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1544–1595

Canto sesto

Torquato Tasso

Parton da l'antro i duo garzoni insieme, e prendon verso Italia il lor camino, là ov'è già presso a le ruine estreme da Carlo astretto il campo saracino:

ch'ivi di fare eccelse imprese han speme dinanzi al gran figliuol del buon Pipino, e vuol Florindo da la regia mano tôr di cavaleria l'ordin sovrano.

Attraversando gir tutto 'l paese che Giulio ornò di molti fregi pria, e superaro ancor l'Alpi scoscese, per cui s'aprì la malagevol via

con novo modo il gran Cartaginese, Roma, portando a te guerr'aspra e ria. Vider d'Italia poi l'almo terreno, ancor di riverenza e d'onor pieno.

— Salve, d'illustri palme e di trofei provincia adorna, e d'opre alte e leggiadre; salve, d'invitti eroi, di semidei, d'arme e d'ingegni ancor feconda madre,

che estendesti agli Esperii, ai Nabatei l'altere insegne e le vittrici squadre; e d'ogni forza ostil sprezzando il pondo, e giusta e forte desti legge al mondo. —

Così Rinaldo va parlando, e 'ntorno intanto gira il guardo desioso, ed ognor più vede il paese adorno di ricche ville e vago e dilettoso;

ma non trova ventura in quel contorno ov'ei col fatigar prenda riposo, ed ove mostrar possa il suo valore e la virtù del generoso core.

Gran parte trapassar d'Italia, e mai non potero incontrar ventura alcuna, benché del lor camin fêssero assai al freddo lume de l'argentea luna.

Giunsero al fin co' matutini rai là dove 'l Franco e 'l Saracin s'aduna, e vider tremolar l'insegne altere al vento, e fiammeggiar l'armate schiere.

S'alzava il sol dal mar con l'ore a paro, né di nubi copria le gote ardenti, e, ferendo per dritto il vario acciaro, mille formava in ciel lampi lucenti,

e con un corruscar tremulo e chiaro fêa non ingrata offesa agli occhi intenti, tal ch'il campo sembrava Etna qualora l'aer con spessi fuochi orna e colora.

Carlo in tre parti il campo avea diviso, ed ei tenea con una un picciol monte; Namo s'era con l'altra al piano assiso; gli stava con la terza Amone a fronte.

L'essercito infidel d¢mo e conquiso è cinto intorno e chiuso in Aspramonte; ben molti ancor vi son de' Saracini, che stan ne' forti luoghi ivi vicini.

Poi che 'l campo da lunge ebber mirato e sodisfatto al lor desire in parte, Florindo, bene instrutto ed informato di quel che deggia far, da l'altro parte,

e dritto se 'n va dove attendato s'era il gran Carlo in elevata parte. Ma Rinaldo che gir seco non volle, si fermò giù nel piano a piè del colle.

Passa Florindo tra l'altere squadre, adorne di valor, di ferro cinte, ed a varie fatiche, opre leggiadre, tutte le vede in util modo accinte.

Quinci l'anime vili, oscure ed adre, cui l'ozio piace, son scacciate e spinte; quivi Vener non ha né Bacco loco, né dado infame od altro inutil gioco.

Quivi si vede sol chi dal forte arco aventi strai con certa aspra percossa, chi di scudo coperto e d'arme carco poggi in loco erto con destrezza e possa;

chi porti il destro suo terreno incarco con lieve salto oltra ben larga fossa, chi mova a marzial feroce assalto gli aspri piombati cesti or basso or alto;

chi con robusta man la spada giri in fiammeggianti rote o l'asta vibri, e chi lottando a la vittoria aspiri, e diverse arme paragoni e libri;

chi con gran forza il pal di ferro tiri, chi d'arte militar rivolga i libri, chi muova tutto armato il piede al corso, chi volga o lente ad un corsiero il morso.

Deh! come in tutto or è l'antica norma e quel buon uso e quei bei modi spenti! Com'or nel guerreggiar diversa forma si serba, oimè! tra le cristiane genti!

Or chi celebri Bacco o inutil dorma, chi tutti aggia i pensieri al gioco intenti, chi ne' piacer venerei impieghi e spenda le forze, è sol de' campi in ogni tenda.

Che meraviglia è poi se 'l rio serpente, sotto cui Grecia omai languendo more, orgoglioso minaccia a l'Occidente e par che 'l prema già, che già il divore?

Ma dove or fuor di strada inutilmente mi torcon giusto sdegno, aspro dolore? Dove, amor e pietà, mi trasportate? Deh! torniamo a calcar le vie lasciate.

Florindo, uno scudier tolto in sua scorta, si fa condurre al padiglion di Carlo. Giunto a le guardie de la regia porta, prega ch'entro al signor voglian menarlo.

Come il re vide, con maniera accorta, chini i ginocchi al suol, prese a mirarlo; indi fatte le guancie alquanto rosse, riverente ed umil tai voci mosse:

— Sir, qui vengh'io da la tua fama tratto, che quasi un novo sol risplende e vaga, per esser di tua man cavalier fatto: benigno adunque il mio desire appaga. —

Carlo del suo parlar ben sodisfatto, e de la nobil sua sembianza vaga, cavalier fello, ancorché non sapesse dirgli a pieno onde origine ei traesse.

Prega Florindo che la man d'Orlando, l'invitta man di Dio ministra in terra, sia quella che gli cinga al fianco il brando, lieto e felice augurio in ogni guerra.

Il paladin di ciò gli è grato, usando detti cortesi, ond'egli umil s'atterra, ed al gran Carlo ed a lui grazie rende; indi di nuovo il dir così riprende:

— Un cavalier che qui vicin m'aspetta, ed io, che ambi d'Amor seguaci siamo, per la sua face e per la sua saetta d'esser campioni suoi giurato abbiamo;

onde or de l'armi dando altrui l'eletta, al tuo cospetto mantener vogliamo, ch'ascender non può l'uomo a vero onore se non gli è duce e non gli è scorta Amore.

Dunque s'alcun de' tuoi guerrier si truova che nemico d'Amor si mostri e sia, e ciò voglia negar, venga a la pruova, ch'a lui con l'arme in man risposto fia. —

Parve proposta tal leggiadra e nuova, e v'è chi contradirvi omai disia. Carlo vuol poi che sia l'alta proposta per un suo messo a' Saracini esposta.

Tosto di ciò si sparse fama, e molti che ne' lacci d'Amor non furon mai, o che se 'n quelli pur vissero involti, ed aspri e duri gli provaro assai,

ed essendone già liberi e sciolti, fissi in mente tenean gli antiqui guai, disposer d'adoprar l'asta e la spada, perché d'Amor la gloria a terra cada.

Carlo già presso al piano era disceso, intorno cinto da' suoi duci alteri, per risguardar come l'incarco preso sostenerian gli incogniti guerrieri.

Rinaldo, a cui toccava il primo peso, attendeva a la giostra i cavalieri: primo è a venir Gualtier da Monlione, e primo anco a lasciar scarco l'arcione.

Sorse vario parlar fra i circostanti, vedendo il fiero corpo inaspettato, ma cessò tosto, perché fessi avanti Augiolin ch'era a vincer spesso usato.

Segnano i colpi a l'elmo ambo i giostranti: ecco si danno, ecco cader sul prato l'aventurier ch'a quel colpir non resse, e col tergo e col capo il suolo impresse.

Berlingier ch'Angiolino a terra ir vede, e ne vuol fare a suo poter vendetta, la lancia arresta e 'l destrier punge e fiede, e veloce ne va come saetta.

Dal fren la mano e da la staffa il piede gli leva il colpo averso: ei pur s'assetta, e ferma in sella, e torna a giostra nuova; ma lunge dal cavallo al pian si trova.

Molti ch'eran d'Amor fidi e devoti, spinti da invidia e da pensier superbo, vennero a giostra allor, ma lasciar vòti i cavalli al colpir grave ed acerbo.

Tu primiero col tergo il suol percuoti, benché sii di gran forza e di gran nerbo, o fier Riccardo; poi seguonti appresso Druso, Alcasto, Orion, Pulione e Bresso.

Tosto dopo costor giostra Gismondo; tosto è dopo costor sospinto a terra. Cadde ancor seco Orin che furibondo, per voler troppo, il colpo falla ed erra.

Arban suo maggior frate ora è secondo, ch'Orin prima e poi lui Rinaldo atterra; bene Aldrimante, il terzo lor germano, venne terzo a cader disteso al piano.

Mentre Rinaldo fa sì agevolmente verso il cielo a costor volger le piante, ecco a pugna venir chiaro e lucente di forte acciaro il saracino Atlante.

Sembra egli a l'apparir torre eminente, sembra il destrier c'ha sotto alto elefante; tutto di marzial sdegno s'accende il guerrier, come in lui le luci intende.

Senza parlar, senza pur dirgli “guarda!”, ratto muove a l'incontro il fier pagano; né men ratto di lui l'altro ritarda, ma l'asta indrizza, non mai corsa in vano.

De' circonstanti ognun sospeso guarda qual de' duo deggia roversarsi al piano; batte a quelli per dubio e per sospetto, per ira e brama a questi il cor nel petto.

Con quel vigor, con quelle voglie pronte con cui colpirsi Achille e 'l forte Ettorre, là 've asconde tra nubi il sacro monte Ideo l'aerea testa, e 'l Xanto scorre,

con quelle o con maggior ne l'ampia fronte vengonsi questi al primo scontro a côrre: e fu 'l colpo crudel di tanta forza che gir tre volte o quattro a poggia e orza.

Si scontrano i cavalli, e 'l fier Baiardo, quanto minor, cotanto ancor più forte, l'altro distende con urtar gagliardo, e dàllo in preda a la gelata morte.

Il pagan si drizzò, ma lento e tardo, ché gli presse il destrier le gambe a sorte; intanto il cavalier lui non offende, ma con l'integra lancia al pian discende.

Ride il superbo Atlante e lui minaccia, come da sella al pian disceso il vede, e dal fodro Fusberta altero caccia, Fusberta il brando ch'ogni prezzo eccede.

Rinaldo verso quel volta la faccia, e inanzi il manco e dietro 'l dritto piede ben fermo in terra, e l'asta a mezzo presa, coraggioso si move a la contesa.

Tutto feroce l'African si lancia, ed a trovare il va con un mandritto, ma in mezzo il corso da l'aversa lancia gli è tronco il calle e l'omero traffitto.

S'allegra tutto allor lo stuol di Francia, ma si conturba il Saracino afflitto: freme il gigante e di rabbiosa fiamma le guancie e gli occhi orribilmente infiamma.

E da la destra uscir si lascia il brando, ch'a catena di ferro avinto pende, sì ch'afferrar può l'asta, e lei tirando quasi per terra il cavalier distende,

e di man gliela cava. Indi, gettando quella lontan, Fusberta altier riprende. Rinaldo, or che farai? Chi ti soccorre? Come potraiti inerme a morte tôrre?

Perde ei la lancia ben, non perde il core però, ma più che mai ratto e veloce si sottragge, saltando al gran furore con cui giù dechinava il ferro atroce.

Scende il ferro con impeto e romore: pur al terren più ch'al nemico or noce, né sì presto il pagan l'alza che, mentre ciò fa, Rinaldo sotto lui non entre.

Entra Rinaldo e col pugnal percuote la mano ostil tra' nervi acerbamente; poi gli elsi afferra de la spada, e scuote di lei la destra allor poco possente.

Il fier gigante contrastar no 'l puote, e la sua morte omai vede presente; vede, meschin, ne la sua spada istessa, l'acerba morte sua viva ed espressa.

Quei, ch'audace stimar via più che saggio il cavaliero a lor ancor novello, perché 'l vedeano andar con disvantaggio senz'aver spada a l'orrido duello,

ora il senno stimar par al coraggio, tal destrezza e valor vedendo in quello: che sia Rinaldo alcun di lor non crede, benché sappiano il vanto il qual si diede.

Alza il guerriero intanto il suo robusto braccio per estirpar germe sì rio, e dove il capo termina col busto, il gran corpo divise e dipartio;

da le gelate membra, inutil fusto, l'alma vermiglia involta in sangue uscio, e stridendo n'andò nel cieco Averno, là 'v'è 'l duolo, l'orrore e 'l pianto eterno.

L'asta raccolta, ascese in sul destriero Rinaldo, ma Fusberta il brando eletto si cinse prima, poiché 'l voto altero, che già fece egli, or ha sortito effetto,

avendo tolto a forza ad uom sì fiero, da cui stat'era a dubii passi astretto, la ben guernita e ben temprata spada, di cui non è chi meglio punga o rada.

Otton, che si dolea che 'l pagan tronco il suo desio gli avesse e 'l luoco tolto, vedendolol senza nome ignobil tronco, nel proprio sangue orribilmente involto,

sprona il destrier, arresta il grosso tronco, ma cadde, da Rinaldo in fronte colto; quindi poi fu da l'empio ferro estinto il buon Ugon, non che da sella spinto.

Questi il nimico in petto avea colpito, e quasi tratto al pian dal suo cavallo; da l'altra parte il paladin, ferito sol l'aere e 'l vento, l'asta corse in fallo,

onde da l'ira e dal furor rapito poi l'uccise in brevissimo intervallo, e quasi in un istante a lui recise il capo, e 'l brando sino al cor gli mise.

Quel ferro ch'ad Ugon il cor traffisse, il cor traffisse insieme al magno Carlo, perciò che lui, mentre in sua corte visse, cotanto amò che non potea più amarlo.

Or non vorria che invendicato gisse, e dentro è roso da mordace tarlo: da desir di vendetta ei dentro è roso, né puote il suo pensier tenere ascoso.

Ma rivolto ad Orlando, il qual dal lato manco gli stava, a lui così ragiona: — O da me qual figliuol nipote amato, o sostegno maggior di mia corona,

vedi ben tu com'empia man privato d'Ugone or n'have, e com'ei n'abbandona, quand'era la sua età nel più bel fiore, e in colmo i suoi servigi e 'l nostro amore.

Ahi quanto ardito fu, quanto fu forte, ahi quanto buono, ahi quanto a noi fedele! Ed è ben dritto, oimè! ch'a la sua morte tutta Francia si lagne e si querele.

Ma chi per l'aspra sua spietata sorte sparger pianti e sospir, sparger querele de' più d'ambo duo noi, s'ambo duo noi deggiam più ch'altri ai gran servigii suoi?

Dunque un sì meritevol cavaliero morirà invendicato, e tu 'l vedrai? Tu che 'l forte Troiano, Almonte il fiero vincesti, or di costui temanza avrai?

Deh! rompi omai l'orgoglio a questo altero, deh! fa' del nostro Ugon vendetta omai, e solleva qual pria l'onor di Francia, ch'abbattuto or si sta da l'altrui lancia. —

Con questi detti e con molti altri spinse il forte Orlando contra 'l forte estrano, ché quegli prima a giostra non s'accinse, non essendo al pugnar facile e vano.

Né fello or volontier, né farlo ei finse, anzi il suo pensier disse aperto e piano; ma Carlo il prega, e contradir non giova, onde convien ch'al suo voler si muova.

Egli era armato, e sol l'ardita fronte non ricopria con l'onorato incarco, ma fattosi recar l'elmo d'Almonte, tosto di quel si rese adorno e carco.

Rinaldo, ch'al quartier conobbe il conte ch'a scontrarlo venia, non fu già parco in allentar la briglia, oprar lo sprone, lieto di sì bramata occasione.

Muse, or per voi s'apra Elicona, e 'l santo vostro favor più largo a me si presti, onde con nuovo stil m'inalzi tanto, ch'al gran soggetto inferior non resti.

E tu, Minerva, ancor reggi il mio canto, come la man de' duo campion reggesti: ché non men puoi ne l'una e l'altra parte dar forza altrui, ch'Apollo insieme e Marte.

Non giamai negli ondosi umidi regni s'investon con furor sì violento duo veloci nemici armati legni, spinti o da remi o da secondo vento,

che l'un ne l'altro imprime aperti segni, e ne rimbomba il liquido elemento, come costor ch'a colpi orrendi e crudi con spaventevol suon fendon gli scudi.

Fendersi i ferrei scudi e cadde a terra Brigliador prima e poscia ancor Baiardo; tosto drizzarsi i duo folgor di guerra, né punto l'un fu più de l'altro tardo:

ognun ne l'armi si raccoglie e serra, adopra ogn'arte ed usa ogni risguardo, a ripararsi ed a ferir provisto, ché 'l valor già de l'inimico ha visto.

Si copre il petto con lo scudo Orlando, porto inanzi col ferro il braccio destro. Rinaldo intorno a lui si va girando tutto veloce, tutto lieve e destro,

di farlo discoprir sempre tentando; ma sempre trova quel cauto e maestro: né per finte o per cenni unqua si muove, né cangia il passo o drizza il ferro altrove.

Ecco mentre Rinaldo aggira e tenta di poterlo ferir, ma sempre in vano, scoperto alquanto il petto a lui presenta. Ratto egli spinge allor l'armata mano,

al capo accenna e mostra cura intenta di colpir quella parte al suo germano; poi declinando il ferro al petto giunge, trapassa ogni arma e lievemente il punge.

Quel, più che sangue allor dal petto, sparse ira dagli occhi, orribile in sembianza. Non più schermir, non più con arte aitarse, ma ben vuol tutta oprar la sua possanza:

dove da l'elmo il cimier suole alzarse, fiede con forza, ch'ogni forza avanza. Orlando al colpo orrendo il capo inchina, co' piè traballa e quasi al pian ruina.

Pur si riave e poggia in tal furore che in sé non cape omai né truova loco; gli occhi accesi travolge e manda fuore da la visiera un sfavillante foco;

fa co' denti fremendo alto romore. Che tanto dirò mai che non sia poco? Tal forse è Giove allor che 'l ciel disserra, e 'l folgor minacciando irato afferra.

Rinaldo, che venirsi adosso mira il fero conte in sì terribil faccia, ne lo scudo si chiude e si ritira dal colpo ove opra Orlando ambe le braccia.

Così s'umido vento irato spira, ed inimica pioggia al suol minaccia, il peregrin che vede il nembo oscuro ver' quel schermo si fa di tetto o muro.

Ma per la troppo furia in man si volse al forte Orlando la tagliente spada; pur di piatto lo scudo opposto colse, onde convien che rotto in pezzi cada.

Poi scese a l'elmo e 'l bel cimier gli tolse, chiuse ben l'elmo al suo furor la strada; Rinaldo sostenersi allor non puote, ma con ambo i ginocchi il suol percuote.

Pur tosto si drizzò, più che mai fosse, fiero e rabbioso il gran figliuol d'Amone, e ne la spalla il suo cugin percosse, sì ch'indi il disarmò fino al galone;

e gli avria l'arme del suo sangue rosse fatte, ma gliel vietò la fatagione: ch'Orlando, quale Achille o Cigno, dura la pelle e contra 'l ferro ebbe sicura.

Or chi narrar potrebbe a parte a parte le lor percosse orribili e diverse onde di rotte piastre e maglie sparte tutto intorno il terren si ricoperse?

Chi accennar pur l'alta possanza e l'arte, a cui simile il ciel giamai non scerse? il ciel che de' mortali i fatti e l'opre or con mille occhi, or con un sol discopre.

L'essercito cristian e 'l saracino tutto stupisce a quel pugnar sì fiero; tra sé rivolge il figlio di Pipino chi sia quel forte incognito guerriero.

Or Francardo l'estima ed or Mambrino, ora sovra Chiarello ei fa pensiero, de' quai l'alto valor con chiara tromba oltra l'Eufrate ed oltra il Nil rimbomba.

Rinaldo in questa ch'a se stesso vede ferito alquanto il destro fianco e 'l petto, e conosce ch'Orlando indarno fiede, ché non ne segue alcun bramato effetto,

tenta novo partito, e certo crede, egli vien seco a guerreggiar più stretto, di superarlo al gioco de la lotta, tanto ha la mano essercitata e dotta.

Quegli ciò scorge e non si schiva punto, anzi mostra ch'a lui non manco piaccia; ecco che l'uno a l'altro è già congiunto con le man, con le gambe e con la faccia.

L'afferra Orlando a mezzo il collo a punto; Rinaldo lui con ambedue le braccia sotto de' fianchi attraversando cinge: lo scuote e gira, lo solleva e spinge.

Ed or col destro piè gli avince il manco, ed or col mento l'omero gli preme; or, perché 'l fiato pur gli venga manco lo stringe a' fianchi con le forze estreme.

Orlando a lui col core ardito e franco, l'arte accoppiando e la gran possa insieme, il collo calca sì pesante e greve che 'l tuo pondo, o Tifeo, forse è più leve.

Non puote l'un l'altro gittar per terra, e quanto il vigor manca, il furor cresce; pur anelanti l'ostinata guerra seguon, né lor disegno alcun riesce;

e già lo spirto lor si chiude e serra, già per tutto il sudor si spande ed esce; al fin tornan di nuovo al primo assalto, ed a girare il ferro or basso or alto.

Tornano al primo assalto, e 'l piano ancora torna a tremar con spaventevol suono; manda l'aria percossa ad ora ad ora, qual da le rotte nubi orribil tuono.

Non più soffrir puote 'l gran Carlo allora ch'i duo guerrier, che 'nsieme a fronte sono, menino a certo fin la pugna incerta, poi c'hanno a pien la lor possanza esperta.

Egli deposto avea l'odio e 'l rancore che dianzi avea contra 'l guerrier strano, sol per cagion de l'alto suo valore, ch'or ha veduto via più chiaro e piano:

ché se 'l frenare i sùbiti del core e' primi moti non è in nostra mano, può bene il saggio con miglior discorso porre agli affetti rei poi duro morso.

E sempre avien che così alberghi e regne l'amor de la virtude in nobil petto, ch'a poco a poco al fin consuma e spegne d'ira e di sdegno ogni rabbioso affetto;

perché avinte fra lor son l'alme degne d'un legame d'amor sì forte e stretto, che se 'l caso talor pur le disgiunge, tosto quel le ristringe e ricongiunge.

Il saggio re, c'ha l'ira in amor volta, sospinge il corridor tra i duo guerrieri: grossa sbarra partir così tal volta suol duo d'ira infiammati aspri destrieri.

Frena egli con l'aspetto, ove è raccolta divina maestà, gli animi alteri; indi con modi accorti a parlar mosse, e lor d'ogni rio sdegno ambi duo scosse:

— Di sì lieve cagion nato, omai cessi lo sdegno, ed oltre più non vi trasporte; e poiché mostro avete a segni espressi quant'ognun di voi sia pugnace e forte,

mostrate or di saper ancor voi stessi vincer, quando ragione a ciò v'esorte; e sendo chiara ormai la virtù vostra, date, vi prego, luogo a nuova giostra.

Abbracciatevi insieme, e così spero che tra voi le discordie or fian compite; ciò concedete a me ch'in don ve 'l chero, vago di veder pace ov'era lite.

E tu dimmi anco, degno estran guerriero, c'hai le man forti quai le brame ardite, tuo nome e sangue, ond'io conosca aperto cavalier di tal pregio e di tal merto. —

Rinaldo allor: — Non già sostiene, o sire, tanto cognoscitor mio basso stato, né senz'alto rossor ti potrei dire mio nome, tra guerrier nulla pregiato.

Nel resto poi son pronto ad esseguire quanto vedrò ch'a te fia caro e grato, e cedo volontier la palma e 'l pregio a questo invitto cavaliero egregio. —

Così dicendo, umile e riverente va per baciare al suo cugin la mano, ma quegli la ritira e no 'l consente, anzi il raccoglie in cortese atto umano;

e di quella battaglia il fa vincente, e lieva al cielo il suo valor sovrano: ché, poiché in arme non può superarlo, almeno in cortesia tenta avanzarlo.

E sendogli recata un'armatura onde avea già spogliato un duce moro, ch'era di tempra adamantina e dura, a scaglie fatta con sottil lavoro,

e sopravesta avea di seta azura, rigida ed aspra per argento ed oro, al cavalier estrano in don la diede, poi ch'indosso la sua rotta gli vede.

Ma né cortese in ciò punto mostrarsi di lui vol meno il gran figliuol d'Amone: anzi dal suo scudiero una fe' darsi leggiadra spoglia d'african leone,

che bianchi peli avea tra fulvi sparsi, e già fu dono d'un gentil barone. Per le grosse unghie d'or, per l'aurea testa, e per li folti velli è grave questa.

Con tal dono ad Orlando il cambio rende de l'alta cortesia che gli ha dimostra. Grifone intanto il Maganzese attende impaziente i cavalieri a giostra,

e sovra un gran cavallo intento rende ogn'occhio a sé con vaga altera mostra. Questi arrogava al suo valor cotanto, che si crede d'aver ne l'arme il vanto.

Già ver' costui Rinaldo si movea, ma Florindo il garzon vi s'interpose, dicendogli ch'in arme ei fatto avea opre che sempre fian meravigliose,

e ch'ora il loco a lui ceder dovea, e curarsi le piaghe sanguinose: a lui che sin allor riguardatore stato era sol de l'alto suo valore.

Ecco, o Grifone, chi ti toglie omai di quel tant'orgoglioso tuo pensiero. Misero! tu cadendo a terra vai al primo colpo d'un novel guerriero:

tu, che d'Orlando più ti pregi assai, per mano or d'un fanciul premi il sentiero. Florindo abbatte poscia anco Ansuigi, Avino, Avorio, Anselmo e Dionigi.

Solmon di Scozia, Alberto d'Inghilterra cadono ancora, e 'l parigin Vistagno, ed altri molti dopo questi atterra Florindo, e fa di gloria alto guadagno.

Rinaldo a l'allegrezza il cor disserra, tai cose far vedendo al suo compagno. Intanto ha fine con la giostra il giorno, e Carlo al campo fa co' suoi ritorno.

Ma prima ei tenta ben di ritenere i due guerrier per breve spazio almeno, e di Rinaldo ancor tenta sapere la patria, il nome e 'l rimanente a pieno.

Ma non puote di ciò nulla ottenere, onde al desire ed al pregar pon freno, e d'ambo i cavalier le scuse accetta, e color quinci poi se 'n vanno in fretta.

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