Lascia, Imeneo, Parnaso, e qui discendi ove fra liete pompe il regal fiume col canto de' suoi cigni a sé t'appella. Ben sai ch'a' tuoi ritorni ognor più rendi,
come prescritto è da fatal costume, d'inusitata gioia adorna e bella questa non pur famosa riva e quella, che di trofei più che di piante abbonda,
ma 'l vecchio Tebro e 'l Nilo e 'l più lontano lido de l'oceano: quinci Italia è d'eroi sempre feconda, quinci al Franco al Germano
mille rivi comparte, e, quasi un mare, nulla scema in se stessa ella n'appare. Quinci non pur superba e gloriosa la terra va che lor palme ed allori
con più fertile sen nutre e produce, ma la parte immortale e luminosa par che con nove stelle indi s'onori e splenda a noi con più serena luce:
perché, sì come già Teseo e Polluce, Romulo e quel che presso a lui s'asside ne l'aureo albergo peregrini accolse, tal da' mortali tolse
i Guelfi e gli Azzi e l'uno e l'altro Alcide e per suoi dei lor volse: onde regnar l'avventurosa prole vede, o sotto si miri o sopra il sole.
Vieni, Imeneo! dal tuo venire aspetta novi la terra e 'l ciel divi ed eroi, né mai più nobil alme in un giungesti: oh, quanto altrui più cara e più diletta
spiegherà la gran Quercia i rami suoi, se di sì nobil verga or tu l'innesti! Si farà il secol d'auro; e sol da questi vorrà il mondo il suo cibo; e certa e vera
voce piena n'udrà d'alti consigli ne' dubbi e ne' perigli. E dritto è ben che ne la Quercia altera l'Aquila albergo pigli:
sacra a Giove è la Quercia, e, sacra a Giove, l'Aquila al proprio nido or lieta move. Vieni, vieni, Imeneo, dove il regale amante ne' begli occhi, in cui sfavilla
celeste onor, si pasce e te sospira. Oh che degna t'invita ed immortale schiera! Qui seco è placida e tranquilla Bellona e Marte senza ferro ed ira:
ché l'armi ond'a domar quelli empi aspira ch'impongon monti a monti incontra 'l cielo in un de' suoi gran rami ora depone. Qui senza il fier Gorgone
è Palla in bianca veste e 'n puro velo; qui Febo, che corone di lauro e quercia al crin gl'intesse e 'n tanto empie altrui di se stesso e sveglia al canto.
Qui vedrai fra le Grazie e fra le Muse la vergine seder timida e lieta, cui Ciprigna è nel volto e Delia in seno. Ma ecco germogliar da le più chiuse
vene tra 'l gielo i fiori e molle e cheta l'aura e rider intorno il ciel sereno; ecco quasi un vermiglio aureo baleno! Imeneo scende, ed una man la face
scote accesa in quel foco onde ferventi son le superne menti; ne l'altra è un laccio lucido e tenace ch'innanzi a gli elementi
il Fabro eterno di mirabil tempre formò, perch'egli stringa e piaccia sempre. Solvi, o felice sposo, il casto cinto che severo custode a te riserba
puri e 'n cielo graditi almi diletti: vivi, or che puoi, tra que' bei nodi avvinto, ché Marte omai questa tua etade acerba par ch'a le dure sue fatiche affretti.
Par che veder da la tua destra aspetti Senna e Reno placati, e 'l Trace invitto sin qui (vergogna pur del nostro nome) gemer sott'aspre some,
e le campagne del fecondo Egitto tutte trascorse e dome: onde il grand'avo tuo pieni rimiri per te, sua viva imago, i suoi desiri.
Cigni del Po, cui tal dà cibo ed ombra che men fora Permesso a voi giocondo, alzate il canto e 'l volo alzate insieme ch'anco i folgori teme:
però che, mentre l'ali il nobil pondo de' lor nomi vi preme, placido il ciel v'arride, e col felice incarco al sen di Giove erger vi lice.
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