Roma, da poi che 'l glorioso impero ebbe disteso da l'occaso a l'orto e per le parti d'Aquilone e d'Austro, al popol vincitor mirabil vista
di duo teatri in un sol giorno offerse, i quai si congiungean volgendo a torno. Sì che le genti in lor divise e scevre, di cui l'una pur dianzi a l'altra parte
si stava occulta, con l'unirsi insieme ne l'ampia forma d'un perfetto giro, si vider tutte, e non rimase ascosto alcun di loro, anzi mirando a cerco
ripieni i gradi de l'assisa turba, maraviglia e diletto ebber repente pur de l'aspetto inusitato e novo. Ma in questo ch'allor fece il mastro eterno
gran teatro e volubile e rotante, ch'anfiteatro di sua gloria assembra, bench'una spera sola in sè congiunti duo rinchiuda diversi ampi emisperi,
pur l'uno a l'altro si nasconde e cela e de l'opposte in lor divise genti questa mai quella non rimira o scorge. E già nulla n'intese, e 'n dubbio visse
se pur altri abitanti avesse il mondo, o fosse in parte solitaria ed erma la terra ignuda, o sotto l'onde ascosa. Nè perchè sempre intorno il ciel si volga,
sarà giamai che la girante scena mostri i popoli a noi c'han fissi incontra i lor vestigi ne l'aprica terra, o noi co' nostri alberghi a lor discopra
in questi quasi pur distinti gradi, per cui s'inalza o si dechina il polo. Ma quel che far non può volubil giro di tanti cieli e 'nfaticabil corso,
fa de la mente che si volge e riede in se medesma il rapido pensiero, ch'è quasi un suo perpetuo e vario moto. Perchè dinanzi a lui si toglie il velo
de la terra interposta, e 'n Dio mirando scorge nel suo gran lume il mondo accolto, che divien quasi angusto a l'alma accesa, che fuor del mondo è rapta, e nulla adombra
i popoli co' regni a' lumi interni. Talchè ne' gradi lor disposti intorno sol contemplando, il pellegrino ingegno scopre i Finmarchi e gli ultimi Biarmi,
e scopre insieme gli Etiopi e gli Indi. E d'un lato gli appare il freddo Carro e 'l pigro Arturo, e pur nel tempo istesso altro polo, altri lumi insieme ei scorge.
Non perchè il mondo a lui s'accorci e stringa, ma perchè la sua mente in Dio s'avanza, e divien ampia sì ch'a lei soggetto l'universo in un guardo accoglie e mira.
Come già vide il Benedetto Padre, ch'a l'alto ciel di mille accese lampe segnò morendo il luminoso calle, parte seguendo il suo pensier sublime.
Ricerca pur dove il cultor eterno il paradiso a maraviglia adorno facesse, e 'n quale istranio ignoto clima fiorisser le felici e nove piante,
quando pria fu creato il padre Adamo. Era dunque compiuta omai la terra, compiuti i cieli, e gli ornamenti e fregi l'opere di sei giorni avean distinte,
e quel maraviglioso alto lavoro, quando cessando Dio d'opra novella e dal creare, ebbe nel dì seguente, che fu settimo giorno, alto riposo.
Nè fu poi creator di nova prole, ma le prodotte conservando in vita, di lor prese il governo; e di quetarsi ne le cose create a lui non piacque.
Già fece il cielo, ed acquetarsi in cielo non prese in grado, e i bei stellanti giri fece, e col vago sol l'errante luna, nè volle riposar ne l'auree stelle
o ne la sfera del sovran pianeta, over nel cerchio de la luna algente. Fece la terra ancor, ch'è ferma e salda, nè riposò nella gravosa terra
che in se medesma si mantiene e giace. Dove adunque ed in chi quiete e posa ebbe il fattor di cose eterne e magne? Ben è ragion che le costanti e gravi
sian quelle sole, in cui non prenda a sdegno di riposare, anzi quiete o moto non fu giamai senza la stabil parte. Però sempre si move il ciel rotando
sovra i suoi poli quinci e quindi affissi. E non si moveria, se stabil centro ei non avesse al suo perpetuo corso. Onde si finge il favoloso Atlante,
che 'ntorno a' poli opposti il ciel rivolge, e ne la ferma terra i piedi appoggia. E gli animali ancor mobili e vaghi mover non si potrian, se 'n lor non fosse
la stabil parte che s'acqueta e posa. E però quella che si curva e piega nel movimento, è lor di centro in vece. Dunque se mover debbe il motor primo,
non sol convenne ch'egli immobil fosse, ma che 'n non mobil parte il moto eterno fermasse ancora. E di fermarlo in terra ei non degnò. Dove fermollo adunque?
qual de la terra è più costante mole? Ne l'uom quetollo, e l'uom alfin de l'opre volle crear, perchè cessasse il moto, e se moto non fu, l'arte divina
restasse di crear l'opre moderne. Più de la terra adunque è l'uom costante, sì come quel che de l'eterno essempio è vera imago, e il suo caduco e grave
spogliar si deve; e 'ncorruttibil forma rivestendo, là suso alfin s'eterna ne la quiete d'invisibil regno. In questa guisa volle Iddio creando
mostrar de la sua morte alto mistero, quasi in figura. Anzi predir da lunge, ch'anzi i tormenti de la morte, il Figlio devea ne l'uom quetarsi, e 'n membra umane,
a guisa di mortale, al dolce sonno conceder gli affannati e lassi spirti. Dunque s'acquetò Dio ne l'uom terreno, e l'uomo in sè non ha quiete o pace?
Non han quiete in sè gli egri mortali, ned opra di natura in sè riposa. Ma gira il foco nel perpetuo corso del ciel sempre inquieto e sempre vago,
l'aria agitata da contrari venti è da se stessa ognor divisa e sparsa, l'acqua trascorre e senza pace ondeggia. E questa, ch'a noi par gravosa e ferma,
terrestre mole ancor si scote e crolla da' fondamenti, e ruinose atterra le cittati e le terre eguali a' monti, e i monti istessi, e scissa il petto e 'l grembo,
talor ne le voragini profonde scopre i regni di Pluto e i ciechi abissi, e l'ultima ruina altrui minaccia. Ma nel suo creator pace e riposo
han le create cose. E 'n se medesmo egli s'acqueta, nè d'esterna gloria, nè d'altro ben fuor di se stesso ha d'uopo, ch'è sommo bene, e con riposo eterno
governa l'immortal felice regno là 've dal travagliar ne chiama a parte. E se 'n terra ne l'uom quetarsi eci volle, fu perchè l'uomo in Dio s'acqueti al fine.
Però quand'egli in sì mirabil tempre l'umanitate al suo divin congiunse, pose a la vita faticosa e stanca in se medesmo alfin dolce restauro;
e gloria e grazia onde s'adempia e bea nostra natura ch'essaltar cotanto in lui si vide. Adunque il sesto giorno a l'opre nove fin sul vespro impose,
nè poi nova progenie o nova stirpe egli devea creare. E ben convenne che del gran mondo producesse il parto, e di tutte le specie in lui raccolte
col numero di sei ch'è più fecondo. Ma narri quel c'ha la scienza e l'arte del numerar, come pregnante il sei, e ne le parti sue perfetto e pieno
generar poi di sè varie figure di numeri egli possa, e tutto aggiunga ciò che ne le sue scole insegna il mondo. Dicavi ancor come è infecondo il sette,
perch'egli di sè nulla alfin produce, e di nulla è produtto, e poi sen vanti come ei faria di gran tesoro occulto. Or tralasciam, quasi sprezzando, a dietro
quello onde tanto va gonfia e superba mondana sapienza, e sol ci caglia de l'uso de' fedeli antico e sacro, onde al settimo dì s'aggiunse onore;
l'onoraro i Giudei nel sesto giorno, quando lieti inalzar frondose tende, e ricovrar sotto i selvaggi alberghi. E l'onorar nel dì famoso ancora
che per le trombe e celebrata pompa è sonoro e festante, e pregio al sette non men de gli altri il dì propizio accrebbe. E 'l settimo anno fra gli antichi Ebrei
fu d'ogni riverenza e d'onor degno: perchè ne' sei ch'eran trascorsi avanti lecito era a ciascun fender la terra con duro aratro e ne' solcati campi
sparger con larga mano il fertil seme. Ma nel settimo poi contento e pago ei raccogliea dal non arato grembo sol quanto volontaria ella produce.
E sei anni serviva il prisco Ebreo; libero da fatica e da servaggio era il settimo poscia. E 'l duro giogo de gli Assiri superbi oltre l'Oronte,
oltre l'Eufrate, in Babilonia oppresse anni sessanta i miseri captivi, e nove appresso; e candida refulse l'antica libertate al popol servo
quando il sette col diece ha pieno il giro. Or trapassiam senza dimora a' nostri. Ben sette volte il dì cade e risorge il giusto, cui d'Adamo il grave incarco
e la natura sua caduca atterra; ma la grazia il solleva, e 'n questa guisa di tal numero noi consorti andremo. Settimo Enoch dal genitor primiero
morte non vide; e 'l gran misterio adombra questa ch'or vive, ed a l'imperio estinto sorvive ancor, Chiesa immortale e santa. E settimo Mosè dal padre Abramo
prese la legge. E la cangiata vita, l'iniquità scacciata e 'l varco aperto a la giustizia, e Dio ch'a noi discende con membra umane, e s'avvicina e giunge,
e più santa virtute insegna al mondo mirabilmente, e nova legge apporta, pur da Mosè son figurate in parte. Ed aggiungendo pure al diece il sette,
e 'l sette appresso, dal vetusto Adamo il figlio di Maria produtto apparve. E poi conobbe ancora il vecchio Pietro del numero del sette alto mistero,
che di perdono e di quiete è segno; ma nol conobbe a pien, chè dubbio e 'ncerto prima ne parve, e poscia ei pur l'intese, chè rivelollo il suo Signore e mastro,
lo quale in perdonando aperse il grembo de le sue grazie e de i tesori eterni. Nè sette volte sole, anzi settanta sette fiate a perdonare insegna.
Onde a la pena di Caino ingiusto e già macchiato del fraterno sangue il perdono di Pietro allor risponde, quasi da l'altra parte al fallo opposto.
Ma 'l perdon del Signore adegua e passa di Lamech condannato antica colpa: perchè di leve error perdono angusto par che si dia; ma se 'l peccato abonda,
ivi la grazia oltra misura avanza. Ed a chi molto si perdona e 'ndulge, molto concede di fervente amore quel ch'è verace amante, e non l'infinge.
È di perdono adunque e di riposo segno il settimo giorno, in cui cessando il Padre eterno, di cessare essempio diede a l'antico Ebreo, che indarno or cessa
d'opre e di fede neghittoso e tardo. E quel settimo dì mattino ed alba ebbe, nè vide poi la sera e 'l vespro, ch'ancor non giunge, e non adombra il giorno,
lo qual s'illustra di perpetua luce; ma le veci del tempo e 'l corso e i giri chiudono i nostri dì fra mane e vespro, in cui ciascuno ancor s'adopra e cessa,
e col riposo le fatiche alterna. Insin che giunga spaventoso in vista quel, che dee consumar la terra e 'l cielo, settimo giorno minacciato inanzi
orribilmente. Allor le mura eccelse di questa luminosa antica mole espugnate faranno alte ruine. E 'l foco vincitor, predando intorno
gli umidi regni, e i già fumanti e negri campi de la fervente arida terra, parrà che tutto abbia converso in fiamma, sì che a pena del mondo omai disfatto
vedransi l'arse e incenerite spoglie, quasi trofeo de la giustizia eterna. Ma nel principio de l'orribil giorno, in aspettando i minacciati incendi,
nozze non si faran, nè liete pompe. E non si cambieran le care merci fra l'Indo e 'l Mauro, o fra lo Scita algente e l'Etiopo, anzi il timore adusto
ne la coltura de' fecondi campi de' mortali sarà studio e fatica. Ma d'un novo stupor la terra ingombra attonita parrà, parran tremanti
tutte l'opre di Dio create in prima, per l'improvviso insolito spavento. E i giusti ancor de la sentenza estrema timore avranno. Allora il padre Abramo
temerà non di foco o di tormento, ma del grado d'onore a cui sortillo la providenza del suo Re superno, e 'n qual ordin de' giusti a lui riserba
la giustizia divina i premi e 'l loco, o sia il primo o 'l secondo o siasi il terzo. E 'l Re del ciel folgoreggiando in alto dimostrerassi in bianca nube avolto;
e come nube ch'è squarciata o velo, i cieli a lui dinanzi aperti e scissi vedransi rivelar l'alta possanza. E mille appariran e mille ardenti
d'essercito divin falangi e squadre, risplendendo là sù di luce e d'armi. Fiammeggiarà con l'oro il fino elettro entro le spaventose oscure nubi,
e vedransi ir vagando a nembo a nembo. E più di tuoni spaventosi udransi terribilmente le canore trombe. Crollati e scossi i bei stellanti chiostri
tremar tutti vedransi al gran rimbombo; tremarà ne l'orror confusa e vinta la natura creata; avran temenza gli angeli stessi, e riverenti in alto
al fulminante Re staranno intorno. Qual re di Persi mai, d'Assiri e d'Indi sì coronato fu d'orride schiere entro presa città, che 'l foco e 'l sangue
correndo inonda orribilmente e 'ngombra, e di recise membra e di cosparte ruine il ferro ancor riempie e colma? O qual imago d'Ilion superbo,
che fu dal greco incendio arso e combusto, qual de l'imperiosa alta Cartago ruinosa caduta, o di Corinto o di Numanzia pur ruina e scempio,
quai di tutti, dico io, confusa e mista lacrimosa, sanguigna, orrida imago potrà rassomigliarsi al già distrutto entro a fumanti incendi e vasto mondo,
che di se stesso a sè fia rogo e tomba? Allor rapiti fian a volo i giusti, e le nubi saran carri volanti che porteranli. E i duci angeli eletti
d'auriga in vece, al nubiloso carro ciascun farà veloce ed alto il corso. Risplenderan come lucenti stelle allora i giusti. E dal gravoso pondo
di lor peccati e di lor colpe avinti, cadranno i rei nel precipizio eterno oppressi, e non sarà ch'indi risorga alcun giamai da l'odioso incarco.
Oh grande, spaventoso, orrido giorno! E fia pur ver ch'abbia mattino ed alba, nè fine imponga a tanto orrore il vespro? O pur termine fia pur anco affisso
a quel gran dì de' premi e de le pene in quell'ultima sera? e nova luce risplenderà maravigliosa eterna nel giorno ottavo, onde le menti illustri?
Qual Roma, già famosa e nobil opra del gran Quirino e del nepote Augusto, del novo imperio fondatore e padre, da barbarica man percossa e vinta,
cadde in se stessa e fra ruine e morti in se medesma poi sepolta giacque; col vicario di Cristo indi risorse più bella a gli occhi de la mente interni,
e maggior di se stessa, anzi del mondo, che capace non è del santo e sacro suo regno già fondato in salda pietra; tal (s'agguagliar si può la parte al tutto)
avrà suo fin questa caduca mole de l'universo, e col girar del tempo il girevol teatro a terra sparso cader vedrassi in cenere e 'n faville.
Poi rifatto sarà dal fabro eterno, e risorgendo in più mirabil forma non fia suggetto al variar de' lustri, nè mai più temerà ruina o crollo.
Ma questo ora del ciel volubil tempio fermo sarà col sole, e 'l torto corso fermo ancor fia de l'altre stelle erranti. Talchè i beati avran costante albergo
là dove eterna fia pace tranquilla, e non commossa da tempesta o turbo pura invisibil luce e stabil giorno, cui termine non fia l'orrida notte.
Nè correr si vedrà da mane a vespro, e non avrà con l'ombra il giro alterno, nè con varia stagion vicenda e corso; ma premio avran là sù le nobili alme
di riposo e di gloria in un congiunti, e fia somma quiete il sommo onore. Là dispensate fian corone e palme a' gloriosi, e seggi alti e lucenti.
E quei che guerreggiaro in lunga guerra, quanto è la vita de' mortali erranti sovra la terra, e riportar vincendo del nemico Satàn in duro campo
mille vittoriose e sacre spoglie, là sù vedransi trionfando a schiera nel gran trionfo eterno, e 'l gran vessillo coronati seguir del Re possente
de gli altri regi. E la divina destra in quel d'eternità lucido tempio, onde precipitando angel rubello cadde, sospenderà le spoglie eccelse
e i trofei de la Croce. Oh lieto giorno, giorno sacro e felice, in cui s'eterna la pompa trionfal, la gloria e 'l canto e la quiete! Allor quiete e pace
avran le menti rapide e rotanti, c'han sì vari pensier, sì vario il moto; ed or fuor di se stesse un dritto corso fanno, a le cose pur caduche e basse
quasi inchinando e con distorti giri corron talvolta oblique, e 'n se medesme si rivolgon talora e fanno il cerchio, o 'ntorno a quel divino immobil centro,
di cui l'anima vaga è quasi spera. E di fortuna ancor l'instabil rota ferma allor fia, s'ella col ciel si volge. Riposo avranno ancora i nostri affetti
che incontra la divina eccelsa mente fanno ritrosi passi e torto calle, sì come opposti al più sublime cielo soglion volgersi ancor Giove e Saturno,
e la stella di Marte e di Ciprigna. E giusto è ben che s'allor fine avranno i moti de le stelle erranti e fisse, l'abbiano quelli ancor di mente e d'alma
umana, ch'assembrar del cielo il corso. Tutti avran pace allor nel fisso punto de la Divinità. Riposo eterno sarà l'intender nostro e 'l nostro amore,
che in tante guise ora si varia e cangia, e con tante volubili rivolte. Riposo eterno fia la grazia e 'l merto, e 'n seggio eterno. Or chi fra noi s'attempa
in aspettando il giorno, e soffra e speri, e del tempo e del fato i duri colpi vinca sol tolerando, e giusto oltraggio faccia a la dispietata orrida morte.
E mentre il gran Clemente al primo essempio la Chiesa informa ed a l'idea celeste, seco ciascuno ancor nel puro tempio de la mente serena Iddio raccoglia,
e gli figuri il simolacro interno di sua pietà. Sia l'alma il sacro altare, vittima l'innocente acceso core, amor di carità sia foco e fiamma.
Così prepari in sè l'interno albergo, pur volubile ancora e pur costante ne' giri incerti, insin che 'l nudo spirto voli a quella sublime eterna reggia
là dove è 'l sacerdozio aggiunto al regno. Ma dove, oh dove mi trasporta il corso del fervido pensier? Dal giorno estremo torniamo a quello, in cui creato in prima
fu dal celeste il genitor terreno. Dio sparsa non avea la pioggia ancora sovra l'arida faccia e 'l secco grembo de l'ampia terra, e 'l buon cultor de' campi
nato non era faticoso a l'opre. Ma sorgea dal terreno un chiaro fonte che tutto l'irrigava, e i monti alpestri talvolta ancor bagnava e l'aspre rupi,
sì come il Nilo il verde piano inonda de l'Egitto fecondo, e i lieti campi di negra arena ricoperti impingua. E fosse quello o nube aerea o fonte,
era sublime sì ch'a gli erti gioghi mormorando spargea l'onde correnti. Fonte, fonte fu quella, e d'alta parte ne' princìpi del mondo ancor novello
fu a' monti in vece di piovosa nube, non pur al polveroso ed umil suolo. Formò dunque il Signore e 'l Padre eterno, eterno Dio, l'uom di terrestre limo.
Ed in far questa de la specie umana quasi statua vivente, ei pura elesse e sincera materia, allor di novo da l'acque separata; e 'l misto umore
colonne e spresse, e quinci e quindi il meglio de la terra ei v'aggiunse a prova scelto: sì che in sè non avea o colpa o vizio quella prima materia, in cui l'albergo
fabricar volle a la più nobile alma fornita di ragione, e quasi il tempio. Fu la malizia poi difetto e colpa ne la materia del corrotto seme,
onde la fame e l'importuna sete, e di languidi morbi essangue schiera, e la pallida morte alfin deriva. Buono era il fabro, e la materia e l'arte
fu buona anch'ella, onde leggiadre ed alte e ben formate fur le nove membra a maraviglia, e forti insieme e belle del padre Adamo, e da vermiglia terra
preser vago color le guance e 'l pelo. E 'l nome egli medesmo indi sortio, misterioso nome in cui s'espresse ch'egli in terra nascea signore e donno
de l'oriente e del contrario occaso, e de le parti d'Aquilone e d'Austro. Ne l'alma ancora usò mirabile arte, nè 'n farla riguardò creato essempio,
ma 'n se medesmo e nel suo propio Verbo, di cui fece ne l'uom divina imago. E 'n faccia gli spirò spirto di vita, non di se stesso già divina parte,
come altri stima, ma creato spirto, e soffiato da lui, perch'egli avvivi ed animato faccia il nobil corpo. Sì come Fidia d'Alessandro invitto
dopoi facendo il simolacro illustre, la magnanima fronte al ciel rivolse, e ripiegando la cervice altera gli alti di lui costumi in guisa espresse,
ch'ei non contento del terreno impero par ch'aspiri a le stelle e chieda il cielo; così il fabro primier la fronte e gli occhi alzò de l'uomo a le stellanti spere,
perchè là guardi, onde celeste origo ebbe l'alma immortal, ch'eterno regno par che chieda per grazia al Padre eterno. Ma tutti altri animali a terra ei volse
pendenti e proni, a rimirar costretti pur sempre la commune ignobil madre, come sian nati obbedienti al ventre, perchè 'l lor fine è pure il pasto e 'l cibo,
e terreno piacer gli alletta e molce. Ma se talora oltra ragione in alto intende l'uomo, e senza grazia o merto aspira al cielo e superbisce ed osa,
miri la terra, e 'n sè rivolga e posi, ch'egli nato di polve, alfin in polve sarà converso, e 'n cor superbo appiani ogni pensier che di se stesso il gonfia.
E come quel che serva ignobil madre di nobil genitor produsse in vita, spira il paterno orgoglio e l'ire e 'l fasto de la progenie antica, e 'n alte imprese
generoso talor s'arrischia e tenta, poi ripensando a la materna stirpe al soverchio ardimento ei stringe il freno; così l'uom de l'antica e bassa madre
l'umil principio suo contempli e guardi il seno ond'egli uscì, ch'ei preme e calca con piè superbo irriverente audace, come s'egli dal ciel recato avesse
di materia celeste aspetto e membra. Pensi fra sè ch'egli è animal terrestre, che per terra ei camina, e 'n terra ei cerca il nutrimento e si riposa in terra,
e per la terra ancora è in lite e in guerra sovente, e corre forsennato a l'armi. E non fa grande mai nè lieve impresa, se non sovra la terra, e l'ire estingua,
e gli ardenti desiri ammorzi e queti. Questo pensier ch'a l'umiltà l'inchina alcune volte, altre il solleva al cielo il suo spirto immortal, che 'l fine affisso
non loca in terra o pur ne l'auree stelle, ma nel Signor, al cui sublime seggio il ciel del cielo è quasi terra umile, tanto è lontano a la divina altezza.
Ma non sol ne l'aspetto e ne la fronte mirabile arte fu del mastro eterno, che 'n ogni parte ella trapassa a dentro, e le celate ancor figura e forma.
Ma pur sì come in rocca e 'n torre eccelsa son disposte le guardie intorno intorno, onde sicura da notturna insidia il nemico lontan si scopre e vede;
così a guardia i veloci e desti sensi collocò nella testa il fabro eterno. Fè quasi vallo le palpebre a gli occhi, e le ciglia pilose; e 'l varco aperse
a le sonore voci, onde trapassa di messaggiero in guisa, a dentro il suono, e di fuor le novelle al cuor apporta. Ma fece a l'altre cose il passo angusto,
e quell'umide vie rivolse in giro, qual laberinto; e più spedito calle per doppia strada a' dolci odori aperse. Umida e molle diè la lingua al gusto,
che distingue i sapori; e sparse il tatto per ogni membro umano, e 'ntorno al capo fece de le sue propie e vaghe chiome quasi natia corona, ond'ei s'adorna
questa mole, che l'ossa intera avinse co' nervi, che son quasi i lacci e i nodi tenaci e lenti, ond'ei s'incurva e piega. Fece quasi di sangue un vivo fonte
il core, ed altre fonti interne appresso. E quasi rivi di corrente umore le vene, che dal core a l'altre membra portano il sangue onde s'irriga il corpo.
E tutta in tutto lui diffuse e sparse l'ama, che 'n ogni parte è tutta ancora, benchè tre sian in una, e sian congiunte le due mortali a l'immortal sorella.
Perch'ella avolta entro i corporei chiostri non sdegni d'abitar terreno albergo, sin che 'l Signor la si richiami al cielo da quella guardia, ov'ei la pose in terra.
Ne l'alta adunque de la nobil testa rocca fondolla, e quasi in propia reggia. Ivi de l'uom, ch'è quasi un picciol mondo, a lei concesse l'onorato impero.
L'altre, come soggette al giusto regno, ne le più basse parti il fabro eterno dispose, e rimovendo i lochi e i seggi, da le profane separò la sacra
potenza. E l'ira, che di fiamme ardente e di vendetta ingorda avampa e ferve, precipitosa pose in mezzo al petto, ed albergolla nel sanguigno core,
nè rinchiusa starà ne' seni angusti, ma spesso per timor s'agghiaccia e stringe. E 'l ventoso pulmone appresso ei giunse, che di mantice in guisa accoglie e rende
l'aure di fuori, e quel calore interno col dolce respirar tempra e rinfresca. La cupidigia le supreme parti altrui concesse, e quasi a forza spinta,
si ritirò ne l'ime: ivi ricovra. E quel cinto che l'uom traversa e fascia, la divise da l'altra, e quasi belva al suo presepio ivi rimase avinta.
Avidamente ivi si nutre e pasce, anzi mille rabiose ardenti brame empier non può famelica e vorace. Ch'ora avaro pensier la fiede ed ange
con dura sferza, or de la face avampa di mille amori, e tutto è foco e fiamma. Questo ora avien che l'una e l'altra a punto de la ragione ha scosso il giogo e 'l freno
e nemica si mostra e ribellante. Ma quando pria creolle il Padre eterno, nè tumulto nè guerra era ne l'alma, ma somma pace, e 'n sommo amor concordi
ubidian de la mente al giusto impero. E 'l suo volere era costante legge a l'alma, di giustizia ancora amica. In questa guisa la divina destra
formò l'uom primo non soggetto a morte, ma per grazia immortal, non per natura, come l'angelo fu ch'è pura mente. E lui formò là sovra il suolo aprico
de l'antica Damasco, e vecchia fama (se degna è pur di fede) ancor l'afferma. Poi trasportollo entro l'ameno e lieto suo paradiso, che d'ombrose piante
e di feconde a maraviglia adorno fè l'arte e l'opra del cultore eterno. Loco è ne l'Oriente, ove percossa dal sol vicino più s'accende e flagra
quella maggior del cielo adusta fascia posta in mezzo fra 'l cerchio onde rivolge, quasi fermato, il sole il corso errante da l'albergo del Cancro, e l'altro giro
in cui dal Capricorno indietro ei torna. Quivi di piante coronato e d'ombre un altissimo sorge e sacro monte, là dove nè vapor ristretto in nebbia
o 'n nube ascende o condensato in pioggia, e non vi spira ancor procella o turbo obliquo e denso o fulmine tonante. Nè vi giunge del sol ritorto il raggio
in guisa ch'egli l'aria infiammi e scaldi. Però benchè nel pian la terra avampi, e tepidisca le frondose falde del vago monte, al molle erboso tergo
col soverchio calor non toglie il verde, variando stagione, o noia apporta, nè a la sua fiorita e lieta fronte. Ma l'odorate sue dipinte spoglie
fioriscon sempre e le corone eccelse. E rugiada dal ciel, che 'n perle accolta stilla più larga, le corone ingemma, e d'argento le fa le spalle e 'l seno.
Però ch'ivi l'algente ed umida ombra sempre col chiaro dì lo spazio adegua, onde quanto le scema il caldo giorno, tanto la fresca notte indi l'accresce.
Arroge il cristallino e chiaro fonte, lo qual di largo umor l'irriga e sparge, e versa di piacer ampio torrente. E vi s'aggiunge ancora il rezzo e l'aura,
ch'aura non è, che di vapor terreno fumante e grave esali impura e mista, e col torbido volo i vaghi spirti disperda per quell'aria e cresca e scemi,
e talor cessi e perda il moto e l'ali. Ma (se creder ciò lece) aura celeste fatta è dal giro del sereno cielo, e move d'Oriente, e 'nchina e piega
le fronde e i rami a la contraria parte dolce spirando e con perpetue tempre. Qui pose il Padre eterno il padre Adamo. E degno il fè di quel felice albergo,
in cui produsse ogni più bella in vista stirpe frondosa o più soave al gusto. Del paradiso ancor piantò nel mezzo il legno de la vita, e 'l legno insieme
ch'a distinguer dal bene insegna il male. E 'l fiume del piacer le piante asperge, poi fuor del paradiso inonda e corre rapidamente, e si divide in quattro.
Fison fu detto il primo, or detto è Gange, quasi emulo del mare, il qual circonda de gl'Indi la feconda aprica terra, ove le vene son del lucido oro,
ove il carbonchio pur fiammeggia e vince col suo splendor le tenebre notturne. E, lieto, il prasio ancor verdeggia e splende con mille altre lucenti e care gemme.
E somigliante a la più nota oliva vi sorge il bdelio, e frondeggiando adombra e lacrime odorate instilla e sparge lacrime amare, ma lucenti in vista.
E Gebon il secondo, or Nilo appella nova non pur, ma già vetusta etate. Questo a la terra d'Etiopia intorno corre, ed impingua i campi al verde Egitto.
Il terzo si chiamò dal corso il Tigre, perch'ei nel corso la saetta assembra, e serba ancor l'antica gloria e 'l nome. Corre contra gli Assiri Eufrate il quarto.
E l'uno e l'altro pria congiunto, e scevro poscia, e di novo alfin confuso e misto, de la Mesopotamia il suol rinchiude. Santissimo cultor di sacro monte,
a lato a cui Parnaso umile e basso sarebbe in vista, e 'nchinerebbe a prova la sua gemina fronte e 'l doppio giogo, benchè di lauri s'incoroni ed orni;
non dirò, siami tu d'Apollo in vece, ma tu discopri del fallace Apollo mille menzogne, e tu rivela il vero, che ne l'antichità si sta sepolto,
e ne' profondi tuoi misteri ascoso. Tu, che 'l tuo paradiso adorno e lieto facesti, in lui spargendo il rezzo e l'ombra, tu, che versasti l'urne a' puri fonti,
ed apristi a' gran fiumi occulto il varco; tu il sito scopri e 'l gran principio ignoto, e 'l non costante lor cangiato corso. Tu 'l facesti, e rifar la terra e 'l cielo
potresti ancora, e del tuo ardente spirto spira a gran pena a me l'aura celeste. È ver che 'l terzo cielo, ove fu rapto già Paulo col pensier levato a volo,
sia terren paradiso? è terra in cielo? e ne la sfera de l'opaca Luna è pura terra forse? e spechi e selve vi sono? e veri seggi e verdi chiostri
cingon là sù selvaggi ombrosi tempi? e se terra non è confusa e mista col cielo, onde la luna il volto adombra? o pur onde l'adombra errante ingegno,
che terra e paradiso in ciel ricerca? L'audace peregrino indarno agogna mentre di qua del Cancro ei pur ne chiede, o pur di là del Capricorno opposto,
in più temprata zona; e 'ndarno i fonti ei spia del Nilo, ove la fama antica già riporli solea nel vasto grembo de' monti de la luna, o quei del Gange
nel Caucaso gelato, o 'n monti Armeni quelli ond'escon veloci Eufrate e Tigre? e s'ivi pure ei lor ritrova e scorge, come il tuo paradiso il vivo fonte
ha di quattro famosi e chiari fiumi? forse il tuo paradiso il giro integro de l'inarata ancor terra feconda fu in quel de l'innocenza antico stato?
o variaro i fiumi il letto e 'l corso? e dal primiero or fan lungo viaggio? cotanto può mutar l'età vetusta? Forse nel paradiso i primi fonti
sorgono mormorando e chiari al cielo, e poi sommersi entro 'l profondo grembo de la caliginosa oscura terra van sotterra girando i ciechi regni,
sin che di novo apparsi in chiara luce altri fonti di sè ne l'erte rupi fan de l'aspre montagne esposte a' sensi? Ma i primi fonti ancor nascondi e copri
al vano studio de' mortali erranti, non pur a l'animosa e debil vista. Occulto è dunque il gran principio interno del puro fonte, onde il piacer si versa.
E quando tutta ne' dilluvi accolti giacque sommersa la gran madre antica, quel fonte sol non si diffuse e sparse. E fu da l'acque allor sicuro il sacro
monte di paradiso, e 'l loco eletto a l'umana natura e 'l fido albergo, ch'al cerchio de la luna è sì congiunto. Ma qual di ciò sia l'ombra antica, o 'l vero
ch'illuminar può le moderne carte, rivelal tu. Tu, che le menti illustri, santissimo cultor del nostro ingegno, che fai de l'alma un paradiso adorno,
in cui le piante son pensier sublimi in contemplar di te nutriti e colti. E d'una fonte istessa i quattro fiumi son le quattro virtuti in sè distinte.
Ma quel fonte se' tu: tu vivo fonte, che d'eterno piacer le menti aspergi, ond'ogni alta virtù deriva e nasce. Or te stesso dimostri a l'ombra, a l'aura,
or nel rubo fiammeggi, e in viva fiamma altrui ti manifesti e 'n luce ardente. Dio l'uomo in guisa di traslata pianta, chè pianta è l'uom, nel paradiso ameno
locò portato dal fecondo suolo, ove prima creollo; e quivi in guardia il pose di quel lieto e dolce loco, perch'egli oprasse, e già creato indarno
egli non era a neghittosa vita. Bench'uopo non facea fatica od opra a quella antica e più feconda madre, madre da' parti non lassata e stanca,
ch'avea di mamme in vece i fiumi e fonti, onde versava umor sì largo e dolce. Certa, maravigliosa, alma Pandora, che l'ampio vaso avea ripieno e colmo
di tutti i doni, onde diletta e giova. Ma più belle opre, e di più belle parti a l'uom si convenia l'alta coltura. Perch'adornar devea la nobil mente
di cari fregi e di virtù sublimi, fra cui tiene pietà le sedi eccelse. Pietà, ch'è vero culto onde s'adora ne l'alma riverente il Re del cielo.
È tra gli antichi Ebrei canuta e sacra fama, ch'al figlio ereditaria il padre lasciò quasi per mano, indi s'accrebbe, e vola e spazia ancor canora e grande.
E questa afferma al suon di varie lingue, e con mille ali il suon divolga e porta, che mentre l'uom vivea sciolto e solingo, senza la fragil sua consorte errante,
non ancora creata, il dolce loco de' suoi diletti, il paradiso ameno del suo piacer non fu sembiante a' nostri. Perchè fra' nostri la non colta selva
lieta frondeggia, e non ha senso il bosco d'arbori pieno, e con perpetuo onore serbano alcuni ognor le frondi e 'l verde. Altri sol verdeggiando i cari germi
mandano allor che giovinetto è l'anno, e la stagione in giovenil sembianza di sue ghirlande va superba e lieta. Altri soglion produrre i dolci frutti
sì cari a l'uomo, altri a le fere il cibo. Ma 'l paradiso del Signore adorno animate avea già l'altere piante, e tutte avean favella e senso o mente.
O maraviglie del Signore eccelse, in cui nulla è di falso, o 'l finto adombra quel che di vero si nasconde e cela. E disser questi ancor che 'l novo mondo
era a l'uom, cche pur dianzi in terra nacque, quasi un'ampia città, ch'ignobil mastro non fè di rozzo legno e rozza pietra, nè circondolla di caduche mura,
nè di stagnante umor fosse palustri cavolle intorno. Ivi sicuro e lieto l'uom si vivea, come signore e donno de gli animai che 'l suolo e 'l mar produce,
che tutti ad obedir eran costretti. Molti apprendean sotto il soave impero a servir volontari in lieta pace. Avea l'ampia città divine leggi,
assai più salde che 'n metalli e 'n marmi, scritte ne la natura. Avea gli antichi suoi cittadini illustri, anzi celesti: gli angeli dico, e le superne menti,
che sortir colà sù sì larghi campi di pura luce e di splendore eterno, ed abitar ne gli stellanti alberghi. L'uom felice vivea tranquilla vita,
sincerissima ancor, qual novo figlio ed erede immortal del Re del cielo, del suo zelo ripieno e del suo spirto, formando a suo piacer la mente, e i passi
per le vestigia sue drizzando in alto, o per le vie de la virtù sublime, per le quai solo è di poggiar concesso a l'alme che sen fanno a Dio ritorno.
E perchè a l'uomo ereditario il regno si deveva qua giù nel basso mondo sovra gli altri animai c'han vita ed alma, ed al re nominare i suoi conviensi
soggetti e servi, e conosciuti a nome separarli ne l'opre e ne gli offici, come la virtù lor richiede e 'l merto, tutti condusse il suo Signore e Padre
insieme gli animali a lui davanti, perch'ei pensasse imporre a tutti i nomi propi, e quai conveniansi a lor natura. E fè come il maestro allor ch'ei sveglia
ne l'alma giovenil l'abito interno, e prova fa del suo veloce ingegno: però che allor non traviò dal vero tanti nomi imponendo il padre Adamo,
anzi l'occulte qualitati espresse de gli animali, e' lor costumi interni, in guisa tal ch'al primo suon distinto de l'umana favella era compresa
di ciascun la natura; anzi commossa e placida obedia veloce e pronta a quelle imperiose alte parole. Ma se tanti animai che 'l mar produce,
e 'l fiume e 'l lago ne l'ondoso grembo, tanti che l'ampia terra in seno alberga, fur noti a l'uom primiero, e mossi e tratti sol da la voce, e mansueti umili
venian, deposto il lor superbo orgoglio, la natia ferità, gli sdegni e l'ire, obedienti e chini al giusto impero, qual maraviglia fia s'altri racconta
de' suoi tardi nepoti illustri essempi? E Temistocle pur n'adduce, e Ciro imperator de' Persi, e 'l duce mauro, a cui non di cameli o d'elefanti
e di mille africane orride belve, varie di forme, di natura e d'opre, ma di fidi guerrieri i nomi a pieno fur noti. Tanto da quel primo essempio
la natura miglior traligna e perde. Ma perchè nulla è mai costante e ferma cosa mortale, e si trasmuta e cangia ivi più spesso, ove reale altezza
l'animoso pensier solleva ed erge, convenne che l'uom primo e 'l re primiero, ch'espressa aveva in sè del novo mondo quasi l'imago e 'l simolacro esterno,
anzi l'imago pur del Re del cielo, da cui formate avea la mente e l'alma, convenne, io dico, a l'uomo, anzi fu d'uopo ch'egli d'errore e di miseria umana
fosse a' nepoti il primo essempio in terra. Femina fu cagion di tanta colpa, di tanti mali e de l'istessa morte. Femina a disprezzar l'alto divieto
del Re celeste lusingando il mosse. Poich'ebbe collocato il Padre eterno l'uomo in quel vago paradiso ameno, sin ch'ei, come deveva, alfin traslato
fosse a la gloria del celeste Regno, gli comandò, non per ministro o 'n sogno, o traendol di sè, nè l'alta voce risonò in rubo acceso o 'n vaga nube,
ma parlò per se stesso al padre Adamo come a gli angeli suol, s'ei pur capace era di sua divina alta favella. E la sua mente in sì mirabil modo,
ch'esprimer non si puote, allor commosse. "Prendi," gli disse "Adamo, il caro cibo d'ogni pianta che sia nel paradiso, chè le concedo tutte, e solo io vieto
quella de la scienza, onde s'apprende e si distingue poi dal bene il male. Perchè in qual giorno sia che di lei gusti, morrai di morte". Oh minaccioso impero!
oh terribil sentenza! oh grave pena! Ma l'uom semplice ancor nel puro stato di quella pura e candida innocenza il non commesso male, occulto, ignoto,
non conobbe ab experto, e non s'accorse che Dio vita è de l'alma, e 'n preda a morte l'abbandona partendo, ond'ella pere nel suo peccato e ne la colpa ingiusta.
Ma doppia minacciava e fiera morte ne l'aspro suo divieto il Re del cielo. Come la bianca e semplice colomba nata di novo, e non avezza ancora
a' perigli mortali, in mezzo a l'alma porta seco un natio timore interno, che la spaventa de la fiera morte, onde visto da lunge augel rapace
spiega l'ali volanti, e si dilegue; così ne l'uom fu di natura in vece la voce minacciosa e 'l gran divieto, per cui non conosciuta omai paventa
la morte; arroge poi la propia colpa nata da quel sapere, anzi de l'opra, chè non è nel sapere o colpa o vizio. Ma pur fu da piacere e da lusinga
vinta alfin quella tema, ond'egli osando de l'ignoto sapere il dolce gusto provar, poi violò la prima legge. E col peccato allor dischiuso il varco
trovò la morte, ond'ella entrò nel mondo per ampissima porta; e 'n guisa ingombra or le sue parti, che la terra e 'l mare son un regno di morte atro e funesto.
E qui l'imperio trionfando a forza non pur ella usurpò nel padre Adamo e ne la stirpe che traligna e perde, ma 'n tutti gli animai che 'l mondo accoglie
sin che la Vita le non giuste prede ritolse a morte, e trionfò d'inferno. Sì come egro languente è spesso ingordo di caro cibo, che soave al gusto
a la salute è reo, talchè s'avanza l'ardente febre, ond'ei morendo alfine è de la morte sua cagione e colpa, perchè male ubedì severa legge,
che 'l medico prescrisse a' vaghi sensi; così dal dilettoso e dolce inganno fu vinto Adamo, e la cagione antica egli a se stesso fu d'orrida morte.
Non Dio: chè non creò la morte e i mali la divina bontà, ma i nostri errori, e del nostro peccar previde il fallo, e 'l consentì. Chè se 'l peccar non fosse,
non sarebbe virtù di mente o d'alma. E perch'alma ondeggiante in questo amaro mar de la tempestosa e dubia vita non s'affondasse alfin tra scogli e sirti,
quasi governo, onde rivolga il corso, legge a lei diede, e dirizzolla al porto de la salute e de la pace eterna. Ma vide Dio che scompagnato e scevro
l'uom non devea menar sì lunga vita in guisa pur di solitaria belva. Però pensò di fare a l'uom solingo la compagna e l'aiuto a lui simile.
Ed in Adamo infuse il dolce sonno, ed irrigò di placida quiete tutte le membra a sonnacchioso e lento. E quinci d'una costa il molle corpo
edificò della consorte; e poscia la nova sposa gli condusse inanzi. E disse Adamo in placido sembiante: "Osso de l'ossa, e di mia carne è carne
questa fatta da me donna e virago. Però lasciando l'uom la madre e 'l padre, a la consorte sua sarà congiunto". L'uno e l'altro era allor le membra ignudo,
e non avea di ciò vergogna ancora: perchè non anco era in caduche membra legge, a quella sublime e giusta legge de la ragione avversa e ribellante.
Però nulla bramaro il velo o 'l manto a quelle nude alfine ascose parti, a cui la nova età poi d'oro e d'ostro cercò le vesti, e ricca e varia pompa
con mille preziosi ed aurei fregi. In questa guisa fece il Padre eterno questa del mondo sì mirabil mole, e l'uom creò, ch'è quasi un picciol mondo,
e la compagna sua formò da sezzo, e pose fine a le sue nobili opre. Allor non solo le superne menti, gli angeli dico e le virtù celesti,
essaltando lodar l'eterno Padre, ma i cieli anco il lodaro, e 'nsieme a prova l'acque ch'ei sovra i cieli avea raccolte, il celebrar con alto e chiaro suono.
Lodollo il sole, e voi lucenti stelle, e tu 'l lodasti ancora, o bianca luna. O nubi, e voi, voi nubi oscure e nembi, e voi nevi e pruine, e voi tonando
il celebraste ancor folgori ardenti. E 'nsieme risonar la notte e 'l giorno del suo gran nome, e 'l gran rimbombo accolto s'udì ne la serena e chiara luce
e ne l'oscure ed orride tenèbre. La terra ancor sovra se stessa al cielo essaltava il Signor con lodi eccelse. E l'essaltar sovra il lor giogo i monti
alpestri e duri, e i verdi ombrosi colli, e mormorando insieme il mar sonante. E mormorar i fonti e i vaghi fiumi s'udian del glorioso e santo nome.
E gli augelli ne l'aria, e i vaghi pesci, e le selvagge e mansuete belve facean de le sue lodi un chiaro canto. Lodarlo poscia entro gli adorni tempi
i sacerdoti ne' sonori carmi. E l'anime de i giusti, e i nudi spirti non tacquer le divine eterne lodi. Talchè a lui di tre mondi un sol concento
de la sua eccelsa gloria ognor rimbomba, ma pur questo corporeo e veglio e stanco, e seco l'altro che s'invecchia e langue, dopo sì lungo raggirar de' lustri,
già de' secoli al fine il loda e canta. E dice: "O mio Signore e Padre eterno, che già di nulla mi creasti adorno mirabilmente, e mi servasti in vita
poscia nel gran dilluvio e ne gli incendi, io per me son caduca e grave mole, e ruinosa alfin, non pur tremante. Ma la tua destra mi sostiene e folce
sì ch'io non caggio. E 'n me rivolge 'l corso perpetuo ancor sopra la stabil terra. Talchè 'n sì lunga età, lasso e vetusto, a me stesso fanciullo ancor somiglio,
e gli ornamenti miei non vario o perdo, nè di tanti lucenti ed aurei fregi manca pur uno. E s'io da te disgiunto, senza indugio sarei converso in nulla.
Quanto m'è dato, a te mi unisco amando, e ne le parti mie ti adoro e cerco umilemente, e te sospiro e bramo. E ti piango talor, e in folta pioggia
quasi mi stillo, e 'l mio fallire incolpo. E nel pianto e nel canto a te consacro, quanto lece, me stesso, acciò che a sdegno non prenda in me la tua divina imago,
e 'l simolacro di tua mano impresso. Ma fuor di me pur ti ricerco e piango. Dove sei? dove sei? chi mi ti asconde? chi mi t'invola, o mio Signore e Padre?
Misero, senza te son nulla. Ahi lasso! E nulla spero: ahi lasso! e nulla bramo. E che posso bramar se 'l tutto è nulla, Signor, senza tua grazia? A te di novo
sovra me stesso pur rifuggo, e prego teco sovra me stesso unirmi amando. Già mi struggo d'amor, languisco amando. E s'altro incendio mi consuma e strugge,
l'amor tuo più lucente, e 'n altra forma poi mi rifaccia, e le fatighe e 'l moto tolga a la mia natura egra e languente. Abbia riposo alfin lo stanco e veglio
mondo, che pur s'attempa, e 'n te s'eterni sin che sempre non sia volubil tempio, ma di tua gloria alfin costante albergo". Così ragiona il mondo. E sorda è l'alma
che non ascolta i suoi rimbombi e 'l canto, e seco non congiunge il pianto e i prieghi.
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