Già svegliata l'Aurora al dolce canto de' lascivetti augei vaga sorgea, e con le rosee mani il fosco manto de la notte squarciava e dissolvea;
i suoi tesori vagheggiando intanto, l'aria, l'acqua, il terren lieto ridea, e giù versava dal bel volto il cielo, formato in perle, il matutino gielo;
quando i guerrier, lasciato il pigro letto, vestir le membra di lucente acciaro, e 'n compagnia del nobil drappelletto a rimirar quei bei ritratti andaro,
ché brama ognun di lor che gli sia detto di quelli eroi futuri il nome chiaro; de' quai, ciò ch'ebbe Alba di dire in uso, di bocca in bocca poi s'era diffuso.
Così di bocca in bocca era discesa di quei cortesi eroi l'istoria vera, ch'Euridice l'aveva anch'ella intesa e render ne sapea notizia intera;
onde per appagar la brama accesa, che di par giva in quella coppia altera, or ne' ritratti, or ne' suoi volti fisse le luci avendo, al fin così le disse:
— Dei duo che là su stanno, a cui lucente porpora sacra il sacro capo adorna, questi Ippolito fia, da l'Occidente noto sin dove il sol nasce ed aggiorna,
Ercol Gonzaga quel, ch'unitamente potranno a l'eresia fiaccar le corna, ed atti ad alte imprese, a grave pondo regger insieme con la Chiesa il mondo.
Mirate quel che da le più vicine parti presso l'altar sacrato pende, a cui non men di lucido ostro il crine e di regal onor la faccia splende.
Adorneran costui virtù divine, e quel che più simile a Dio l'uom rende, del sangue estense fia, Luigi detto, giovene ancora a sommi gradi eletto.
Volgete gli occhi a quel che in vista pare figliol di Marte, anzi pur Marte istesso. Or chi potrà costui tanto lodare, ch'ai suoi merti divin giunga mai presso?
Per questo il Po n'andrà più lieto, e 'l mare, non solo i fiumi, inchinaransi ad esso. Sarà il secondo Alfonso, e 'l ricco freno di Ferrara terrà felice a pieno.
L'altro, severo il volto e grave il ciglio, e adorno sì di maestà regale, del gran Maria Francesco serà figlio, maggior del padre in pace, in guerra eguale,
sotto 'l cui saggio impero unqua in periglio Urbin non fia d'alcun dannoso male, ma fiorirà per l'alme sue contrade una lieta, felice ed aurea etade.
Da tanto genitor prodotto al mondo fia quel garzon ch'in volto è così fiero, che sosterrà di mille guerre il pondo e d'eserciti mille avrà l'impero:
fulgor de l'armi a null'altro secondo, prudente duce, audace cavaliero; né mai morrà, se mai non muor colui che ne' cuor vive e ne le bocch'altrui.
Fia quel nel cui benigno e vago aspetto splende di cortesia sì chiaro lume, Scipion da Gazuol, fido ricetto d'ogni virtù, d'ogni gentil costume,
che sevro dal vulgar stuolo negletto al ciel s'inalzerà con salde piume: a Minerva, a le Muse, a Febo amico, de' buon sostegno, a' vizii aspro nemico.
Quel che mostra desio di gloria aperto nel volto, e aperta ha l'una e l'altra mano, serà Fulvio Rangone, il cui gran merto lo farà noto al prossimo e al lontano;
l'altro ch'al vero onor per camin certo n'andrà, raro scrittore e capitano, Ercol Fregoso al mondo noto; e quello che par sì uman, fia Sforza Santinello.
Or rimirate da quell'altro canto, ov'il bello del ciel tutt'è raccolto, sì ch'il sol non ne vide unqua altretanto, il sol cui nulla di mirare è tolto.
Colei c'ha ducal cerchio e ducal manto, ma reali maniere e real volto, Vittoria fia del gran sangue Farnese, magnanima, gentil, saggia e cortese.
Lucrezia Estense è l'altra, i cui crin d'oro lacci e reti saran del casto amore, ne le cui chiare luci ogni tesoro del cielo riporrà l'alto Fattore;
per cui Minerva e di Parnaso il coro non so se loda o biasmo avran maggiore: loda, perché da lei fiano imitate, biasmo, sendo poi vinte e superate.
Le due fian sue germane e belle e saggie, e d'ogni raro ben ricche ed altere, per queste de' mortai fallaci piagge scorte di gire a Dio fidate e vere.
L'altra, che par che l'aria intorno irragge, onde Amor se medesmo accende e fere, Claudia Rangona fia, che non gli altrui, ma faran chiara i proprii scritti sui. —
Qui fu da lei fine al suo dire imposto, che destò nei guerrier diletto eguale. Quelli, che già tra loro avean disposto di solcar lo spumante ondoso sale,
chieggiono umili al vago stuol che tosto lor si conceda in grazia il pin fatale; né ciò fu sol da quelle a lor concesso, ma cari doni ancor largiti appresso.
Ebbe Rinaldo, onde se 'n vada ornato il suo Baiardo, sella e fornimento di spesse gemme sparso e tempestato, sì ch'ogn'occhio rendea pago e contento.
Il morso a la gemina è lavorato, le staffe ancora, e son di puro argento; de l'istesso metallo è 'l grosso arcione, vago d'intagli ad ogni paragone.
Diero a Florindo ancor, perché gli copra l'arme, vaga e mirabil sopravesta, ch'ai più ricchi lavor se 'n gia di sopra di vario stame, in varii modi testa.
Né forse Irene bella unqua fece opra, non ch'Aragne o Minerva, equale a questa: ivi pinto con l'ago han mani industri de la suora del sol l'imprese illustri.
Quel che con maggior arte e maggior cura quivi il saggio maestro intesto avea, era di Niobe la crudel sventura, tal ch'opra naturale altrui parea.
Piangeva i figli nel cui volto oscura morte viva ed espressa si vedea, le man stringendo e con doglioso affetto al ciel volgendo il minacciante aspetto.
Scorgesi altrove in abito succinto, con faretra pendente al manco lato, con crine sciolto e parte in nodi avinto, tender l'arco la dea curvo e piegato:
par ch'ondeggi il capel, da l'aura spinto, ch'ella piova furor dal volto irato, ch'orribilmente fischi e ch'ali metta, mentre fendendo il ciel va la saetta.
Stan le figlie di Niobe in viso smorte davanti a lei, sovra i fraterni petti, qual di duol, qual di tema e qual di morte scolti avendo negli atti i vari affetti.
Una ch'apre le labbia onde conforte la madre forse con pietosi detti, riceve in questa il dardo in bocca, e pare fermarsi a mezzo, tronco il suo parlare.
Ad un'altra che stende il braccio dritto, quasi dar voglia a la sorella aita, si vede quello e 'l petto ancor trafitto d'un dardo sol con doppia aspra ferita.
Col ferro entro in un fianco ascoso e fitto giace la terza languida e smarrita, cui da strale è confissa una in quel modo che legno a legno suol da saldo chiodo.
Mostra la quinta aver timore immenso, la man tendendo in mesto atto e dimesso; col piede alzato e 'l corpo in aria estenso, l'altra sorella il suo fuggire espresso.
Si scorge in Niobe duol grave ed intenso, mentre nasconde col suo corpo stesso l'ultima figlia, che tremante sembra coprir le sue con le materne membra.
Se 'n vanno al lido i due guerrieri insieme, e rendon quivi il fatal legno carco. Quel, come sente il pondo il qual lo preme, si move quasi stral ch'esca da l'arco.
Frangesi l'onda e mormorando freme tutta spumante sotto 'l curvo incarco; intanto fugge e si dilegua il lito, sì che dagli occhi omai tutt'è sparito.
Già tutto mare e cielo è d'ogni canto, ché quanto cala il suol, tanto il mar poggia. Tien dritto il suo camin la barca intanto, senza alternar la vela ad orza o poggia;
se 'n va per l'alto mar, mossa da incanto, con ratto corso e non usata foggia, passando d'uno in altro equoreo seno, tal ch'uscita ella è già dal mar Tireno.
Volgeasi omai, di mille fregi adorno, tacito e muto il cielo, e, tolto il sole, col tôrci il volto suo, n'aveva il giorno, quando sentiro un suon qual di parole,
qual d'uom a cui vien fatto oltraggio e scorno, che di ciò con le strida alto si duole. La barca verso 'l suon ratta si drizza, sì che più ratto mai delfin non guizza.
Vider, come fur presso i due guerrieri, due legni in un congiunti ed abbordati, e d'uno in altro poi da masnadieri varii arnesi esser messi e trasportati;
e insieme ancora donne e cavalieri, ma sciolte quelle van, questi legati. I vincitori lor sembianza accusa per corsari e per gente al mal sempre usa.
Tra lor si scaglia, dal garzon seguito, Rinaldo, e sgrida e gli minaccia forte. Un che più sembra di lor tutti ardito e duce de la barbara coorte,
disse: — Avete mai più, compagni, udito ch'uom vada a ricercar la propria morte? Or vedetelo in questi, i quai non sanno come altramente procacciarsi danno. —
Indi, volto a Rinaldo: — Or su, meschino, tratti quest'arme e datti a me prigione: così fuggirai forse il tuo destino, ch'è 'l mio volere, e fia ch'io ti perdone. —
Per parole parole al Saracino già non rendette il gran figliol d'Amone, ma nel petto, dov'ha l'anima albergo, cacciògli il ferro e fello uscir da tergo.
Come s'aventan susurrando al viso l'irate pecchie insieme unitamente al villanel ch'aggia il re loro ucciso, per vendicarlo di morir contente:
così contra Rinaldo a l'improviso muove gridando la villana gente; e se fu tarda a la colui difesa, tarda non è per far a questo offesa.
Miseri! dove gite, a tôr la pena forse che merta il vostro oprar sì torto? Quest'impeto a morir tutti vi mena e non a vendicar il duce morto.
Rinaldo quanta ha forza e quanta ha lena, quanto ha valor qui dimostra scorto, e fa l'istesso il suo Florindo ancora, vago ei non men che sì ria gente mora.
Man, gambe, busti e sanguinose teste già si veggion per l'aria andar balzando; s'addoppian sempre le percosse infeste, lampeggia e tuona l'uno e l'altro brando.
Elmo o scudo non è che quelli arreste, qual volta ratti in giù vengon calando; né solo arma non è ch'a lor resista, ma non gli può soffrire ancor la vista.
Il gran figliol d'Amone otto n'occise con l'otto prime orribili percosse; poi con la nona ad un l'elmo divise, e le chiome gli fe' sanguigne e rosse.
Quel, ritirato, al crin la man si mise per veder s'ampia la ferita fosse; ma mentre ei tocca la primiera piaga, novo colpo maggior la man gli impiaga.
Florindo il sovragiunge, e d'un riverso l'alzata mano a lui troncando taglia; quel furioso e ne la rabbia immerso allor contra 'l baron ratto si scaglia:
tira gran colpi a dritto ed a traverso, e tutto si discopre e si sbaraglia. Cauto il guerrier di punta il ferro vibra, gli aggiunge al cor, né lascia sangue in fibra.
Uccise poi Lico, Euribante e Orgolto: divise il primo da la spalla al fianco, al secondo partì per mezzo 'l volto, recise al terzo il drito braccio e 'l manco.
Avrebbe Alferno ancor di vita tolto, ma gliel vietar Folerico e Lanfranco, che, dar volendo al lor compagno aita, con la morte comun gli porser vita.
Sembrano i due campion strali ch'al basso irato aventi fulminando Giove: a quel alto furore, a quel fracasso, a quelle rare e non più viste prove,
già quasi ogni pagan di vita è casso, né più l'armi dannose indarno move; e chi fruisce ancor l'aura vitale si crede al mar com'a men grave male.
Già di tutto il villan barbaro stuolo solo un vivo ne' legni era rimaso, e verso lui se 'n gia Rinaldo a volo, per mandar la sua vita anco a l'occaso;
ma lo sottrasse a quell'estremo duolo improviso consiglio, anzi pur caso, ch'impetrò breve spazio a la sua morte con atti umili e con parole accorte.
Dopoi dice: — Signor, vostro destino col morir nostro quel di voi procura, e v'induce a far onta al gran Mambrino, al più fort'uom che fêsse mai Natura,
al maggior re del popol saracino, c'ha di noi qual di servi amica cura, e vorrà farne in tutto aspra vendetta, qual a l'offesa, al suo valor s'aspetta.
Noi suoi ministri aveamo a forza prese, per condurle a lui poi, queste donzelle, ch'ei manda a corseggiare ogni paese sol per averne di leggiadre e belle;
or come avrà de le mortali offese che tutti estinti c'ha, vere novelle, non vedrà suo desir contento e sazio sin che di noi non aggia fatto strazio.
E' ben saprà la nostra avversa sorte, bench'uccida or qui me la vostra mano; saprà non men chi n'abbia posto a morte, sia di Cristo seguace o sia pagano,
perch'un gran mago che gli alberga in corte il tutto gli farà palese e piano. Ma se da voi lasciato in vita io sono, spero impetrarvi a tanto error perdono. —
Qui gli tronca Rinaldo il suo parlare, e gli dice: — La vita or ti dono io, perché tu possa al tuo signor narrare degli altri suoi ministri il caso rio;
e s'ei di lor vorrà vendetta fare, e di combatter nosco avrà desio, digli che siam guerrier del magno Carlo, ch'in ciò pronti saremo ad appagarlo.
Questi Florindo, io son Rinaldo detto di Chiaramonte, e son figliol d'Amone, che lui non temo, e ne vedrà l'effetto quando venirà meco al paragone.
E chi temer deve uom da cui negletto sia, qual da lui, l'onesto e la ragione? Or su, prendi il tuo legno e quinci parti, poi c'ha voluto a morte il ciel sottrarti. —
Si volge poi con più serena faccia dove le dame e i cavalier si stanno, e dal lor petto ancor dubbioso scaccia con cortesi parole il grave affanno.
Indi le man con le sue man dislaccia a coloro ch'a tergo avinte l'hanno; e fa l'istesso il buon Florindo ancora, sì ch'ogni nodo è sciolto in poco d'ora.
Intesero ambo poi come si chiame di quelli ogni guerriero, ogni donzella; e che colei che fra tutt'altre dame riportava la palma in esser bella,
possedeva d'Arabia il gran reame, figlia di Pandion, detta Auristella; e ciascun d'essi a la comun preghiera diede non men di sé notizia intiera.
Dopo lungo parlar i due baroni tornar di nuovo a l'incantata barca, e ricusar de la regina i doni ch'ella dar lor volea con man non parca.
Il legno com'al fianco aggia gli sproni, ratto si move e 'l mar solcando varca; e fatto gran camin volge a la terra il corso, e con la proda il lito afferra.
Come cadente peso al centro giunto tosto si ferma ed ivi il moto affrena, così più non si mosse il legno punto, avendo t¢cco il salso lido a pena;
smontano i cavalier dov'è congiunto l'estremo mar con la minuta arena, e cavar fanno ancor dagli scudieri fuor di barca insellati i lor destrieri.
Non pria dal legno ognun fu dismontato che quel ratto lasciò la terra a tergo, e da l'incanto per lo mar guidato tornò veloce ne l'antiquo albergo.
Veggiono intanto i cavalieri alzato d'un vago piano in sul fiorito tergo un padiglion che, qual palagio grande, superbo intorno si dilata e spande.
Verso l'altera e ricca tenda i passi la bella coppia immantinente torse: giunto u' per larga porta entro in lei vassi, gli occhi per tutto raggirando porse,
e di lucenti alabastrini sassi un gran pilastro in mezzo alzato scorse, sovra del qual scolpita in treccia e 'n gonna si vedea vaga e giovinetta donna.
Quivi gran sacrificio allor si fêa com'era stil del popolo asiano, che sovente onorar, stolto! solea con vani sacrifici un idol vano.
Tra le velate corna il bue cadea ferito, e fêan di sangue umido 'l piano le simplici agne e l'umil pecorelle, trafitte ne la gola e queste e quelle.
Da viva fiamma uscian chiari splendori, ond'era adorno e risplendente il loco; né men ch'accesi raggi, arabi odori spirava in fumo accolti il sacro foco.
Salendo il fumo al ciel, con varii errori si meschiava ne l'aria a poco a poco. Ne l'imagin Rinaldo i lumi gira, e la conosce tosto e ne sospira.
Conosce gli occhi onde aventogli Amore il primo stral ch'ancor gli punge il petto, ed onde mosse insieme il dolce ardore ch'ognor l'infiamma d'amoroso affetto;
conosce i crin, co' qual gli avinse il core sì ch'anco egli è tra sì bei nodi stretto, la chiara fronte e l'aria del bel viso, la bocca e 'l dolce lampeggiar del riso.
Mentre fiso contempla il gran campione l'amato oggetto d'ogni suo pensiero, un cavalier di quei del padiglione, c'ha grandissimo corpo, aspetto altero,
atti superbi e sguardo di leone, e inquieto sembra, audace e fiero, volta a Rinaldo l'orgogliosa faccia, con tai detti lo sgrida e lo minaccia:
— Villan guerrier, perché d'arcion non scendi, e non adori la divina imago? Come a la mia presenza audacia prendi di rimirar così l'aspetto vago?
Or su, poiché 'l tu' error chiaro comprendi, se pur non sei de la tua morte vago; scendi, e scenda anco il tuo compagno teco, e fate sacrificio insieme or meco.
Vo' che confessi ancor che tra' mortali d'amar cosa sì degna io solo merto, e ch'alcun altro per bellezze tali degno non è d'aver pene sofferto. —
— Chi sei tu, disse allor Rinaldo, e quali sono i tuoi merti? Or di ciò fammi certo, ch'in quanto al primo teco io già m'accordo, ma nel secondo sin ad or discordo. —
— Se no 'l sai son Francardo, e son signore d'Armenia, e basti ciò — colui riprese. Al gran figlio d'Amone intorno 'l core fervendo il sangue allor tosto s'accese;
indi al volto poi corse e d'un colore di viva fiamma rossegiante il rese, sì che fe' del pagano a la preposta altera e convenevole risposta:
— Io dirò ben che sei più d'altro indegno di locar in tal luoco i pensier tuoi; e te 'l dimostrarà con chiaro segno questa mia spada or or, s'or or tu vuoi. —
Non così rode tarlo arido legno, come quel rose l'ira a' detti suoi; onde imbracciato il manto in lui si scaglia, e sol col brando corre a la battaglia.
Ride Rinaldo pien di sdegno e dice: — Va', t'arma pur; né ti pigliar tal fretta. — E quelli a lui: — Questa mia spada ultrice basterà sola a far la mia vendetta. —
— Ahi!, risponde Rinaldo, ei si disdice così pugnar ad uom ch'onor n'aspetta. — L'altro più non attende e 'l ferro tira, ma Baiardo da parte ei ratto gira.
Indi dice: — Guerrier, teco giamai non pugnarò se tu primier non t'armi. Cavaliero sono io, né tu potrai con la tua villania villano farmi. —
Il Saracino a lui: — Tu falli assai, se tu credi in tal modo unqua placarmi. — E 'n questo tanto colpi orrendi mena, sì che Rinaldo se 'n difende a pena.
Non può Florindo allor ciò più soffrire, ma di giusto disdegno arma il coraggio, e gli dice: — Pagan privo d'ardire, che vantagio cerchi or nel disvantaggio?
Volgi, volgiti a me, s'hai pur desire di dar del tuo valor sì chiaro saggio: ché tu non merti ch'il tuo corpo cada per la costui sì degna invita spada. —
Qual orso che colui che l'ha percosso di sbranar con gli unghion rabbioso tenta, s'altri in questa lo fiede, ei tosto addosso, il primiero lasciando, a lui s'aventa;
tale il pagan verso Florindo mosso, la destra ch'era a l'altrui danno intenta, contra lui drizza e 'l crudo ferro inchina, che con novo furor in giù ruina.
Florindo al brando ostil lo scudo oppone, e quel ne taglia poi quanto ne prende; giunge al braccio e l'impiaga, ed a l'arcione quinci ogni arme rompendo orribil scende.
A quel colpir sì grave il fier barone d'ira il cor, di rossore il volto accende; su le staffe s'inalza e 'l ferro stringe, e con un gran fendente il cala e spinge.
Parte del colpo su la spada tolse il re pagan: non però vano il rese, ché quel per dritto a meza tempia il colse, e di piaga mortal quivi l'offese.
Gocciando il sangue in rosso smalto volse il verde, ed ei tremando al pian si stese, con quel romor che suol ben grave sasso che d'un monte si spicchi e caggia al basso.
Color che da la tenda erano intenti a rimirar la perigliosa guerra, ad armarsi non fur pigri né lenti, giacer vedendo esangue il re per terra.
Altri lancie, altri spade, altri pungenti spiedi con ratta man sùbito afferra; altri l'arme si veste a sua difesa per far sicuro a l'inimico offesa.
Tutti precorre il forte re Chiarello, ch'era con gli altri allor nel padiglione; fu cugin di Francardo e fu fratello del superbo Mambrin questo campione.
Conducea seco a par d'irsuto vello, coperto e fiero in vista, un gran leone, sanguigno i denti e i crudi unghion rapaci, cui lucon gli occhi com'ardenti faci.
Egli avea già la generosa fera vinta con l'arme a dubbia pugna atroce, e con lusinghe la natura altera poi di lei d¢ma e l'animo feroce;
ond'ella sempre fida al fianco gli era, e l'obbediva a cenni ed a la voce. Perciò dagli stranier, perciò da' suoi il guerrier dal leon fu detto poi.
Rinaldo ver' costui sprona Baiardo, pria ch'ei con gli altri il buon Florindo assaglia. Da l'altra parte il Saracin gagliardo con un ferreo baston viene a battaglia.
Non è 'l leon ad aiutarlo tardo ma sovra il paladin ratto si scaglia, e muove contra lui l'acute branche; poi co' denti il destrier prende ne l'anche.
D'un riverso Rinaldo al leon tira, e 'n cima de la fronte il fiere e punge; poi contra il fier Chiarello il brando gira, e d'un fendente sovra l'elmo il giunge:
raddoppia il colpo con più sdegno ed ira, e lo scudo per mezo apre e disgiunge; passa oltra il ferro e 'l braccio ancor colpisce, e se ben non l'impiaga, ei lo stordisce.
Si rinfranca Chiarello, e poscia offende con due percosse al paladin la faccia; e le branche il leon di novo stende, e di piagarlo con l'unghion procaccia.
Rinaldo a costor noce e sé difende, e quando fiere l'un l'altro minaccia; presto ha l'occhio e la man, presto il destriero, securissimo il cor, saldo il pensiero.
Sempre che cala il colpo il fier pagano, egli a schivarlo è già parato e 'ntento; Baiardo quel leon si tien lontano con calcitrar continuo e violento;
e, pronto a lo speron, pronto a la mano, salta di qua di là qual fiamma o vento, tal che de' colpi suoi la maggior parte commette a l'aura il saracino Marte.
Ma s'avien mai che l'inimico coglia, spezza ogni acciar, la carne e l'ossa pesta. Rinaldo lui ferir puote a sua voglia, e l'have già piagato in petto e 'n testa;
tuttavia d'arme e di vigor lo spoglia, e con nove percosse ognor l'infesta, onde quel morto al fin cadde per terra, qual torre cui di Giove il telo atterra.
Il fier leon, che del suo sangue tinto giacer nel piano e morto esser lo scorse, da grand'amor, da gran furor sospinto per vendicarlo immantenente corse;
ma tosto fu con due stoccate estinto. Ei morendo il terren rabbioso morse, e fe' con alto orribile muggito risonar l'onde e l'arenoso lito.
Da indi in qua fu del barone impresa sempre un fulvo leon d'orrendo aspetto; la pantera lasciò ch'avea già presa a portar ne lo scudo e su l'elmetto.
Florindo intanto fa crudel contesa, da molti cavalier cinto ed astretto; e folgorando intorno il ferro gira, e coraggioso a la vittoria aspira.
Il drappello per mezo era omai scemo quando tra loro il paladin si mise, e con possanza e con furore estremo quattro capi partì, cinque recise.
Son dal valor di questi eroi supremo tosto le genti saracine uccise; e s'alcun vivo pur rimane, al piede la sua salute e la sua vita crede.
Come Rinaldo vòto il campo scorge, dal pilastro la statua svelle e piglia, ed a lei mille baci ardenti porge, spinto dal vano error che lo consiglia.
Del dilettoso inganno ei non s'accorge, perché la miri con immote ciglia, ché vivo crede e vero il falso e l'ombra: oh dolce froda che gli amanti ingombra!
Se n'avvede al fin poi, né già gli è grato di conoscer il vero, anzi se 'n duole. Ma spenti nel profondo umor salato sendo i vapori onde si forma il sole,
del ritratto un destrier prima aggravato, segue il compagno che partir si vole a ricercar albergo ov'ogni piaga la medica gli curi o l'arte maga.
Poi che Florindo fu del tutto sano, per molte parti gir de l'Asia errando, opprimendo il malvagio ed il villano, ed il cortese e 'l buon sempre esaltando,
con la lingua agli afflitti e con la mano ora consigli ed or aita dando, tal che lor nome a l'uno e a l'altro polo se 'n gì su l'ali de la fama a volo.
Brunamonte il superbo e Costantino il falso allor Rinaldo a morte pose, di Chiarello germani e di Mambrino, agli uomini ed a Dio genti odiose.
Tendea questi al mal cauto peregrino sotto grate accoglienze insidie ascose; quegli con forza aperta altrui la vita toglieva, o pur la libertà gradita.
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