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1544–1595

Canto IX

Torquato Tasso

Ma il gran mostro infernal, che vede queti que' già torbidi cori e l'ire spente, nè cozzar contra 'l fato o i gran decreti svolger potea de l'immutabil Mente,

si parte, e dove ei passa i campi lieti secca, e pallido il sol si fa repente; e d'altre furie ancora e d'altri mali ministro, ad altra impresa affretta l'ali.

Va dove Soliman, di cento erranti schiere già fatto capitan, dimora: Solimano, di cui non fu tra quanti ha Dio rubelli uom più feroce allora:

nè se per nova ingiuria i suoi giganti rinovasse la terra, anco vi fòra. Costui scacciato dal paterno regno nudria contra i cristiani un lungo sdegno.

E i campi intorno e le propinque arene con repentini corsi or tutti infesta, spiana ed arde i castelli ove si tiene alcun che Cristo adori e manifesta,

sì che ogni strada già, che dal mar viene al campo, rotta ed impedita resta; e maggior cose in sè fra tanto volve, ma non ben s'assicura o si risolve.

A questi Aletto appare, e da lei tolto è il sembiante d'un uom d'antica etade: vòta di sangue, empie di crespe il volto, e la folta canizie al mento rade;

d'attorte e lunghe tele il capo involto mostra e la veste altra il ginocchio cade, la scimitarra al fianco e 'l tergo carco de la faretra, e ne le mani ha l'arco.

"Noi "gli dice ella "or trascorriam le vòte piagge, e l'arene sterili e deserte, ove nè far rapina omai si puote nè vittoria acquistar che loda merte.

Goffredo intanto i muri urta e percote, e già le mura ha con le torri aperte; e già vedrem, s'anco si tarda un poco, sin qui de la cittade il sangue e 'l foco.

Dunque accesi tuguri e gregge e buoi gli alti trofei di Soliman saranno? Così racquisti il regno? e così i tuoi oltraggi vendicar ti credi e 'l danno?

Ardisci, ardisci; entro i ripari suoi di notte opprimi il barbaro tiranno. Credi al tuo vecchio Araspe, il cui consiglio e nel regno provasti e ne l'essiglio.

Non ci aspetta egli e non ci teme, e sprezza gli Arabi ignudi in vero e timorosi, nè creder mai potrà che gente avezza a le prede, a le fughe, or cotanto osi;

ma lor fieri farà la tua fierezza contra un campo che giaccia inerme e posi. – Ciò detto tacque, e furie al petto ardenti spirogli, e sparve e si meschiò tra' venti.

Grida il guerrier, levando al ciel la mano: "O tu, che furor tanto entro m'irriti (ned uom sei già, se ben sembiante umano mostrasti), ecco io ti seguo ove m'inviti.

Verrò, farò là monti ove ora è piano, monti d'uomini estinti e di feriti, farò fiumi di sangue. Or tu sia meco, e reggi l'armi mie per l'aer cieco. –

Disse, e senza indugiar le turbe accoglie e rincora parlando il vile e 'l lento, e ne l'ardor de le sue stesse voglie s'accende il campo a seguitarlo intento.

Dà il segno Aletto de la tromba e scioglie di sua man propria il gran vessillo al vento. Marcia l'oste veloce, anzi sì corre che 'l volo de la fama anco precorre.

Va seco Aletto, e poi il lassa e veste, d'uom che rechi novelle, abito e viso; e ne l'ora che par che 'l mondo reste fra la notte e fra 'l dì dubbio e diviso,

entra in Gierusalemme, e fra le meste genti passando al re dà l'alto aviso del gran campo che giunge e del disegno, e gli dà de l'assalto e l'ora e 'l segno.

Ma già distendon l'ombre orrido velo che di rossi vapor si sparge e tigne; la terra in vece del notturno gelo bagnan rugiade tepide e sanguigne;

s'empie di mostri e ai prodigi il cielo, s'odon fremendo errar larve maligne: votò Pluton gli abissi, e la sua notte tutta versò da le tartaree grotte.

Per sì profondo orror verso le tende franche a gran corso Soliman camina; ma quando giunta al sommo, onde si scende, rapida a l'ocean l'ombra dechina,

a men d'un miglio, ove riposo prende il sicuro Francese, ei s'avvicina. "Vedete là di mille furti pieno un campo più famoso assai che forte,

che quasi un mar nel suo vorace seno tutte de l'Asia ha le ricchezze absorte? Questo ora a voi (nè già potria con meno vostro periglio) espon benigna sorte:

l'arme e i destrier d'ostro guerniti e d'oro preda fian vostra, e non difesa loro. Nè questa è già quell'oste onde la persa gente e la gente di Nicea fu vinta,

perchè in guerra sì lunga e sì diversa rimasa n'è la maggior parte estinta; e s'anco integra fosse, or tutta immersa in profonda quiete e d'armi è scinta.

Tosto s'opprime chi di sonno è carco, chè dal sonno a la morte è un picciol varco. Su su, venite: io primo aprir la strada vuo' su i corpi languenti oltre i ripari;

ferir da questa mia ciascuna spada, e l'arti usar di crudeltate impari. Oggi vuo' che di Cristo il regno cada, oggi libera l'Asia, oggi voi chiari. –

Così gli infiamma a le vicine prove, indi tacitamente oltre lor move. Ecco tra via le sentinelle ei vede per l'ombra mista d'un'incerta luce,

nè ritrovar, come sicura fede avea, pale improviso il saggio duce. Volgon quelli gridando indietro il piede, scorto che sì gran turba egli conduce,

sì che la prima guardia è da lor desta, e com' può meglio a guerreggiar s'appresta. Dan fiato allora a i barbari metalli gli Arabi, certi omai d'esser sentiti.

Van gridi orrendi al cielo, e de' cavalli co 'l suon del calpestio misti i nitriti. Gli alti monti muggìr, muggìr le valli, e risposer gli abissi a i lor muggiti,

e la face inalzò di Flegetonte Aletto, e 'l segno diede a quei del monte. Corre inanzi il Soldano, e giunge a quella ancor confusa, e inordinata guarda

rapido sì che torbida procella de' cavernosi monti esce più tarda. Fiume ch'arbori insieme e case svella, folgor che l'alte torri abbatta ed arda,

terremoto che 'l mondo empia d'orrore, son picciole sembianze al suo furore. Non cala il ferro mai ch'a pien non colga, nè coglie a pien che piaga anco non faccia,

nè piaga fa che l'alma altrui non tolga; e più direi, ma il ver di falso ha faccia. E par ch'egli s'infinga, o non sen dolga o non senta il ferir del'altrui braccia,

se ben l'elmo percosso in suon di squilla rimbomba e orribilmente arde e sfavilla. Or quando ei solo ha quasi in fuga vòlto quel primo stuol de le francesche genti,

giungono in guisa d'un diluvio accolto di mille rive gli Arabi correnti. Fuggono allora i Galli a freno sciolto e misti i vincitor van tra' fuggenti:

entran con lor ne' lor ripari, e 'l tutto di ruine e d'orror s'empie e di lutto. Porta il Soldan su l'elmo orrido e grande serpe che si dilunga e 'l collo snoda,

su le zampe s'inalza e l'ali spande, e piega in arco la forcuta coda. Par che tre lingue vibri e che fuor mande livida spuma, e che 'l suo fischio s'oda.

Ed or ch'arde la pugna, anch'ei s'infiamma nel moto, e fumo versa insieme e fiamma. E si mostra in quel lume a' risguardanti formidabil così l'empio Soldano,

come veggion ne l'ombra i naviganti fra mille lampi il torbido oceano. Altri danno a la fuga i piè tremanti, danno altri al ferro intrepida la mano;

e la notte i tumulti ognor più mesce, ed i rischi occultando i rischi accresce. Fra quelli che valor mostran più franco, Latin, nel Lazio nato, allor si mosse,

cui nè l'aspre fatiche il corpo stanco avean, nè dome gli anni ancor le posse. Cinque suoi figli quasi eguali al fianco gli erano sempre, ovunque in guerra ei fosse,

d'arme gravando anzi il lor tempo molto, le membra ancor crescenti e 'l molle volto. Ed eccitati dal paterno essempio aguzzavano al sangue il ferro e l'ire.

Dice egli loro: "Andianne ove quell'empio veggiam ne' fuggitivi insuperbire, nè già ritardi il sanguinoso scempio, ch'ei fa de gli altri, in noi l'usato ardire,

però che quel cui di passato orrore la memoria non orni è vile onore. – Così feroce leonessa i figli, cui dal collo la giuba anco non pende

nè cresciuti con gli anni i feri artigli lor sono e l'armi de la bocca orrende, mena seco a la preda ed a i perigli, e con l'essempio a incrudelir gli accende

nel cacciator che le natie lor selve turba e fuggir fa le men forti belve. Segue il suo genitor l'incauto stuolo de' cinque, e Soliman circonda e cinge;

e in un sol punto un sol consiglio, e un solo spirito quasi, sei lunghe aste spinge. Da follia giovenil mosso il figliuolo maggior l'asta abbandona e 'l ferro stringe,

e tenta in van con la pungente spada che sotto il corridor morto gli cada. Ma come a le procelle esposto monte, che percosso da' flutti al mar sovraste,

sostien fermo in se stesso i tuoni e l'onte tutte del cielo e i venti e l'onde vaste, Così il fero Soldan l'audace fronte tien salda incontra i ferri e incontra l'aste,

ed a colui che 'l suo destrier percote parte tra i cigli il capo e tra le gote. Aramante al fratel che giù ruina porge pietoso il braccio e lo sostiene.

Vana e folle pietà! s'a la ruina d'altrui la sua medesma a giunger viene, chè 'l pagan su quel braccio il ferro inchina ed atterra con lui chi a lui s'attiene.

Caggion entrambi, e l'un su l'altro langue mescolando i sospiri ultimi e 'l sangue. Quinci egli di Sabin l'asta recisa, onde il fanciullo di lontan l'infesta,

gli urta il cavallo adesso e 'l coglie in guisa che giù tremante il batte, indi il calpesta. Dal giovinetto corpo uscio divisa con gran contrasto l'alma, e lasciò mesta

l'aure gioconde de la vita e i giorni de la tenera età lieti ed adorni. Rimanean vivi ancor Pico e Laurente, onde arricchì un sol parto il genitore:

similissima coppia e che sovente esser solea cagion di dolce errore. Ma se lei fe' natura indifferente, differente or la fa l'ostil furore:

dura distinzion ch'a l'un divide dal busto il collo, a l'altro il petto incide. Il padre, ahi non più padre! (ahi fera sorte ch'orbo di tanti figli a un punto il face!),

rimira in cinque morti or la sua morte e de la stirpe sua che tutta giace. Nè so come vecchiezza abbia sì forte ne l'atroci miserie e sì vivace

che spiri, e pugni ancor; ma gli atti e i visi non mirò forse de' figliuoli uccisi, e di sì acerbo lutto a gli occhi sui parte l'amiche tenebre celaro.

Con tutto ciò nulla sarebbe a lui, senza perder se stesso, il vincer caro. Prodigo del suo sangue, e de l'altrui avidissimamente è fatto avaro;

e scorger non si può qual suo desire paia maggior, l'uccidere o 'l morire. Ma grida al suo nemico: "È dunque frale sì questa man, sì dunque ella si sprezza,

che con ogni suo sforzo ancor non vale a provocar vèr me la tua fierezza? – Tace e percossa tira aspra e mortale che le piastre e le maglie insieme spezza,

e su 'l fianco gli scende e vi fa grande piaga che 'l sangue fuor tepido spande. A quel grido, a quel colpo, in lui converse il barbaro omicida il brando e l'ira.

Gli aprì l'usbergo, e pria lo scudo aperse cui sette volte un duro cuoio gira, e 'l ferro ne le viscere gli immerse. Il misero Latin singhiozza e spira,

e con vomito alterno or gli trabocca il sangue per la piaga, or per la bocca. Come ne l'Apennin robusta pianta che sprezzò d'Euro e d'Aquilon la guerra,

se forza di bipenne al fin la schianta, gli arbori a lei vicin cadendo atterra, così cade egli, e la sua furia è tanta che più d'un seco tragge a cui s'afferra;

e ben d'uom sì feroce è degno fine che faccia ancor cadendo alte ruine. Mentre il Soldan sfogando l'odio interno pasce un lungo digiun ne' corpi umani,

gli Arabi inanimiti aspro governo anch'essi fanno de' guerrier cristiani: Gualdrado e Gardo, un tartaro, un basterno, moiono, o fier Dragutto, a le tue mani;

Muleasse Egerardo, Ariadeno Guiberto uccide, a' quai fu padre il Reno. Albazàr con la mazza abbatte Ernesto, cade sotto Algazele Ugon di spada.

Ma chi narrar potria quel modo o questo di morte, e quanta plebe ignobil cada? Sin da que' primi gridi erasi desto Goffredo, e non istava intanto a bada;

già tutto è armato, e già raccolto un grosso drapello ha seco, e già con lor s'è mosso. Egli, che dopo i gridi udì 'l tumulto ch'ad or ad or par che più orribil suoni,

avisò ben ch'un improviso insulto esser dovea de gli Arabi ladroni, ch'un gran numero lor non gli era occulto tutto intorno predar le regioni,

se ben pria non credè che quei fugace vulgo mai fosse d'assalirlo audace. Or mentre egli ne viene, ecco si sente tutto il cielo intonar da l'altro lato

di barbariche voci, ecco repente "A l'arme! a l'arme! "in suono orrendo è dato. Questa è Clorinda che del re la gente guida a l'assalto, ed have Argante a lato.

Al buon Raimondo allor, che la sua vice sostien, si volge il capitano e dice: "Odi qual novo strepito di Marte di verso il colle e la città ne viene:

d'uopo là fia che 'l tuo valore e l'arte i primi assalti de' nemici affrene. Vanne tu dunque e là provedi, e parte vuo' che di questi miei teco ne mene,

ch'io con gli altri n'andrò da l'altro canto a sostener l'impeto ostile intanto. – Così fra lor concluso, ambo gli move per diverso sentier egual fortuna.

Raimondo al colle, e 'l capitan va dove i Franchi omai non fan difesa alcuna. Ma forza acquista ei caminando, e nove genti di passo in passo ognor raguna,

tal che già fatto poderoso e grande giunge ove il fero Turco il sangue spande. Così scendendo dal natio suo monte non empie umile il Po l'angusta sponda,

ma sempre più, quanto è più lunge al fonte, di nove forze insuperbito abonda; sovra i rotti confini alza la fronte di tauro, e vincitor d'intorno inonda,

e con più corna Adria respinge e pare che guerra porti e non tributo al mare. Goffredo, ove fuggir l'impaurite sue genti vede, accorre e le minaccia:

"Qual timor "grida "è questo? ove fuggite? Guardate almen chi sia quel che vi caccia. Vi caccia un vile stuol, che le ferite nè ricever nè dar sa ne la faccia;

e se 'l vedranno incontra sè rivolto temeran l'arme lor del vostro volto. – Ciò detto, il destrier punge e là si volve ove di Soliman gli incendi ha scorti.

Va per mezzo del sangue e de la polve e de' ferri e de' rischi e de le morti; con la spada e con gli urti apre e dissolve le vie più chiuse e gli ordini più forti,

e sossopra cader fa d'ambo i lati cavalieri e cavalli, arme ed armati. Sovra i confusi monti a salto a salto de la profonda strage oltra camina.

L'intrepido Soldan che 'l fero assalto sente venir, no 'l fugge e no 'l dechina: ma se gli spinge incontra, e 'l ferro in alto levando per ferir gli si avicina.

Oh quai duo cavalieri or la fortuna da gli estremi del mondo in prova aduna! Furor contra virtute or qui combatte d'Asia in un picciol cerchio il grande impero.

Chi può dir come gravi e come ratte le spade son? come il duello è fiero? Passo qui cose orribili che fatte furon, ma le coprì quell'aer nero,

d'un chiarissimo sol degne e che tutti sianvi i mortali a rimirar ridutti. Il popol di Giesù, dietro a tal guida audace or divenuto, oltra si spinge,

e de' suoi meglio armati a l'omicida Soldano intorno un denso stuol si stringe. Nè la gente fedel più che l'infida, nè più questa che quella il campo tinge,

ma gli uni e gli altri, e vincitori e vinti, egualmente dan morte e sono estinti. Come pari d'ardir, con forza pare quinci Austro in guerra vien, quindi Aquilone,

non ei fra lor, non cede il cielo o 'l mare, ma nube a nube e flutto a flutto oppone; così nè ceder qua, nè là piegare si vede l'ostinata aspra tenzone:

s'affronta insieme orribilmente urtando scudo a scudo, elmo ad elmo, e brando a brando. Non meno intanto son feri i litigi a piè del colle, e i guerrier folti e densi.

Mille nuvoli e più d'angioli stigi tutti han pieni de l'aria i campi immensi, e dan forza a' pagani, onde i vestigi non è chi indietro di rivolger pensi.

Gli occhi fra tanto a la battaglia rea dal suo gran seggio il Re del Ciel volgea. Sedea colà donde Egli e buono e giusto dà legge al tutto e 'l tutto orna e produce

sovra i bassi confin del mondo angusto, ove senso o ragion non si conduce; e de l'Eternità nel trono augusto risplendea con tre lumi in una luce.

Ha sotto i piedi il Fato e la Natura, ministri umili, il Moto e Chi 'l misura, e 'l Luogo e Quella che, qual fumo o polve la gloria e l'oro di qua giuso e i regni,

come piace là su, disperde e volve, nè, diva, cura i nostri umani sdegni. Quivi ei così nel suo splendor s'involve che vi abbaglian la vista anco i più degni:

d'intorno ha innumerabili immortali, disegualmente in lor letizia eguali. Al gran concento de' beati carmi lieta risuona la celeste reggia.

Chiama Egli a sè Michele, il qual ne l'armi di lucido adamante arde e lampeggia, e dice lui: "Non vedi or come s'armi contra la mia fedel diletta greggia

l'empia schiera d'Averno, e insin dal fondo de le sue morti a turbar sorga il mondo? Va', dille tu che lassi omai le cure de le guerre a i guerrier, cui ciò convene,

nè 'l regno de' viventi, nè le pure piagge del ciel conturbi ed avelene. Torni a le notti d'Acheronte oscure, suo degno albergo, a le sue giuste pene;

quivi se stessa e l'anime d'abisso crucii. Così commando e così ho fisso. – Qui tacque, e 'l duce de' guerrieri alati s'inchinò riverente al divin piede;

indi spiega al gran volo i vanni aurati, rapido sì ch'ogni pensiero eccede. Passa il foco e la luce, ove i beati hanno lor gloriosa immobil sede,

poscia il puro cristallo e 'l cerchio mira che di stelle gemmato incontra gira; quinci, d'opre diversi e di sembianti, pur sinistri rotar Saturno, e Giove

e gli altri, i quali esser non ponno erranti s'angelica virtù gli informa e move; vien poi da' campi lieti e fiammeggianti d'eterno dì là donde tuona e piove,

ove se stesso il mondo strugge e pasce e ne le guerre sue more e rinasce. Venia scotendo con l'eterne piume la caligine densa e i cupi orrori;

s'indorava la notte al divin lume che spargea scintillando il volto fuori. Tale il sol ne le nubi ha per costume spiegar dopo la pioggia i bei colori;

tal suol, fendendo il liquido sereno, stella cader de la gran madre in seno. Ma giunto ove la schiera empia infernale il furor de' pagani accende e sprona,

si ferma in aria in su 'l vigor de l'ale, e vibra l'asta, e lor così ragiona: "Pur voi dovreste omai saper con quale folgore orrendo il Re del mondo tuona,

o nel disprezzo e ne' tormenti acerbi de l'estrema miseria anco superbi. Fisso è nel Ciel ch'al venerabil segno chini le mura, apra Sion le porte.

A che pugnar co 'l fato? a che lo sdegno dunque irritar de la celeste corte? Itene, maledetti, al vostro regno, regno di pene e di perpetua morte;

e siano in quelli a voi dovuti chiostri le vostre guerre ed i trionfi vostri. Là incrudelite, là sovra i nocenti tutte adoprate pur le vostre posse

fra i gridi eterni e lo stridor de' denti, e 'l suon del ferro e le catene scosse. – Disse, e quelli che vide al partir lenti con la lancia fatal spinse e percosse;

essi gemendo abbandonar le belle region de la luce e l'auree stelle, e dispiegar verso gli abissi il volo ad inasprir ne' rei l'usate doglie.

Non passa il mar d'augei sì grande stuolo quando a' soli più tepidi s'accoglie, nè tante vide mai l'autunno al suolo cader co' primi freddi aride foglie.

Liberato da lor, quella sì negra faccia depone il mondo e si rallegra. Ma non perciò nel dispettoso petto d'Argante vien l'ardire o 'l furor manco,

se ben suo foco in lui non spira Aletto, nè flagello infernal gli sferza il fianco. Ruota il ferro crudele ove è più stretto e più calcato insieme il popol franco;

miete i vili e i potenti, e i più sublimi e più superbi capi adegua a gli imi. Non lontana è Clorinda, e già non meno par che di tronche membra il campo asperga.

Caccia la spada a Berlingier nel seno per mezzo il cor, dove la vita alberga, e quel colpo a investirlo andò sì pieno che sanguinosa uscì fuor de le terga:

poi fière Albin là 've primier s'apprende nostro alimento, e 'l viso a Pirro fende. La destra di Gernier, da cui ferita ella pria fu, manda recisa al piano:

tratta anco il ferro, e con tremanti dita semiviva nel suol guizza la mano. Coda di serpe è tal, ch'indi partita cerca d'unirsi al suo principio in vano.

e tra 'l collo e la nuca il colpo assesta; e tronchi i nervi e 'l gorgozzuol reciso, gio rotando a cader prima la testa, prima bruttò di polve immonda il viso,

che giù il tronco cadesse; il tronco resta (miserabile mostro) in sella assiso, ma libero del fren da sè lo scote calcitrando il destriero, e lo percote.

Mentre così l'indomita guerriera le squadre d'Occidente apre e flagella, d'altro lato non fa Gildippe altera de' saracini suoi strage men fella.

Era il sesso il medesmo, e simil era il valore e l'orgoglio in questa e 'n quella. Ma far prova di lor non è lor dato, ch'a nemico maggior le serba il fato.

Quinci urta l'una e quindi l'altra, e un folto stuolo in mezzo s'addensa e s'interpone, ma già sorgeva l'alba e già disciolto s'era il forte Argillan di sua prigione;

e d'armi incerte il frettoloso avolto, quali il caso le offerse o triste o buone, già ne venia per emendar gli errori navi con novi merti incontra a' Mori.

Come destrier che da le regie stalle, ove a l'uso de l'arme ei si riserba fugge, e libero al fin per largo calle va tra gli armenti o al fiume usato o a l'erba:

scherzan su 'l collo i crini, e su le spalle si scote la cervice alta e superba, suonano i piè nel corso e par ch'avampi, tutti d'un nitrir lieto empiendo i campi;

tal ne viene Argillano: arde il feroce sguardo, ha la fronte intrepida e sublime; lieve è ne' salti e sovra i piè veloce, sì che d'orma la polve a pena imprime.

Giunto fra gli inimici alzò la voce pur com'uom che tutto osi e nulla stime: "O vil feccia del mondo, Arabi inetti, ond'è ch'or tanto ardire in voi s'alletti?

Non regger voi de gli elmi e de gli scudi sète atti il peso, o 'l petto armarvi e 'l dorso, ma commettete paventosi e nudi i colpi a' venti e la salute al corso.

L'opere vostre e i vostri egregi studi notturni son; dà l'ombra a voi soccorso. Già ch'ella fugge, or chi fia vostro schermo? D'armi è ben d'uopo e di valor più fermo. –

Così parlando ancor diè per la gola ad Algazèl d'una crudel percossa, che gli secò le fauci, e la parola troncò ch'a la risposta era già mossa.

A quel meschin sùbito orrore invola il lume, e scorre un duro gel per l'ossa; cade, e co' denti l'odiosa terra pieno di rabbia in su 'l morire afferra.

Quinci per vari casi e Saladino ed Agricalto e Muleasse uccide, e da l'un fianco a l'altro a lor vicino con esso un colpo Aldiazìl divide;

trafitto a sommo il petto Ariadino atterra, e con rampogne aspre il deride. Quel gli occhi gravi alzando a l'orgogliose parole, in su 'l morir così rispose:

"Non tu, chiunque sia, de la mia morte vincitor lieto avrai gran tempo il vanto; pari destin t'aspetta, e da più forte destra a giacer mi sarai steso a canto. –

Rise egli amaramente e: "Di mia sorte curi il Ciel, "disse "or tu qui mori intanto d'augiei pasto e de' cani –; indi lo preme co 'l piede, e ne trae l'alma e l'asta insieme.

Un paggio del Soldano allor da quella parte pugnava e misto era fra' Mori, a cui non anco la stagion novella il bel mento spargea de' primi fiori.

Paion rugiade o perle in su la bella guancia rigando i tepidi sudori, giunge grazia la polve al crine incolto e un sdegnoso rigor dolce è in quel volto.

Sotto ha un destrier che di candore agguaglia pur or ne l'Apennin caduta neve; turbo o fiamma non è che ruoti o saglia rapido sì come è quel pronto e leve.

Vibra ei, presa nel Rezzo, una zagaglia, la spada al fianco tien ritorta e breve, e con barbara pompa in un lavoro di porpora risplende intesta e d'oro.

Mentre il fanciullo, a cui novel piacere di gloria il petto giovenil lusinga, di qua turba e di là tutte le schiere, e lui non è chi tanto o quanto stringa,

va osservando Argillan tra le leggiere sue rote il tempo in che l'asta sospinga; e, colto il punto, il suo destrier di furto uccide e sovra gli è, ch'a pena è surto,

ed al semplice volto, il quale in vano con l'arme di pietà fea sue difese, drizzò, crudel!, l'inessorabil mano, e di natura il più bel pregio offese.

Senso aver parve e fu de l'uom più umano il ferro, che si volse e piatto scese. Ma che pro, se di punta il colpo fiero raddoppiò là dove cadè il primiero?

Soliman che combatte indi assai lunge a piè, chè 'l corridor gli era caduto, se ben d'intorno aspra corona il punge, tosto che 'l rischio ha del garzon veduto,

spezza repente il cerchio, e corre e giunge a la vendetta sì, non a l'aiuto, perchè scorge, ahi dolor!, quasi succiso giglio giacer il suo Alimante ucciso.

E in atto sì gentil languir tremanti gli occhi e cader su 'l tergo il collo mira; così vago è il pallore, e da' sembianti di morte una pietà sì dolce spira,

ch'ammollì il cor che fu dur marmo inanti, e 'l pianto scaturio di mezzo a l'ira. Tu piangi, Soliman? tu, che distrutto mirasti il regno tuo co 'l ciglio asciutto?

Ma come ei vede il ferro ostil che molle fuma del sangue ancor del suo diletto, la pietà cede, e l'ira avampa e bolle, e le lagrime sue stagna nel petto.

Corre sovra Argillano e 'l ferro estolle, parte lo scudo opposto, indi l'elmetto, indi il capo e la gola; e de lo sdegno di Soliman ben quel gran colpo è degno.

Nè di ciò ben contento, al corpo morto già d'ogni onta sicuro anco fa guerra, quasi mastin che 'l sasso, onde a lui porto fu duro colpo, infellonito afferra.

Oh d'immenso dolor vano conforto incrudelir ne l'insensibil terra! Intanto il capitan da gli steccati gli Arabi inermi avea spinti e fugati.

Nè più gli ordin servar, nè più fermarsi essi hanno ardir già indeboliti e stanchi, già mancato il furore, onde mostràrsi sovra l'usato lor feroci e franchi:

combatton lentamente, e vaghi e sparsi cedono sempre ovunque urtino i Franchi; solo di mille eletti uniti in quadra forma serba anco il loco invitta squadra.

Arabi no, ma Turchi; e di loriche, questi, e d'elmi e di scudi van coperti, indomiti di corpo a le fatiche, di spirto audaci e 'n tutti i casi esperti.

Fur questi già de le milizie antiche di Solimano, e seco ne' deserti passàr d'Arabia................. Mentre in tal guisa al precipizio inchina

la fortuna de' barbari e la spene, e vacilla così l'alta ruina, che sol di pochi il braccio anco sostiene, nova nube di polve ecco vicina

che folgori di guerra in grembo tiene, ecco d'armi improvise uscir un lampo che sbigottì de gli infedeli il campo. Son cinquanta guerrier che 'n puro argento

spiegan la trionfal purpurea Croce. Non io, se cento bocche e lingue cento avessi, e ferrea lena e ferrea voce, narrar potrei quel numero che spento

ne' primi assalti ha quel drapel feroce. Cade l'Arabo imbelle, e 'l Turco invitto resistendo e pugnando anco è trafitto. Vincitrice la Morte in varia imago

scorre, e seco ha il pallor, la tema e 'l lutto (miserabili forme), e intorno un lago ondeggia con sanguigno orribil flutto. Stato era il re giudeo quasi presago,

che 'l suo campo non volse arrischiar tutto ma di quel parte ferma in su la vetta: quinci il giudizio di fortuna aspetta. E come prima egli ha veduto in piega

l'essercito maggior, suona a raccolta, e con messi iterati instando prega ed Argante e Clorinda a dar di volta. La fiera coppia d'essequir ciò niega,

ebra di sangue e cieca d'ira e stolta; pur cede al fine, e unite almen raccòrre tenta le turbe e freno a' passi imporre. Ma chi dà legge al vulgo ed ammaestra

la viltate e 'l timor? La fuga è presa. Altri gitta lo scudo, altri la destra disarma; impaccio è 'l ferro, e non difesa. Gli rincalza Raimondo, e per l'alpestra

strada non cessa di seguir l'impresa. Grande è il tumulto, e si rivolge oscura caligine di polve invèr le mura. Fatto in tanto il Soldan ciò ch'è concesso

fare a forza mortale, or più non puote; tutto è sangue e sudore, e un grave e spesso anelar gli ange il petto e i fianchi scuote. Langue sotto lo scudo il braccio oppresso,

gira la destra il ferro in pigre rote: spezza, e non taglia; e divenendo ottuso perduto il brando omai di brando ha l'uso. Come sentissi tal, ristette in atto

d'uom che fra due sia dubbio, e 'n sè discorre se morir debba, e di sì illustre fatto con le sue mani altrui la gloria tòrre, o pur, sopravanzando al suo disfatto

campo, la vita in sicurezza porre. «Vinca al fin» disse «il fato, e questa mia fuga il trofeo di sua vittoria sia. Veggia il nemico le mie spalle, e scherna

di novo ancora il nostro essilio indegno, purchè di novo armato indi mi scerna turbar sua pace 'l non mai stabil regno. Non cedo io, no; fia memoria eterna

de le mie offese eterno anco il mio sdegno. Risorgerò nemico ognor più crudo, cenere anco sepolta e spirto ignudo.»

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Canto IX · Torquato Tasso · Poetry Cove