s'allaga l'onda: allor meschino acuto dardo avento, perché penso che fera ivi s'asconda.
Il dardo se 'n va ratto e violento, e tiene il suo camin tra fronda e fronda, sì ch'a Clizia nel petto al fin si mise, e lui piagando ogni mio bene uccise.
Cadde ella, ahi lassa! a la percossa atroce, solo un languido “ohimè!” mandando fuora. Mi penetra nel cor l'amata voce, non già però ch'io la cognosca allora.
Là donde uscito è il suon corro veloce, e veggio, ahi! vista grave a l'alma ancora, la bella donna mia che debil langue, versando insieme con la vita il sangue.
Ratto m'inchino a lei, la prendo in seno, e con le mie le care labra accosto; cerco di porre al sangue uscente freno, acciò ch'ella non mora almen sì tosto:
pria che l'alma gli venga in tutto meno, di voler favellarle io son disposto, e fo sì ch'essa scopre i lumi alquanto, ed ode il mio parlar, vede il mio pianto.
Vede il mio pianto che con larga vena più sempre par che 'l duol dagli occhi verse, del qual non men ch'io m'aggia, ella ripiena n'have la faccia e le palpebre asperse;
ode questo parlar, al qual a pena ne l'uscir fuori stretta via s'aperse: “O cara, o dolce, o mia fedel compagna, qual da te rio destino or mi scompagna?
Deh! vita mia, deh! non fuggire, aspetta, ché teco correr voglio ogn'aspra sorte; deh! non mi lasciar solo in sì gran fretta, empio ed odioso a me per la tua morte!
Mirami almen, mira la tua vendetta, ch'io far voglio in me stesso e giusto e forte: non mi negar il sol degli occhi tuoi, se punirmi così forse non vuoi!”
Ella tenendo il guardo in me converso, che passando per gli occhi al cor m'aggiunge, dice: “Ben mio, poiché destin perverso così rapidamente or ne disgiunge,
non esser, prego, ai miei desiri averso: se pur di me qualche pietà ti punge, se l'amor mio premio sì degno or merta, fa' che di questo almen ne vada certa.
Fa' ch'a l'inferno almen vada sicura, che dopo ch'io sarò fredda e di ghiaccio, Ermilla empia, cagion di mia sventura, non fia teco congiunta al sacro laccio.
Fallo, ti prego, o dolce unica cura di questo core.” E qui stendendo il braccio, mi cinse il collo e chiuse i vaghi rai, per non gli aprir da poi, lasso! giamai.
Grido io misero allor: “Vana temenza ti prese il core, o mia diletta moglie! Deh! ch'un vano sospetto, un timor senza dritta cagione alcuna or mi ti toglie,
deh! ch'una sol falsissima credenza or mi porge cagion d'eterne doglie! Misera de' mortal vita fallace, s'ad ogni caso repentin soggiace!”
Parve che l'aere fosco asserenasse pel volto suo, Clizia tai cose udendo, e che gioia e letizia alta mostrasse l'alma, da la prigion terrestre uscendo,
quanto fallace error pria l'ingombrasse nel mio vero parlar or cognoscendo; ma de la morte sua tanto i' mi dolsi, che quasi a me l'odiata vita io tolsi.
Pur ripensando poi che troppo leve fora pena cotale a tanto eccesso, e n'andrebbe impunito il fallo greve, ch'uccidendo il mio bene avea commesso,
volsi che 'l duol, ch'in vita si riceve da chi vive inimico di se stesso, e la luce del sole aborre e sdegna fusse del mio fallir pena condegna.
E perché il mio dolor sempre crescesse, vedendo la cagion di lui presente, oprai ch'un mago questa tomba fêsse di questo sasso vivo e trasparente;
e l'estinta donzella entro ponesse, così trafitta da lo stral pungente, sì che non mai per raggirar di cielo si corrompesse in lei la carne o 'l pelo.
Ma parendomi poi luogo difforme questo al mio duro stato ed angoscioso, fei che quel mago lo rendeo conforme, ed oscuro lo fece e tenebroso,
togliendo a lui ciò che potea distôrme pur breve spazio dal pensier noioso, con gran poter ch'al suon de le parole muove la terra e 'l corso arresta al sole.
Volsi poi, per aver ne l'aspra sorte compagno alcuno e ne le acerbe pene, e perché di costei la dura morte pianta ancor fusse quanto a lei conviene,
ch'incantasse quest'acqua di tal sorte ch'a qualunque uomo a gustar mai ne viene, per la pietà di chi qui morta giace nel cor destasse duolo aspro e tenace;
onde spinto da quel, fêsse soggiorno, meco piangendo la costei sventura, come or gli vedi a questo sasso intorno, che miran sempre entro la sepoltura.
Io poi di stare ognor la notte e 'l giorno disposi in tutto in questa valle oscura, sforzando ogni guerrier che vi passasse che mai suo grado il rio liquor gustasse.
Ma il nuovo incanto di quest'acqua insieme col duro viver mio fia terminato; ed ognun di costor che piagne e geme ritornarà nel suo primiero stato. —
Così diss'egli, e le parole estreme non bene espresse col mancato fiato. Non molto dopo spirò l'alma, e quella s'alzò volando a la sua pari stella.
Morto ch'ei fu, color che in mesti accenti disfogavano il duol chiuso nel petto, posero fine ai queruli lamenti, liberi ancor dal grave interno affetto.
Alcun di lor non è che si ramenti a pien de la cagione ond'era astretto a lamentarsi, e l'un l'altro rimira dubio e sospeso, e 'l pensier volve e gira.
Rinaldo, ch'era assai doglioso e tristo del caso occorso al miser cavaliero, molto si rallegrò com'ebbe visto liberi questi da l'incanto fiero;
e del lor dubio e del sospetto avisto, conto e chiaro lor fece il caso intiero. Quei gli resero allor grazie infinite, e per l'obligo lor gli offrir le vite.
Veggono, a dir mirabil cosa, intanto levarsi un gran sepolcro alto dal piano, e in un momento a quel primiero a canto esser poi messo da invisibil mano.
Si maraviglia ognun del nuovo incanto, e gli par caso inusitato e strano; lo stupor crebbe, ché da lor fu scorto giacervi dentro il cavalier già morto.
Scorsero ancor del trasparente vaso lettre intagliate in apparente parte, onde era esposto l'infelice caso de' duo miseri amanti a parte a parte.
Ma già nessun nel bosco è più rimaso, già l'un da l'altro si divide e parte, fatte di qua di là molte parole di cortesia, come al partir si suole.
Col gran figlio d'Amon sol vi rimane Florindo, a lui già d'amor sommo avinto; e come cerca l'odorante cane le fere ognor per naturale istinto,
ne' cespugli, ne' vepri e ne le tane, così, da cura generosa spinto, cerca ognun di costor nova aventura or per monte, or per bosco, or per pianura.
Il terzo giorno, allor ch'il sol lontano da l'orto e da l'occaso è parimente, videro il mar Tireno placido e piano il bel lito ferir tacitamente;
e si trovaro in un fiorito piano di tanti e più color vago e ridente. Di quante grazie adorno è 'l caro viso che m'have l'alma e 'l cor d¢mo e conquiso.
Quivi si vede il bel garzon ch'estinse spietato disco, onde tal forma prese, e quel cui folle errore a morte spinse, miser che di se stesso in van s'accese,
e chi di dolce amor t'arse e t'avinse, o bella diva, il cor molle e cortese, per cui tu Marte e 'l tuo Vulcan lasciasti, e con le selve il terzo ciel cangiasti.
Quivi il nardo, l'acanto, il giglio e 'l croco veggonsi il vago crin lieti spiegare, ed altri fior di cui null'altro luoco volle giamai l'alma Natura ornare;
tra' quai con mormorar soave e roco se 'n va limpido rio serpendo al mare, pieno il bel corno di coralli e d'auro, onde Teti non ha maggior tesauro.
Quivi non querci e pini, abeti o faggi, ma lauri, mirti e vaghi altri arbuscelli difendono il terren da' caldi raggi con gli odorati lor verdi capelli;
quivi nei cor più duri e più selvaggi destan dolce pensier vezzosi augelli, che scherzando su' rami e su le fronde soavemente a l'un l'altro risponde.
Mentre rimiran questi il luoco adorno, pensando che tal forse esser doveva il bel giardin dove già fêr soggiorno i gran nostri parenti Adamo ed Eva,
sentir poco lontan sonar un corno che dolcemente l'aria percoteva, e vider poi venir due damigelle, vaghe, leggiadre, a maraviglia belle.
Ha l'una i bei capelli al capo avolti, partiti in treccie in maestrevol modi, e poi gli tiene in sottil rete accolti, che di fin auro e perle ha sovra i nodi;
l'altra ad arte ir gli fa negletti e sciolti, e quasi par ch'ivi se stessa annodi l'aura ch'or gli alza, or gli rincrespa e gira, e sempre in lor più dolcemente spira.
Purpurea seta testa a gigli d'oro le belle membra a quella asconde e cela; gonna, ch'è del color del sacro alloro sparsa di gemme, a questa il corpo vela;
ambo candidi sono i destrier loro, adorni sin ai piè d'argentea tela; tutti i loro scudieri a la divisa con vesti vanno d'un'istessa guisa.
Giunte queste ai guerrieri, ad ambo pria fanno inchin riverente e grazioso; poi richieggiono un dono il qual non fia ad alcun di lor duo grave o noioso.
Rinaldo allor: — Chi dono a voi potria negar, e sia quant'esser può dannoso? Vostro è, signore, il comandarne, e poi deggiam quel ch'imponete esseguir noi. —
Ed elle a loro: — Il don che noi chiediamo, e che voi di concederne affermate, è che un nostro palagio ove alberghiamo de la vostra presenzia oggi degniate;
indi, signor, non molto lungi siamo, ch'è quel che dirimpetto or rimirate là su la cima del piacevol colle, che vagheggiando intorno alto s'estolle. —
Così dicendo ancor, si fêro scorta de' cavalier ch'a lor se 'n vanno a paro, i quai però quanto il dover comporta di tanta cortesia le ringraziaro.
Prendon la strada ch'è più vaga e corta, sin che al colle vicin tosto arrivaro, al bel colle dipinto il tergo e 'l seno, cui lava i vaghi piedi il mar Tireno.
Pausilippo quest'è, dove s'avanza natura ed ha de l'opre sue stupore, ove è di Clori la perpetua stanza, ov'ha Pomona il suo tesor maggiore;
ove menan le Grazie eterna danza in compagnia di Venere e d'Amore, c'hanno l'antiquo Cipro in lui cangiato, come in più degno albergo e più pregiato.
Come a la cima fur del vago monte, dolce sonar di nuovo un corno udiro. Indi calossi del palagio il ponte, onde molte donzelle insieme usciro.
Han tutte vaghe membra, amabil fronte, abito eletto e d'artificio miro; cortesi in vista son, ma nel bel volto han virginal decoro insieme scolto.
Una di loro, a cui la schiera bella tutta portar parea maggior rispetto, raccolse con benigna umil favella i cavalier e con cortese aspetto:
e l'un con questa man, l'altro con quella preso, gli addusse dentro il real tetto, ricco e superbo per materia ed arte in ogni sua men degna e nobil parte.
Giunsero, ascesa pria la regia scala ch'era di pietra alabastrina e viva, in spaziosa e ben formata sala, che scopre il piano e la tirena riva;
quivi da più fenestre il fiato esala verso là dove il dì more o s'avviva, verso settentrione e verso dove cinto di pioggia i crini Austro si move.
S'alza a punto nel mezo ornato altare, ricco d'oro e di gemme a maraviglia, ove di donna un bel ritratto appare che sol se stessa e null'altra simiglia;
veggonsi in lei grazie divine e rare, sguard'uman, chiara fronte, allegre ciglia, aria gentil, benigno onesto riso, e par ch'accoglia ognun con grato viso.
Tiene aperte le mani in modo tale che si mostra al donar pronta ed usata; l'attraversa per mezo un motto, il quale ha tal sentenza in lettre d'or segnata:
“Tra le figlie di Dio nata immortale son io, non men d'ogni vertù pregiata: né senza aver di me ripieno il core ascender può mai l'uomo a vero onore.”
Pendon dopoi da le pareti belle molte imagin ritratte in tutti i lati; di sesso e volto son diverse quelle, e gli abiti tra loro han variati;
né so se tai le avria già fatte Apelle, o se tai le fêsse oggi il Salviati, che coi colori e col penello audace scorno a Natura, invidia agli altri face.
Come nel bel de le dipinte carte la vista i cavalier hanno appagata, e de la regia sala a parte a parte la mirabil ricchezza ancor mirata,
chiedono a lei che gli divide e parte, sendo tra l'uno e l'altro in mezo intrata, di chi l'imagin sia che rende adorno l'altare, e di chi l'altre appese intorno.
L'esser suo chiedonle anco, e di coloro che fan seco dimora in compagnia, e come il feminil leggiadro coro così da' cavalier sevro si stia.
Ella, a que' detti rispondendo loro, disse: — Il saprete allor che tempo ei fia. — Poscia in stanza men grande indi gli mena, ove apparata è la superba cena.
Gareggia insieme il nobil drapelletto in far allor servigio a' duo baroni: chi scarca lor de la corazza il petto, chi di spade e pugnale ambi i galloni;
altra l'elmo e lo scudo e 'l braccialetto, altra il resto lor trae fino agli sproni; altri le mani lor da vasi aurati sparge di liquor varii ed odorati.
Vinti donzelle ne la mensa a canto s'assidono ai guerrier; vint'altre han cura di farla ricca e lieta, a pien di quanto produce grato al gusto uman natura.
E spumante liquor di Bacco intanto meschian vint'altre ancor con acqua pura, ed altre tante ai lor vocali accenti rendon concordi i musici stromenti.
Come coi cibi fu, come coi vini d¢ma la sete e l'importuna fame, e si scoprir, levati i bianchi lini, i bei tapeti adorni d'aureo stame,
disse ver' lor, rivolta ai pellegrini baron, colei che fra quelle altre dame maggior sembrava: — Ora, signor, saprete quel che poco anzi a me voi chiesto avete.
Di Napoli, città che 'n riva al mare siede quindi vicin, già resse il freno donna che fu de le più degne e rare virtuti adorna e copiosa a pieno,
che sopra tutto non trovò mai pare in cortesia, sì n'ebbe il cor ripieno; ed in ciò vinse i più lodati essempi che giamai furo negli antiqui tempi.
Costei, vaga d'oprar cosa ch'ognora la memoria di lei viva serbasse, tai che, sì come in vita, in morte ancora l'alta sua cortesia si celebrasse,
fece con l'arte maga, ond'essa allora a pena ritrovò chi l'aguagliasse, questo palagio in cima a questo colle, ed a la cortesia sacrare il volle.
Sendo a la cortesia poscia sacrato, chiamollo Albergo de la Cortesia, e l'imagin di lei sovra l'ornato altar drizzò, dove ad ogni or si stia;
ritrasse poi ciascun che mai sia stato raro tra' più cortesi o che pur fia, ed i ritratti loro intorno appese, sì che il muro più vago indi si rese.
Lascia da poi che in cortesia si spenda in questo albergo tanto argento ed oro, che ve 'n fia sempre, benché il sol risplenda mille volte or nel Cancro ed or nel Toro;
né crederò ch'a cotal pregio ascenda altro cui re possegga ampio tesoro; e vuol che le ricchezze e 'l luoco istesso sia governato ognor dal nostro sesso:
da donzelle però d'alti parenti ne l'Italia felice al mondo nate, le quali a note ed ad ignote genti non sol ricetto dar siano obligate,
ma cercar anco co' pensieri intenti deggian ch'ad albergar sempre menate sian qui donne e donzelle e cavalieri, del paese così come stranieri.
Vuol anco ch'ognor vada a questo effetto una copia di lor là presso il lito, la qual tenti condurre al suo ricetto ognun che passa con cortese invito.
E perché non le punga al cor sospetto de l'onor suo, che non le sia rapito, incantò il monte e intorno ancor sei miglia con nuova ed incredibil meraviglia:
che s'alcun donna ingiurioso offende ne l'aver, ne la vita o ne l'onore, d'invisibile ardor tutto s'accende, sì che miseramente al fin ne more.
Ma sì come l'incanto ognor difende chi serva in fatto il virginal suo fiore, così qual donna il macchia e 'l tiene a vile quinci discaccia con perpetuo stile.
Come il mar scaccia d'uom le membra estinte, come scaccia pastor le infette agnelle, così con forza non veduta spinte da questo spazio son le damigelle,
che da l'amore o dal gran premio vinte misere furo al proprio onor rubelle; e quinci avien che i padri nostri poi non han, mentre stiam qui, cura di noi.
Fe' da poi la regina, Alba nomata, per mostrarsi cortese in ogni cosa, e per farsi a coloro amica e grata che van cercando ogni ventura ascosa,
una barca mirabile incantata ch'ella chiamò la barca aventurosa; perciò ch'ognun che in lei di gir si fida, sempre a qualche aventura in breve guida.
Senza nocchier, sol da l'incanto scorta, se 'n va la barca per l'ondoso mare, e gli erranti guerrier securi porta là dove il lor ardir possin mostrare,
come, se 'l vostro core a ciò v'essorta, voi potrete, signori, ancor provare, ché la barca tegniam quinci vicina, dove col nostro lito il mar confina.
Or l'ordin che tra noi serbar sogliamo riman che sol vi dica, ed egli è questo, ch'ogn'anno tra noi tutte una eleggiamo, ch'abbia a regger poi l'altre il pensier desto.
A quant'ella n'impon tutte obidiamo, pur che comandi il licito e l'onesto. Io che per nome Euridice son detta, al degno grado fui poco anzi eletta.
Fu Guilante il leggiadro padre mio, e in Capua dominò mentre che visse. — Qui tacque alquanto, indi il parlar seguio, e de l'altre la stirpe e 'l nome disse.
Ma perché tinta già d'oscuro oblio sorgea la notte, fe' ch'ognun si gisse a riposar su l'addagiate piume, sin ch'in ciel si mostrasse il nuovo lume.
Cookies on Poetry Cove