Canto i felici affanni e i primi ardori che giovanetto ancor soffrì Rinaldo, e come il trasse in perigliosi errori desir di gloria ed amoroso caldo,
allor che, vinti dal gran Carlo, i Mori mostraro il cor più che le forze saldo; e Troiano, Agolante e 'l fiero Almonte restar pugnando uccisi in Aspramonte.
Musa, che 'n rozo stil meco sovente umil cantasti le mie fiamme accese, sì che, stando le selve al suono intente, Eco a ridir l'amato nome apprese:
or ch'ad opra maggior movo la mente, ed audace m'accingo ad alte imprese, ver' me cotanto il tuo favor s'accresca, ch'al raddoppiato peso egual riesca.
Forse un giorno ardirai de' chiari fregi del gran Luigi Estense ornar mie carte, onde, mercé del suo valor, si pregi e viva il nostro nome in ogni parte;
non perch'io stimi ch'a' suoi fatti egregi possa dar luce umano ingegno od arte, ch'egli e tal ch'altrui dona e gloria e vita, e vola al ciel senza terrena aita.
E voi, sacro signor, ch'adorno avete d'ostro la chioma e di virtude il core, e sì lucidi raggi omai spargete che se n'oscura ogni più chiaro onore,
quando ai gravi pensier la via chiudete, prestate al mio cantar grato favore: ch'ivi vedrete al men, se non espresso, adombrato in altrui forse voi stesso.
Ma quando, il crin di tre corone cinto, v'avrem l'empia eresia domar già visto, e spinger, pria da santo amor sospinto, contra l'Egitto i principi di Cristo,
onde il fiero Ottomano oppresso e vinto vi ceda a forza il suo mal fatto acquisto, cangiar la lira in tromba e 'n maggior carme dir tentarò le vostre imprese e l'arme.
Già Carlo Magno in più battaglie avea d¢mo e represso l'impeto affricano, e per opra d'Orlando omai giacea estinto Almonte e 'l suo fratel Troiano;
pur in sì rio destin si difendea ne' forti luoghi ancor lo stuol pagano, che molti in riva al mar, molti fra terra pria n'occupò nel cominciar la guerra.
Ma Carlo, il pian ridotto in suo potere, e l'uno e l'altro mare a quel vicino, stringea più sempre con l'armate schiere da varie parti il campo saracino,
ch'avendo gran cagion del suo temere paventava il furor d'empio destino; pur, con audace e generoso core, era a' nemici suoi d'alto terrore.
E ciascun giorno sempre alcun di loro fuor da le mura e da' ripari usciva, per provar s'al francese il valor moro pari al men ne' duelli riusciva.
Poi, quando il sol celava i bei crin d'oro, e sotto l'ali il ciel notte copriva, tutti assaliano insieme il nostro campo, per tentar con lor gloria alcuno scampo.
Ma sempre il primo onore, il primo vanto, in generale e in singolar battaglia, rapporta Orlando il giovanetto, e intanto gli antichi eroi d'alte prodezze agguaglia:
guerriero alcun non è feroce tanto, né piastra fatta per incanto o maglia, ch'al suo valor resista; e Marte istesso avria forse la palma a lui concesso.
Oh quante volte e quante ei fece solo a mille cavalier volger le piante, e quante ancor rendette il terren suolo del mauro sangue caldo e rosseggiante!
Quante volte colmò d'estremo duolo i miseri seguaci d'Agolante, ch'alzar gli vider sanguinosi monti de' duci lor più gloriosi e conti!
Tosto la vaga fama il suo valore e l'opre sue va divolgando intorno: picciola è prima, e poi divien maggiore, ch'acquista forze ognor di giorno in giorno.
Ovunque arriva sparge alto romore, e finge quel d'ogni virtute adorno: col vero il falso meschia e in varie forme si mostra altrui, né mai riposa o dorme.
Fra gli altri molti del figliuol d'Amone ella giunge a l'orecchie, e i fatti egregi del valoroso suo cugin gli espone a parte a parte, e gli acquistati fregi.
Sùbito a quel magnanimo garzone, c'ha ne la gloria posto i sommi pregi, invidia accende generosa il petto, che negli altieri spirti ha sol ricetto.
E tal invidia ha in lui maggior potere, perché gli par che 'l fior de' suoi verdi anni, quando l'uom deve tra l'armate schiere soffrir di Marte i gloriosi affanni,
ei consumi in fugace e van piacere, involto in molli e delicati panni, quasi vil donna che 'l cor d'ozio ha vago, e sol adopri la conocchia e l'ago.
Da queste cure combattuto geme, e sospir tragge dal profondo core; d'esser guardato vergognoso teme, ché desta l'altrui vista in lui rossore;
crede ch'ognun l'additi e scioglia insieme in tai voci la lingua a suo disnore, come de' suoi maggior le lucid'opre con le tenebre sue questi ricopre.
Tra sé tai cose rivolgeva ancora, quando il tetto real lasciossi a tergo, e da Parigi uscio, ché quivi allora insieme con la madre avea l'albergo;
e caminando in breve spazio d'ora giunse d'un prato in sul fiorito tergo, che si giacea tra molte piante ascoso, ond'era poi formato un bosco ombroso.
Quivi, perché gli pare acconcio il luoco a lamentarsi, e non teme esser visto, si ferma e siede, e 'n suon languido e fioco così comincia a dir, doglioso e tristo:
— Deh! perché, lasso! un vivo ardente foco di dolor, di vergogna e d'ira misto non m'arde e volge in polve, onde novella di me mai più non s'oda, o buona o fella?
Poi ch'oprar non poss'io che di me s'oda con mia gloria ed onor novella alcuna, o cosa ond'io pregio n'acquisti e loda, e mia fama rischiari oscura e bruna;
poscia che non son tal che lieto goda di mia virtute, o pur di mia fortuna, ma il più vil cavaliero, al ciel più in ira, che veggia il sol tra quanto scalda e gira;
deh! perché almeno oscura stirpe umile a me non diede o padre ignoto il Fato, o femina non son tenera e vile, ché non andrei d'infamia tal macchiato;
perciò ch'in sangue illustre e signorile, in uom d'alti parenti al mondo nato la viltà si raddoppia e più si scorge, che 'n coloro il cui grado alto non sorge.
Ah! quanto a me de' miei maggior gradito poco è il valor e la virtù suprema; quanto d'Orlando a me di sangue unito l'ardir mi noce e la possanza estrema.
Egli or, di fino acciar cinto e vestito, l'alte inimiche forze abbatte e scema, e con l'invitta sua fulminea spada fa ch'Africa superba umil se 'n vada.
Io quasi a l'ozio, a la lascivia, agli agi nato, in vani soggiorni il tempo spendo, e ne le molli piume e ne' palagi sicuri tutto intero il sonno prendo;
e per soffrire i marzial disagi tempo miglior, età più ferma attendo, ai materni conforti ed a que' preghi cui viril petto indegno è che si pieghi. —
Mentre così si lagna, ode un feroce innito di cavallo al cielo alzarsi; chiude le labbra allor, frena la voce Rinaldo, e non è tardo a rivoltarsi,
e vide al tronco d'una antica noce per la briglia un destrier legato starsi, superbo in vista, che mordendo il freno s'aggira, scuote il crin, pesta il terreno.
Nel medesmo troncone un'armatura vide di gemme e d'or chiara e lucente, che par di tempra adamantina e dura, ed opra di man dotta e diligente.
Cervo che fonte di dolc'acqua e pura trovi allor ch'è di maggior sete ardente, od amador cui s'offra a l'improviso il caro volto che gli ha il cor conquiso,
non si rallegra come il cavaliero, che così larga strada aprir vedea per mandar ad effetto il suo pensiero, che tutto intento ad oprar l'arme avea.
Corre dove sbuffando il bel destriero con la bocca spumosa il fren mordea, e lo discioglie e per la briglia il prende, e ne l'arcion, senz'oprar staffa, ascende.
Ma l'arme che facean, quasi trofeo sacro al gran Marte, l'alboro pomposo, distaccò prima, e adorno se 'n rendeo, di tal ventura stupido e gioioso;
conosce ben che chi quelle arme feo, fu di servirlo sol vago e bramoso, ch'erano ai membri suoi commode ed atte qual se per lui Vulcan l'avesse fatte.
Oltra che de lo scudo il campo aurato da sbarrata pantera adorno scorge, che con guardo crudel, con rabbuffato pelo terror ai rimiranti porge:
ha la bocca e l'unghion tinto e macchiato di sangue, e su duo piedi in aria sorge. Già tal insegna acquistò l'avo, e poi la portar molti de' nepoti suoi.
Poi che saltando sul destriero ascese, e tutto fu di lucide arme adorno, l'usbergo, l'aureo scudo e l'altro arnese si vagheggiava con lieto occhio intorno.
Indi con ratta man la lancia prese, la lancia ond'ebber molti oltraggio e scorno; ma la spada lasciò, ché gli sovenne d'un giuramento ch'ei già fe' solenne.
Avea di Carlo al signoril cospetto vantando fatto un giuramento altero, quando da lui coi frati insieme eletto al degno grado fu di cavaliero,
di spada non oprar, quantunque astretto ne fosse da periglio orrendo e fiero, s'in guerra pria non lo toglieva a forza a guerrier di gran fama e di gran forza.
Ed or come colui ch'audace aspira a degne imprese, ad opre altere e nove, ciò por vuole ad effetto, e 'l destrier gira, e 'l batte e sprona ed a gran passi il muove;
e sì lo sdegno generoso e l'ira, e 'l desio di trovar venture dove la lancia adopri, in suo camin l'affretta, ch'in breve tempo uscì de la selvetta.
Come al marzo errar suol giumenta mossa dagli amorosi stimoli ferventi, onde non è che ritenerla possa fren, rupi, scogli o rapidi torrenti;
così il garzon cui l'alma ognor percossa è da sproni d'onor caldi e pungenti, erra di qua di là, raddoppia i passi, per fiumi, boschi e per alpestri sassi;
tal ch'allor che 'l villan, disciolti i buoi dal giogo, a riposar lieto s'accinge, e ritogliendo il sol la luce a noi l'altro avverso emispero orna e dipinge,
giunge in Ardenna, ove de' fati suoi l'immutabil voler l'indrizza e spinge; quivi nuovo desir l'alma gli accense, che quel primier in lui però non spense.
Errò tutta la notte intera; e quando ne riportò l'Aurora il giorno in seno, uom riscontrò d'aspetto venerando, di crespe rughe il volto ingombro e pieno,
che sovra un bastoncel giva appoggiando le membra che parean venir già meno; ed a tai segni, ed al crin raro e bianco, mostrava esser dagli anni oppresso e stanco.
Questi, verso Rinaldo alzando 'l viso, così gli disse in parlar grave e scorto: — Dove vai, cavalier, ch'egli m'è aviso vederti tutto omai lacero e morto?
Ché già più d'un guerriero è stato ucciso ch'errando per lo bosco iva a diporto, e, troppo altero del suo gran valore, ha voluto provar tanto furore.
Sappi che novamente in questa selva è comparso un cavallo aspro e feroce, di cui non è la più gagliarda belva o dove aghiaccia o dove il sol più cuoce.
Da lui qual lepre fugge e si rinselva il leone, il cinghial e l'orso atroce; dovunque passa l'alte piante atterra, e intorno tremar fa l'aria e la terra.
Dunque fuggi, meschino, o in cavo e fosco luogo t'ascondi, ché d'udir già parmi rimbombar al suo corso intorno il bosco, né contra lui varran tue forze e armi:
ch'io quanto a me, s'a segni il ver conosco, cagion non ho di quinci allontanarmi, per servar questa spoglia inferma e vecchia cui Natura disfar già s'apparecchia. —
Al parlar di quel vecchio il buon Rinaldo non si smarrì, né di timor diè segno, ma d'ardente desir divenne caldo di farsi qui d'eterna fama degno;
e con parlar rispose audace e saldo, acceso dentro d'onorato sdegno, che co' detti a vil fuga altri l'esorte, quasi ei paventi una famosa morte.
— Fugga chi fuggir vuol, ché cavaliero non dee più che la lancia oprar lo sprone; e quanto è più il periglio orrendo e fiero, più francamente il forte a lui s'oppone;
ed io già stabilito ho nel pensiero di far del mio valor qui paragone; e se ben fussi ov'è più ardente il polo, qui ratto ne verrei per questo solo. —
Allor l'antico vecchio a lui rivolto, in voci tai l'accorta lingua sciolse: — Con gran diletto, o cavaliero, ascolto il grande ardir ch'in te Natura accolse;
né vidi uom mai più dal timor disciolto, da poi che 'l mio parlar non ti distolse da l'alta impresa, né tue brame estinse, ma loro infiammò più, te più sospinse.
E credo che conforme abbia a l'ardire infuso in te 'l valor l'alma Natura, e che per le tue man deggia finire tosto sì perigliosa alta ventura.
Segui pur dunque il tuo gentil desire, e di gloria e d'onor l'accesa cura: ch'a degne imprese il tuo destin ti chiama, e vivrai dopo morte ancor per fama.
E perché possi, quando a cruda guerra ti troverai con quel destrier possente, la furia sua, che l'altrui forze atterra, vincere e superar più agevolmente,
vedi di trarlo mal suo grado in terra, ché mansueto ei diverrà repente, ed a te sì fedel che non fu tanto fedel al magno Ettorre il fiero Xanto.
Di lui quel ti dirò ch'a molti è ignoto, che ti parrà quasi impossibil cosa. Amadigi di Francia, a tutti noto, che la bella Oriana ebbe in sua sposa,
solcando il mar fu dal piovoso Noto spinto a l'isola detta or Perigliosa; ch'allor con nome tal non fu chiamata, ma tra l'altre perdute annoverata.
Quivi il destrier vins'ei già carco d'anni, ed in Francia suo regno il menò seco; ma poi ch'a volo glorioso i vanni, di sé lasciando il mondo orbato e cieco,
spiegò felice in ver' gli empirei scanni, incantato il destrier entro uno speco fu qui vicin dal saggio Alchiso il mago, di far qualch'opra memorabil vago.
Sotto tai leggi allor quel buon destriero fu dal mago gentil quivi incantato, che non potesse mai da cavaliero per ingegno o per forza esser domato,
se dal sangue colui reale altero d'Amadigi non fusse al mondo nato, e s'in valor ancor no 'l superasse, o pari almeno in arme a lui n'andasse.
Dopo che 'l mago la bell'opra fece, non s'è 'l cavallo se non or veduto, ma da ch'apparve, diece volte e diece ha 'l suo torto camin Cinzia compiuto:
onde da segno tal comprender lece che 'l termine prefisso è già venuto, ch'esser disfatto dee lo strano incanto, e domato il destrier feroce tanto.
Né ti maravigliar se 'l destrier vive dopo sì lungo girar d'anni ancora, ch'il fil troncar d'alcun le Parche dive non ponno, s'incantato egli dimora;
né fra l'imposte al viver suo gli ascrive il fato di quel tempo una sol'ora. Grande è il poter de' maghi oltra misura, e quasi eguale a quel de la Natura.
Nel fin di questa selva un antro giace: indi il cavallo mai non si discosta, ma misero colui che troppo audace a quella parte ov'egli sta s'accosta.
Tu perché partir vuo', rimanti in pace; e s'a l'impresa ancor l'alma hai disposta, in oblio non porrai, ché s'ei la terra col fianco premerà, vinta hai la guerra. —
Non avea detto ancor queste parole, che ne la selva si cacciò più folta, veloce sì che più veloce il sole dechinando il suo carro al mar non volta.
Restò Rinaldo allor sì come suole debile infermo rimaner tal volta, cui ne' sonni interrotti appaion cose impossibili, strane e monstruose.
Questi, ch'era apparito al giovinetto in forma d'uom ch'a vecchia etate è giunto, era il buon Malagigi, a lui di stretto nodo di sangue e d'alto amor congiunto:
mago de la sua etade il più perfetto, che 'l buon voler mai dal saper disgiunto non ebbe, anzi ad ognor suoi giorni spese altrui giovando in onorate imprese.
Egli avea ritenuto il suo germano Rinaldo alquanto in Francia e quasi a forza, sin ch'un influsso rio gisse lontano, e cresciesse con gli anni in lui la forza.
Or, passato il furor troppo inumano del ciel, cui spesso uom saggio e piega e sforza, gli permise il partirsi e fegli appesi tornar al tronco i necessari arnesi.
Rinaldo intanto per la selva caccia il suo destrier per vie longhe e distorte, e de l'altro corsier segue la traccia, senza saper qual strada a quello il porte;
e per ogni romor che l'aura faccia, par che rallegri l'animo e conforte, credendo allor trovarlo: e così in vano errò fin che 'l sol gio ne l'oceano.
Allor su l'erba a piè d'un fonte scese, ch'era de' quattro l'un che fe' Merlino, e con frutti selvaggi ed acqua prese ristor de la fatica e del camino.
Ma quando Febo in Oriente accese di nuovo il vago raggio matutino, ritorno fece a la primiera inchiesta, e 'l viaggio seguì per la foresta.
Per quello andò gran spazio, avendo intenti gli occhi e 'l pensiero a l'alta impresa solo; ed ecco, allor che co' suoi raggi ardenti insino a l'imo fende Appollo il suolo,
strepito pargli d'animai correnti sentir nel bosco; onde ne corre a volo là ond'il suono a le sue orecchie viene, e raddoppia nel cor desire e spene.
E in questa apparir da lungi vede leggiadra cerva e più che latte bianca, che ratta move a tutto corso il piede, ed annelando vien sudata e stanca;
e sì il timor il cor le punge e fiede, e la lena e 'l vigor in lei rinfranca, ch'ov'è 'l garzone, arriva e inanzi passa, e gran parte del bosco a tergo lassa.
Vien dietro a lei sovra un cavallo assisa, che veloce se 'n va come saetta, di nuovo abito adorna in strana guisa disposta e vaga e snella giovinetta,
dal cui dardo ferita e poscia uccisa fu la fugace e timida cervetta, dal dardo ch'ella di lanciar maestra tutto le fisse entro la spalla destra.
Mira il leggiadro altero portamento Rinaldo, e 'nsieme il ricco abito eletto, e vede il crin parte ondeggiar al vento, parte in aurati nodi avolto e stretto;
e la vesta cui fregia oro ed argento, sotto la qual traspar l'eburneo petto, alzata alquanto discoprir a l'occhio la gamba e 'l piede fin presso al ginocchio:
la gamba e 'l piede, il cui candor traluce fuor per seta vermiglia a l'altrui vista. Degli occhi poi la dolce e pura luce, e la guancia di gigli e rose mista,
e la fronte d'avorio, ond'uom s'induce ad obliar ciò che più l'alma attrista, e le perle e i rubin, fiamme d'amore, rimira, ingombro ancor d'alto stupore.
Non quando vista ne le gelid'acque da l'incauto Atteon fusti, Diana, tant'egli ne stupì né tanto piacque a lui la tua beltà rara e soprana,
quant'or nel petto al buon Rinaldo nacque fiamma amorosa e maraviglia strana, vedendo in selva solitaria ed adra sì vago aspetto e forma sì leggiadra.
La vaga e cara imago in cui risplende de la beltà del ciel raggio amoroso, dolcemente per gli occhi al cor gli scende, con grata forza ed impeto nascoso;
quivi il suo albergo lusingando prende. Al fin con modo altero imperioso rapisce a forza il fren del core e 'l regge, ad ogn'altro pensier ponendo legge.
Ma come quel che pronto era ed audace, e Fortuna nel crin prender sapea, e tanto più quant'era più vivace quel dolce ardor che l'alma gli accendea,
disse: — V'apporti il ciel salute e pace sempre, qual che vi siate, o donna o dea; e come vi fe' già leggiadra e bella, così beata or voi faccia ogni stella.
E s'a la grazia, a la beltà del viso, pari felicità dal ciel v'è data, ardisco dir che non è in Paradiso alma di voi più lieta e più beata;
ché tai son quelle in voi, ch'egli m'è aviso ch'angiola siate di là su mandata: onde per me felice io mi terrei di spender, voi servendo, i giorni miei.
Ma da poi che mostrarvi il ciel cortese ha per sì raro dono a me voluto, facciamisi or per voi chiaro e palese quel che sin qui nascosto ei m'ha tenuto;
ch'avendo l'altre qualitati intese, come quelle apparenti ho già veduto, rimarrà sol che con onor divini voi mia dea riverisca, a voi m'inchini. —
Al parlar di Rinaldo la donzella d'un onesto rossor le guancie sparse; e qual veggiam del sol l'alma sorella, quando vento minaccia, in volto apparse:
il che più la rendette adorna e bella, e di fiamma più calda il giovin'arse. Indi mosse ver' lui parole tali, che gli fur tutte al cor fiammelle e strali:
— Non son qual mi formate, o cavaliero, né va 'l mio merto al parlar vostro eguale; ma di Carlo soggiaccio al magno impero, come ancor voi da Dio fatta mortale;
ben è 'l fratello mio prode guerriero, e di sangue chiarissimo e reale; ei che Guascogna, ond'è signor, governa, or segue Carlo a fiera guerra esterna.
Ed io ch'al giogo maritale unita non sono, e seguir Cinzia ancor mi lice, in un castel vicin tranquilla vita vivo, e meco ne sta mia genitrice,
e compagnia, qual bramar so, gradita; resta or che 'l nome dica: egli è Clarice. Ma chi sète, guerriero, e di qual merto, voi che 'l vostro servir m'avete offerto? —
Allor Rinaldo a lei così rispose: — Traggo l'origin io da Costantino, che l'imperial sede in Grecia pose, lasciando altrui d'Italia il bel domino.
Amone è 'l padre mio, le cui famose prove al grado l'alzar di paladino: Chiaramonte il cognome, io son Rinaldo, solo di servir voi bramoso e caldo. —
— Chi de' vostri avi invitti e del gran padre non ha sentito l'onorato grido? S'è testimon de l'opre lor leggiadre ogni remota piaggia e ogni lido:
e chi d'Orlando, a le cristiane squadre prima difesa contra il Mauro infido? Ma di voi null'ancor la fama apporta. — Così a lui disse la donzella accorta.
E con que' detti gli traffisse il core, e 'l colmò di dolore e di vergogna, onde in se stesso, d'ira e di furore acceso, morte e più null'altro agogna.
Tratte dal petto al fin tai voci fuore, rispose a quella tacita rampogna: — Affermo anch'io che molto Orlando vaglia, e che raro è colui che se gli aguaglia.
Ma 'l suo valor però non tanto parmi, ch'io col vostro favor punto temessi seco venir al paragon de l'armi, senza che biasmo a riportar n'avessi;
e s'occasion tal vorrà mai darmi il ciel, voi ne vedrete i segni espressi. — Fra tanto ei scorse e la donzella altera di donne e di guerrier leggiadra schiera.
Eran costor la nobil compagnia di Clarice, che lei givan cercando, non ben sicuri che Fortuna ria non venga il lor seren stato turbando,
ché lasciati gli avea ella tra via, dietro la cerva il suo destrier spronando, sì che, vedendola ora a l'improviso, segni mostrar d'alta letizia al viso.
Ella, veduto i suoi, tosto rivolse sorridendo a Rinaldo il vago aspetto, e gli disse: — Baron, s'il ciel raccolse tanto ardir e valor nel vostro petto,
ch'ad Orlando, in cui porre il tutto volse che se richiede a cavalier perfetto, ne gite par nel gran mistier di Marte, mostrate qui vostra possanza in parte:
ché se d'Orlando voi non men valete, questo de' miei guerrier ardito stuolo giostrando superar ancor potrete, benché contra lor tutti andiate or solo.
Io dirò poi che tal ne l'arme sète che mostrate d'Amone esser figliuolo, e che voi con la spada e con la lancia alzate al par di lui l'onor di Francia. —
A sì grate parole ingombra l'alma nova dolcezza al buon figliuol d'Amone, che spera aver di quei guerrier la palma, e far del suo valor qui paragone;
pur a lei disse: — Assai difficil salma quella è, che 'l parlar vostro ora m'impone: ma quest'alma beltà tai forze aviva in me, che spero addur l'impresa a riva. —
Così detto, il destrier veloce gira, e tosto gionto a quei guerrieri a fronte, pria le fattezze altere intento mira, poi così parla con audace fronte:
— Valorosi signor, non sdegno od ira, non da voi ricevute ingiurie ed onte, ma più bella cagion ora mi sforza provar quanto s'estenda in voi la forza.
Accingetevi dunque a la battaglia, che si vedrà chi di servir più degno sia l'alta dama, e più ne l'armi vaglia, tosto con chiaro ed apparente segno. —
Il forte Alcasto allor, cui di Tessaglia, morto 'l padre, obedir doveva il regno, qual uom d'amore acceso e qual superbo, così rispose con parlare acerbo:
— Ben come hai detto, folle, or or vedrai quanto sia questa lancia e soda e dura; e qual error commette ancor saprai quel che le forze sue non ben misura. —
Avea di Grecia in Francia a trager guai costui condutto empia sua ventura, ch'in Clarice non pria fisò lo sguardo, ch'al cor sentio d'amor l'acuto dardo.
E sendo tra il re Carlo e 'l genitore molti anni pria grave odio e sdegno nato, non si volse scoprir, ch'ebbe timore di non essere offeso e oltraggiato;
ma spinto, lasso! dal tiranno Amore, esser fingendo di più basso stato, s'era a' servigii posto ei di Clarice, ch'in ciò la sorte alquanto ebbe adiutrice.
E perché amor da gelosia diviso rado o non mai del tutto esser si vede, con fiera voce e con turbato viso la superba risposta allor ei diede.
Ma Rinaldo, che sente a l'improviso che con detti orgogliosi altri lo fiede, volge 'l cavallo e pon la lancia in resta: né men tardo di lui quegli l'arresta.
L'uno e l'altro la lancia a un tempo impugna, e l'un si move e l'altro anco in un punto; ma l'un mira che 'l colpo a l'elmo giugna là dove è con la fronte il crin congiunto;
l'altro che via men dotto è di tal pugna, cerca che 'l petto sia dal ferro punto; nessun l'asta nerbosa indarno corse, ma con quella al nemico affanno porse.
A mezo 'l petto il fier garzon fu colto dal forte Alcasto col nodoso legno, ch'ogn'uom più saldo avria sozzopra volto, ed ei non fece di cader pur segno.
Fu il nemico da lui più offeso molto, che la terra calcò senza ritegno, ferito in testa d'aspra e mortal piaga, sì che 'l terren di sangue intorno allaga.
Rinaldo in sella si rassetta, e poscia verso gli altri guerrier ratto si scaglia: un ferisce nel capo, un ne la coscia, e pon fin con duo colpi a la battaglia.
Indi agli altri col tronco estrema angoscia porge, e con l'urto ancor gli apre e sbaraglia: ma in pochi colpi rotti in su la strada convien ch'in mille pezzi il tronco vada.
Nel cader del troncon, speme e baldanza negli aversarii suoi poggiando sorse; non già l'ardir si rompe o la speranza nel fier garzon, che rotto esser lo scorse,
ché questa e quello in lui tanto s'avanza, quanto 'l suo stato più si trova in forse: così ben spesso core invito e forte prende vigor da la contraria sorte.
Clarice in questa con immote ciglia mira 'l valor del nobil giovinetto; dal valor nasce in lei la maraviglia, e da la maraviglia indi il diletto:
poscia il diletto che in mirarlo piglia le accende il cor di dolce ardente affetto; e mentre ammira e loda 'l cavaliero, pian piano a nuovo amore apre 'l sentiero.
Erano corsi più feroci a dosso al gran guerriero i suoi nemici intanto, ed altri l'elmo del cimier gli ha scosso, altri lo scudo in varie parti infranto,
altr'il viso, altr'il braccio, altri percosso gli have l'armato corpo in ogni canto. Rinaldo or spinge inanzi, or si ritira, e coraggioso a la vittoria aspira.
E 'l cavallo volgendo a la man dritta, il più feroce a mezzo 'l collo afferra; e scrollandolo poi ben lungi il gitta da sé disteso e tramortito in terra.
Un che la lancia a lui ne l'elmo ha fitta, e crede omai finita aver la guerra, con l'urto del corsier manda sozzopra, poi con un altro il grave pugno adopra.
Di sì terribil pugno un ne percosse, che, rotto l'elmo, gli stordì la testa, e d'ogni senso e di vigor lo scosse. Né per questo il furor degli altri arresta,
ché Linco, un di color, ver' lui si mosse ratto sì che la fiamma è via men presta, e venne seco a perigliosa lotta, credendo aver la man più forte e dotta.
Ma da l'arcion Rinaldo il leva a forza, e rotandol per l'aria entorno il gira; indi con strano modo e molta forza tra l'inimici suoi scagliando il tira,
onde a ritrarsi al fin gli induce e sforza, ed a schivare il suo disdegno e l'ira. Clarice allor d'alto stupor ripiena n'andò con fronte a lui lieta e serena,
e disse: — Alto guerriero, a pruova aperta già tutte viste abbiam la virtù vostra, e qui nulla è di noi che non sia certa ch'oggi vinta riman la gente nostra,
e che la palma sol da voi si merta. Cessi omai dunque sì terribil giostra: e poi che cessa la cagione, insieme cessi il furor, ch'ogn'uom vi cede e teme. —
Come, allor che 'l Tiren torbo e sonante leva al ciel l'onde, e i legni al fondo caccia, se Nettuno in sul carro trionfante scorge ir con lieta e venerabil faccia,
la furia affrena e 'n placido sembiante par che senz'onda nel suo letto giaccia: così al caro apparir, a l'amorose note, ogni sdegno il cavalier depose.
Ma perché Appollo in ver' gli esperii liti già dechinava l'auree rote ardenti, sopra più barre por fatto i feriti ed inanzi portar quei da' serventi,
donne e guerrieri in vaga schiera uniti partir di là con passi tardi e lenti; e con la sua bellissima Clarice gia ragionando il cavalier felice,
che tra via pur tal volta a lei movea d'amor parole e tacite preghiere: ma sempre o non intenderle fingea, o gli dav'ella aspre risposte altere,
con le quai l'alma al giovin traffigea e sciemava in gran parte il suo piacere; ché, benché eguale ardore al cor sentisse, non volea ch'in lei quello altri scoprisse.
Lassa! non sa che l'amorosa face, se vien celata, più ferve e s'avanza, sì come fuoco suol chiuso in fornace, ch'arde più molto ed ha maggior possanza.
Pur il guerrier, che ciò ch'ascoso giace sotto sdegnosa e rigida sembianza scorger non puote e crede al finto volto, si trova in mille acerbe pene involto.
Deh! quante donne son ch'aspro rigore mostran nel volto ed indurato sdegno, c'hanno poi molle e delicato il core, degli strali d'amor continuo segno;
incauto è quel che ciò ch'appar di fuore tien del chiuso voler per certo pegno: ch'un'arte è questa per far scempi e prede d'uom che drieto a chi fuga affrett'il piede.
Quel che più rende il cavalier doglioso è, perché non gli sembra esser amato per lo suo poco merto, a lei d'ascoso fuoco il cor non vedendo arso e infiammato;
ma speme ha pur di farsi ancor famoso, sì che da lei ne deggia esser pregiato: così ad un nobil core amor sovente è qual lo sprone ad un destrier corrente.
Giunto intanto al castel, congiedo prese l'acceso cavalier da la donzella, ch'a restar seco l'invitò cortese, raddolcendo lo sguardo e la favella;
ei, che prima ha disposto illustri imprese condur al fin per farsi grato a quella, ai dolci umani inviti il cor non piega, e ciò che brama a se medesmo niega.
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