Già s'era intorno la novella udita de la morte d'Alcide, a le cui spalle la Chiesa il suo gran peso avea commesso: l'Italia si dolea ché 'n dubbio calle
vedea di Dio la greggia errar smarrita e gl'inimici lupi aver già presso. E qual è di dolor segno sì espresso che non mostrasse allor? Dicanlo i rivi,
a cui col suo gran pianto accrebbe l'onde; ditel voi, che di fronde con gli accesi sospir, boschi, vi ha privi; Eco, dì 'l tu, ch'altronde
tanti mai non udisti aspri lamenti, né l'iterasti in sì pietosi accenti. Ma ne l'alma città ch'inonda il Tebro, com'ella maggior parte ebbe nel danno,
così di duolo maggior segno apparse, qual mostrò allor che 'l suo fiero tiranno, di furore e di sdegno insano ed ebro, lei di voraci fiamme intorno sparse
e le colonne e gli archi e i templi le arse, e ciò che prima alzar gli antichi Augusti, ché memoria del fatto anco non langue; e sol poscia col sangue
forse bramò de gl'innocenti e giusti (ahi, più crudel d'ogni angue!) spegner l'incendio rio, che 'n un sol punto l'opre di tanti lustri avea consunto.
Or nel danno comun, nel novo lutto de l'umil plebe e de gli eccelsi padri, fra querele e sospir sì spesse e tanti, dentro premendo i pensier foschi ed adri
sol mostra il gran Francesco il ciglio asciutto ed assai men turbati atti e sembianti. Ma pur, benché di nero il mondo ammanti l'ombra che fuor del terren grembo sorge,
e 'l ciel spieghi i bei lumi in lui contesti, egli tien gli occhi desti, né quiete a le membra afflitte porge ned a gli spirti mesti;
e, mentre pensa a l'aspre sue sventure, ondeggia in ampio mar d'acerbe cure. Al fin quando ogni lampa in cielo appare più fosca, quasi lume a cui già manche
il nutritivo umor che lo mantiene, gli serpe a forza il sonno entro le stanche luci e i sogni n'apporta, onde gli pare d'esser translato in parti alte e serene.
Ed ecco quivi intanto a lui ne viene il sacro Alcide: oh, come gli occhi e 'l volto venerando ed altero, e come queto vista! oh, come lieto
in atti! oh, come in quei dimostra sciolto del suo core il secreto! Cinto ha d'ostro le membra e 'l crin di stelle, e quinci e quindi sparge auree fiammelle.
Repente un novo orror per l'ossa scorre al saggio suo nipote e gli s'agghiaccia il sangue intorno al core e si costringe; pur distende ver quel l'amiche braccia;
ma quel, che cerca tra le man raccorre gli atomi, sol il vento e l'aria stringe: onde nel volto di rossor si pinge, poi dice: "Padre, a me chi ti riduce?
Forse ritorni ad abitar là giuso? o pur ha noi deluso vano rumore, e tu d'umana luce godi nel corpo chiuso?
Ché pura forma e di materia scossa com'è ch'esser de gli occhi oggetto possa?" Allora quel da luogo eccelso e chiaro e di lucenti e spesse stelle adorno,
le quai mente divina informa e move, incominciò: "Verace fama intorno di me si sparse, e 'l passo altrui sì amaro lieto varcai, ch'i piè mi resse Giove.
Or vuoi l'amor, ch'a mille segni altrove già d'averti dimostro a te rimembra, che te de' fatti tuoi renda presago. Io di lieve aer vago
formato a me medesmo ho queste membra, del corpo vana imago; ma, perché punto il tempo unqua non tarda, miei detti accogli e serba, e 'n giù risguarda,
Mira là quella turba in un ridutta da più parti, e 'n più parti e 'n sé divisa ed in somma discordia, or sì concorde, com'ella il cielo ad espugnar s'avvisa
col valor de' giganti ond'è condutta, né di se stessa par che si ricorde. Oh, quante incontra Dio profane e lorde lingue son mosse! oh, quante inique spade!
oh, quanti monti un sovra l'altro eretto! Ove ed a qual effetto ne vanno? onde tal rabbia? onde in lor cade sì reo, sì folle affetto?
Deh! qual confusion in voi si vede di lingue sì, ma più d'opre e di fede? T'armerà Dio di folgori tremendi la forte destra a ciò che i sacri tempi
securi sian da questi iniqui e stolti. Ecco, io tonar già t'odo; ecco già gli empi smarriti al fiammeggiar de' lampi orrendi; eccoli già percossi e in fuga volti.
Saran tra le ruine altri sepolti de le gran moli a danno lor composte; fian da le fiamme in polve altri conversi, altri n'andran dispersi;
altri, con l'alme al ben oprar disposte, da lo stuol de' perversi si ridurran sotto tue fide scorte, e tu loro aprirai del ciel le porte.
Ma, pria che questo avvenga, al tuo destino tu medesmo un sentier largo prepara e 'n sino ad or t'infiamma a nobil guerra; e perché possi ogni superba avara
voglia sprezzar, tien giù lo sguardo chino e vedrai quanto è angusta e vil la terra, e in quanto breve giro in lei si serra la vostra gloria e la potenza umana,
che così par ch'ogni mortale apprezze. Deh! saran sempre avvezze le vostre menti in seguir l'ombra vana del ben, fama e ricchezze,
ch'acquistate in molti anni e ch'in brev'ora l'ingordo tempo al fin strugge e divora? Vedi come la terra in cinque cerchi distinta giace, e che ne son due sempre
per algente pruina orridi e inculti; deserto è il terzo ancora, e che si stempri pare e si sfaccia ne gli ardor soverchi. Restan sol quelli frequentati e culti,
ma sono a l'un de l'altro i fatti occulti. Quante interposte in loro e vaste e nude solitudini scorgi, e 'n ogni parte, quasi macchie cosparte,
lor come isole il mare intorno chiude! E quel che 'n voce e 'n carte è oceano chiamato ed ampio e magno, che sembra or se non un picciol stagno?
Omai dunque da l'ime a le supreme parti il cor volgi e lieto al ciel aspira, onde l'animo nostro origin prende ché questo, il qual de' globi intorno gira
ordin meraviglioso unito insieme per man del Mastro eterno, in sé t'attende. E questa, che del cielo il moto rende dolce armonia mista d'acuto e grave,
a cui pur dianzi chiusi eran tuoi sensi, ti desti; e quindi accensi tuoi spirti sian di sacro ardor soave, sin ch'altro miri e pensi".
Così detto ei disparve; a quegli il seno restò di gioia e di stupor ripieno. Piangano gli altri il chiaro Alcide estinto: canzon, tu canta lui che 'n cielo è divo,
e vive in terra ancor nel gran nepote: questi è ben tal che puote far che 'l mondo di lui non paia privo; né fian d'effetto vuote
l'alte speranze già da noi concette, s'egli è pur ver che Febo il ver ne dette.
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