Signor, nel precipizio ove mi spinse
Fortuna, ognor più caggio in ver gli abissi,
né quinci ancora alcun mio prego udissi,
né volto di pietà per me si pinse.
Ben veggio il sol, ma qual talora il cinse
oscuro velo in tenebroso eclissi;
e veggio in cielo i lumi erranti e fissi:
ma chi d'atro pallor così li tinse?
Or dal profondo oscuro a te mi volgo
e grido: "A me, nel mio gran caso indegno,
dammi, che puoi, la destra e mi solleva;
ed a quel peso vil che sì l'aggreva
sottraggi l'ale del veloce ingegno,
e volar mi vedrai lunge dal volgo".