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1544–1595

Canto duodecimo

Torquato Tasso

Quegli, il parlar del paladino inteso, non dimostrossi a l'ubbedir ritroso, ma da terra levando il capo offeso, ch'era di sangue caldo e rugiadoso,

su la destra appoggiò l'infermo peso, e con l'altra il sanguigno e polveroso volto fe' mondo; indi la voce e 'l guardo debil rivolse al cavalier gagliardo:

— Signor, convien che d'alto al mio sermone principio dia, per sodisfarvi in tutto. Il gran Mambrin ch'a l'Asia legge impone, or sospinto d'Amor s'è qui condutto,

e seco ha mille legni e di persone stuol grosso e forte ad ogni pugna instrutto, per far poi di Clarice intero acquisto, ch'acceso n'è, né 'l volto ancor n'ha visto.

Oltra di ciò, di vendicarsi brama contra un guerriero, il qual Rinaldo è detto, perché gli tolse in mare una sua dama, lo stuol forzando a la sua guarda eletto;

e poi tre suoi fratei d'illustre fama gli uccise ancor con inimico affetto. Già son più dì che 'l re da' legni scese, e 'l più vicino porto a forza prese.

E con molti de' suoi scorse nascoso sin a Parigi, e tal fu sua ventura, che Clarice trovò ch'in dilettoso prato godeasi l'ombra e la verdura;

quivi ardì di rapirla, a chi foss'oso di contradir dando morte aspra e dura; ed or al maggior passo egli camina ver' l'armata ch'è quinci assai vicina.

Ma passando di qua questo guerriero vide, che fêa di sé superba mostra, e impose a noi che tosto ei prigioniero fosse condutto infra la gente nostra:

ma troppo forte fu, troppo fu fiero, e troppo a tempo l'alta aita vostra. — Così disse il ferito e poi si tacque, e qual prima disteso in terra giacque.

Si sente il petto a quel parlar trafitto Rinaldo, e per dolor fremendo geme; s'accoglie il sangue intorno il core afflitto, e fredde lascia l'altre parti estreme.

Par quasi omai ch'ei non si regga dritto, e così avien ch'ogni suo membro treme, come suol tremolar l'onda talora cui lieve increspi molle e placid'ora.

Poi, rosso il volto e torbido il sembiante, con fero, irato e minaccievol guardo, e spesso nel girar sì fiammeggiante che di Giove parea l'acceso dardo,

chiede aita a Florindo; e ne l'istante medesmo verso 'l mar sprona Baiardo, e l'indirizza al più vicino porto per lo sentier ch'è più spedito e corto.

Non così in terra, in mar o 'n ciel giamai cervo, delfino o partica saetta corse, notò, volò ratto, ch'assai non sia maggior de' cavalier la fretta:

già per gran spazio è dilungata omai dal luogo onde partì la coppia eletta, ma pare al lor desir pur troppo lento ogni destrier, benché rassembri un vento.

Tu sospesi per l'aria ir gli diresti, or chini e bassi, or alti e 'n su drizzati; né dimora né requie in lor vedresti, né pur i calli dai lor piè segnati.

Fuman le membra sotto i colpi infesti che dagli sproni ognor son raddoppiati; i petti di sudor, di spuma i freni, d'arena i piedi son aspersi e pieni.

Non sasso o sterpo o discosceso dorso d'orrido monte, o larga e cupa fossa trovan, che porre a tanta furia il morso ed arrestarli in lor viaggio possa.

Lor tronca al fin l'impetuoso corso un gran torrente, che con grave scossa l'antico ponte avea pur dianzi rotto, togliendo ogni sostegno a lui di sotto.

Non sa che farsi allor l'amante ardito, ch'esporsi a rischio tal non fora ardire, ma privo di ragion folle appetito, e di morte certissima desire.

Pur quando al fin gli manchi ogni partito, vol che lasciar l'impresa, anzi morire: tutto si scuote, e gli occhi intorno volve, né men del dubbio caso ei si risolve.

Venire in questa, onde deriva l'onda, un guerrier vede sovr'un gran battello, che sì veloce gia per la seconda acqua, come per l'aria alato augello.

Rinaldo che 'l tragitti a l'altra sponda con dolce modo umil supplica quello, ché 'l cavalier gli sembra a l'armatura che già lo trasse da la valle oscura.

Colui non udir finge, e tuttavia de l'ondoso sentier gran spazio avanza, tal ch'al baron di quel che più desia quasi manca del tutto ogni speranza.

Pur i preghi rinforza or più che pria, e cerca di piegarlo a sua possanza con offerte e promesse: ond'in lui fisse gli occhi al fin lo straniero, e così disse:

— Signor, se pur è ver che sì bramiate varcar sovra 'l mio legno esto torrente, convien ch'un dono or voi mi promettiate, con fé di poi servarlo interamente. —

— Ogni cosa farò, se mi varcate di là — rispose l'altro impaziente. Quelli a la riva appressa allor la barca, e di peso novel la rende carca.

Come furon di là, l'estran guerriero, volto a Rinaldo, a lui così ragiona: — Signor, con voi di venir chieggio al fiero certame, ov'ora il gran desio vi sprona;

e perché il dono io ne riporti intiero, convien ch'altra armatura e via più buona, ch'io vi serbo, ha più dì, su quell'abete, vestiate; e questa qui lasciar potrete. —

Stupito il paladin drizza la vista u' la verde armatura era sospesa, e vede lei con doppia aurata lista lucida lampeggiar qual fiamma accesa;

né men forte gli par che bella in vista, e qual conviensi a così dubbia impresa: onde lieto se n'arma e la dispende, e grazie a lo straniero alte ne rende.

Quelli a Florindo un destrier dona intanto c'ha vergate le gambe, a carbon spento simil la coda e i crini estremi, e 'l manto mischio con poco nero a molto argento;

che sbuffa, ed or a questo, or a quel canto si volge, e par ch'al corso inviti il vento. Gli sprona il fianco allor, gli batte il dorso il buon Florindo, e gli rallenta il morso.

L'istesso ancora i suoi compagni fêro, e così insieme al maggior corso andaro. Poi che 'l mondo vestì l'orrido e nero manto, e l'altro spogliò candido e chiaro,

posa a l'alma od al corpo essi non diero, anzi il viaggio lor pur seguitaro al raggio algente de la bianca luna, ch'intorno si scotea la notte bruna.

A lo scoprir del sol scopriro anch'essi l'avversa schiera a lor non molto lunge. Rinaldo allor con radoppiati e spessi colpi così ne' fianchi il destrier punge,

che passa gli altri, e pria ch'alcun s'appressi ei tra' nemici impetuoso giunge; e scorge in mezo a lor Clarice bella, ch'egra e smarrita non si regge in sella.

Fu da pietate ed ira insieme ei vinto; pur la pietate a l'ira allor diè loco, onde il sembiante, di furor dipinto, vibrò dagli occhi strai di tosco e foco;

e tra' nemici il corridor sospinto diè principio di Marte al crudo gioco. Bene infelice è chi primier s'oppone al gran furor del gran figliuol d'Amone.

Musa, or narrami i duci onde Mambrino cinto n'andava largamente intorno, de' quai fur molti allor dal paladino mandati con Plutone a far soggiorno.

Dimmi l'imprese ancor, ch'al saracino scielto drappel rendean l'abito adorno; perché la lunga età n'involve e copre non pur l'insegne omai, ma i nomi e l'opre.

In vermiglio color portava tinta l'incantata armatura il re famoso, e la superba testa intorno cinta tenea di fregio imperial pomposo;

ne lo scudo l'impresa avea dipinta, un gran leon ferito e sanguinoso che la piaga mirava, e v'era scritto, “Io non perdono, e so chi m'ha trafitto”.

Qual sanguigna cometa ai crini ardenti, o Sirio appar di sdegno acceso in vista, che con orrida luce e con nocenti raggi nascendo, il mondo ange e contrista,

e sin dal ciel minaccia a l'egre genti morbi, ed a grave ardor ria sete mista: tal d'aspri mali annunzio egli risplende con squalido splendor ne l'armi orrende.

Gli va da la man destra il destro Olante, che di Francardo fu german secondo, ed avea forma o forza di gigante, ma vago aspetto e crin aurato e biondo:

colui che porse aita al magno Atlante, quando cangiò la spalla al grave pondo, e resse il ciel che lui regger dovea, per impresa ne l'arme impresso avea.

Da l'altro lato va 'l superbo Alcastro, nato ov'il Nilo impingua il verde Egitto, nel cui natale in ciel regnava ogn'astro che torce l'uom dal camin buono e dritto.

Porta un villan che con la zappa e 'l rastro frange le glebbe e si procaccia il vitto. L'impresa è poi del suo compagno Olpestro, congiunto ad una ninfa un dio silvestro.

V'è 'l signor degli Assiri, il cauto Altorre, accerbo d'anni e di pensier maturo: una destrutta e fulminata torre ha ne lo scudo in campo verde oscuro.

Porta un fanciul che fra le mani accôrre gli attomi tenta, il re dei Siri Arturo; quel di Cilicia, da fier disco estinto sovr'un letto di fiori il bel Giacinto.

Atteone il formoso, ond'un più bello non forse allor la terra in sen nudria, se non che ferro, di pietà rubello, tagliolli un piè del qual or zoppo ei gia,

pinto avea di Giunon l'adorno augello che nel guardarsi i piè mesto apparia; e v'era un motto che 'l suo grave duolo accennava, dicendo, “In questo solo”.

Siegue il saggio Orimeno, a cui son noti de la madre natura i gran secreti: antivedea costui gli effetti e i moti de le sfere celesti e de' pianeti,

le pioggie, i tuoni e lo spirar de' Noti, e quando il mar si turbi o pur s'acquieti; antivide sua morte, e de l'istessa la vera forma avea ne l'arme impressa.

Va seco il re di Lidia, e porta un lauro ch'al suol sparge di fronde un ricco nembo; lo scudo orna al fratel la pioggia d'auro ch'accolse Danae simplicetta in grembo.

Rosso ha lo scudo il fier gigante Oldauro senza pittura, e sol d'argento ha il lembo; e le tre dive ignude il forte Almeno, che regge altier de' Cappadoci il freno.

Se 'n va presso costor l'empio Odrimarte, cui sol legge era il suo volere istesso, che 'l vero e i falsi divi a parte a parte in odio aveva ed in dispregio espresso;

porta egli sé dipinto, e 'l fiero Marte incatenato e da' suoi piedi oppresso; l'accompagnan Corin, Pirro ed Aiace, ai quali orna lo scudo un'aurea face.

Né tu da questi vai molto lontano, o Floridor, cui la novella sposa col pianto indarno e col pregar umano tentò ritener seco in dolce posa:

ché lei lassata, ch'aspettando in vano mena fredda le notti e i dì pensosa, armato spieghi in verde campo il fiore che col pianto formò la dea d'amore.

Vengon teco anco Almeto ed Odrismonte, che portan Cinzia ed Atteon scolpiti: ambo germani, ambo di forze conte, ambo d'aurato acciar cinti e guerniti.

Vi viene il re de' Parti, il fier Corsonte, e scopre tre spinosi arbor fioriti; e riman lo sdegnoso Altin lo scempio: mostra di Vesta impresso il sacro tempio.

Sovra un destrier via più che neve bianco di candid'arme altier ne va Filarco, non impugn'asta e non ha spada al fianco questi, ma porta ben la mazza e l'arco:

è la su' impresa un uom dagli anni stanco, di crespe rughe il volto ingombro e carco. Niso, Alcasto, Orion, Breusso e Taumante, cinque germani, han per impresa Atlante.

Al gigante Lurcon lo scudo indora in campo azuro uno stellato cielo; al re di Caria, Aridaman, l'infiora una rosa che s'apre in verde stelo;

ne lo scudo d'Aldriso appar l'Aurora che sparge i fiori e 'n perle accolto il gielo; di Damasco il signor mostra dipinto il vago Adon, da l'empia fera estinto.

Olindo e Floridan nati ad un parto, d'un valor, d'un parlar, d'un volto stesso, hanno un prato di fior varii consparto, in cui giace dal vin Sileno oppresso.

Il signor d'Antiochia, il mesto Alarto, porta tronco nel mezzo un gran cipresso, cui con più nodi un motto tal s'attiene: “Seccò per mai non rinverdir mia spene”.

Tra questi e tra molt'altri, onde corona larga fatta era intorno al re gagliardo, arrestando il troncon Rinaldo sprona con furioso assalto il suo Baiardo.

Fuggi, Odrimarte, ché 'l tuo giorno a nona si chiuderà, sì nel fuggir sei tardo: ecco che te, cui d'ogni dio più forte credevi, ora un solo uom conduce a morte!

Sanguigna trae da la sanguigna fronte il forte vincitor l'intera lancia, e Lurcon percotendo, un largo fonte uscir gli fa da la piagata guancia.

Là dove corron Stige e Flegetonte, e 'l severo Minòs l'alme bilancia, fuggì l'altero spirto, e fe' fuggire a molti allora il lor soverchio ardire.

Passa sdegnoso il cavaliero, e senza vita abbandona questi e senza onore; poi trova i duo fratei ch'in apparenza indifferenti, ahi! con che dolce errore,

spesso i padri ingannar: ma differenza dura troppo or vi fa l'ostil furore, che scema Floridan d'ambe le braccia, e per mezzo ad Olindo apre la faccia.

Contra Rinaldo allor si move Aldriso, non men ch'irato il cor, sdegnoso il ciglio. Morta la madre, uscio dal ventre inciso questi, e picciol schivar l'aspro periglio

poteo del ferro, onde già grande ucciso poi fu, né gli giovò forza o consiglio. Né tu men gli giovasti, o biondo Apollo, cui da bambino il genitor sacrollo.

Rinaldo poi con cinque aspre ferite que' cinque frati un dopo l'altro uccise, le cui speranze al fin lasciò schernite Fortuna, che lor destra un tempo arrise.

L'alme nel corpo già tra lor sì unite, né disciolte da quel, restar divise, perché Pluton tutte albergolle insieme nel cerchio ov'i superbi aggrava e preme.

Mentre, come villan che 'n verde prato stenda l'adunca falce in largo giro, ruota Rinaldo intorno il brando irato, dando sempre ai pagani aspro martiro,

i due compagni suoi da l'altro lato il nemico drappel feri assaliro, come due tigri cui digiuno e rabbia spingan fra' tori a insanguinar le labbia.

E ben lo san color che d'aurea face portano il campo de lo scudo adorno, de' quali un già vil busto in terra giace, privo del lume del sereno giorno.

L'altro, trafitto il cor, si more e tace, pensando al suo natio dolce soggiorno, ed a l'amata moglie, omai vicina a le prime fatiche di Lucina.

Restava il terzo ancor, quand'il romano eroe ne' danni suoi la spada strinse. Miser! la forza e lo schermirsi è vano contra colui ch'in ogni impresa vinse.

Già la rapace Morte alza la mano, e 'l manto squarcia onde Natura il cinse; l'alma, qual lieve fumo o poca polve, nel puro aer si mischia e si dissolve.

Atteon, che quel colpo orribil scorse, aggiacciò di stupor, d'ira s'accese, e verso 'l buon Florindo il destrier torse con fere voglie a darli morte intese;

ma pria parole a lui che colpi porse, e 'n questa guisa ad oltraggiar lo prese: — Credi forse irne impune? Ahi! che s'aspetta a te gran pena, al morto aspra vendetta!

Tu qui morrai su questi incolti piani, né rendrai gli occhi anzi il morir contenti; né chiuderanti con pietose mani quei già cassi di luce, i tuoi parenti:

ma preda rimarrai di lupi e cani, esposto a l'onde, a le tempeste, ai venti. — Così detto, il destrier spronando punse, e d'un gran colpo a mezzo scudo il giunse.

L'empio ferro crudel rompe il ferrigno scudo, e col duro usbergo il molle petto. Lelio, che quindi uscir vede il sanguigno umor macchiando il ferro terso e netto,

d'ira infiammato e di furor maligno percosse e franse l'inimico elmetto, e 'n sino al naso penetrò la spada, onde convien che quel morendo cada.

Il leggiadro garzone in terra langue, pallido il volto e nubiloso il ciglio, e da la fronte un ruscellin di sangue versa qual ostro lucido e vermiglio;

ma bench'egli sia già freddo ed esangue, e provi omai di morte il crudo artiglio, è però tal che puote a un solo sguardo ferire ogn'alma d'amoroso dardo.

Molti piagati e molti estinti avea in questo mezzo il paladin feroce, ed egli illeso ancor se 'n rimanea, ch'a l'arme sue non taglio o punta noce,

ma pisto il corpo omai pur si dolea. Non perciò appar men destro e men feroce, anzi gagliardo i suoi nemici offende, e da lor si schermisce e si difende.

Mambrino allor, che, quasi a sdegno avendo di trar la spada per sì vil impresa, l'empie brame di sangue entro premendo, fermo stava a mirar l'aspra contesa,

si trasse avanti in fier sembiante orrendo, che minacciava altrui mortale offesa, e 'l folgorante sguardo ai suoi rivolse; indi in grave parlar la lingua sciolse:

— Traggasi ognuno indietro: a me s'aspetta l'impresa, a me voi vendicar conviene, a me domar costui ch'in sì gran fretta ad incontrar la morte audace viene.

Voi, gente infame, vil turba negletta, la qual io... ma tempo è che l'ira affrene, anzi pur che la volga e sfoghi altrove: state in disparte a rimirar mie prove! —

Al superbo parlar del fier Mambrino alcun non è ch'ad ubbedir ritardi; fassi gran piazza intorno, e 'l Saracino volge a Rinaldo i detti alteri e i guardi:

— Deh! perché teco non son or, meschino, Carlo e di Carlo i paladin gagliardi, e quanta gente nutre Italia e Francia, a provare il furor de la mia lancia?

I tuoi compagni almen de la tua sorte fian testimonii, e non potranno aitarti. Tu giacendo vedrai vicino a morte da la vittrice man l'arme spogliarti. —

Rinaldo a quello: — Io qui morrò qual forte, s'è fisso in ciel, né tu pria déi vantarti; o pur, ucciso te, che Giove il voglia, altier n'andrò de l'acquistata spoglia. —

Mentre egli ancor così gli parla, arresta il re superbo la massiccia antenna; e spronando il corsier sovra la testa di voler côrre il paladino accenna:

ma si sottragge a la percossa infesta Baiardo, lieve più ch'al vento penna. Rinaldo, nel passar presso la mano, tronca l'asta d'un colpo al fier pagano.

Indi, ogni suo vigore in un raccolto, dechina il braccio e maggior colpo tira, e lo percuote a punto a mezzo il volto, là 've per stretta via si vede e spira.

L'elmo che, dove 'l gran Tifeo è sepolto, temprò Vulcan, resse del brando a l'ira, ma china a forza il capo il re feroce, per ira e duol stridendo in aspra voce.

Né sì di rabbia il tauro ardendo mugge, né sì percosso il mar da' venti geme, né sì ferito a morte il leon rugge, né sì sdegnato il ciel tonando freme:

a l'orribil gridar s'asconde e fugge ogni animal, non pur ne dubbia e teme; si rinselvan le fere a stuolo a stuolo, e rivolgon gli augelli indietro il volo.

L'irato re, ch'a vendicarsi intende, raggira il ferro in fiammeggiante ruota: l'aria si rompe ed alto suon ne rende, quasi di Giove il folgor la percuota;

quando dal braccio il colpo orribil scende, par ch'intorno il terren tutto si scuota, com'avien se i vapor, secchi e rivolti in venti, stanno a forza entro sepolti.

Ma 'l cauto paladin, che scorge aperto lo sdegno ostile e 'l fier rabbioso affetto, qual cavaliero in tai battaglie esperto, indi per sé n'attende utile effetto;

e ne l'armi si tien chiuso e coperto, ed in se stesso sta raccolto e stretto, facendo or con lo scudo or con la spada che la percossa avversa indarno vada.

Tal volta ancor con lieve e destro salto il veloce destrier tragge in disparte, e così van l'impetuoso assalto rende non men de l'inimico Marte;

poi, vibrando la spada or basso or alto, sì lo schermirsi col ferir comparte, che n'è 'l gigante in molte parti offeso, ed egli ancor se 'n va salvo ed illeso.

Chi visto ha mai ne l'africane arene, quando il leon l'alto elefante assale, com'egli destro ad affrontar lo viene, come de l'arte e del saltar si vale,

che non fermo in un luogo il passo tiene, ma gira sempre, e par ch'al fianco aggia ale, Mambrino a questo e 'l gran Rinaldo a quello potria rassomigliar nel fier duello.

Tra mille colpi al fin colse il gigante pur una volta il paladino in fronte, mentre spingendo il corridore avante quel ne venia per farli oltraggio ed onte.

Quasi allor giacque da l'acciar pesante oppresso, qual Tifeo dal vasto monte; e, com'il mondo oscura notte adombre, agli occhi gli apparir tenebre ed ombre.

Ma le membra il vigor, gli occhi la vista racquistar tosto, e 'l cor l'usato ardire. Di sì rio caso il cavalier s'attrista, ed apre il petto a novi sdegni ed ire;

e tanto più che n'ha Clarice vista gli occhi oscurar, le guancie impallidire: onde fiere il pagan con tanta possa che se no 'l ferro, il duol ben giunge a l'ossa.

Temendo a sé rio scorno, a lui ria morte, mira Clarice il suo gradito amore, e come varia del pugnar la sorte, varia ella il viso e varia stato al core:

or con le guancie appar pallide e smorte, or di roseo le sparge e bel colore; tal, quando il giel dà loco a primavera, l'aria fassi nel marzo or chiara or nera.

Intanto di lor forze orrendo saggio fanno i due cavalier ch'a fronte sono. Le spade nel girar sembrano un raggio che scorra il ciel con strepitoso tuono.

Non è sempre l'istesso il lor viaggio, né sempre fanno ancor l'istesso suono, perché, sì come or punta or taglio n'esce, diverso il suono e 'l lor camin riesce.

Caggion su l'ampie fronti e su le cave tempie l'aspre percosse a mille a mille: non quando l'aria più di pioggia è grave versa Giunon sì spesse aquose stille.

L'armi, s'avien che lor gran colpo aggrave, spargon di fuoco al ciel vive faville, ed a' brandi la via darebbon sempre, s'elle non fosser d'incantate tempre.

Ecco il fiero Mambrin, che folgorando tutto negli occhi, di furore ardente, alto si leva e in alto leva il brando, ed in giù poi n'avalla un gran fendente;

ma non l'aspetta il paladin che, quando calar lo scorge e sibilar lo sente, tira tosto da canto il buon destriero, e van rende del reo l'empio pensiero.

Il grave colpo, ch'è commesso al vento, tira il guerrier col suo gran peso a basso; sovra 'l ferrato arcion Mambrino il mento batte, e la spada sovr'un duro sasso.

Non è Rinaldo ad oltraggiarlo lento, ma con tal forza il fiede e tal fracasso, e sì raddoppia ognor l'aspre percosse, ch'al fin de' sensi e di vigor lo scosse.

Rassembra il paladin che, preso il ferro ad ambe man, raddoppia i colpi in fretta, forte villan che 'l noderoso cerro brami tagliar con la pesante accetta;

pur tra sé disse alfin: — Vaneggio ed erro s'io credo penetrar la tempra eletta: tronchinsi i lacci a l'elmo, il capo al busto, mentre è stordito il Saracin robusto. —

E ben avrebbe, il suo desir a riva guidando, il fier gigante a morte posto, ma vide il grosso stuol che ne veniva a vendicar il suo signor disposto;

onde l'ira temprò ch'in lui bolliva, ed a miglior pensier s'apprese tosto: ché ne l'immenso ardir che 'n lui regnava, luogo ognor la prudenza ancor trovava.

Vanne a Clarice, che nel dolce guardo gli dimostrava quel che 'l cor chiudea, perch'a la voce ed al destrier gagliardo già prima lui riconosciuto avea;

e la si recca in groppa al suo Baiardo, dicendo: — Non vi spiaccia, alma mia dea, accettar di colui la pronta aita, ch'ama più il vostro onor che la sua vita. —

Così disse ei, che fisso ha nel pensiero di ritrarsi al sicur con la donzella; ma 'l sovragiunse con assalto fiero, come suol nave rapida procella,

l'aversa turba: allor l'estran guerriero spargendo gio certo liquor tra quella, e con sommesso mormorar fra' denti, formava intanto non intesi accenti.

Deggio 'l dire o tacer? Di quei che prima moveano al paladin spietata guerra, tenta or ciascun com'il compagno opprima, e contra lui l'arme sdegnoso afferra:

così tra lor conversi oltr'ogni stima rendon del sangue lor rossa la terra. Ne stupisce Rinaldo, e ciò che vede agli occhi suoi medesmi a pien non crede.

E pensa ben tra sé che tale incanto solo opra sia del mago a lui germano; fissamente colui rimira intanto, né l'imaginar suo gli sembra vano;

pur non parla di ciò, ma 'l prega alquanto che disfar voglia quell'incanto strano, ché fora biasmo lor se sì vilmente uccidesser sì forte e nobil gente.

— Il farò ben — rispose quelli allora, e dal più oltre caminar si tolse. Tre volte ai regni de la bianca Aurora, tre volte gli occhi a l'occidente volse,

ed altre tante in sacri detti ancora la sacra lingua mormorando sciolse; alcune erbe non men sparse tre volte, che nel sen de la terra avea raccolte.

Lassa il pagano stuol l'aspra battaglia, in cui ciascun di lor fora al fin morto, e contra 'l paladin allor si scaglia, stupido tutto, e del su' errore accorto;

ma, strano a dir, la via gli vieta e taglia fuoco d'incanto a l'improviso sorto, simile a quel che già Scamandro scerse, ch'in cener poi l'alto Ilion converse.

Né stella che risplenda a mezzo giorno, o ch'aggia a notte i crin di sangue aspersi, né ciel ch'appaia di tre soli adorno, né ruggiada che rossa indi si versi,

né l'eclipsar di quel che suolsi intorno scuoter l'ombre e mostrar color diversi, recaro altrui giamai tal maraviglia, qualor ciascun del novo incanto piglia.

Di là stanno i pagani alto fremendo e minacciando il nobil paladino, ch'entrar a piè volea nel foco orrendo per l'orgoglio domar del Saracino;

ma lo strano guerrier, la man tendendo, il prese e 'l distornò da quel camino, ché gli disse che 'l fuoco in un sol punto lui con l'armi e le veste avria consunto;

e che ben tosto in sanguinoso Marte potrebbe essercitar gli sdegni e l'ire, quando non fia chi con astuzia ed arte la battaglia tra lor cerchi impedire;

e 'l prega poi che seco in altra parte con la sua compagnia degni venire, ad onorare il suo più caro albergo, che d'un bel colle preme il verde tergo.

Rinaldo, ch'oltramodo a lui desia di compiacere, a pien ciò gli concede. Così partirsi, e l'altra compagnia di ragionar modo agli amanti diede:

ond'il barone a la sua donna gia, dimostrando il su' amore e la sua fede, e purgandosi in quel ch'era sospetto con destro modo e con acceso affetto.

Il sentier, ch'è ben lungo e discosceso, pian sembra e curto ai duo fidi amadori; veggion splendere al fin, qual raggio acceso che sorgendo dal Gange il mondo indori,

il bel palagio, e così bene inteso, ch'opra par di celesti architettori: quadra la forma, e la materia è d'aspro per molti intagli oriental diaspro.

Con benigne accoglienze e con reale pompa accolti ambo fur nel tetto altero, e sùbito curato, e del suo male quasi guarito fu 'l roman guerriero.

Fu la cena abbondante, e forse quale Cleopatra e Locullo un tempo fêro; e qui lor poi l'albergator cortese fe' d'esser Malagigi al fin palese.

Oh con che lieto affetto, oh con qual caro modo Rinaldo il suo cugino abbraccia! Quasi il dolce piacer in pianto amaro accolto sparge su l'allegra faccia,

perciò che lor d'amor perfetto e raro indissolubil nodo i cuori allaccia. Fa quell'altro il medesmo; indi da canto Clarice e 'l su' amador ritira alquanto.

Quivi, poi che disgombro ebbe da quella, con mille rai di ragion vive e vere, del rio sospetto l'ombra iniqua e fella che rendea le lor menti oscure e nere,

così aperse le labra a la favella, principio ad ambeduo d'alto piacere: — Dire a ragion colui si dee prudente che scorge più di quel ch'egli ha presente.

Colui che col presente e col passato così bene il futur misura e scorge, che, se gli è da Fortuna appresentato, al suo crine la man veloce porge,

né da nessuno error folle adombrato, lassando il peggio, del miglior s'accorge: ciò vi dico io, perché possiate voi prudenti e saggi dimostrarvi poi.

Ed or che vi si porge e tempo e loco commodo a terminar vostri martiri, ché so ben ch'ambo in amoroso foco per l'altro ardete e 'n casti e bei desiri,

a quel ch'avvenir può pensate un poco, ai varii di Fortuna instabil giri, a le guerre, agli incendi onde la Francia n'andrà più giorni in lacrimosa guancia.

Fia ben vittrice al fin, ma non d'amore fiano i nostri pensier per molti mesi, ma sol d'odio, di rabbia e di furore, e di desio d'aspre vendette accesi;

a sangue, a morti, a stragi, a tutte l'ore gli animi incrudeliti avremo intesi. Dunque or che 'l tempo par ch'a ciò v'invite, con laccio maritale in un v'unite.

Né rimagniate già, perché lontani ed ignari ne sian vostri parenti, ché questi abusi sono, e folli e vani respetti sol de le vulgari genti.

E quel sommo Signor, de le cui mani opra son gli alti cieli e gli elementi, n'impose sol che di concordi voglie concorrà col marito in un la moglie. —

Spinti i fidi amador da questi detti, e dal desir ch'in lor ne gia di paro, venner concordi a' maritali effetti, ch'in presenza d'ognun si celebraro.

Fur i lor cuor da gentil laccio stretti, ch'Amore e Castità dolce annodaro; sorrise Giove, e con secondo tuono veder gran luce, udir fe' lieto suono.

Già ne venia con chiari almi splendori Cinzia versando in perle accolto il gielo, e senza ombre noiose e senza orrori candido distendea la Notte il velo.

Già spargeva Imeneo coi vaghi amori fiori e frondi nel suol, canti nel cielo, quando di propria man Venere bella congiunse in un Rinaldo e la donzella.

Or che sì destro il cielo a voi si gira, godete, o coppia di felici amanti, godete il ben che casto Amor v'inspira, e l'oneste dolcezze e i gaudi santi.

Ecco che tace omai la roca lira che cantò i vostri affanni e i vostri pianti; e che voi insieme il desir vostro, ed io ho qui condutto a fin il canto mio.

Così scherzando io risonar già fêa di Rinaldo gli ardori e i dolci affanni, allor ch'ad altri studi il dì togliea nel quarto lustro ancor de' miei verd'anni:

ad altri studi, onde poi speme avea di ristorar d'avversa sorte i danni; ingrati studi, dal cui pondo oppresso giaccio ignoto ad altrui, grave a me stesso.

Ma se mai fia ch'a me longo ozio un giorno conceda, ed a me stesso il ciel mi renda, sì ch'a l'ombra cantando in bel soggiorno con Febo l'ore e i dì felici spenda,

portarò forse, o gran Luigi, intorno i vostri onori ovunque il sol risplenda, con quella grazia che m'avrete infusa, destando a dir di voi più degna musa.

Tu de l'ingegno mio, de le fatiche parto primiero e caro frutto amato, picciol volume ne le piagge apriche che Brenta inonda, in sì brev'ozio nato:

così ti dian benigne stelle amiche viver, quando io sarò di vita orbato; così t'accoglia chiara fama in seno tra quei de le cui lodi il mondo è pieno.

Pria che di quel signor giunghi al cospetto, c'ho nel core io, tu ne la fronte impresso, al cui nome gentil vile e negletto albergo sei, non qual conviensi ad esso,

vanne a colui che fu dal cielo eletto a darmi vita col suo sangue istesso: io per lui parlo e spiro e per lui sono, e se nulla ho di bel, tutto è suo dono.

Ei con l'acuto sguardo, onde le cose mirando oltra la scorza al centro giunge, vedrà i difetti tuoi, ch'a me nascose occhio mal san che scorge poco lunge;

e con la man ch'ora veraci prose a finte poesie di novo aggiunge, ti purgarà quanto patir tu puoi, aggiungendo vaghezza ai versi tuoi.

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