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1544–1595

61

Torquato Tasso

Già il lieto anno novello Da la man de l'amante Nel celeste Monton Venere prende E nel felice hostello

Con sì lieto sembiante Gli occhi in lui volge, che d'amor l'accende: Et ei benigno splende, Ver lei converso, e mille,

Dal lampeggiar del riso De l'uno e l'altro viso, Piovon d'alta virtù calde faville; E non par, come suole,

Degli amor loro invidïoso il sole. Al lor riso amoroso Giove arride, e s'allegra Ogn'altro dio del ciel, stabile e vago;

Né tesse il vecchio sposo Ne la fucina negra Reti ond'avinca l'amatrice e 'l vago, Ma par ch'anch'ei sia pago

De' suoi nobili scorni, E 'nsieme arme e monili Tempra e fregi gentili Ond'abbellisca sue vergogne ed orni.

Fratanto acceso è in zelo D'amor l'aria, la terra, e l'acqua e 'l cielo. La lor doppia virtute Infonde ardire e forza

Ne gli augei, ne le fere e ne gli armenti. L'hispide coste hirsute Indura a dura scorza L'aspro cinghiale, e l'ire aguzza e i denti:

Fiede co 'l corno i venti Il tauro, anzi l'assalto, E poi co 'l suo rivale Viene a pugna mortale,

Tingendo i paschi di sanguigno smalto, Finché l'amata e 'l regno L'un cede, e parte, pien d'onta e di sdegno. La generosa belva

Erra, obliando i figli, Dietro il suo maschio (Amor le segna l'orme) Et han ne l'alta selva Via più feri gli artigli

Le tigri infuriate, e l'orso informe. Né freddo o pigro dorme Spirto d'amor guerriero Nel cervo e, 'l suo natio

Timor posto in oblio, Se n' va con fronte minacciosa altero, Né, come suol, sospetta, S'ode veltro latrar, fischiar saetta.

Che dirò de le linci? Che de' pardi dipinti? Che di tanti altri, Amor, timidi o forti? Se non che, mentre vinci,

Tu rendi invitti i vinti, E, mentre ingarmi, gli ingannati accorti? O dolci vezzi e scorti, O bell'arme celesti,

Ove maggiori effetti Che ne gli humani petti Op<r>ate? Od in quai, più che ne gli honesti? O qual è miglior esca

Ove immortale ardor s'apprenda e cresca? Di meza notte, il verno, À nembi, a le procelle Crede la vita il giovinetto audace

E prende i flutti in scherno, Ch'a lui per molte stelle Vagliono i rai d'un'amorosa face E di questa a sé face

Orse insieme e Polluce. E dal turbato vento A diffender è intento Con l'ale Amor la tremolante luce,

E nel suo cielo ei pensa Che sia poi stella a gli amatori accensa. Altri, ov'a pugna invita Il metallo canoro,

Fa di sé ne' theatri altera mostra, Né ghirlanda fiorita Di fior d'argento e d'oro Il move, o ricco pregio altro di giostra,

Ma quella, c'hor si mostra Vergine bella, et hora Con un bel vel s'asconde, Qual augellin tra fronde

O 'n mar delfin, o 'n vaga nube Aurora, E ch'al pensier propone Altri premi, altro arringo, et altro agone. Ne gli amori del mondo

Sento ch'in me s'indonna Virtù ch'in tutte l'alme hor signoreggia, E co 'l desio m'ascondo Spesso in leggiadra gonna,

Qual novo Achille entro feminea greggia: E sì il pensier vaneggia Che poi di veder parmi Chi militari spoglie

Mi mostri e me n'invoglie, Et odo un suon di tromba e corro a l'armi. Alfin, del vero avista, L'alma il suo dolce error piange, e s'attrista.

Misero!, chi mi tragge Dal loco in cui Fortuna Via più spesso ch'Amor vien che saette? Oimè, chi mi sottragge

A gli strali de l'una E de l'altro al ferir segno mi mette? Belle et al ciel dilette Suore, ch'a me sarete

Donne non già, ma Dive Vere e presenti e vive, Udite i prieghi miei benigne e liete E guidate in arringo

Me che scherzando incontra voi m'accingo. Canzon, in vago monte ire a diporto Ambe vedrai; di brama Campo qui no, ma sepoltura e fama.

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