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1544–1595

723

Torquato Tasso

Già il lieto anno novello da la man de l'amante nel celeste Monton Venere prende, e nel felice ostello

con sì lieto sembiante gli occhi in lui volge che d'amor l'accende; ed ei benigno splende ver lei converso, e mille

dal lampeggiar del riso de l'uno e l'altro viso piovon d'alta virtù calde faville; e non par, come suole,

de gli amor loro invidioso il sole. Al lor riso amoroso Giove arride, e s'allegra ogni altro dio del ciel stabile e vago;

né tesse il vecchio sposo ne la fucina negra reti ond'avvinca l'amatrice 'l vago; ma par ch'anch'ei sia pago

de' suoi nobili scorni, e 'nsieme arme e monili tempra e fregi gentili ond'abbellisca sue vergogne ed orni:

fra tanto acceso è in zelo d'amor l'aria, la terra e l'acqua e 'l cielo. La lor doppia virtute infonde ardire e forza

ne gli augei, ne le fere e ne gli armenti; l'ispide coste irsute indura a dura scorza l'aspro cinghiale e l'ira aguzza e i denti;

fiede col corno i venti il tauro anzi l'assalto, e poi col suo rivale viene a pugna mortale

tingendo i paschi di sanguigno smalto, fin che l'amata e 'l regno l'un cede e parte pien d'onta e di sdegno. La generosa belva

erra, obliando i figli, dietro il suo maschio: Amor le segna l'orme; ed han ne l'alta selva via più fieri gli artigli

le tigri infuriate e l'orso informe; né freddo e pigro dorme spirto d'amor guerriero nel cervo, e 'l suo natio

timor posto in oblio, se 'n va con fronte minacciosa altero, né, come suol, sospetta s'ode veltro latrar, fischiar saetta.

Che dirò de le linci? che de' pardi dipinti? che di tanti altri, Amor, timidi e forti? Se non che, mentre vinci,

tu rendi invitti i vinti e, mentre inganni, gl'ingannati accorti. Oh dolci vezzi e scorti, oh bell'arme celesti,

ove maggiori effetti che ne gli umani petti oprate, od in qual più che negli onesti? O quale è miglior esca

ov'onorato ardor s'apprenda e cresca? Di mezza notte, il verno, a' nembi a le procelle crede la vita il giovinetto audace

e prende i flutti a scherno, ch'a lui per molte stelle vagliono i rai d'un'amorosa face; e di questa a sé face

Orse insieme e Polluce, e dal turbato vento a difendere è intento con l'ale Amor la tremolante luce;

e nel suo cielo ei pensa che sia poi stella a gli amatori accensa. Altri, ov'a pugna invita il metallo canoro,

fa di sé ne' teatri altera mostra; né ghirlanda fiorita di fior d'argento e d'oro il move o ricco pregio altro di giostra,

ma quella ch'or si mostra vergine bella, ed ora con un bel vel s'asconde qual augellin tra fronde

o 'n mar delfino o 'n vaga nube aurora, e ch'al pensier propone altri premi, altro arringo ed altro agone. Ne gli amori del mondo

sento ch'in me s'indonna virtù ch'in tutte l'alme or signoreggia, e col desio m'ascondo spesso in leggiadra gonna

qual nuovo Achille entro feminea greggia; e sì 'l pensier vaneggia che poi di veder parmi chi militari spoglie

mi mostre e me n'invoglie, ed odo un suon di tromba e corro a l'armi. Alfin, del vero avvista, l'alma il suo dolce error piange e s'attrista.

Misero! chi mi tragge dal loco in cui Fortuna via più spesso ch'Amor vien che saette? Oimè! chi mi sottragge

a gli strali de l'una, e de l'altro al ferir segno mi mette? Belle ed al ciel dilette suore, ch'a me sarete

donne non già, ma dive vere e presenti e vive, udite i preghi miei benigne e liete, e guidate in arringo

me, che scherzando incontro voi m'accingo. Canzone, in vago monte ire a diporto ambe vedrai; dì: "Brama, campo qui no, ma sepoltura e fama".

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