Già sparito era 'l carro, e nube densa sparso per l'aria avea d'oscura polve, che più sempre s'ingrossa e si condensa, sì ch'il puro seren del cielo involve,
quando alzato il corsier con furia immensa calci accopiando in giro si rivolve, ed è presto a lo spron, presto a la mano, ché non gli noce più l'incanto strano.
Rinaldo alquanto il cor dal duolo oppresso solleva, poi che 'n piè risorto il vede, e per lo segno c'han le rote impresso altamente nel suol lo sprona e fiede.
Quel cangia i passi sì veloce e spesso che non serba il terreno orma del piede, e ne l'aria sospeso augel rassembra, che con l'ali sostenga alto le membra.
Ma fermezza maggior la nube prende a poco a poco, e maggior spazio abbraccia, tal che vista mortal più non s'estende, benché di lince fosse, oltra duo braccia.
Intanto pioggia ruinosa scende, e si turba del ciel la vaga faccia: il paladin non sa dove si vada, né però punto neghittoso bada;
ma con giudizio di Baiardo il corso regge ed indrizza, e sempre inanzi passa, lo sprone oprando e rallentando il morso, sì che 'l cavallo respirar non lassa.
Al fine, allor che a' suoi corsieri il dorso Febo disgrava e sotto 'l mar s'abbassa, s'aprì la nube e 'n aria si disperse, ed ei né 'l carro né l'Ispano scerse.
Nulla egli vidde se non piante ed ombre, e la Senna ch'altera il suol diparte. Or chi fia mai che con la penna adombre, e co l'inchiostro pur dissegni in parte
qual varia passion l'animo ingombre al cavaliero in sì remota parte? Ciò ben eccede ogni poter mortale: tu sol sei, Febo, al gran soggetto eguale.
Fu per uscir di sé, fu per passarsi col proprio ferro il tormentato core; fu per morir di duol, fu per gittarsi, sì che s'immerga nel profondo umore.
Sospiri accesi a stuol per l'aria sparsi, gemiti tratti dal più interno fuore, stridi e querele in lamentevol suono: di quel ch'ei sente i minor segni or sono.
Ma la speranza, che non prima manca in tutto altrui che manchi ancor la vita, benché debole sia, benché sia stanca, e quasi oppressa omai, non che smarita,
pur quanto può s'inalza e si rinfranca e gli è contro al dolor schermo ed aita; e tai cose nel core a lui ragiona, ch'a fatto in preda al duol non s'abbandona;
ma determina in fin di gir cercando Clarice bella ovunque Apollo illustri, e quando il verno imbianca i campi, e quando Flora gli orna di rose e di ligustri,
né, perché a lui più volte il sol girando rapporti in sen gli anni fugaci e i lustri, lasciar l'impresa, se non trova prima lei che de' suoi pensier si siede in cima;
ché poi non teme, se trovar la puote, di non la riaver mal grado altrui, benché quanti guerrier son tra Boote ed Austro fusser giunti ai danni sui;
ché già gli son l'alte sue forze note, e da l'amor l'ardir s'avanza in lui. Con tal pensier la via prende a traverso negli amorosi suoi pensier sommerso.
Così ne va ne le sue cure involto, e se tallor riscontra alcun per via, no 'l mira e non gli parla, e quasi tolto la favella e 'l veder par che gli sia;
ma fisso e intento ne l'amato volto tutt'altro e insieme sé medesmo oblia; e se pur scorge alcun, a lui novella richiede sol de la sua donna bella.
Mentre da' suoi martiri accompagnato camina pur, venir d'appresso sente voce che sembra d'uom mesto e turbato, che gli fiede l'orrechie in suon dolente.
L'animoso guerrier verso quel lato sprona l'agil cavallo immantinente, forse anco scorto da speranza vana, che dagli amanti mai non s'allontana;
ed un vago e bellissimo garzone vide che sotto un pin steso giacea, ed era di sua età nella stagione sacra e dicata a la ciprigna dea,
quando a sua voglia Amor di noi dispone: né del fiorir del pelo in lui parea pur segno alcun, ma netto e bianco il mento avea, qual terso avorio o puro argento.
Involto in pastoral candida pelle sparsa di nere macchie egli si stava, e le chiome qualor lucide e belle mirto ed alloro in un gli circondava;
i ben formati piè, le gambe snelle sino al ghinocchio ricoprendo ornava di cuoio azuro, e quel con aurei nodi era da poi legato in mille modi.
Tal forse Endimione a Cinzia parve, qualor dal primo giro ella discese, di sogni cinta e di notturne larve, e seco l'ore dolcemente spese.
Tal fuor de l'ocean sovente apparve, d'un candido splendor le gote accese, la stella cara a l'amorosa diva, che 'l giorno estinto innanzi tempo aviva.
In così dolci modi e sì pietosi si lamentava il pastorello adorno, ch'avria commossi ancor gli orsi rabbiosi ove affetto gentil non fa soggiorno.
Avea le guancie e gli occhi rugiadosi, gli occhi ch'apriano quasi un novo giorno; e co' caldi sospir l'aria accendea, che dal profondo del suo cor traea.
— Lasso! dicea, perché venisti, Amore, Amor d'ogni mio bene invidioso, con le tue fiamme a tormentarmi il core e turbar la mia pace e 'l mio riposo?
Deh! qual gloria te aspetti e qual onore, s'io tale schermo alcun non far pur oso, s'a pena l'arco steso, a pena accinto eri a ferir, ch'io mi rendei per vinto?
Chi crederia che gli tuo' strali infesti fussero a pastoral rustico petto, non sendo quei di Giove unqua molesti a l'ignobil capanna, al basso tetto?
Ma poi che far, oimè! tu pur volesti così vil pruova in così vil suggetto: non dovevi il mio core in luoco porre u' senza speme ognor se stesso aborre.
Tu, perfido signor, tu disleale, che sotto ombra di ben copri il mal vero, oggetto desti impare e diseguale, onde a pieno m'affliga, al mio pensiero.
Deh! mie stelle crudeli, or quando tale scempio fu visto e così strano e fero? Ché dove in altri amor da speme nasce, dal non sperar in me s'aviva e pasce.
Segue il rozo monton la pecorella, scorto da speme, per gli erbosi campi; segue il colombo a la diurna stella la cara amica ed a' notturni lampi;
combatte il toro a la stagion novella da speme tratto, e par che d'ira avampi: sempr'è speranza, ov'è d'amor il foco, quella in me no, ma sì ben questo ha loco. —
Mentre in soavi note ei si dolea, stava Rinaldo a le querele intento, e la pietà che del fanciullo avea maggior in lui rendeva il suo tormento,
ch'a pensar ai suoi casi il conducea, al suo perduto bene, al gaudio spento. Poi che si tacque, a lui cortese disse, le luci avendo nel bel volto fisse:
— Vago garzon, che 'n sì bel modo fuora mostri l'alto dolor che in te s'asconde, e ti lagni d'amor, ti lagni ancora de l'empie stelle a te poco seconde,
e nel tuo lamentar parte tallora tocchi de le mie piaghe alte e profonde: deh! se il ciel ed Amor ti sia cortese, la cagion del tuo duol fammi palese.
Io sono un cavalier cui similmente è il destino ed Amor crudo e spietato, ché vivo ognora in mezzo 'l fuoco ardente, poco a me stesso e meno ad altri grato.
Narra dunque il tuo duol securamente ad uom che da egual pena è tormentato, perché recar ciascun dessi a guadagno ne le sventure sue trovar compagno. —
A quei detti cortesi il giovinetto, verso Rinaldo alzando il viso bello, per cui rigando il puro avorio schietto scendea nel grembo un tepido ruscello,
gli disse: — Cavalier, s'hai pur diletto d'udir quanto Amor siami iniquo e fello, e quanto la Fortuna empia ed acerba, dal corsier scendi e posati in su l'erba;
ch'io te 'l dirò, poiché, qual dici, sei servo d'Amore, ed ei di te fa scempio. Ma vedrai bene al fine che i casi miei son senza paragone e senza essempio,
e che quel duolo onde gir carco déi, è null'a par del mio gravoso ed empio. Ben caro avrò che tu mi narri poscia qual passion t'affliga e quale angoscia.
Là dove già l'alta Numanzia sorse, ch'osò ben spesso al gran popol romano co l'intrepido ferro audace opporse, e fe' del latin sangue umido 'l piano,
dove or per abitar usan raccôrse solo i pastor del territorio ispano, nacqui io, ma sotto stella iniqua e ria, del più ricco uom ch'in quelle parti sia.
Siede ivi un tempio a maraviglia adorno, ch'a Venere sacrar nostri maggiori, dove sempre di maggio il primo giorno vengono cavalier, vengon pastori,
donne e donzelle dal vicin contorno a porgere a la dea solenni onori; né questo antiquo stil ponto è dismesso, perch'or s'adori il gran Macone in esso:
anzi premii son posti a qual più dotta gagliarda mano il pal di ferro tira, a chi il nemico al gioco della lotta con maggior forza ed arte alza e raggira,
a chi con l'arco di più certa botta ferisce il segno, ov'altri indarno mira, a chi con ratto piè gli altri precorre, a chi la lancia più leggiadro corre.
Le donne poi, che son di basso stato, menano insieme vaghe danze a gara; l'altre ch'in maggior grado ha 'l ciel locato, e che di stirpe son nobile e chiara,
si baciano a vicenda; e chi più grato il bascio porge, in ciò più dolce e cara a giudizio commun rapporta il pregio, ch'orna la sua beltà di nuovo fregio.
Soleano già, quando concesso ei n'era da' secoli miglior più libertate, i giovanetti ch'a la primavera erano giunti di lor verde etate,
anch'essi intrar confusamente in schiera con le vaghe donzelle inamorate, e insieme gareggiar nel dolce gioco: ma ciò l'uso corresse a poco a poco.
Avenne, ed or passato è il secondo anno, ché i dì non sol, ma l'ore in mente anch'aggio, ch'al tempio venne per mio eterno danno la vaga Olinda il dì primo di maggio:
la vaga Olinda, mio gravoso affanno, c'ha bellissimo il volto, il cor selvaggio, Olinda ch'è del nostro re figliuola, di cui chiaro romor per tutto vola.
Lasso! non prima in lei gli occhi affisai, che per l'ossa un tremor freddo mi scorse. Pallido ed aghiacciato io diventai allora, e fui de la mia vita in forse;
quasi in un tratto ancor poi m'infiammai, e contra il giel l'ardore il cor soccorse, spargendo il volto d'un color di fuoco, né dentro o fuor potea trovar mai luoco.
Non conobbi io l'infirmità mortale a segni, ohimè! ma nel bel volto intento, misero! dava a l'amoroso male esca soave e dolce nutrimento.
Ben me n'avidi al fin, ma che mi vale, s'ogni rimedio era già tardo e lento, ed ogni sforzo van, ché 'l crudo Amore s'era in tutto di me fatto signore?
Conosceva il mio error, vedeva aperto, quanto a lo stato mio si sconvenisse in donna di tal sangue e di tal merto l'insane voglie aver locate e fisse,
e che era ben per sentiero aspro ed erto fuggir pria ch'altro mal di ciò seguisse: ma mi sforzava il micidial tiranno gir volontario a procacciarmi danno.
Non così fonte di chiar'acqua pura a stanco cervo ed assettato aggrada, né tanto al gregge il prato e la pastura piace ch'è sparsa ancor da la rugiada,
né tanto il rezo e la fresca ombra oscura a peregrin ch'errando il luglio vada, quanto sua dolce vista a me piacea, bench'ella fosse di mia morte rea.
L'ora de' giuochi era venuta intanto, ed al palo tirar si cominciava, e già fra gli altri omai la palma e 'l vanto un gagliardo pastor ne riportava.
Siegue la lotta: io che mostrarmi alquanto al mio gradito amor pur desiava, corro al certame; e tal fu la mia sorte che giudicato fui d'ognun più forte.
Si giostrò poscia, e i giuochi anco si fêro de le donzelle; ed io che vidi allora molte che baci a la mia donna diero, e che gli ricever più cari ancora,
arsi di dolce invidia, e col pensiero mi formai grate frodi ad ora ad ora, perché mi parve, inganno aventuroso, d'esser fra loro al bel gioco amoroso.
Ultimamente al corso poi si venne, di cui teneva Olinda il pregio in mano; io m'accinsi al certame, e non ritenne il corpo stanco l'appetito insano.
M'aggiunse ai piedi Amor veloci penne, e mi rendè l'andar facile e piano, tal che gli altri precorsi, e giunsi dove sedean l'alte bellezze altere e nove.
Come fui sì vicino al mio bel sole, un gelato tremor tosto m'assalse, tal ch'io mi dibattea sì come suole tenero giunco in riva a l'acque salse.
Quasi lasciò le membra vuote e sole l'alma, che gli occhi bei soffrir non valse. Al fin mi porse Amor cotanto ardire che 'n parte sodisfeci al mio desire;
e con sùbita astuzia, di cadere fingendo, nel bel sen quasi mi stesi. Or chi potria mai dir quanto piacere e qual dolcezza in quel istante io presi?
Ma non deggio di ciò punto godere, da poi che fu cagion che più m'accesi: ché se caldo era pria, non fu in me dramma da indi in qua se non di fuoco e fiamma.
Poi tolsi il pregio, e lieve in tôrlo strinsi la man che quel tenea bianca e gentile, e in questa di rossor le guancie tinsi, ed a terra chinai lo sguardo umile.
Or veder pòi quant'oltre io mi sospinsi, io di nissun valore uom basso e vile, verso dama sì degna e sì sovrana, e s'Amor mi rendea la mente insana.
Ma già dal ciel Apollo era sparito, onde ancor seco il mio bel sol spario, ed io restai di tenebre vestito, preda del duol che soffro ognor più rio.
Oh pur, oimè! di queste membra uscito se 'n fusse allor l'infermo spirto mio, ch'a maggior pene ed a più fera sorte tolto m'avria quell'opportuna morte.
Quella inquieta notte in quanti e quanti angosciosi martir, lasso! passai; quanti trassi dagli occhi amari pianti, quanti dal petto arsi sospir mandai,
non credendo i celesti almi sembianti e gli occhi belli riveder più mai: ma vietò questo per maggior mio male l'atrocissimo mio destin fatale.
Perciò ch'Olinda, a chi il paese piacque per lo ciel che temprato era e sereno, per l'amene selvette e limpid'acque, e' bei colli che 'l fan vago ed ameno,
perché di caccie, a cui da ch'ella nacque ebbe il cor volto, è copioso e pieno, in un castel che signoreggia intorno tutto il paese, elesse far soggiorno.
E quinci ella uscia poi sovente fuori coi primi rai, con l'aura matutina, allor che le verdi erbe e i vaghi fiori aprono il seno a la celeste brina,
cinta da cavalier, da cacciatori, e da schiera di dame pellegrina; ed or seguiva i lepri e i cervi snelli, or tendea reti ai semplicetti augelli.
Io c'ho tutti i miei dì cacciando spesi con quei che sono in ciò dotti e maestri, e ch'era annoverato in quei paesi tra i più veloci e tra i più cauti e destri,
oltre che sapea i luochi ove son presi più facilmente gli animai silvestri, ne la sua compagnia tosto raccolto fui con grate parole e lieto volto.
Sempre era seco e gli pendea dal lato, e per felice allor mi riputava, ch'avea il suo cane a lassa o l'arco aurato, o la carca faretra io le portava;
felicissimo poi se m'era dato toccar le veste ond'ella cinta andava. Così ne vissi insin ch'il solar raggio portò di nuovo il dì primo di maggio.
Ma 'l crudo Amor, ch'altrui piacer perfetto non fa sentire, insin ch'al fin s'arriva, e traendo di questo in quel diletto l'uom, sempre in lui più il desiderio avviva,
mi sospinse a mortale infausto effetto, onde ogni mio tormento in me deriva, e 'l lume di ragion sì mi coperse, ch'egli dal bene il mal punto non scerse.
Deliberai, feminil vesta presa, tra le donzelle anch'io meschiarmi, quando vengono insieme a placida contesa, l'una soavi baci a l'altra dando,
per poter poscia, oh temeraria impresa! cagion ch'or sia d'ogni mio bene in bando, congiunger con la mia la rosea bocca, onde Amor mille strali aventa e scocca.
E mi pensava ben poter ciò fare sicuramente, perché 'l pelo ancora, che suol più ferma età seco apportare, non mi spuntava da le guancie fuora.
Vesti trovai d'oro fregiate e care, e molti altri ornamenti in poco d'ora; e solo il tutto ad un compagno dissi, con cui d'estremo amor congionto vissi.
Così al tempio ne venni ove si fêa l'amoroso duello, e già col volto in un candido vel, quanto potea senza sospetto dar, chiuso ed involto.
De le donne lo stuol che concorrea insieme al dolce gioco era sì folto, che non fu chi 'l mio nome a me chiedesse, o in conoscermi pur cura prendesse.
Onde tra lor sicuro io mi meschiai, donna creduto da le donne anch'io. Molte abbracciai di lor, molte basciai con poca gioia e con minor disio,
sin ch'ad Olinda al fin pur arrivai, stabile oggetto d'ogni pensier mio, cui com'edera tronco il collo cinsi: indi le labbra disiose spinsi.
Con voglia così ingorda affettuosa, con sì fervidi baci e con sì spessi, spinto da forza interna ed amorosa ne le sue labbra le mie labbra impressi;
ch'allor quasi stupita e sospettosa ella fissò ne' miei gli occhi suoi stessi, onde io cangiai pur nel medesmo istante in color mille il timido sembiante.
Il che forse il sospetto a doppio rese maggiore in lei di quel che prima egli era, tal che più fiso a rimirarmi prese, ed al fin mi conobbe, ahi, sorte fera!
onde le luci di furore accese. Disse con voce in un bassa ed altera: “Come a tal tradimento unqua pensasti? Come, falso villan, tant'oltra osasti?
Sgombra orsù via di qua, togliti ratto dal nostro regno, e più non t'accostarli; e s'a l'audace o scelerato fatto quelle pene non do che dovrei darli,
e sì placidamente ora ti tratto, fo per non dar materia onde altri parli: ben la tua morte a me saria gradita, non meno, anzi via più de la mia vita.”
Ma perché, lasso! ti racconto a pieno quel che duro già fu tanto a patire? E ch'or è duro a ricordar non meno, sì che 'l cor sento in mille parti aprire.
Uccider mi vols'io, ma pose freno a la man disperata ed al desire, dopo molta fatica e mille preghi, quel mio compagno a cui null'è ch'io neghi.
Ed a venir in Francia ei mi dispose, ov'è, se pur il ver la fama dice, un antro a cui fra l'opre alte e famose null'altro al mondo oggi agguagliarsi lice;
ch'ivi a' suoi servi le future cose da un aureo simulacro Amor predice, e con certe risposte util consigli dà ne l'aversitati e ne' perigli.
Ed oggi a punto, allor che s'apre il giorno, tra via mi disse uom vecchio e peregrino, che quinci presso sotto un colle adorno giacea lo speco, e m'insegnò il camino.
Or dimmi tu, guerrier, qual danno o scorno ti faccia Amor o 'l tuo crudel destino: ch'ambo da poi n'andremo al loco sacro per richieder consiglio al simulacro. —
Rinaldo i casi suoi più brevemente narrogli, e 'nsieme poi la via pigliaro; né molto gir ch'altero ed eminente il colle e poi lo speco ancor miraro.
Occupava l'entrata un foco ardente; alta colonna di forbito acciaro gli stava a dirimpeto in terra fitta, e v'era tal sentenza in carmi scritta:
“A' leali d'Amor concesso è 'l passo, agli altri no, per mezo il vivo foco.” Era 'l colle d'un netto e vivo sasso, vago e lucente del color di croco,
opra d'incanto, e dimostrava al basso, tutte scolpite in apparente loco, le vittorie d'Amor, gli alti trofei, ch'egli acquistò contra celesti dei.
Florindo, ch'il pastor tal nome avea, ch'era ne l'amor suo fido e leale, sùbito entrò dove più il foco ardea con grand'ardire a la gran fede eguale;
ed andar per un aere a lui parea, sottilissimo e puro e forse quale è l'elemento men condenso e greve, ch'agli altri sorvolò spedito e lieve.
Il cavalier che rimirava intento de' favolosi dei gli antichi amori, entrar vedendo senza alcun spavento Florindo tra le fiamme e tra gli ardori,
a seguirlo non fu pigro né lento, ma 'l feroce destrier lasciando fuori a Vulcan si credette: indi per quello entrò sicuro nel sacrato ostello.
Da tre leggiadri e vaghi sacerdoti ch'a la cura del loco erano eletti, del faretrato arcier fidi e devoti, ambi furo raccolti i giovinetti,
ed a l'altar menati, u' preghi e voti dovean porger al dio con puri affetti, come da quei ch'ivi gli avean condutti erano a pieno ammaestrati e instrutti.
Ma il paladino in cui verace fede per rara grazia ognor cresce ed abonda, ciò si sdegna di far, perché non crede che divin nume in sé quel or nasconda,
ma spirto aereo o de l'inferna sede, che narrando il futuro altrui risponda: onde in disparte alquanto ei si ritira, e 'l vaneggiar di quei tacendo mira.
E ben avria l'idol, sdegnato alquanto, ogni risposta al cavalier negato, ma da Merlino allor, che fe' l'incanto, a risponder mai sempre ei fu sforzato;
e per simil cagion, tanto né quanto del ver tacer altrui gli era vietato: ché 'l saggio mago il tutto già previsto e similmente al tutto avea provisto.
Un candido torel, che sotto 'l peso del grave aratro non gemeva ancora, ed avea nuovamente il petto acceso di quel soave ardor che n'inamora,
sendo a giacer sovra l'altar disteso, sacrificaro al dio ch'ivi s'adora; ed a te poscia, o sua vezzosa madre, due colombe bianchissime e leggiadre.
Finito il sacrificio, ecco si scuote lo speco, e par che 'l suol dal fondo treme; e con strano romor di voci ignote tutto d'intorno omai rimbomba e geme:
così s'Austro lo fiede e lo percuote, il mare irato orribilmente freme. Crolla la statua il capo e batte l'ali, sonangli a tergo l'arco e gli aurei strali.
Quinci il dio così poi la lingua scioglie: — Segui, Rinaldo, il tuo desir primiero di venir chiaro in arme; e fia tua moglie Clarice allora, e pago il tuo pensiero.
Fu Malagigi, a ciò che più ti invoglie a l'onorato marzial mestiero, quel che sul carro te la tolse, e poi salva ed illesa l'ha renduta a' suoi.
E tu, Florindo, segui l'arme ancora, ché esse ti conduranno al fin bramato, perché, se ben no 'l sai né 'l cognosci ora, sei di sangue reale al mondo nato. —
Ad oracolo tal rimase allora dubioso ognun di lor, ma consolato, e scacciò de' martir la schiera folta che intorn'intorno al cor se gli era accolta.
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