Mentre ch'a venerar movon le genti il tuo bel nome in mille carte accolto, quasi in sacrato tempio idol celeste; e mentre che ha la Fama il mondo volto
a contemplarti e mille fiamme ardenti d'immortal lode in tua memoria ha deste; deh! non sdegnar ch'anch'io te canti, e 'n queste mie basse rime volontaria scendi,
né sia l'albergo lor da te negletto, ch'anco sott'umil tetto s'adora Dio cui d'assembrarti intendi, né sprezza il puro affetto
di chi sacrar face mortal gli suole, benché splenda in sua gloria eterno il sole. Forse, come talor candide e pure rende Apollo le nubi e chiuso intorno
con lampi non men vaghi indi traluce, così vedrassi il tuo bel nome adorno splender per entro le mie rime oscure e 'l lor fosco illustrar con la sua luce;
e forse anco per sé tanto riluce che, ov'altri in parte non l'asconda e tempre l'infinita virtù de' raggi sui, occhio non fia che in lui
fiso mirando non s'abbagli e stempre: onde, perch'ad altrui col suo lume medesmo ei non si celi, ben dei soffrir ch'io sì l'adombri e veli.
Né spiacerti anco dee che solo in parte sia tua beltà ne' miei colori espressa da lo stil ch'a tant'opra audace move: però che, s'alcun mai, quale in te stessa
sei, tal ancor ti ritraesse in carte, chi mirar osaria forme sì nove senza volger per tema i lumi altrove? Or chi, mirando folgorar gli sguardi
de gli occhi ardenti e lampeggiar il riso, e 'l bel celeste viso quinci e quindi avventar fiammelle e dardi, non rimarria conquiso,
bench'egli prima in ogni rischio audace non temesse d'Amor l'arco e la face? E certo il primo dì che 'l bel sereno de la tua fronte a gli occhi miei s'offerse
e vidi armato spaziarvi Amore, se non che riverenza allor converse e meraviglia in fredda selce il seno, ivi peria con doppia morte il core.
Ma parte de gli strali e de l'ardore sentii pur anco entro 'l gelato marmo; e s'alcun mai per troppo ardire ignudo vien di quel forte scudo
ond'io dinanzi a te mi copro ed armo, sentirà 'l colpo crudo di tue saette ed arso al fatal lume giacerà con Fetonte entro 'l tuo fiume,
Ché per quanto talor discerne e vede de' segreti di Dio terrena mente, che da Febo rapita al ciel se 'n voli, provvidenza di Giove ora consente
ch'interno duol con sì pietose prede le sue bellezze al tuo bel corpo involi: ché, se l'ardor de' duo sereni soli non era scemo e 'ntiepidito il foco
che ne le guance sovra 'l gel si sparse, incenerite ed arse morian le genti, e non v'avea più loco di riverenza armarse;
e, ciò che 'l fato pur minaccia, allora in faville converso il mondo fora. Ond'ei, che prega il ciel che nel tuo stato più vago a lui ti mostri e ch'omai spieghi
la tua beltà che 'n parte ascosa or tiene, come incauto non sa che ne' suoi preghi non chiede altro che morte? E ben il fato di Semele infelice or mi sovviene,
che 'l gran Giove veder de le terrene forme ignudo bramò, come de' suoi nembi e fulmini cinto in sen l'accoglie chi gli è sorella e moglie;
ma sì gran luce non sostenne poi, anzi sue belle spoglie cenere fersi, e nel suo capo reo né Giove stesso a lei giovar poteo.
Ma che? forse sperar anco ne lice che, se ben dono ond'arda e si consumi tenta impetrar con mille preghi il mondo potrà poi anco al sol di duo be' lumi
rinnovellarsi in guisa di fenice e rinascer più vago e più giocondo; e quanto ha del terreno e de l'immondo tutto spogliando, più leggiadre forme
vestirsi; e ciò par ch'a ragion si spere da quelle luci altere, ch'esser dee l'opra a la cagion conforme. Né già si puon temere
da beltà sì divina effetti rei ché vital è 'l morir se vien da lei. Canzon, deh! sarà mai quel lieto giorno che 'n que' begli occhi le lor fiamme prime
raccese io veggia e ch'arda il mondo in loro? Ch'ivi, qual foco l'oro, anch'io purgarei l'alma; e le mie rime foran d'augel canoro,
ch'or son vili e neglette, se non quanto costei le onora col bel nome santo.
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