Mentre son questi a le bell'opre intenti, le quai debbano tosto in uso porse, il gran nemico de l'umane genti contro i cristiani i lividi occhi torse;
e scorgendoli omai lieti e contenti, ambe le labra per furor si morse, e qual tauro ferito il suo dolore versò mugghiando e sospirando fuore.
Quinci, avendo pur tutto il pensier vòlto a recar ne' cristiani ultima doglia, che sia, comanda il popol suo raccolto (concilio orrendo!) entro la regia soglia;
come sia pur leggiera impresa, ahi stolto!, il repugnare a la divina voglia: stolto, chi al Ciel s'aguaglia, e in oblio pone come di Dio la destra irata tuone.
Chiama gli abitator de l'ombre eterne il rauco suon de la tartarea tromba. Treman le spaziose atre caverne, e l'aer cieco a quel furor rimbomba;
nè sì stridendo mai da le superne parti sovra i mortali il folgor piomba, nè sì scossa giamai trema la terra quando i vapori in sen gravida serra.
Tosto gli dèi d'Abisso in varie torme concorron d'ogni intorno a l'alte porte. Oh come strane, oh come orribil forme! quant'è ne gli occhi lor terrore e morte!
Stampano alcuni il suol di ferine orme, e 'n fronte umana han chiome d'angui attorte, e lor s'aggira dietro immensa coda che quasi sferza si ripiega e snoda.
Qui mille immonde Arpie vedresti e mille Centauri e Sfingi e pallide Gorgoni, molte e molte latrar voraci Scille, e fischiar Idre e sibilar Pitoni,
e vomitar Chimere atre faville, e Polifemi orrendi e Gerioni; e in novi mostri, e non più intesi e visti, diversi aspetti in un confusi e misti.
Di lor, parte a sinistra e parte a destra a seder vanno al crudo re davante. Siede Pluton nel mezzo, e con la destra sostien lo scettro ruvido e pesante;
nè tanto scoglio in mar, nè rupe alpestra, nè pur Calpe s'inalza o 'l magno Atlante, ch'anzi lui non paresse un picciol colle, sì la gran fronte e le gran corna estolle.
Orrida maestà nel fiero aspetto terrore accresce, e più superbo il rende: rosseggian gli occhi, e di veleno infetto come infausta cometa il guardo splende;
gl'involve il mento e su l'irsuto petto ispida e folta la gran barba scende, e a guisa di voragine profonda s'apre la bocca d'atro sangue immonda.
"Tartarei numi, di seder più degni là sovra il sole, ond'è l'origin vostra, che 'l tiranno del Ciel da gli alti regni spinse già meco in questa orribil chiostra,
mentre d'aver egual par che si sdegni e i pregi invidia e la bellezza nostra, mentre temendo è in mille cure involto non lo scettro del mondo a lui sia tolto,
quai pugne incontra genti a noi rubelle già fèrsi, e come fosse in Ciel contesa, noto è pur troppo, e che seguisse in elle ciascun di noi l'ha in se medesmo inteso;
or Colui regge a suo voler le stelle ed usurpando più del dritto ha preso, e sovra gl'inimici incrudelisce e le sue proprie colpe in noi punisce.
Ed in vece del dì sereno e puro, de l'aureo sol, de i bei stellati giri, n'ha qui rinchiusi in quest'abisso oscuro, nè vuol ch'al primo onor da noi s'aspiri;
e poscia (ahi quanto a ricordarlo è duro! questo è quel che più inaspra i miei martìri) ne' bei seggi celesti ha l'uom chiamato l'uom vile e di vil fango in terra nato.
Nè ciò gli parve assai; ma in preda a morte, sol per farne più danno, il figlio diede. Quel venne e ruppe le tartaree porte, e porre osò ne' regni nostri il piede,
e trarne l'alme a noi dovute in sorte, e riportarne al Ciel sì ricche prede, vincitor trionfando, e 'n nostro scherno l'insegne ivi spiegar del vinto Inferno.
Ma che rinovo i miei dolor parlando? Chi non ha già le nostre ingiurie intese? Ed in qual parte si trovò, nè quando, ch'egli cessasse da l'usate imprese?
Non più dèssi a l'antiche andar pensando, pensar dobbiamo a le presenti offese. Deh! non vedete omai com'egli tenti tutte ritrarre al culto suo le genti?
Noi trarrem neghittosi i giorni e l'ore, nè degna cura fia che 'l cor n'accenda? e soffrirem che forza ognor maggiore il suo popol fedele in Asia prenda?
e che Giudea soggioghi? e ch'il suo onore, ch'il nome suo sempre oltra s'estenda? che suoni in altre lingue, e 'n altri carmi si scriva, e incida in nuovi bronzi e marmi?
Che sian gl'idoli nostri a terra sparsi? ch'i nostri altari il mondo a lui converta? ch'a lui sospesi i voti, a lui sol arsi siano gl'incensi, ed auro e mirra offerta?
che nè più tempio ove possiam ritrarci, che via rimanga a le nostr'arti aperta? che di tant'alme il solito tributo ci manchi, e 'n vòto regno alberghi Pluto?
Ah! non fia ver, chè non anco estinti gli spirti in voi di quel valor primiero, quando di ferro e d'alte fiamme cinti pugnammo già contro il celeste impero.
Fummo, io no 'l niego, in quel conflitto vinti, pur non mancò virtute al gran pensiero. Diede, o sorte o destino, altrui vittoria: restò con noi d'invitto ardir la gloria.
Ma se colui che siede in ciel tiranno co' folgori tremendi altrui percote, s'anzi a lui nubi e venti in fuga vanno, se movendo il gran capo il mondo scuote,
pur tinse allora, e i suoi medesmi il sanno di mortal pallidezza ambe le gote, e sanno ancor che questa destra avventa fulmini anch'ella, e quanto ardisce e tenta.
Ma perchè più vi indugio? Itene, o miei fidi consorti, o mia potenza e forze: ite veloci, ed opprimete i rei prima ch'il lor poter più se rinforze;
pria che tutt'arda il regno de gli Ebrei, questa fiamma crescente omai s'ammorze; fra loro entrate, e in ultimo lor danno la violenza in un s'usi e l'inganno.
Sia destin ciò ch'io voglio: altri disperso sen vada errando, altri rimanga ucciso, altri in cure d'amor lascive immerso idol si faccia un dolce sguardo e un riso.
Sia il ferro incontro al suo rettor converso da lo stuol ribellante e in sè diviso: pèra il campo e ruini, e resti in tutto ogni vestigio suo con lui distrutto. –
Non aspettàr già l'alme a Dio rubelle che fosser queste voci al fin condotte; ma fuor volando a riveder le stelle se n'uscian già da la profonda notte,
come sonanti e torbide procelle ch'Eolo fuor mandi da le cave grotte Tosto, spiegando in vari liti i vanni, si furon questi per lo mondo sparti,
e cominciaro ordir fraudi ed inganni diversi e nuovi, e ad usar lor arti. Ma di' tu, Musa, come i primi danni mandasser da' cristiani e da quai parti;
tu 'l sai, e di tant'opra a noi sì lunge debil aura di fama a pena giunge. Reggeva allor Damasco e le vicine terre Idraote, chiaro, e nobil mago,
che sin da' suoi prim'anni a l'indovine arti si diede, e ne fu ognor più vago. Ma che giovàr, se non poteo del fine di quella incerta guerra esser presago?
Nè aspetto di stelle erranti o fisse, nè d'augei volo o canto il ver predisse. Giudicò questi (ahi, cieca umana mente, come i giudìci tuoi son vani e torti!)
ch'a l'essercito invitto d'Occidente prescritte avesse il Ciel ruine e morti; però, credendo che l'egizia gente gloriosa di lor palma riporti,
destina anch'ei trovarsi in tal vittoria a parte de gli acquisti e de la gloria. Ma perchè sanguinosa e cruda stima che sia tal guerra e del suo danno teme,
va ripensando con qual arte in prima il poter de' cristiani in parte sceme, sì che più agevolmente indi s'opprima da le sue genti e da l'egizie insieme:
a questo suo pensier stimolo agiunge l'angel maligno, e più l'instiga e punge. Egli il consiglia, e li ministra i modi co' quali i suoi desiri adempir puote.
Una donzella, a cui le prime lodi di bellezza si danno, è al re nipote: gli accorgimenti e de l'occulte frodi tutte le vie più chiuse a lei son note.
Questa a sè chiama e tutti i suoi consigli comparte, e vuol che cura ella ne pigli. La bella Armida, di sua forma altera e de' doni del sesso e de l'etate,
l'impresa prende, e in su la prima sera parte e tiene sol vie chiuse e celate; e 'n treccia e 'n gonna feminile spera vincer popoli invitti e schiere armate.
Ma son del suo partir tra 'l vulgo ad arte diverse voci poi difuse e sparte. Dopo non molti dì perviene in quella parte ove s'ergon le francesche tende.
A l'apparir di così nova e bella donna, ciascun in lei le luci intende, sì come là dove cometa o stella, non più vista di giorno, in ciel risplende;
e traggon tutti per veder chi sia sì nobil peregrina, e chi l'invia. Argo non mai, non vide Cipro o Delo d'alta beltà forme sì nove, care:
d'auro ha la chioma, ed or dal bianco velo traluce involta, or discoperta appare. Così, qualor si rasserena il cielo, or da candida nube il sol traspare,
or da la nube uscendo i raggi intorno più chiari spiega e lume adoppia al giorno. Erra insieme co 'l velo a l'aura sciolto il crin dove i suoi lacci Amor ripose;
stassi 'l pudico sguardo in sè raccolto, e tiene in sè mille bellezze ascose, e ne le guance e ne le labra accolto dolce color di mattutine rose,
e qual zefiro suol tra vaghi fiori aura spira fra lor d'arabi odori. Mostra il bel petto le sue nevi ignude, onde foco amoroso ognor si desta.
Parte appar de le mamme acerbe e crude, parte altrui ne ricopre invida vesta: invida, ma s'agli occhi il varco chiude, l'amoroso pensier già non s'arresta,
che non ben pago di bellezza esterna ne gli occulti secreti anco s'interna. Come per acqua o per cristallo intero trapassa il raggio, e no 'l divide o parte,
per entro il chiuso manto osa il pensiero sì penetrar ne la vietata parte. Ivi si spazia, ivi contempla il vero di tante meraviglie a parte a parte;
e lor mentre il desio forma e descrive, fiamme raccende in lui più ardenti e vive. "Sacro prencipe invitto, il cui gran nome sen vola adorno di sì chiari fregi
che l'esser da te vinte e in guerra dome recansi a gloria le provincie e i regi, cotanto è noto il tuo valor che come sia da' nemici avvien che s'ami e pregi,
così anco i tuoi nemici affida, e invita di ricercarti e d'impetrarne aita. Ed io, che nacqui in sì diversa fede che tu abbassasti e ch'or distrugger tenti,
per te spero acquistar la nobil sede e lo scettro regal de' miei parenti; e s'altri aita a' suoi congiunti chiede contro 'l furor de le straniere genti,
io, poi che 'n lor non ha pietà più loco, contro il mio sangue il ferro ostile invoco. Te chiamo e in te spero, e in quell'altezza puoi tu sol pormi ond'io già spinta fui,
nè già diè meno esser tua destra avezza di sollevar che d'atterrare altrui, nè meno il vanto di pietà si prezza che 'l trionfar de gli inimici sui;
e s'hai potuto a molti il regno tòrre, fia pur gloria nel regno me riporre. Ma se la nostra fè varia ti move a disprezzar forse i miei preghi onesti,
la fè, c'ho certa in tua pietà, mi giove, nè dritto par ch'ella delusa resti; e chiamo in testimonio il sommo Giove ch'altrui più giusta aita unqua non desti.
Ma perchè 'l tutto a pieno intenda, or odi le mie sventure insieme e l'altrui frodi. Figlia son d'Arbilan, ch'il regno tenne del bel Damasco e in minor sorte nacque,
ma la bella Cariclia in sposa ottenne, cui farlo erede del suo regno piacque. Costei nel suo morir quasi prevenne il nascer mio, ch'in tempo estinta giacque
ch'io fuori uscia de l'alvo; e fu fatale giorno ch'a lei diè morte, a me natale. Ma il primo lustro a pena era varcato dal dì ch'ella spogliossi il mortal velo,
quand'il mio genitor rapto dal fato forse con lei si ricongiunse in Cielo, di me cura lasciando e de lo stato al fratel ch'egli amò con tanto zelo
che, s'in petto mortal pietà risiede, esser certo dovea de la sua fede. Preso dunque di me questi il governo, vago d'ogni mio ben si mostrò tanto
che d'incorrotta fè, d'amor paterno e d'immensa pietate ottenne il vanto, o ch'il maligno suo pensier interno celasse allor sotto contrario manto,
o che sincere avesse ancor le voglie, perchè al figliuol mi destinava in moglie. Crebbi io; crebbe il suo figlio, e mai nè stile di cavalier, nè nobil arte apprese,
nulla di peregrino o di gentile li piacque mai, nè mai troppo alto intese; sotto diforme aspetto animo vile, e in cor superbo avare voglie accese:
ruvido in atti, ed in costumi è tale che sol ne' vizi è a se medesmo eguale. Or il mio buon custode ad uom sì degno unirmi in matrimonio in sè prefisse,
e farlo del mio letto e del mio regno consorte: chiaramente un dì me 'l disse. Usò la lingua e l'arte, usò l'ingegno, perchè 'l bramato effetto un dì seguisse
Partissi al fin con un sembiante oscuro, onde l'empio suo cor chiaro trasparve; e ben l'istoria del mio mal futuro leggerli in fronte scritta allor mi parve.
Quinci i notturni miei riposi furo turbati ognor da strani sogni e larve, ed un fatale orror ne l'alma impresso m'era del vicin danno indizio espresso.
Spesso l'ombra materna a me s'offria, pallida imago e dolorosa in atto, quanto diversa, oimè!, da quel che pria visto altrove il suo volto avea ritratto!
«Fuggi, figlia,» dicea «morte sì ria che ti sovrasta omai, pàrtiti ratto, già veggio il tòsco e 'l ferro in tuo sol danno apparecchiar dal perfido tiranno.»
Ma che giovava, oimè!, che del periglio vicino omai fosse presago il core, s'irresoluta in ritrovar consiglio la mia tenera età rendea timore?
Prender fuggendo volontario essiglio, e ignuda uscir del patrio regno fuore, grave era sì ch'io fea minore stima di chiuder gli occhi ove l'apersi in prima.
Temea, lassa!, la morte, e non avea (chi 'l crederia?) poi di fuggirla ardire; e scoprir la mia tema anco temea, per non affrettar l'ore al mio morire.
Così inquieta e torbida traea la vita in un continuo martìre, qual uom ch'aspetti che su 'l collo ignudo ad or ad or li caggia il ferro crudo.
Mentr'era in stato tale, o fosse sorte propizia e destra o mio fatal destino, un de' ministri de la regia corte, che mescer mi solea a mensa il vino,
mi scoperse ch'il giorno a la mia morte dal tiranno prescritto era vicino, e ch'egli a quel crudel avea promesso di porgermi il velen quel giorno stesso.
E mi soggiunse poi ch'a la mia vita, sol fuggendo, allungar poteva il corso; e poi ch'altronde io non sperava aita, m'offerse oltr'il consiglio ancor soccorso,
e in modo co 'l suo dir mi rese ardita che non mi tenne di vil tema il morso, sì ch'io non disponessi a l'aer cieco, la patria e 'l zio fuggendo, andarne seco.
Sorse la notte oltre l'usato oscura, che sotto l'ombre amiche si coperse, tal che con due donzelle uscii sicura, compagne elette a le fortune avverse;
ma, lassa!, indietro a le mie patrie mura pur le luci io volgea di pianto asperse, nè de la vista del natio terreno partendo saziar poteansi a pieno.
Un istesso camin gli occhi e 'l pensiero feano, e 'l piè suo mal grado inanzi giva, sì come nave ch'improviso e fiero turbo dilunghi da l'amata riva.
La notte andammo e 'l dì seguente intero per luoghi ov'orma altrui non appariva; ci ritrovammo in un castel al fine che siede del mio regno su 'l confine.
È d'Aronte il castel, ch'Aronte fue quel che mi trasse di periglio e scòrse. Ma come me fuggito aver le sue mortali insidie il traditor s'accorse,
acceso di furor contr'ambidue, le sue colpe medesme in noi ritorse; ed ambo fece rei di quell'eccesso che commetter vèr me vols'egli stesso.
Disse ch'Aronte avea con doni spinto che tra 'l vin li meschiasse empio veleno per non aver, poi ch'egli fosse estinto, chi leggi mi prescriva o tenga a freno;
e ch'io, seguendo un mio lascivo instinto, volea raccòrmi a mill'amanti in seno. Ahi che fiamma del cielo anzi in me scenda, santa onestà, ch'io le tue leggi offenda!
Ch'avara fame d'oro e sete insieme del mio sangue innocente il crudo avesse, grave m'è sì; ma via più il cor mi preme che 'l mio candido onor macchiar volesse.
L'empio, ch'i popolari empiti teme, così le sue menzogne adorna e tesse che la città, del ver dubbia e sospesa, sollevata non s'arma a mia difesa.
Nè, perch'or sieda nel mio seggio e 'n fronte già li risplenda la real corona, fin però pone a' miei gran danni e a l'onte, sì la sua feritade oltra lo sprona.
Arder minaccia entr'il castello Aronte, se di proprio voler non s'imprigiona; ed a me, lassa!, e insieme a' miei consorti guerra indice non pur, ma strazi e morti.
Ciò dice egli di far perchè dal volto così levarsi la vergogna crede, e ritornar nel grado, ond'io l'ho tolto, l'onor del sangue e de la regia sede;
ma 'l timor n'è cagion che non ritolto li sia lo scettro ond'io son vera erede, chè sol s'io caggio por fermo sostegno con le ruine mie punte al suo regno.
E ben quel fine avrà l'empio desire che già prescritto s'ha il tiranno in mente, e saran nel mio sangue estinte l'ire che dal mio lacrimar non fiano spente,
se tu no 'l vieti. A te ricorro, o sire, io misera fanciulla, orba, innocente; e questo pianto, ond'ho tuoi piedi aspersi, vagliami sì che il sangue poi non versi.
Per questi piedi onde i superbi e gli empi calchi, per questa man che il dritto aita, per l'alte tue vittorie, e per quei tempi sacri cui dèsti o cui dar cerchi aita,
il mio desir, tu che puoi solo, adempi e in un co 'l regno a me serbi la vita la tua pietà; ma pietà nulla giove, s'anco te il dritto e la ragion non move.
Tu, cui concesse il Cielo e dielti il fato voler il giusto e poter ciò che vuoi, a me salvar la vita, a te lo stato (chè tuo fia s'il ricovro) acquistar puoi.
Oltre dugento di men pregio, dato mi sian sol diece de' tuoi chiari eroi, ch'avendo i padri amici e 'l popol fido, basta questo a ripormi entr'al mio nido. –
Ciò detto tace; e la risposta attende con atto ch'in silenzio ha voce e preghi. Fra pensier vari il cor volve e sospende il capitan, nè sa ben dove il pieghi.
Teme i barbari inganni, e ben comprende che non è fede in uom ch'a Dio la neghi. Ma d'altra parte in lui pietoso affetto si desta, che non dorme in nobil petto.
Nè pur l'usata sua pietà natia vuol che costei de la sua grazia degni, ma 'l move util ancor, ch'util li fia che ne l'imperio di Damasco regni
chi da lui dipendendo apra la via ed agevoli il corso a i suoi disegni, e genti ed armi li ministri ed oro contro gli Egizi e rei seguaci loro.
Mentre così dubbioso a terra vòlto lo sguardo tiene, e il pensier volve e gira, la donna in lui s'affisa, e dal suo volto intenta pende e gli atti osserva e mira;
e perchè tarda oltre 'l suo creder molto la risposta, ne teme e ne sospira. "S'al servigio di Dio, ch'in ciò n'elesse, volte non fusser or le nostre spade,
ben tua speme fondar potresti in esse e soccorso trovar, non che pietade; ma se queste sue greggi e queste oppresse mura non torniam prima in libertade,
giusto non è che, co 'l scemar le genti nostre, della vittoria il corso allenti. Ben ti prometto (e tu per nobil pegno mia fè ne prendi, e vivi in lei sicura)
che se mai sottrarremo al giogo indegno queste sacre e dal Ciel dilette mura, di ritornarti al tuo perduto regno, come pietà n'essorta, avrem poi cura.
Or mi farebbe la pietà men pio, s'anzi il suo dritto io non pagassi a Dio. – A quel parlar chinò la donna e fisse le luci in terra, e stette immota alquanto;
poi sollevolle rugiadose e disse, accompagnando i flebili atti al pianto: "Misera! ed a qual altra il Ciel prescrisse vita mai grave ed immutabil tanto,
che si cangia in altrui mente e natura pria che si cangi in me sorte sì dura? Nulla speme più resta, in van mi doglio: non han più forza in uman petto i preghi.
Forse lice sperar ch'il mio cordoglio, che te non mosse, il reo tiranno pieghi? Nè te, benigno sire, accusar voglio perchè il picciol soccorso a me si neghi,
ma il Ciel accuso, onde il mio mal discende, ch'in te pietade inessorabil rende. Non tu, signor, nè tua bontade è tale, ma il mio destino or a me nega aita.
Crudo destino, empio destin fatale, uccidi omai quest'odiosa vita. L'avermi priva, oimè!, fu poco male de' dolci padri in lor età fiorita,
se non mi vedi ancor, del regno priva, qual vittima al coltello andar captiva. Qui tacque, e parve ch'un reale sdegno e generoso l'accendesse in vista;
e 'l piè volgendo di partir fa segno, tutta ne gli atti dispettosa e trista. Spargeasi il pianto fuor senza ritegno, com'ira lo produce a dolor mista,
e le nascenti lagrime a vederle erano a i rai del sol cristallo e perle. Le guance asperse di quei vivi umori che giù cadean sin de la veste al lembo,
parean vermigli insieme e bianchi fiori quando l'irriga un rugiadoso nembo, quando su l'apparir de' primi albori spiegano a l'aure liete il chiuso grembo;
e l'alba, che li mira e se n'appaga, d'adornarsene il crin diventa vaga. Ma il chiaro umor, che di sì spesse stille le belle guance e 'l seno adorno rende,
opra effetto di foco, il qual in mille petti serpe celato e vi s'apprende. O miracol d'Amor, che le faville tragge dal pianto, e i cor ne l'acqua accende!
Sempre sovra natura egli ha possanza, ma in virtù di costei se stesso avanza. Questo suo finto duol da molti elice lacrime vere, e i cor più duri spetra.
Ciascun con lei s'affligge, e fra sè dice: «Se mercè da Goffredo or non impetra, ben fu rabbiosa tigre a lui nudrice, e 'l produsse in aspr'alpe orrida pietra
o l'onda che nel mar si frange e spuma: crudel, che tal beltà turba e consuma.» E il capitan, mirando anch'egli quanto sia il duol comun ne' lacrimosi aspetti,
resse, poi ch'ebbe repugnato alquanto, e vinto dèssi a' naturali affetti. Or che non può di bella donna il pianto, ed in lingua amorosa i dolci detti?
Esce da vaghe labra aurea catena che prese a suo voler l'alme ne mena. La richiama Goffredo, e dice: "Omai cessi, vaga donzella, il tuo dolore,
chè tal da me soccorso in breve avrai qual par che più il richieggia il tuo timore. – Serenò allora i nubilosi rai Armida, e sì ridente apparve fore
ch'innamorò di sue bellezze il cielo asciugandosi gli occhi co 'l bel velo. Quinci lor rese, in dolci e care note, grazie per l'alte grazie a lei concesse,
mostrando che sariano al mondo note mai sempre, e sempre nel suo core impresse; e ciò che lingua esprimer ben non puote, muta eloquenza ne' suoi gesti espresse,
e celò sì sotto mentito aspetto il suo pensier ch'altrui non diè sospetto. Vedendo poscia che fortuna arriso al gran principio di sue frodi avea,
prima che 'l suo pensier le sia preciso dispon di trarre a fin opra sì rea, e oprar co' dolci atti e co 'l bel viso più che con l'arti lor Circe o Medea,
e in voce di sirena a' suoi concenti adormentar le più svegliate menti. Usa ogni arte la donna, onde sia colto ne la sua rete alcun novello amante;
nè con tutti, nè sempre un stesso volto serba, ma cangia a tempo atti e sembiante. Or tien pudica il guardo a sè raccolto, or lo rivolge cupido e vagante:
la sferza in quelli, e il freno adopra in questi, come lor vede in amar lenti o presti. Se scorge alcun che dal suo amor ritiri l'alma, e i pensier per diffidenza affrene,
l'apre un benigno riso, e in dolci giri volge le luci in lui liete e serene; e così i pigri e timidi desiri sprona, ed affida la dubbiosa spene,
ed infiammando l'amorose voglie sgombra quel giel che la paura accoglie. Ad altri poi, ch'audace il segno varca scòrto da cieco e temerario duce,
de' cari detti e de' begli occhi è parca, e in lui timore e riverenza induce. Ma fra lo sdegno, onde la fronte è carca, pur anco un raggio di pietà riluce,
sì ch'altri teme ben, ma non dispera, e più s'invoglia quanto par più altiera. Stassi tal volta ella in disparte alquanto e 'l volto e gli atti suoi compone e finge
quasi dogliosa in fin su gli occhi il pianto tragge sovente e poi dietro il rispinge; e con quest'arti a lacrimar intanto seco mill'alme semplicette astringe,
e in foco di pietà strali d'amore tempra, onde pèra a sì fort'alme il core. Poi, sì come ella a quel pensier s'invole e novella speranza in lei si deste,
ver' gli amanti il piè drizza e le parole, e di gioia la fronte adorna e veste; e lampeggiar fa, quasi un doppio sole, il chiaro sguardo e 'l bel riso celeste
su le nebbie del duolo oscure e folte, ch'avea lor prima intorno al petto accolte. Ma mentre dolce parla e dolce ride, e di doppia dolcezza inebria i sensi,
quasi dal petto lor l'alma divide, non prima usata a quei diletti immensi. Ahi crudo Amor, ch'egualmente n'ancide l'assenzio e 'l mèl che tu tra noi dispensi,
e d'ogni tempo egualmente mortali vengon da te le medicine e i mali! Fra sì contrarie tempre, in ghiaccio e in foco, in riso e in pianto, e fra paura e spene,
infossa ogni suo stato, e di lor gioco l'ingannatrice donna a prender viene; e s'alcun mai con suon tremante e fioco osa parlando d'accennar sue pene,
finge, quasi in amor rozza e inesperta, non veder l'alma ne' suoi detti aperta. O pur le luci vergognose e chine tenendo, d'onestà storna e colora,
sì che viene a celar le fresche brine sotto le rose onde il bel viso infiora, nè pur a gli occhi ed a l'aurato crine ma nel vermiglio aspetto appar l'aurora;
e 'l rossor de lo sdegno insieme n'esce con la vergogna, e si confonde e mesce. Ma se prima ne gli atti ella s'accorge ch'altri scoprire a lei tenti sue voglie,
or se l'invola e fugge, ed or li porge modo onde parli e 'n un tempo il ritoglie; così il dì tutto in vano error lo scorge stanco, e deluso poi di speme il toglie.
Resta ei qual cacciator ch'in su la sera perda alfin l'orme da seguita fèra. Queste fur l'arti onde mill'alme e mille prender furtivamente ella poteo,
anzi pur furon l'armi onde rapille ed a forza d'Amor serve le feo. Qual meraviglia or fia se 'l fiero Achille d'Amor fu preda, ed Ercole e Teseo,
s'ancor chi per Giesù la spada cinge l'empio ne' lacci suoi talora stringe?
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