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1544–1595

60

Torquato Tasso

Io son la Gelosia, c'hor mi rivelo D'Amor ministra, in dar tormento a' cori. Ma non discendo già dal terzo cielo, Dov'Amor regna: ché due son gli Amori,

Né colà su può loco haver mio gelo, Tra le divine fiamme e i puri ardori. Non però da l'inferno a voi ne vegno, Ch'ivi Amor no, ma sol vive odio e sdegno.

Forma invisibil sono, e mio ricetto È non chiuso antro od horrida caverna, Ma lieta selva, od horto, o regio tetto, E spesso stanza de' cuor vostri interna:

E formate ho le membra, e questo aspetto D'aria ben densa, e la sembianza esterna Di color vari ho così adorna e mista Che di Giunon l'ancella appaio in vista.

Questo che mi ricopre, onde traluce Parte però del petto bianco e terso, D'aria è bel velo e, posto in chiara luce, Prende sembiante ad hora ad hor diverso:

Hor qual piropo al sol fiammeggia e luce, Hor nero, hor giallo, hor verde il vedi, hor perso, Né puoi certo affermar ch'egli sia tale, E di color sì vari anche son l'ale.

Gli homeri alati, alati anchora ho i piedi Sì che Mercurio e 'nsieme Amor simiglio, E ciascuna mia penna occhiuta vedi D'aureo color, di nero e di vermiglio.

Pronta e veloce son più che non credi, Popol che miri. Il sa Venere, e 'l figlio, Leve fanciul, che fora un tardo veglio: Ma se posa e se dorme, io il movo e sveglio.

Questa c'ho ne la destra è di pungenti Spine, onde sferzo degli amanti il seno. Ben ho la sferza anchor d'empi serpenti Fatta e 'nfetta di gelido veneno,

Ma su le disleali alme nocenti L'adopro, quai fur già Theseo e Bireno. L'invidia la mi diè, compagna fera Mia, non d'Amor: la diede a lei Megera.

Non son l'Invidia io, no (se ben simile Le son), come ha creduto il volgo errante. Fredde ambe siam, ma con diverso stile: Pigra ella move, io porto ale a le piante

E mi scaldo nel volo; ella in huom vile, Io spesso albergo in cor di regio amante; Ella fel tutta, e mista io di dolzore; Ella figlia de l'odio, io de l'Amore

Me produsse la Tema, Amore il seme Vi sparse, e mi nudrì cura infelice. Fu il latte che mi diè, pianto, c'hor preme Giusto disdegno, hor van sospetto elice.

Così il padre e la madre assembro insieme E 'n parte m'assomiglio a la nutrice, E 'l cibo anchor che nutricommi in fasce È quel che mi diletta e che mi pasce.

Di pianto anchor mi cibo e di pensiero E per dubbio m'avanzo e per disdegno E mi noia egualmente il falso e 'l vero E quel ch'apprendo in sen fisso ritegno.

Né sì né no nel cor mi sona intiero, E varie larve a me stessa disegno: Disegnate le guasto e le riformo E 'n sul lavor mai non riposo o dormo.

Sempr'erro e ovumque i vado, i dubbi sono Sempre al mio fianco, e le speranze a lato: Ad ogni cenno adombro, ad ogni suono, A un batter di palpebre, a un trar di fiato.

Tale è mia qualità quale io ragiono, Principi!, e voi cui di vedermi è dato: Et hora Amor, fra mille lampi e fochi vuol ch'io v'appaia ne' notturni giochi.

Perché, s'avien ch'al sonno i lumi stanchi La notte inchini e la quiete alletti, Io vi stia sempre stimolando a' fianchi E co 'l timor vi desti e co' sospetti:

Ond'a la scena spettator non manchi, Né gli histrioni suoi restin negletti. Ma vien chi m'accomiata. Ecco io gli cedo Et invisibil qui tra voi mi siedo.

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