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1544–1595

570

Torquato Tasso

Lascia, Musa, le cetre e le ghirlande di mirto e i bei mirteti, ove talvolta dolce cantasti lagrimosi carmi; e prendi lieta altera cetra e grande,

coronata d'allor, ché a chi n'ascolta canto si dee che agguagli il suon de l'armi; or tuo favore a me non si risparmi più ch'a quei che cantar Dido e Pelide:

ché, se ben lodo pargoletto infante, è 'l ragionar d'Atlante minor soggetto; e 'l ciel già sì gli arride che può in cuna agguagliar l'opre d'Alcide.

Già può domare i mostri, ed or lo scudo tratta, or con l'elmo scherza, e Palla e Marte l'asta gli arruota l'un, l'altro la spada; ed egli al folgorar del ferro ignudo

intrepido sorride e con lor parte l'ore, né scherzo alcun tanto gli aggrada. Mentre a' fieri trastulli intento bada soave canto di nutrice o vezzi

non gli lusinghin gli occhi al sonno molle, ma 'l suon ch'alto s'estolle lo svegli, e già i riposi e l'ozio sprezzi e vere laudi ad ascoltar s'avvezzi.

Quinci Lorenzo e quinci Cosmo suone a le tenere orecchie, e 'n lor si stille dolce ed alta armonia de' fatti egregi. Tal, ma in più ferma età, dal suo Chirone

udia cantar l'avventuroso Achille del genitore e del grand'avo i pregi. Oda che, scinti d'arme, in toga i regi temuti in guerra e i capitani invitti

agguagliar di fortuna e di valore; oda che al primo onore l'arti greche e romane e i chiari scritti tornaro e sollevar gl'ingegni afflitti.

Di Giulio ancor la vendicata morte, ch'ebbe a l'antico Giulio egual fortuna, sappia, e per duol ne pianga e ne sospiri: sappia ch'in ciel traslato or gli è consorte

d'onore, e, quando l'orizzonte imbruna, fra l'altre stelle lampeggiar rimiri la Giulia luce e vigilar ne' giri, mentre ad ogni alma al sangue suo rubella

con orrido splendor, con fiera faccia sangue e morte minaccia. Teman pur gli empi i rai de l'alta stella, ché o custodire o vendicar puot'ella.

Oda poi lode più famose e conte de' lor due grandi e generosi eredi del sacro peso de l'imperio onusti, i quai di tre corone ornar la fronte,

calcar gli scettri e dal gran seggio i piedi porser sovente a' regi ed a gli augusti: oda come fur saggi e forti e giusti; come per liberar l'Italia e Roma

l'uno e l'altro sudò sotto il gran manto; e 'nsieme onori il canto gli altri che d'ostro e d'or fregiar la chioma, e lei che Francia armata in gonna ha doma,

Ma sovra mitre e scettri alti e diademi s'innalzin d'un guerrier l'arme onorate, che scudo fu d'Italia e spada e scampo, per cui poteva a' prischi onor supremi

di novo ella aspirar; ma in verde etate passò, quasi nel ciel trascorre un lampo. Vedova la milizia ed orbo il campo rimase, e de' ladroni arte divenne

quella che ne le tue superbe scuole, Marte, apprender si suole; e s'ammutir, quando il gran caso avvenne, le lingue tutte e si stemprar le penne.

Ma pur figliuol lasciò l'alto guerriero onde il natio terren si fé giocondo per nova speme; e non fu già fallace, ché i fondamenti del toscano impero

fermò poi sì, che per crollar del mondo nulla si scuote e sta sicuro in pace, e l'onora l'Ibero e 'l Franco e 'l Trace. Questo lo specchio sia, questo l'oggetto

a cui rivolga vagheggiando i lumi: quinci i regi costumi, quinci il valor e 'l senno il pargoletto tragga e n'imprima e formi il molle petto.

Ma rivolga ancor gli occhi a' veri e vivi spegli d'ogni valor; miri il gran padre tra 'l fratel sacro e tra l'armato assiso: quinci anco i semi di virtù nativi

maturi, e d'alte imagini leggiadre s'empia e fecondi, e i baci lor nel viso lietamente riceva e 'l mostri al riso con cui ben li distingua; indi la mano

al fianco del gran zio sicura stenda e la spada ne prenda, e tra sé volga, onore alto e sovrano, trofei, vittorie, il Nilo e l'oceano.

Gran cose in te desio; ma ciò che fora mirabile in altrui, leve in te sembra, o discesa dal ciel Progenie nova: ch'a te ridon le stelle, a te s'infiora

anzi tempo la terra, a te le membra, qual pargoletta al ballo, orna e rinnova; si placa il vento, e l'aria e l'acqua a prova a te si raddolcisce e rasserena,

e depongon per te le fere il tosco; stilla a te mele il bosco; a te nudre il mar perle ed or l'arena, e scopronti i metalli ogni lor vena.

Mille destrier a te la Spagna serba, e mille altri ne pasce il nobil regno che si bagna ne l'Adria e nel Tirreno, de' quai parte con fronte alta e superba

erra disciolta, e parte altero sdegno in fumo spira e morde il ricco freno; e duolsi il Carrarese e marmi a pieno non stima aver in cui si affretti e sudi

per formar templi ed archi e simolacri in tua memoria sacri; e Mongibel rimbomba, e 'n, su l'incudi ti fan già l'armi i gran giganti ignudi.

Canzon, s'a' piè reali tua fortuna t'invia, prega, ma taci, e 'l pregar sia con umiltà di baci.

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