Ma 'l fero Amor, che al fin discopre e vede gli occulti fatti, ancorché d'occhi privo, a la regina chiari indizii diede del partir de l'amante fuggitivo,
lasciando lei d'acerbi affanni erede, e fuor per gli occhi in lagrimoso rivo ogni gioia scacciando: ond'egro il core rimase in preda al sùbito dolore.
Di sì grave nimico afflitto geme il cor, già presso a l'ultima sua sorte; ma tosto in suo favor s'arma la speme, e schermo gli è da la vicina morte:
raduna il duolo a l'altrui danno insieme lo stuol de' sensi impetuoso e forte, e la speranza in quell'assalto crudo la ragion chiama, e di lei fassi scudo.
Mentre or la speme il duol preme ed atterra, or quasi vinta fugge e si ritira, Amor risguarda la dubbiosa guerra, né qua né là col suo favore aspira.
Ma Floriana intanto apre e disserra a' lamenti la via, piange e sospira: talor sì ne' pensier giace sepolta, che non vede, non parla e non ascolta.
E se non ch'anco di vergogna il freno, benché sia rotto, non è rotto in tutto, né quel animo altier venuto è meno che la puote ritrar da simil lutto,
onta farebbe al vago crine e al seno, né lasciaria di sangue il volto asciutto; pur mentre splende in ciel raggio di giorno, per la real città s'aggira intorno.
S'aggira intorno, e non con grave passo, qual si conviene a donna ed a regina, ch'a ciò punto non guarda, e 'l corpo lasso dal furor trasportato oltre camina:
onde non manco egli di lena è casso che sia di gioia l'anima meschina; e non trovando questa o tregua o pace, né quello anco in riposo unqua si giace.
Così a punto suol far chi alberga e serra in sé rio spirto ad infestarlo intento, dal qual soffre continua interna guerra sì che non ha di posa un sol momento;
e, mentre scorre furioso ed erra, porta seco ad ognora il suo tormento. O possanza d'Amor, come ne' sforzi, come in noi del giudizio il lume ammorzi!
Pur si risveglia ed eseguisce intanto ciò ch'a la vita sua giovevol sia, ché per mare e per terra in ogni canto molti guerrier dietro l'amante invia,
i quai per ricondurlo oprin poi quanto d'eloquenza e di forza in lor più fia; e quel che non potran co' detti umani, almen si faccia con l'armate mani.
Con dubbia mente e con tremante petto de' suoi guerrieri aspetta ella il ritorno, qual prigioniero in cieca fossa astretto a la sentenza il destinato giorno;
e ben si legge nel pensoso aspetto quai cure entro nel cor faccian soggiorno: gli atti dolenti e 'l parlar rotto danno segno non men del grave interno affanno.
In questa di fortuna atra procella, cui tempesta maggior seguì da poi, trasse più giorni la real donzella, aspettando qualcun de' guerrier suoi.
Ahi! che 'l lungo aspettar fora per ella il meglio assai, bench'or così l'annoi: vivi, vivi meschina in questo stato, e ti sia l'aspettar soave e grato!
Ecco che 'l terzo dì sei di coloro, che dietro 'l paladin furon mandati, ritorno fêr poi che la speme loro in tutto al fin gli aveva abbandonati:
ché da Rinaldo al primo assalto foro vinti ed in molte parti ancor piagati, con lor volendo, mal suo grado, trarlo, perch'egli in cortesia negava farlo.
Giunti a l'alta donzella i sei baroni, sciolse un d'essi la lingua in queste voci: — Regina, noi trovammo i due campioni che giano al lor camin pronti e veloci;
e prima con benigni umil sermoni, e dopoi con parole aspre e feroci, ultimamente con l'armata mano tentamo ricondurli, e sempre in vano.
Al cortese parlar cortesemente il figliolo d'Amon diede risposta, e con modo efficace ed eloquente purgò l'error de la partita ascosta.
Soggiunse ch'a lasciarvi era dolente, e ch'al ritorno avea l'alma disposta, ma che 'l forzava un caso repentino gir prima in Francia al figlio di Pipino.
Né meno ancor si dimostrò cortese alle nostre minaccie il cavaliero, perché placidi detti egli ne rese in cambio del parlar acro e severo.
Ma ben di sdegno e di furor s'accese, e conoscer si fe' tremendo e fiero, quando assalito fu; tal ch'indi in breve parve ogni nostro sforzo al sol di neve.
Ne disse, poi ch'in suo poter ridutti n'ebbe, e tolto il fuggire e 'l far difesa, ch'egli certo n'avria morti e distrutti in pena sol di sì arrogante impresa;
ma perché troppo avea di servir tutti i servi vostri la sua mente accesa, volea, dando perdono al nostro ardire, far pago in qualche parte il suo desire. —
Per l'orecchie que' detti a la donzella girno il core a ferir nel petto allora, qual da giust'arco spinte aspre quadrella nel segno il punto a colpir van talora.
Slargati i lacci suoi, l'anima bella in quel tempo volò dal corpo fuora; pur, dopo lungo error, con tarde penne ne la vaga prigion mesta rivenne.
Allor la dama aprì le luci, e 'ntorno quelle con guardo languido converse, e ch'al secreto suo caro soggiorno l'avean portata sovra 'l letto scerse,
e le sue damigelle a sé d'intorno vide non men di caldo pianto asperse; onde, quasi posar dormendo voglia, fa ch'ognuna di lor quinci si toglia.
Come sola rimase, e 'l seno e 'l volto scorse d'amare stille aver rigato; l'infermo spirto in un sospiro accolto spinse da l'imo del suo cor turbato;
congiunto palma a palma indi, e rivolto in se medesma il fosco guardo irato, disse: — Ahi, che fo? chi questo pianto elice? Deh! ch'a regina il lagrimar disdice.
Lascia a l'ignobil alme, ai bassi petti, Floriana sfogar piangendo i guai; tu mostra con alteri e degni effetti il regal sangue onde l'origin trai.
Mentre arrise Fortuna ai tuoi diletti, né provasti inimico il ciel giamai; mentre ti fu la castità gradita, già vivesti onorata e lieta vita.
Or ch'è morto l'onore onde vivevi, e t'è contrario il cielo e la fortuna, mori! mori, infelice, e non t'aggrevi uscir di vita dolorosa e bruna:
ché quanto averla pria cara dovevi, quand'era senza nota e macchia alcuna, tanto ora esser ti dee noiosa e schiva, de' suoi primi ornamenti orbata e priva.
Tu, sommo Dio, ch'ascolti i miei lamenti, e sin dal cielo il mio dolor rimiri, s'a le tu' orecchie onesti preghi ardenti penetrar mai sovra i superni giri,
se ti mosser giamai devote menti a dar effetto ai lor giusti desiri, fa' che 'l crudel cagion de la mia morte pena condegna in premio ne riporte.
Fa', giusto Re, ch'a fera donna il core doni, che prenda i suoi lamenti a gioco, e si veggia preposto altro amadore men degno e ch'arda in men vivace foco!
Questo picciol conforto al gran dolore chieggio. Padre pietoso, ahi! chieggio poco: altra pena, altro scempio, altra vendetta al suo peccare al mio morir s'aspetta.
Tu che ben sai, Signor, quanto far déi, punisci lui secondo il suo fallire, perch'unqua imaginarmi io non saprei strazio eguale al suo merto, al mio desire.
Ma perché meno in lungo i detti miei? Di parlar no, ben tempo è di morire: pongasi al dire, al far togliasi il morso, tronchisi omai de la mia vita il corso. —
Così detto un pugnale in furia prende, ch'al gran figlio d'Amon già tolto avea, e 'n lui lo sguardo fissamente intende, in lui che nudo ne la man tenea.
In questa di rossor le gote accende, ch'intrepido furor quivi spargea, e con fermezza non più vista altrove di novo ancor queste parole move:
— O di crudo signor ferro pietoso, il mal ch'ei femmi, a te sanar conviene: ei mi trafisse col partir ascoso il cor ch'aspro martir per ciò sostiene;
tu con aperta forza il doloroso uccidi, com'uccisa è già sua spene; ché quanto il primo colpo a lui fu grave, tanto il secondo, e più, gli fia soave.
Quegli già lo privò d'ogni dolzore. ch'il ciel con larga man versava in lui, ma questi gli torrà tutto il dolore che lo fanno invidiar le pene altrui.
Tu, caro letto, che d'un dolce amore testimon fusti mentre lieta io fui, or ch'è cangiata in ria la destra sorte, testimonio ancor sii de la mia morte.
E come nel tuo sen prima accogliesti le mie gioie, i diletti e i gaudii tutti, ed or non meno accolti insieme hai questi sospir dolenti e questi estremi lutti,
così accogli il mio sangue, e in te ne resti eterno segno. — E qui con gli occhi asciutti alzò la man per far l'indegno effetto, e trapassarsi, oimè! l'audace petto.
Ma 'l ferro, più di lei benigno e pio, lasciò di sé la man cadendo vòta; il balcon in quel punto ancor s'aprio, quasi repente gran furor lo scuota.
Sovra un gran carro allor tosto appario, tratto da quattro augei di forma ignota, un'antiqua matrona all'improviso, venerabile gli occhi e grave il viso.
Era costei Medea l'incantatrice, sorella al genitor de la regina, che per darle venia, fida adiutrice, in tanto mal remedio e medicina;
ché già del caso occorso all'infelice e dell'empia sua voglia era indovina, e per giunger a tempo in suo soccorso avea su questo carro il ciel trascorso.
Come entra e vede la real nipote, che di nuovo il pugnal volea ritôrre, adosso le si stringe, onde non puote ai suo crudel disegno effetto porre.
La spruzza alquanto poi gli occhi e le gote con un liquor ch'al suo martir soccorre; e mentre a lei di sonno i lumi aggrava, d'ogni soverchio affanno il cor le sgrava.
La maga, che sapea le più secrete cose, né l'era alcun sentier conteso, l'incantato liquor dal fiume Lete a questo effetto prima avea già preso,
il qual potea con dolce alma quiete le membra ristorar e 'l cor offeso. Ma la regina sopra 'l carro pose, come dormendo i rai degli occhi ascose.
La pon sul carro ed ella ancor v'ascende, e di sua propria man regge la briglia. Quel rato vola e l'aria seca e fende, e dov'essa l'indrizza il camin piglia:
né sì veloce in giù si cala e scende l'augel che tien nel sol fisse le ciglia, né sì veloce al ciel sospinto sale razzo dal fuoco, o pur da l'arco strale.
Giace un'isola in mar oltra quei segni, che per fin pose a' naviganti Alcide, ove agli audaci ed arrischiati legni Calpe in due parti l'ocean divide,
in cui par che la gioia e 'l gaudio regni, così d'ogni vaghezza adorna ride; in cui scherzando co' fratelli il Gioco, rende più bello e dilettoso il loco.
Quivi alcun narra che de' chiari eroi le stanze sian da Giove a lor concesse, poscia che l'alme degli incarchi suoi sgravate sono, ond'eran dianzi oppresse.
Quivi null'è che l'uom mai punto annoi, lieto divien ciascun che vi s'appresse; e perché il luogo fa sì strano effetto, l'isola del Piacer egli vien detto.
La maga a questa parte il carro inchina, e come giunta v'è, tosto l'arresta, e posa sovra l'erbe la regina che dal salubre sonno era omai desta.
Non più la punge l'amorosa spina, non più 'l perduto ben or la molesta: ben fisso in mente tien l'avuto danno, ma non però ne può sentir affanno.
In questo luoco a cui benigno il cielo con man più larga le sue grazie infonde, a cui d'intorno il gran signor di Delo rai più temprati e bei sparge e diffonde,
ove fioriscon gemme in aureo stelo, d'argento i pesci e di cristal son l'onde, Medea ritenne la nipote amata seco, ch'ivi era d'albergar usata.
Intanto al suo camin pronto e veloce va con Florindo il gran figliuol d'Amone, avendo vinto già lo stuol feroce ch'osò di venir seco al parangone;
e perché 'l vecchio amor lo scalda e coce, di tornar in Europa ei si dispone, lasciando Media e le contrade a tergo, ove genti infideli han loro albergo.
Verso Armenia costor prendon la via, poi c'han tutta la Media attraversata; verso Armenia maggior, che 'n cruda e ria pugna avean dianzi del suo rege orbata.
Passan quella ed Assiria, ed in Soria giungon, che Siria fu già pria nomata; quivi a Baruti in nave al fin intraro, essendo il mare e 'l ciel tranquillo e chiaro.
Scorsero, poi che si fidaro a l'acque, e le spiegate vele ai venti apriro, l'isola vaga che già tanto piacque a l'alma dea che regge il terzo giro;
e quella ov'il gran Giove in culla giacque, e la Morea non lunge indi scopriro, con la Sicilia, ove l'aeree fronti stendon su l'onde i tre famosi monti.
Mentre ne vanno al bel camin contenti i cavalier, gli occhi girando intorno, tien l'accorto nocchiero i lumi intenti nel cheto ciel di mille fregi adorno:
mira egli i duo Trioni, astri lucenti, ed Orione armato a l'altrui scorno, e con l'Iadi poggiose il pigro Arturo, sovente a' naviganti infesto e duro.
Contempla il volto de la luna ancora, e rosso il vede e tutto acceso in vista: tal parve forse per vergogna allora ch'ignuda fu ne le fresch'onde vista:
onde il nocchier si turba e si scolora, e ne rende la mente afflitta e trista; d'oscura nube intanto ella si vela, e le bellezze sue nasconde e cela.
Ecco precipitose ir giù cadendo più stelle, e 'l lor camin lasciar segnato, come razzi talor, ch'al ciel salendo caggion da poi che l'impeto è mancato.
Allor grida il nocchier: — Lasso! comprendo che ne sfida a battaglia Eolo turbato. — In questa per l'ondoso umido mare guizzante schiera di delfini appare.
Egli l'orecchie ad ogni suono intente porge, e raccolto in sé sospira e tace, e fremer l'onda dal più basso sente, sì come fiamma suol chiusa in fornace,
che, mentre esalar cerca e violente scorre, il luogo di lei non è capace. Strider strepito egual s'ode non meno di Giunon per l'oscuro aereo seno.
Ma già l'atra spelonca Eolo disserra, scioglie i venti, gli instiga e fuor gli caccia; vago ognun di costor d'orribil guerra primo essere a l'uscir ratto procaccia;
trema al furor tremendo, e par la terra che d'immobile omai mobil si faccia; e, qual tra gli elementi or nasca amore, il tutto involve un tenebroso orrore.
Sin dal suo fondo il mar sossopra è mosso, e vien spumoso, torbido e sonante; l'aer da varie parti allor percosso si veste un novo orribile sembiante.
Il nocchier, che venir si vede adosso tanti fieri nemici in un istante, s'arma e s'accinge a la dubbiosa impresa, ed invita i compagni a far diffesa.
Tosto l'ignavo stuol, ch'a nulla è buono, e i marinar col suo timor offende: ove non veda il mar, non n'oda il suono, poi che gli è commandato, al basso scende.
Altri i lini maggior, che sciolti sono, cala, e solo il trinchetto il vento prende; altri col fischio altrui commanda e legge gli impon, sì ch'a sua voglia ognun si regge.
Ma che più giova omai l'industria e l'arte? Sì sempre cresce il verno impetuoso, e l'onda il pin da l'una a l'altra parte scorre qual capitan vittorioso,
e fuor seco trarrebbe a parte a parte gli uomini tutti nel suo fondo algoso, se per non esser preda a l'acque sorde non s'afferrasser quelli a legni, a corde.
Il tempestoso mar sovente in alto cotanto spinge i flutti suoi voraci, che par ch'al re del ciel movano assalto Nettun superbo e gli altri dei seguaci.
La barca allor con periglioso salto portata è in su presso l'eteree faci; scorge, da l'onde poi spinta al profondo, tra duo gran monti d'acqua il terren fondo.
Né men de' venti è formidabil l'ira, né men l'afflitta nave urta e conquassa, la qual di qua di là sovente gira come sovente ancor s'alza ed abbassa.
Borrea a la fin con tal fierezza spira che l'arbore maggior rompe e fracassa, e qual gelido egli è, tal manda al core de' naviganti un gelido timore.
Ahi! chi narrar potrebbe i varii effetti che fanno i venti e fan l'onde sonanti? Deh! chi mai dir potria gli interni affetti de' mesti e sbigotiti naviganti?
Tutti rivolgon nei dubbiosi petti quella morte crudel c'hanno davanti, e veggon lei ch'in spaventosa faccia orribil gli sovrasta e gli minaccia.
Sospira altri la moglie, altri il figliuolo, in cui solea già vagheggiar se stesso; altri il suo genitor, che vecchio e solo lasciò, né men da povertade oppresso;
altri de' cari amici il fido stuolo, ch'anzi il suo fin veder non gli è concesso; altri, cui cura tal punto non preme, piange sé solo e di sé solo teme.
Molti con menti poi devote e pure giungon le palme e levan gli occhi al cielo ma lor l'han tolto, oimè! le nubi oscure, e 'l disteso d'intorno orrido velo.
Sorgon tal volta in lor nove paure, e gli scorre per l'ossa un freddo gielo, s'avien che quel si mostri in vista acceso, quasi egli abbia i lor preghi a sdegno preso.
Rinaldo fatto avea nel palischermo de' marinari il più sagace intrare, ch'in quel volea, come a l'estremo schermo col suo compagno andarsi egli a salvare,
perch'indi a l'elemento asciutto e fermo si credea breve spazio esser di mare, e s'era trasportato in quel primiero la spada, il bel ritratto e 'l buon destriero.
Ma il marinar, che più che 'l paladino e che 'l compagno assai se stesso amava, temendo pur che di soverchio il pino carco non fusse s'altri ancor v'entrava,
sì che cedesse a l'impeto marino, tagliò la fune ond'egli avinto stava, e col battel si fe' tosto lontano, pregar lasciando e minacciarsi in vano.
La nave intanto il dritto lato e 'l manco aperto mostra al gran colpir de l'onde; entran quelle per l'uno e l'altro fianco, ed a le prime sieguon le seconde.
Viene ogni marinar pallido e bianco: pur, a ciò che 'l naviglio non s'affonde, o tenta d'impedir la strada al mare, o 'l legno vòta pur de l'acque amare.
Ecco che d'Aquilon l'orribil fiato fa che di timon privo il legno resta, ed è dal mar rapito e fuor gettato l'infelice nocchier, percosso in testa.
Lasso! non gli giovò l'esser legato, con tal forza lo trasse onda molesta; seco lo trasse nel suo fondo, e 'nsieme trasse nel fondo la comune speme.
Or che dee fare in mezo l'onde insane, privo del suo rettor, legno sdruscito? Vani i rimedii e le speranze vane forano omai, ché 'l caso è già seguito.
Ciascun de' naviganti allor rimane oppresso da la tema ed invilito, e par che fredda mano al cor gli stringa, ed aspro ghiaccio il corpo induri e cinga.
Tu solo, altera coppia, isgomentarti vista non fusti ne l'estrema sorte ché tal ti piacque in volto allor mostrarti qual anco eri nel core invitta e forte.
Ma già spinto ad un scoglio e in mille parti spezzato il legno, espon gli uomini a morte: s'ode in quel punto in suon flebile e tristo invocar Macon altri, ed altri Cristo.
Rari, e que' rari in vari modi allora veggonsi i notator per l'ampio mare: quegli alza un braccio sol de l'onda fuora, questi col sommo de la fronte appare;
altri mostra le gambe e in breve ancora scorgonsi quelle poi sott'acqua intrare; s'afferra altri a lo scoglio, altri ad un legno, altri fa del compagno a sé ritegno.
Ma de' guerrier l'invitta copia avea asse ben lungo e largo allor pigliato, e con la destra a quella s'attenea, con l'altra ributava il flutto irato;
ed a la forte man sempre aggiungea, sospinto a tempo fuor, gagliardo fiato; stender anco in quel punto in largo i piedi, poi giunti in uno a sé raccôr gli vedi.
Gran pezzo andaro i duo guerrieri uniti, rompendo a forza l'impeto marino: da vasto monte d'acqua al fin colpiti si separar Florindo e 'l paladino;
ma perde quegli il legno, ond'ambo arditi erano in tal furor di reo destino, né con mani o con piedi oprar può tanto che di nuovo afferrar lo possa alquanto.
Da l'altra parte il buon figliuol d'Amone per aitarlo e forza ed arte adopra, e sovente se stesso in rischio pone, ma riesce al desir contraria l'opra:
ché 'l mare al suo disegno ognor s'oppone, e par che quello ormai nasconda e copra, onde in Rinaldo il duol cotanto cresce che quasi la sua vita omai gli incresce.
Quasi si diede in preda a l'acque salse, l'ira e lo sdegno in se stesso rivolto; ma l'amica ragione in lui prevalse, e 'l sottrasse al desir crudele e stolto.
Come il consiglio oppresso in lui risalse, tutto il suo gran vigor in un raccolto, franse col forte petto i flutti insani, oprò le gambe e 'l fiato, oprò le mani.
Già da lunge apparisce umil la terra, che par che sotto l'onde ascosa giaccia; allora ad ogni tema il petto serra, e con più forza i piè move e le braccia.
Ecco ch'il molle estremo lito afferra, e, chinati i ginocchi, alta la faccia leva con guardo riverente al cielo, e Dio ringrazia con devoto zelo.
Ma quando gli sovvien che restò morto in mezzo l'onde il suo compagno caro, e c'han voraci invidi flutti absorto sì sovrana beltà, valor sì raro,
men de la vita sua prende conforto che prenda duol de l'altrui fine amaro; e partiria col morto i giorni suoi, qual già fêr, Leda, i duo gemelli tuoi.
Mentre tra sé si duol, vede un castello, ch'indi vicin la fronte a l'aria alzava; gliel mostra il Sol che dal celeste ostello, serenando le nubi, omai spuntava.
I passi il paladin drizza ver' quello, i cui piedi il Tireno irriga e lava, e fuvi accolto dal signor cortese, e d'esser giunto presso Roma intese.
Fu d'arme, di cavallo e di scudiero non men provisto il buon figliuol d'Amone, e tutto ciò ch'a lui facea mistiero ebbe anco in dono dal gentil barone.
Tolto commiato poi, prese il sentiero verso la Francia, ove d'andar dispone, e trovò presso un fonte il terzo giorno un cavalier di lucid'arme adorno.
Questi ad annoso pin tenea legato per l'aurea briglia il suo destrier gagliardo, e nel medesmo tronco era attaccato vago ritratto ov'ei fissava il guardo.
Fu da l'invito eroe rafigurato tosto l'amata imago e 'l suo Baiardo; poi, risguardando il cavalier non manco, vide Fusberta a lui pender dal fianco.
Quel marinar che sul battel fuggito de l'irato Nettuno avea lo sdegno, abbandonando il paladin schernito in periglio maggior, nel maggior legno,
come salvo fu giunto al molle lito, di vender il suo furto ei fe' disegno; e poi del prezzo con costui convenne col quale a caso a riscontrar si venne.
Rinaldo a lo straniero allor richiese gli arnesi suoi con parlar dolce umile. Quelli, ch'era superbo e discortese, disse: — Il far doni è fuor d'ogni mio stile.
S'elle son tue, con l'arme il fa' palese, ché l'adoprar parole è cosa vile. — L'altro, intendendo ciò, punto non bada, scendendo in terra ad impugnar la spada.
Scese egli del corsier, ché non vorrebbe avere in pugna alcuna alcun vantaggio, sapendo che colui non mai potrebbe spingere il suo Baiardo a fargli oltraggio.
Allor ne lo stranier lo sdegno crebbe, e l'aversario suo stimò mal saggio, poi ch'ardisce affrontarsi a paro a paro con lui sì forte e sì ne l'arme chiaro.
Rinaldo prima 'l brando in opra mise, ma schivò 'l colpo il cavaliero estrano; poscia alzando la spada aspro sorrise, e disse: — Or guarda chi ha più dotta mano. —
La percossa crudel ruppe e divise lo scudo, e mezzo ne mandò sul piano; poi dichinando ne la manca coscia gli fe' quivi sentir gravosa angoscia.
Non a tanta ira è mai Nettun commosso, se lui Maestro od Aquilon percote, in quanta salse il paladin percosso, sì ch'accese di sdegno ambe le gote.
Divien lo sguardo ardente e l'occhio rosso, ch'altrui sol di timore atterrar puote; or che farà quel formidabil brando, che con impeto tal vien giù calando?
A forza apre la strada al colpo orrendo l'elmo, e 'n due pezzi o 'n tre riman partito; si riversa l'estrano al pian cadendo, piagato no, ma ben de' sensi uscito.
Disse Rinaldo allor: — Chiaro comprendo ch'abbiam questa battaglia ormai fornito. — Indi Fusberta e 'l bel ritratto prese, e sul caro destrier d'un salto ascese.
Quelli lieto il riceve, e del su' amore mostra con l'annitrir segno evidente, e con mille altri aperti indizii fuore scopre il piacer che dentro 'l petto sente.
Così fa can fidele al suo signore, il qual di lusingarlo usi sovente, che d'intorno li salta, e con la bocca e con la coda dolce il bacia e tocca.
Già si partia Rinaldo, allor che scorse lo scudo suo per mezzo esser diviso, onde il destrier di novo in dietro torse, là 've giaceva il cavalier conquiso;
e fe' che 'l suo scudier quello gli porse del superbo baron, ché gli er'aviso, che fino fosse e là temprato dove Bronte sopra l'incude il braccio move.
Era quivi intagliata una donzella da così dotta e maestrevol mano, che giamai non fu vista opra sì bella: divin pareva e non sembiante umano.
Viva rassembra, e 'l moto e la favella mancava solo a l'artificio strano; ma se non parla ancor, se non s'è mossa, par che non voglia, e non che far no 'l possa.
Sì vivo in quello il finto al ver somiglia, benché di spirto sian le membra casse, ch'altri mirando in lei si meraviglia ch'ella non parli, più che se parlasse.
Allor il vago scudo il guerrier piglia, e meglio era per lui che no 'l pigliasse, ch'ove solo lo tolse a sua difesa, gli fe' poi, lasso! al cor mortal offesa.
Tolto lo scudo, il cavalier s'accinge prontissimo di novo a la sua via; e così caldo Amor lo sferza e spinge, che non si ferma mai né si disvia
mentre ch'Apollo il mondo orna e dipinge, o per tornare o per partir s'invia. Sol quando è d'aurei fregi il ciel contesto, posa, né dorme ben, né bene è desto.
In pochi giorni scorse il bel paese che quinci il mare e quindi l'alpe serra. Indi, varcando i monti, al pian discese, e vide lieto la natia sua terra;
poi, giunto omai presso Parigi, intese ch'il magno re co' suoi mastri di guerra, e con le dame sue l'alta regina, avean la stanza lor molto vicina.
Come fu presso, il pian ripieno scerse d'illustri cavalieri e di donzelle, i quai d'oro, d'acciaro e di diverse sete ornavan le membra altere e belle:
altre vermiglie, altre turchine o perse, candide queste e verdeggianti quelle; e 'l sol, che riflettendo indi splendea, di nova iride vaga il ciel pingea.
Ma sendo visto il paladin Rinaldo sul gran Baiardo in sì feroce aspetto, che ne venia sì ne la fronte baldo che mostrava l'ardir chiuso nel petto,
e sì sovra 'l destrier fondato e saldo che parea muro in terra soda eretto, vario parlar tra quei di Carlo nacque, e ciascuno il lodò, ch'a ciascun piacque.
Ma 'l superbo Grifon, che difendea per amor di Clarice a tutti il varco, sentendo ciò ch'altri in su' onor dicea, contra gli andò quanto trarebbe un arco;
e perché nel pensier prefisso avea di far tosto di lui Baiardo scarco, gridò: — Giura, guerrier, ch'a la mia dama cede in beltà qual ha più pregio e fama! —
Grifon già per amor avea servito gran tempo inanzi d'Olivier la suora, ma 'l foco suo negletto ed ischernito fu da l'altera giovinetta ognora;
onde per longa prova al fin chiarito, ch'accôr tentava in rete il vento e l'ora, stolto! a servir Clarice egli avea preso, né potea ciò Rinaldo avere inteso;
onde rispose: — Vil timor non deve giamai la lingua altrui torcer dal vero, né periglio o fatica, ancorché greve si convien d'ischivare a cavaliero.
Dico dunque ch'oltraggio il ver riceve da te non poco, e ciò mostrarti spero: bella è la dama tua, ma molto cede a chi fe' del mio cor soavi prede. —
A l'arme, ai fatti orrendi al fin si venne da le minaccie e da l'altere voci: di qua, di là le due massicie antenne vengon portate da le man feroci.
Par ch'abbiano i cavalli al fianco penne, così a l'incontro van ratti e veloci; l'aria si rompe, e trema ancor la terra al primo cominciar de l'aspra guerra.
Pose il suo colpo a vòto il Maganzese incauto troppo, e corse l'asta in fallo; ma lui Rinaldo a mezzo scudo prese, e lo sospinse fuor del suo cavallo.
Sendo percosso e 'l suol premendo, rese alto rimbombo il lucido metallo, come suol squilla che sonando invita a sanguinosa guerra ogn'alma ardita.
Rinaldo allor dal degno stuol è cinto e supplicato a tôrsi via l'elmetto, tal che da' prieghi lor forzato e vinto di compiacerli è mal suo grado astretto.
Si scioglie al fin que' lacci ond'era avinto l'elmo, e scopre la chioma e 'l vago aspetto: né men bello e leggiadro or si dimostra, ch'apparso sia possente e forte in giostra.
Tosto fu conosciuto il cavaliero al discoprir del volto e del crin d'oro, e chiare voci di letizia diero con replicato suon l'amico coro,
ché già del suo valore il grido altero era giunto a l'orecchie a tutti loro. La gloria sovra lui si spazia intanto, battendo l'ali d'or con dolce canto.
Ad onorar Rinaldo ognun s'accinge, e di farsegli grato ognun procaccia: altri la man gli tocca, altri gli cinge il collo e il petto con amiche braccia;
altri, cui caldo amor più innanzi spinge, pien d'un dolce disio lo baccia in faccia; ma il padre Amone al petto alquanto il tiene, e sente alto diletto ir fra le vene.
Lasciato il padre il cavaliero invitto, de' suoi regi a bacciar se 'n va la mano; quei, mostrando l'amor nel volto scritto, l'accoglion lieti e con sembiante umano.
Fan le donne tra lor dolce conflitto in onorare il vincitor soprano; e in quanto è lor da l'onestà concesso, gli mostra ognuna il suo voler espresso.
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