Tonda due volte avea la faccia adorna mostrata a noi la dea che nacque in Delo, ed altretante con l'argentee corna era apparita men lucente in cielo;
duo segni scorsi avea colui ch'aggiorna il mondo, indi sgombrando il fosco velo, da che Florindo e 'l gran figliuol d'Amone uccisero i guerrier del padiglione;
quando in un vago piano, ove da colte piante scendea l'ombra soave e grata, ritrovar vaghe dame in schiera accolte, che tenean di guerrier scorta onorata.
Molte eran le donzelle, poi di molte rare eccellenze era ciascuna ornata, e degli abiti l'arte e la ricchezza congiunta aveano a la natia bellezza.
Una però così tra tutte loro come Diana infra le ninfe splende, qual volta in care danze il vago coro guida e per Cinto il passo altera stende,
che spiega a l'aure liete i bei crin d'oro, e la faretra agli omeri sospende: Latona intanto un tacito dolzore correr si sente per le vene al core.
Come da lunge in sì superbo aspetto apparir costei vede i duo baroni, che ben ciascun d'esser guerrier perfetto sembra, e cui rado alcun si paragoni,
mandagli ambo a pregar per un valletto che si voglian provar co' suoi campioni, perch'ella veder brama a chiara giostra s'è 'l lor valor qual la sembianza mostra.
Vanne il valletto u' la donzella il manda, e l'imbasciata ai duo guerrieri espone. Gli dà grata risposta e gli dimanda chi sia la dama il buon figliuol d'Amone.
E quegli allora: — A noi costei commanda ed a la Media freno e leggi impone: Floriana si noma, e sin ad ora marital nodo non la stringe ancora. —
Ciò detto, a la regina egli rapporta che i duo baron son di giostrar contenti. La dama allora i suoi guerrieri esorta, e desta in lor brame di gloria ardenti
con dolci detti e con maniera accorta, ch'al cor son caldi stimoli pungenti: tal ch'a gara onorata ognun di questi primo esser tenta che la lancia arresti.
Galasso il poderoso e 'l destro Irnante si mosser prima al fin di questa parte, ma tosto rivoltaro al ciel le piante per man de' duo stranier più cari a Marte.
Dopo costoro Albernio ed Odrimante, venuti onde le piagge il Tigre parte, stampar la terra con le spalle: e colto fu sotto 'l petto quel, questi nel volto.
Eran quivi fra gli altri Argo ed Androglio, compagni in guerreggiar d'alta possanza, ma d'alterezza tal, di tanto orgoglio, ch'assai cedea la forza all'arroganza.
Questi avean ne lo scudo orrido scoglio che frange l'onde e sovra 'l mare avanza, intorno a cui scritto era in auree note un cotal motto, “Rompe chi il percote”;
volendo indi inferir che 'l lor valore ad ogni incontro fier saldo restava, e che, più ch'al ferito, al feritore de la percossa il danno al fin tornava.
Ahi! qual superbo, ahi! qual fallace errore il lume di ragion loro adombrava, ché, vinti or da Florindo e da Rinaldo, debil pianta sembrar, non scoglio saldo.
Lucindo e Floridan, duo cavalieri per giovenil bellezza a dame grati, insieme furon poi dagli stranieri lunge da' lor cavalli al pian gettati;
e lor fêr compagnia molti guerrieri, de la corte i più degni e più pregiati, onde sol degli estrani ogni donzella con meraviglia e con onor favella.
Ma sovra tutti la gentil regina è d'ammirarli e d'onorarli vaga: ogni cosa ch'è in lor le par divina, e 'n tutto pienamente ella s'appaga.
Pur a Rinaldo più l'affetto inchina, di quel ch'avenir dee quasi presaga, e più le sembra del compagno destro, più forte ed in ferir meglior maestro.
Come uom cui già novella febre algente deggia assaltar tra breve spazio d'ora, un lieve freddo non continuo sente scorrersi per le membra ad ora ad ora:
così costei ne l'alma e ne la mente prova de l'amor nuovo, ignoto ancora, i leggieri principii, i primi affetti, ch'oprano a volta in lei diversi effetti.
Ella, e non bene la cagion n'intende, d'ogni bel colpo suo lieta diviene, e se tal volta alcun lui punto offende, il sangue se l'aggiaccia entro le vene:
sempre nove bellezze in lui comprende, sempre più fisso in lui lo sguardo tiene, e sol brama veder se corrisponde a quel ch'appar, quel che l'elmetto asconde.
Ma diè Fortuna al suo desire effetto, ché l'ultimo guerrier che al pian conquiso cadde, a Rinaldo fe' sbalzar l'elmetto, rompendo i ferrei lacci a l'improviso.
Al sùbito apparir del vago aspetto parve che le s'aprisse il Paradiso, e vide entro lo spazio d'un sol volto quanto in mill'altri è di beltà raccolto.
Sembrava a lei ch'Amor quivi spiegato tutte le sue vittrici insegne avesse, e quale in carro suol di palme ornato trionfator alter lieto sedesse;
pareale ancor che nel suo manco lato tutte l'auree quadrella indi spendesse, e l'annodasse al collo un forte laccio, grave insolito sì, ma caro impaccio.
Bionda chioma, neri occhi e nere ciglia, lucidi e vivi quelli e queste arcate, fronte ben larga adorna a meraviglia d'alterezza viril, di maiestate;
guancia leggiadra in un bianca e vermiglia, piume nascenti allor crespe ed aurate, naso aquilin, de' regi segno altero, traggon tutti in stupor del cavaliero:
oltre ciò larghe spalle ed ampio petto, braccia lunghe, snodate e muscolose, ventre piano, traverso, ai fianchi stretto, gambe diritte ed agili e nerbose,
mobil vivacità ch'in giovinetto grazia aggiunge e decoro a l'altre cose, grata fierezza, altero portamento, unite con mirabil tempramento.
Qual meraviglia è poi se la regina, in cui brame gentil sol trovan loco, già fatta omai d'Amor preda e rapina, esca diviene di sì nobil foco?
Sent'ella farsi il cor nuova fucina, e crescervi la fiamma a poco a poco; pur come sia del suo mal propio vaga, d'arder più sempre e di languir s'appaga.
Non può soffrir la giovinetta amante ch'indi il suo caro ben faccia partita; ma con benigno e placido sembiante a seco rimaner ambo gli invita.
Preghiere aggiunse poi sì calde e tante ch'ella, da loro al fin pur obbedita, s'invia ver' la citate, e per lo freno gli conduce Rinaldo il palafreno.
Il palagio real fra tanto adorno con magnifica pompa a pien si rende: chi razzi aurati per le mura intorno a l'eburnee cornici alto sospende;
chi bei tapeti, che potriano scorno far a tutt'altri per le soglie stende; chi loca al lume suo dipinti quadri, vivi ritratti degli estinti padri.
La mense altri apparecchia, e i bianchi lini stesi per lungo poi vi mette sopra; vi mette vasi preciosi e fini, ma varii di materia e varii d'opra,
ove dei re di Media i pellegrini fatti, perché atro oblio lor non ricopra, veggonsi impressi in puro argento ed oro con ordin lungo e con sottil lavoro.
Giunta al tetto real, di sella tolta fu la regina dal figliuol d'Amone, e fu per troppa gioia al core avolta sorgiunta ancor da nova passione,
quasi allor se n'uscio l'alma disciolta da la terrestre sua bella prigione; ma qual più dolce e più soave morte le potea dar benigno cielo in sorte?
Floriana ad ognor cortese stile usava di serbar con gli stranieri, ma più che mai cortese e più gentile or si dimostra ad ambo i cavalieri.
Amor il fa che, s'è 'l cor basso e vile, desta in lui nobil brame, alti pensieri; ma s'è regio e sovran, via più l'accende a virtù vera, e più pregiato il rende.
L'istesso fanno i suoi baroni ancora, né sembra d'onorargli alcun restio, perciò che il lor voler dipende ognora da quel di lei, come da fonte rio.
Ma venut'era omai la solita ora che ne conduce natural desio a ristorar con cibi il corpo stanco, perché al lungo digiun non venga manco.
S'assidono a le mense, e Floriana ponsi a l'incontro il suo gradito amante; e come suol nocchier la tramontana, mira i begli occhi e 'l dolce almo sembiante,
e d'un'esca d'amor fallace e vana pasce la mente afflitta e l'alma errante: il corpo no, ch'ov'è un maggior desire, l'altro minor non fassi allor sentire.
Museo fra tanto al suon de l'aurea cetra scioglie la dotta lingua in dolci accenti, e, col favor ch'egli da Febo impetra dona principio ai musici concenti,
soave sì ch'un cor d'orsa e di pietra avria commosso e raffrenato i venti, allor che 'l sasso cavo Eolo disserra, e desta l'ira in lor, gli accende a guerra.
Canta egli come da la massa informe trasse Natura il seme de le cose, e come in vaghe e ben composte forme il mondo qual veggiam tutto dispose,
dando perpetue leggi e certe norme a fuoco, ad aria, a terra, ad acque ondose, in un giungendo con discorde pace quanto appar fuori, e quanto ascosto giace.
Segue ch'essendo ormai l'età de l'oro, de l'argento e del rame ite in disparte, per dar Giove a' mortal giusto martoro fe' sommerger la terra in ogni parte;
e che da Pirra e dal consorte foro le fatal pietre dopo 'l tergo sparte, onde il genere uman fu ricovrato, stuol duro, a le fatiche avezzo e nato.
Né tacque le tue fiamme, o biondo dio, né le piaghe ch'Amor ti fe' profonde, e qual cangiò lungo il paterno rio Dafne le braccia, e i crin in rami e 'n fronde;
come in giuvenca poi fu convers'Io, come giunse del Nilo a l'alte sponde; d'Argo non meno e di Siringa disse l'aspra sorte che loro il ciel prescrisse.
Tai cose ancor, ma con più dolce canto, ho già, Veniero, a te spiegar sentito, e visto uscir del salso fondo intanto i marin pesci ed ingombrare il lito;
e, quasi astretti da ben forte incanto, i varii augei per appagar l'udito ne l'impeto maggior frenare il volo, e fermartisi intorno a stuolo a stuolo.
Trae, già cenato, de la notte l'ore Floriana in parlar vario e giocondo; e non men per l'orecchie il lungo amore bee che per gli occhi, e 'l manda al cor profondo.
Molte cose or di Carlo, or del valore chiede d'Orlando, sì famoso al mondo; de' propi fatti suoi chiede non meno, ch'ei l'esser suo l'avea già detto a pieno.
Dolce lo prega: — Deh, se non vi pesa, ditemi quel ch'ancor fanciullo essendo fêsti di vostra madre a la difesa, l'onor quasi perduto a lei rendendo;
io già sentii parlar di questa impresa, se pur con la memoria al ver m'apprendo, anzi il mio genitor, da un cavaliero ch'allor tornava a noi dal franco impero. —
Rinaldo a lei: — Benché non punto sia di sì degni uditor degno il soggetto, per me narrato il tutto ora vi fia, poiché sono a ciò far da voi costretto.
A la mia volontade, a l'età mia risguardo aggiate voi, non a l'effetto: ch'assai picciolo fu, ma pur allora scorsi i tre lustri io non aveva ancora.
Ginamo di Baiona il Maganzese già fu rival del mio parente Amone, ch'ambo avean l'alme per Beatrice accese allor che l'uno e l'altro era garzone.
Costor dopo diverse altre contese vennero insieme a singolar tenzone, dove Ginamo, da vil tema spinto, cesse ad Amon l'amata e diessi vinto.
Ma l'odio contro Amon serbò rinchiuso sempre, che al cor gli fu continuo tarlo, e, com'è di sua stirpe invecchiato uso, cercò di vita a tradimento trarlo:
pur sempre il suo desir restò deluso. Al fin dopo gran tempo il magno Carlo nel suo natal corte bandita tenne, facendo alcuni dì festa solenne.
Il re mirando la fiorita corte, un dì ch'a caso a mensa ritrovosse, a nova voglia aprio del cor le porte; indi così ver' gli altri a parlar mosse:
“O de' miei fidi schiera invitta e forte, arme e sostegni miei, mie guarde e posse, vorrei ch'alcun di voi qui si vantasse d'alcuna cosa ch'a mio pro tornasse.”
Ciascun di quei baroni allor si diede un vanto, altri superbo, altri modesto. Sorse il mio genitor fra quelli in piede per sé vantare, e 'l vanto suo fu questo,
d'aver tre figli in cui di già si vede nobile spirto a fatti eroici desto, che fian sempre con lui fida difesa del franco Impero e de la santa Chiesa.
Fu di mio padre il vanto a Carlo grato, e bene a tutti il fe' palese e piano, ch'il vaso ov'era el sol di bere usato porse cortese a lui di propria mano.
Da quest'atto sentissi il cor piagato profondamente il reo cugin di Gano, Ginamo, ch'in mal far seco concorse, ch'allor, sendo presente, il tutto scorse.
Non può soffrir l'iniquo e fraudolente ch'ad Amon più ch'a lui si faccia onore, tal che più cresce e più diviene ardente per novell'esca il vecchio odio e 'l rancore;
e gli è tanto accecata al fin la mente, voler di Dio, da l'ira e dal furore, che con maligno sùbito consiglio così parla ad Amon, turbato il ciglio:
“Amon, non vo' ch'altero e glorioso tu ne vada di quel che non è tuo: sappi che sempre al mio voler bramoso ebbe Beatrice ancor conforme il suo,
e diemmo spesso effetto di nascoso a quel ch'era il voler d'ambo noi duo, sì ch'inde nacquer poi quei tre garzoni che miei sono; e tua moglie or mi perdoni.
Perdoni a me se t'ho la cosa aperta e di quanto è tra noi narrato il tutto, e tu perdona a lei, che ben lo merta, poiché n'è nato così nobil frutto.
E s'unque hai la d'amor possanza esperta, sai ch'a tai falli a forza è l'uom condutto. Ti prego ancor ch'a me tu renda i miei figli, ché loro omai nutrir non déi.
E se non che sin qui m'ha ritenuto di non turbar altrui giusta cagione, tu da me stesso avresti ciò saputo già molto prima in altra occasione.
Pur or, più d'ogni cosa, ha in me potuto paterno affetto e degna ambizione.” Così disse egli, e 'l suo dir molto spiacque al saggio re, che non però si tacque.
Ma più ch'ad altro penetrar ne l'imo petto queste parole al padre mio; pur gli rispose irato: “Io falso estimo quanto tu dici, e te malvagio e rio.
Né questo, o conte, è 'l tradimento primo ch'uscir da Maganzesi ho vedut'io, ed ad oltranza, quando più t'aggrada, ciò ti vo' mantener con questa spada.”
“Ah!, rispose colui, l'uom saggio deve ogni cosa tentar prima che l'arme; e chi non serva ciò, più stolto e lieve, né credo errar, che coraggioso parme.
Io, benché a te serà noioso e greve, già non vo' rimaner di discolparme, e dimostrar che son leale e vero, qual conviensi a mio pari, a cavaliero.”
Così disse, e mostrò poscia al cospetto di tutti quei baron due ricche anella ch'avea fatto a Beatrice, ad altro effetto, credo, involar per una sua donzella.
Indi, stendendo quei, con lieto aspetto guarda il mio genitore e gli favella: “Amon, conosci questi? Eccoti il segno che del suo amor mi fa Beatrice degno.
Questi, no 'l puoi negar, già fur tuo dono, allor che lei mal grado tuo sposasti, e questi chiari testimoni sono ch'a torto menzonier tu mi chiamasti.
Or l'oltraggio commune io ti perdono, e credo ben che ciò per pena basti. Misero, a che riguardi? Eccoli, prendi, mirali bene, e 'l vero ormai comprendi.”
Qual divenisse Amon, quale il suo core fosse, chi dirà mai? Si parte tosto, e come 'l tira il sùbito furore, ad uccider la moglie ei va disposto.
Ma da più messi in breve spazio d'ore di ciò quella avisata è di nascosto, la qual, noi tre fratei menando seco, si sottrasse a quel primo impeto cieco.
Gissene presso il padre, ove si stesse dal non giunto furor d'Amon sicura, fin che con chiare prove ella potesse mostrargli la sua fe' candida e pura,
e quel error ch'in lui sì fermo impresse lingua maligna e perfida natura. Venne a trovarla Malagigi poi, ch'era nipote a lei, cugino a noi.
La dispose ed indusse egli a mandarmi co' miei germani insieme a la reale corte, acciò ch'ivi io provocassi a l'arme Ginamo come falso e disleale.
Ella volse però prima giurarmi d'esser stata ad Amon sempre leale, chiamando in testimonio il Re del cielo, e tenendo la man su l'Evangelo.
Giunto a la corte, quel fellon sfidai, che qual figliuol accôr già mi volea; ma lo rispinsi indietro e gli mostrai nel volto aperto quel che 'l cor chiudea.
Ei, che mi vide sì fanciullo omai, de la mia morte dentro si godea, ma pur sotto diverso e finto volto l'interno affetto suo teneva occolto.
Io, cui troppo spiaceva ogni dimora, prendo l'ordin dal re di cavaliero, e similmente i miei fratelli allora il degno grado da lui dar si fêro.
Indi torno a sfidar Ginamo ancora, ed a chiamarlo falso e menzogniero: ond'ei, come di me molto gli caglia, mostra venir sforzato a la battaglia.
Drizzò la lancia: a me resse la mano la ragion che m'empiea d'alto ardimento. A quel debile il braccio e 'l colpo vano rese il gran torto e 'l fatto tradimento,
tal che ferito a morte ei va sul piano: resto in sella io, né pur la lancia sento. Ahi! giustizia di Dio, com'opri spesso ch'il ver risorga, e resti il falso oppresso!
Per ucciderlo allor corro veloce: come lo veggio tal per terra steso, mi richiede Ginamo in umil voce d'esser da tutti anzi che mora inteso.
Io, poiché l'indugiar nulla mi noce, in concerderli ciò non sto sospeso, perché inanzi il morir confessi e dica sé traditor, Beatrice esser pudica.
E 'l fece ben, perché 'l suo rio trattato e' modi suoi fur da lui tutti espressi. La genitrice mia ne l'onorato suo primo nome allor così rimessi.
Io giurai poi, sendo dal re lodato che senza brando oprar ciò fatto avessi, non oprar brando, no 'l togliendo a forza a guerrier di gran fama e di gran forza. —
Così dicea Rinaldo, e la donzella pendea dal suo parlar con dolce affetto. Poi che chiuse le labbra a la favella, sorse essa in piè, cangiato il vago aspetto,
e da lui pur si svelle al fine, e 'n quella sentio svellersi il cor da mezzo il petto. Misera! mentre dal suo ben si parte, lascia a dietro di sé la miglior parte.
Del suo lungo viaggio il terzo almeno trascorso già l'umida notte avea, e 'n maggior copia da l'oscuro seno sonni queti e profondi a noi piovea;
la regina però, cui rio veleno tacito per le vene ognor serpea, non dava gli occhi stanchi in preda al sonno, ché le cure d'amor dormir non ponno:
ma rivolgea ne l'agitata mente del novo amator suo l'alma beltate, e 'l valor così raro ed eccellente in così verde e giovenile etate,
le grazie sì diverse unitamente per meraviglia giunte ed adunate. Fra tai pensieri ancor le sovenia quel che già le predisse una sua zia.
Costei ch'era gran maga, e degli aspetti del cielo cognoscea tutti i secreti, prevedendo i maligni e i buoni effetti che in noi deggiano oprar gli alti pianeti,
le disse già che d'amorosi affetti, senza che mortal cura unqua ciò vieti, arder dovea per un baron cristiano d'alta bellezza e di valor sovrano;
e che sarebbe a quel larga e cortese del suo fior virginal non pria toccato, sì ch'indi poi, compito il nono mese, ne saria doppio e nobil parto nato,
duo gemelli ch'a chiare e nuove imprese già destinava il lor benigno fato: maschio l'un, ma viril femina l'altra, ne l'arte militar perita e scaltra.
Mentre priva la mente è di riposo, prive di quello son le membra ancora. Sempre le tiene in moto, e del noioso letto cerca ogni parte ad ora ad ora.
Drizza ai balcon sovente il desioso guardo, onde veggia s'anco appar l'aurora, e se tra le fissure entra alcun lume, tanto a noia le son le molli piume.
Come il ciel si comincia a colorare, e le ferisce gli occhi il novo giorno, non vuol gli altrui servigi ella aspettare: da sé si veste e rende il corpo adorno,
troppo ogni dama sua pigra le pare, e le fa dolce ma pungente scorno; e la compagnia loro a pena aspetta, ch'a ritrovar se 'n va gli ospiti in fretta.
Qual parer suol tra le minori piante, ricco di nove spoglie, alter cipresso, ch'alzando sovra quelle il verdeggiante crine, vagheggia il bel ch'orna se stesso;
tale a lei parve il suo gradito amante, tra molti in mezzo passeggiando messo, che col bel volto sovra ognun s'ergea, e mille rai di gloria indi spargea.
Ella dolce il saluta e 'l mena poi per Acatana, sua real cittade. Gli mostra i tempii che gli antiqui eroi ornar di palme ne la prisca etade,
i gran sepolcri de' maggiori suoi, i bei palagi e le diritte strade, le mura, l'alte torri e le fortezze, e tutto il suo potere e le ricchezze.
Ma il cieco mal nutrito ognor s'avanza, tal ch'ella a morte corre e si disface; né più regger d'amor l'alta possanza puote, o da lui trovar pur breve pace.
Si cangia d'or in or ne la sembianza, apre a parlar la bocca e poi si tace, e la voce troncata a mezzo resta, gli occhi travolge, e move or piedi or testa.
Sovente ancor con interrotto suono profondamente sin dal cor sospira; le lacrime talor sugli occhi sono, ma vergogna le affrena e le ritira;
or quasi fuor di sé col volto prono stassi, or quasi sdegnosa il ciel rimira; ma s'induce a la fin quell'infelice a scoprir il suo male a la nutrice.
— Cara Elidonia mia, tu che già desti a le mie membra il nutrimento primo, e col tuo sangue aita a me porgesti, cui, non avendo io madre, in madre estimo:
tu mi soccorri or che novelli infesti desir se 'n vanno del mio core a l'imo, e 'l non ben noto male è in me sì forte che m'ha condutt'ormai vicino a morte.
Misera, tutto 'l male in me procede da l'un de' duo stranier, ma dal maggiore: non vedi tu quanto in bellezza eccede ciascun mortale e in grazia ed in valore?
Ahi! come, oimè! di lui l'imagin siede ed affissa si sta dentro 'l mio core, come ogn'atto di lui mi sta presente, come il suo dir mi sona or ne la mente!
Sol l'orecchie appagate e gli occhi miei son dal dolce parlar, dal vago aspetto: madre, te 'l dirò pur, madre, vorrei spenger la sete de l'acceso affetto.
Ma che dico io? La terra s'apra, e 'n lei nel suo fondo maggior mi dia ricetto, anzi, santa onestà, ch'a te faccia onta, e se poi morir deggio, eccomi pronta. —
Qui dà fine al parlar, raffrena il pianto, onde avea pregni i lumi, e 'l viso inchina. L'antica donna tra sé volge intanto ciò che già detto fu da l'indovina,
e ben cognosce a varii segni or quanto immenso sia l'amor de la regina. Muta e sospesa sta breve ora, e poi così dolce risponde ai detti suoi:
— Figlia e signora mia, che tal ti tegno, non puote opporsi al ciel forza mortale, più che de' venti a l'orgoglioso sdegno in mezo il mar pin disarmato e frale;
né d'un sol punto mai passare il segno che le prescrive il suo destin fatale. Parlo così, ché 'l variar de' tempi di ciò m'ha mostro mille e mille essempi.
Quando tu possa de l'amor novello sveller dal petto il radicato germe, ed a desir più glorioso e bello volger la mente e le speranze inferme,
fallo, sottrati a questo iniquo e fello tiranno, ancidi il velenoso verme che attoscar la tua onestà procura, senza cui di beltà poco si cura.
Ma se non puoi, come a più segni espresso veder già parmi, a che t'affligi in vano? Se di sforzar il ciel non t'è concesso, questo è difetto del poter umano;
e poiché n'è per un error promesso da la verace maga un ben sovrano, non invidiare a te medesma, a noi, quei duo, che nascer denno, illustri eroi. —
Così diss'ella, e con que' detti sciolse a la regina di vergogna il freno; le diè speranza e di timor la tolse, crescer la fiamma e 'l duol fe' venir meno:
onde tosto a pensar allor si volse di far il suo desir contento a pieno, e di mandar per alcun modo un poco nel figliuolo d'Amon del suo gran foco.
Fa pria tentar, ma con maniere accorte, di trarre il paladin ne la sua fede, con promesse di tôrlo in suo consorte, e di locarlo ne la regia sede;
ché quando giunse il re suo padre a morte, libera autoritate in ciò le diede: ma poi che ciò colui punto non muove, cerca novi partiti e strade nove.
Cerca d'accrescer con lo studio e l'arte la natural beltà ch'in lei risplende: l'auree chiome in vago ordine comparte, ed adornarsi il rimanente attende;
poi lieta si contempla a parte a parte ne l'acciar che l'imago al vivo rende; così augellin dopo la pioggia al sole polirsi i vanni e vagheggiarsi suole.
Ella mostra or co' guardi, or coi sospiri al cavalier le piaghe sue profonde, e quai ferventi Amor caldi desiri dai begli occhi di lui nel cor le infonde,
onde Rinaldo in amorosi giri le luci volge e 'n parte a lei risponde: ché se ben altro ardor gli accende il petto, d'amar donna sì bella è pur costretto.
Nel palagio reale era un giardino ove ogni suo tesor Flora spargea; da le stanze ivi sol del paladino e da quelle di lei gir si potea.
Quivi sovente il fresco matutino Floriana soletta si godea: la porta uscendo e intrand'ognor serrava, ché star remota a lei molto aggradava.
Mentre una volta al crin vaga corona tesse ella quivi d'odorate rose, e presso un rio che mormorando suona se 'n giace in grembo a l'erbe rugiadose,
e seco intanto e col suo ben ragiona, dicendo in dolci note affettuose: — Ahi! quando serà mai, Rinaldo, ch'io appaghi ne' tuoi baci il desir mio? —,
sorgiunge il paladino ed ode a punto i cari detti de la bella amante. Ahi! come allora in un medesmo punto cangiar si vede questo e quel sembiante;
ben ciascun sembra dal disio compunto, e mira l'altro tacito e tremante: lampeggia, come 'l sol nel chiaro umore, negli umidi occhi un tremulo splendore.
L'un nel volto de l'altro i caldi affetti e l'interno voler lesse e comprese: rise Venere in cielo, e i suoi diletti versò piovendo in lor larga e cortese;
e forse del piacer de' giovinetti sùbita e dolce invidia il cor le prese, tal che quel giorno il suo divino stato in quel di Floriana avria cangiato.
Il paladino in così dolce vita trasse più dì con la real donzella, tal che l'antica fiamma era sopita, e sol gli ardea il cor l'altra novella.
Al fin l'astrinse a far quinci partita strana ventura che gli avenne in quella, la qual il primo ardor di nuovo accense, ed il secondo quasi a fatto spense.
L'alma stella d'Amor in ciel spiegava cinta di rai l'aurata chioma ardente, e 'l sol di nova luce il crin s'ornava per mostrarsi più bello in oriente,
quando a Rinaldo, che col sonno dava dolce ristoro ai membri ed a la mente, apparve in sogno giovinetta donna, dogliosa agli atti e involta in bianca gonna;
ma splendor tal l'ornava il mesto viso, così la fronte avea vaga e serena, che ne la prima vista ei fugli aviso veder l'Aurora che 'l bel dì rimena;
pur dopoi rimirando in lei più fiso, benché 'l suo lume sostenesse a pena, esser Clarice sua certo gli parve, vera e non finta da mentite larve.
Crede vederne i rai del viso, e crede de la favella udir le dolci note: quel, secondo gli par, la vista fiede, questa così l'orecchie a lui percote:
— Ahi! che sincero amor, che pura fede di cavalier, se tal nomar si puote chi le parole sue commette al vento, fraude usando in chi l'ama e tradimento!
Dunque, Rinaldo, t'è di mente uscita chi te sempre ritien fisso nel core? Dunque hai d'altra beltà l'alma invaghita, e sprezzi il primo via più degno amore?
Deh! torna, torna a me, dolce mia vita, ch'io tua mercé languisco a tutte l'ore. Queste lacrime, oimè! questi sospiri, segno ti sian degli aspri miei martiri.
Ma se 'l mio duol non curi, e non t'aggrada l'amor, crudele, il proprio onor ti muova: ahi! si dirà Rinaldo in Media or bada, e lascivi pensier ne l'ocio cova,
e per una pagana e lancia e spada posto in non cale, ei preso ha legge nova. — Così detto, a sua vista ella si tolse, e meschiata ne l'aria si dissolse.
Svegliasi il cavaliero, e gli occhi intorno per veder la sua dama indarno gira; s'infiamma intanto di vergogna e scorno, ed apre il petto a nobil sdegno ed ira;
face il desir primiero in lui ritorno, e quell'altro si fugge e si ritira; le veste e l'arme insieme in fretta prende, ed adorno di lor tosto si rende.
Di Clarice il ritratto ecco veduto a caso viene al paladino in questa; egli lo sguarda e sta pensoso e muto, e come sia di pietra immobil resta.
Dopo gran spazio al fin, qual rinvenuto da lunga stordigion l'uomo si desta, tal con sùbito moto egli si scosse, e la voce e le mani insieme mosse:
— Come, o mio ben, come ho potuto io mai fare al tuo tanto amore torto cotale? Deh! poiché in merto io ti cedeva assai, esser deveati almeno in fede eguale;
ma, ché 'l tuo fallo non punisci omai, cavalier traditore e disleale? Ahi! qual pena maggior posso soffrire, che 'l duol che nasce in me dal mio pentire? —
Così detto, il compagno in fretta chiama, e fallo armar de la ferrigna spoglia; indi lo prega che per quanto ei l'ama allor allor con lui quinci si toglia.
Quel, che servirlo e compiacerlo brama, si mostra obediente a la sua voglia; ben dolce il prega a dirgli la cagione, né glien'è scarso il buon figliuol d'Amone.
Come accorto nocchiero i dolci accenti fugge de le Sirene, e tutte sciôrre fa le sue vele dispiegate ai venti, ed ogni remo appresso in uso porre,
così quei cari preghi e quei lamenti, che lo potrian dal suo pensier distôrre, schiva Rinaldo, e tacito se n'esce, ma pur di Floriana assai l'incresce:
ché, benché quel ardor già spento sia, non è però ch'egli non l'ami ancora; e l'alta sua beltà, la cortesia, e l'altre sue virtù pregia ed onora;
e ben quel duolo mitigar vorria, ch'assalir délla in breve spazio d'ora; ma perciò ch'in se stesso ha poca fede, parte sì ch'altri allor non se n'avede.
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