Quel che rimira le contese e i pregi de' lottatori, o di chi leve al corso le membra ignude in dì solenne affretti, o de' guerrieri pur l'imprese e l'armi
diverse in largo campo o 'n chiuso arringo, e i duri incontri in torneamento e in giostra, sente in se stesso un movimento interno, ond'è commosso e concitato insieme
con quei che fan tra lor duro contrasto, e col suo propio affetto inchina e pende più sempre ad una parte, e brama e spera la vittoria da quella, e spesso inalza
per rincorar i suoi la voce e 'l grido. Così chi di celesti obietti eterni e de le cose smisurate e grandi mira le maraviglie, o pure ascolta
quel ch'ogni estima, ogni giudizio avanza de l'inerrabil sapienza ed arte, convien che seco, anzi in se stesso apporti gl'impeti interni e 'l vivo ardore, e 'l zelo
fervido, a contemplar rivolto e fisso tai cose e tante, in pochi giorni al suono fatte de la divina, eterna voce. E dee con ogni forza insieme accolta,
come compagno e come fido amico, trovarsi nel contrasto e darne aita, perchè non si nasconda e non s'adombri la verità; ma senza inganni o falli
risplenda e di sua luce i cori illustri. Ma che dico? ed a chi ragiono e parlo? Mentre in sì faticosa e giusta impresa quasi ardisco di porre i cieli in lance
e pesar l'universo appeso in libra, le prime opre narrando e i primi giorni e i natali del mondo; e i primi e gli alti princìpi suoi non ricercando a caso
fra le menzogne de la Grecia antica, dove per suo voler s'accieca e perde altri, filosofando, il dritto lume; o pur ne l'Accademia e nel Liceo,
o ne l'error del tenebroso Egitto, ma da colui, che fuor ne trasse, e scorse i fidi suoi per mezzo al mar sonante: egli mi tragga ancor securo a riva
da questo sì turbato e sì profondo mar d'ignoranza e di superbia umana. Anzi pur tu, che lui rassembri, o Padre sommo, e rinovi il primo e santo essempio:
tu, che somigli lui, somigli ancora il Re del cielo, ond'ei fu quasi imago, ma pur nascosa fra gli orrori e l'ombra del secol prisco; e tu sei l'altra or vera
spirante imago e simolacro illustre de l'alta gloria sua, che nulla adombra, onde co' raggi suoi riluci e splendi; piacciati tanto al mio turbato ingegno
compartir di quel santo e puro lume, che transfuso da te, conduca e scorga l'alme gentili e i pellegrini spirti. E se giamai gli occhi levaro in alto
in bel sereno, lucido, notturno a l'immortal beltà de l'auree stelle, pensando a l'opre del fattore eterno, chi è colui che fece il cielo adorno
e tutto il variò, quasi dipinto con sì diversi fior di luce e d'auro? e come ne le cose esposte a' sensi necessità tanto il piacere eccede?
E se 'n tal guisa fur mirando apprese del sommo Dio le maraviglie eccelse, e da quel che si vede e scopre agli occhi fur note poi l'altre invisibil forme,
posson ben questi empier le sedi intorno di questo sacro a Dio teatro, e i gradi ove la gloria sua si narra e canta. O possa io pur, sì come guida e scorta,
ch'ignoto peregrin conduce intorno, e gli edifici e le mirabili opre di famosa città gli addita e mostra, così condur le peregrine menti
de' mortali qua giù mai sempre erranti a le sublimi maraviglie occulte di quest'ampia città, di questa io dico città celeste, ove è la patria antica
di noi figli d'Adamo e l'alta reggia, in cui gli eterni premi il Re comparte. Ma poi cacciati in doloroso essiglio fummo dal micidial demon superbo,
che pria dolce n'adesca e poi n'ancide d'eterna morte, e 'n servitù n'adduce a' duri lacci del peccato avinti co' nodi di fortissimo adamante.
E qui potran veder securi e certi de la nostra immortale e nobile alma l'alto principio e la celeste origo. E quella, che repente indi n'assalse,
orrida e spaventosa e fiera morte, che del peccato è dolorosa figlia: del peccato, ch'è prole e primo parto del superbo demonio a Dio rubello,
principe di malizia, e quasi fonte ond'ogni mal fra noi si versa e spande. Qui conoscer potran se stessi ancora, chè per natura son terreni e frali,
ma pur de la divina e santa destra de l'eterno Signor fattura ed opra. E conoscendo se medesmi alzarsi a conoscer Iddio, che fece il tutto,
ed adorar il creator del mondo e servir al Signor, dar gloria al Padre, amar quel che ci nutre e ci conserva, lodar quei ch'i suoi beni a noi comparte,
principe a noi de l'una e l'altra vita caduca ed immortale, in terra e 'n cielo, apprender qui potranno, e sazi e stanchi non saran mai di celebrarlo a prova:
perch'ei co' doni, onde arricchisce e illustra e fa lieti qua giù gli egri mortali, conferma ancor le sue promesse antiche de' tesori celesti e de l'eterno
regno divino, ove ne chiama a parte e l'umana speranza inalza e folce, che sempre per se stessa a terra serpe. Ma se le cose, al variar de' tempi
qua giù soggette, son pur tali e tante, quali e quante fian poi l'eterne in cielo? e se quel che si vede a gli occhi nostri piace cotanto, or quai saranno al fine
gl'invisibili oggetti a l'alta mente? se del ciel la grandezza in guisa avanza ogni misura de l'umano ingegno, chi la natura senza fine eterna
fia che comprenda? e s'egli è pur sì bello, o pur sì grande e sì veloce il sole, e sì ordinato ne' suoi obliqui giri, sì moderato al mondo e sì lucente,
in guisa d'occhio che l'adorni e illustri; se mai de la serena e chiara vista non ci lascia partendo a pien contenti, bench'egli pur soggiaccia a tarda morte,
quando che sia, deh qual bellezza eterna nel gran Sol di giustizia altri contempla? se sol non veder questo al cieco è pena, qual sarà pena al peccator ingrato
l'esser privo d'eterna e vera luce? Era già fatto inanzi il primo cielo e la terra, e la luce ancor creata, e già distinta era la notte e 'l giorno,
ed era fatto ancor quel cielo appresso, che da la sua fermezza il nome prende, confine estremo del sensibil mondo. E l'arida, pur dianzi occulta e immersa
tutta ne l'acqua, era scoperta in parte da l'ondeggiante umore. E 'nsieme accolte eran già l'acque nel lor propio loco. Pieno la terra omai de' propi parti
aveva il grembo, e di fecondi germi tutto d'erbe e di fior dipinto e sparso. E frondeggiava de l'ombrose piante la verde chioma; e pur ancor non era
il sole, over la luna; e quel nomato non era de la luce eterno padre e padre de le cose, e quasi fabro, di quelle, dico, che produce e nutre
la madre terra; e 'l vano e falso errore de' mortali che il senso inganna e guida, quasi fallace e lusinghiera scorta, non l'avea fatto Dio. Ma l'opre illustri
avea fornito Dio del terzo giorno, e dava ormai lieto principio al quarto. "E sian fatti" diss'egli "i duo gran lumi del fermo cielo; e questo e quel risplenda
sopra la terra, e sia diviso e scevro in disparte del giorno, ed in disparte la metà de la fredda oscura notte." Così diss'egli, e fece i duo gran lumi.
Ma chi disse? e chi fece? Or non intendi de la doppia persona il grande, occulto, ineffabil mistero e infuso e sparso, la sacra istoria di saper profondo
rivelato per grazia a' vecchi Padri, che ne l'antiche carte ancor s'adombra, quasi per nube, e ne si vela in parte? E non conosci ancor de l'alta voce
quanto giovi a' mortali il santo impero? "Risplendan" disse Iddio "sovra la terra per illustrarla, e l'agghiacciate membra riscaldar col vital temprato foco."
Così disse egli; ed ab eterno impose che 'l sole i raggi suoi spargesse al giusto ed a l'ingiusto; ch'a l'ingiusto ancora volle giovar, chi di giovar insegna.
E ne gli iniqui ancora ei spande e versa i suoi beni, e le grazie in ciel cosparte, e transfuse dal sole e da le stelle, nè fu ne le parole o pur ne l'opre
discorde a se medesmo il Padre eterno perch'ei primier creò la bella luce, e poscia il sol. Fu senza il sole adunque la chiara luce, e senza sole o stelle
fu certo prima. E come il corpo a l'alma, e come serve il carro al propio auriga, così a la prima luce i duo gran lumi fur dati, ond'ella risplendendo apparse.
Perch'ella da se stessa a gli alti ingegni prima risplende ed a le pure menti, intelligibil parto e quasi eterno; poi sovra il doppio carro a' vaghi sensi
nel dì riluce e ne l'ombrosa notte, nè mai di carreggiar è stanca o tarda per le strade là suso oblique e torte. Fu dunque pura luce inanzi il giorno,
che poi di raggi adorno il sol distinse. Anzi Dio stesso separar la luce da le tenebre volle e dipartirla, ma comandò che separasse il sole
il chiaro giorno da la notte oscura: perch'a la nobil mente egli distingue i puri oggetti, e poscia al sol comanda che gli mostri divisi a' sensi erranti;
ed a la bianca luna ancor ministra del suo splendore; e vuol che questo e quella il tempo e l'ore in spazio egual comparta. Osiamo adunque senza inganno o tema,
almen con l'animoso alto pensiero, a separar da la sua luce il sole, come nel foco si divide e parte quel di lui che n'infiamma e quel ch'illustra.
E già il divise con mirabil vista Iddio, quando egli al rubo il foco impose, lucido assai, dal suo splendor disgiunta l'altra propia virtù, quella ch'incende,
che rimane oziosa, allora occulta: tanto è il poter de la divina voce, che può del foco risecar la fiamma. Anzi quando avverrà ch'i premi eterni
e le pene comparta, allor del foco fia la natura alfin divisa e scevra; e fia la luce destinata al giusto, perchè ne goda, e l'altra ardente forza
a punir l'empio giù nel cieco inferno. E 'l variar de l'incostante luna il medesimo ancora insegna e mostra con le cangiate sue diverse forme.
Perchè mentr'ella scema e 'l lume perde, tutto già non consuma il bianco volto, ma de' suoi rai la candida corona con varia imago ora ripiglia, or lascia:
onde conoscer puoi ch'assai diverso il suo corpo è da quello, ond'ei s'illustra. Il somigliante ancor nel sole aviene, ma 'l sole il lume suo, ch'è preso altronde,
poi ch'una volta ei se n'adorna e veste, mai non depone. Ella del lume altrui s'ammanta spesso, e spesso ancor si spoglia con umil vista, e la sua vece alterna.
In questa guisa a' duo gran lumi impose che da lor fosse dipartito il mezzo del chiaro giorno, e de la notte il mezzo. Perchè 'nsieme non sian confusi e misti,
nè compagnia, ned amicizia al mondo fra la luce e le tenebre rimanga. Ma qual nel giorno luminoso è l'ombra, tal ne lo spazio de l'oscura notte
la tenebrosa ed orrida natura l'ombra de' corpi cede opaci e densi a lo splendor de' più lucenti opposti. E in sul mattino a l'occidente è stesa,
e verso l'oriente a sera inchina, e 'l mezzo giorno si raccorcia e stringe, e contra l'Orse si dispiega a pena. La notte volta dal contrario lato
cede a' lucidi raggi, e 'n sua natura altro non è che l'ombra oscura algente, ch'esce dal grembo de la terra opaca. E sempre avanti a lo splendor diurno
fugge a la parte opposta e si dilegua. In questa guisa impose il Padre eterno le misure del giorno al chiaro sole, e fè la bianca luna, allor che tutto
d'argento il cerchio e di splendor riempie, principe de la fredda oscura notte. Eran quasi per dritto allor conversi l'un contra l'altro i due bei lumi in cielo,
perchè nascendo il sol imbruna e perde de l'alma luna la ritonda imago. E se precipitando il sol tramonta, ella a l'incontra in oriente appare
sorgendo, e fuor dimostra ornato il viso. Ma in altre sue figure, in altre forme, con la notte sparir non suole insieme, benchè nel suo perfetto intero stato,
quando ha colmo di luce il vago giro, incoronata de' suoi bianchi raggi, regina è de la notte, e tutte avanza di luce e di beltà l'aurate stelle,
ed in vece del sol la terra illustra. Ma 'l sole è re del luminoso giorno, e come sposo dal celeste albergo esce tutto di raggi e d'oro adorno,
di più lucente e di maggior corona circondata la chiara accesa fronte. E 'n guisa di gigante alto e superbo trascorre il cielo e 'l signoreggia intorno,
tanto egli è grande e di tal luce è ardente. È grande ancor la via men calda luna, ma come è grande? o per rispetto altrui, se pur riguardi a le minori stelle?
od in se stessa pur descritta e chiusa da le sue linee entro il suo puro cerchio, sì come è grande il mare e grande il cielo? o perchè basti il suo splendor sereno
ad illustrar gli smisurati campi de la terra, del mar, del ciel profondo? Però d'ogni sua parte egual si mostra, quando è ritonda, a gli Etiopi e a gl'Indi,
a' freddi Sciti, a gl'Iperborei ignoti, o sia in oscuro occaso o 'n lucido orto, o del ciel tenga più sublime parte. Nè giunge o toglie a la grandezza alquanto
de l'ampia terra il largo seno o 'l dorso, onde minor per lontananza appaia, maggior, perchè s'appresse e s'avvicini, come de l'altre cose in terra incontra.
Ma giamai dal gran sole è più remoto, nè più vicino alcun; ma in spazio eguale son gli abitanti in ogni clima estremo. Pensa fra te, se mai d'eccelso giogo
d'orrido monte rimirando a basso, umil campo vedesti od ima valle, quanto i gioghi de' buoi sembrano in vista, o quanto grandi gli aratori istessi!
Di minute formiche ebber sembianza senza alcun dubbio, entro misura angusta così accorciarsi e ranichiar le membra; o tanto si consuma e si disperde
de la vista mortale il senso incerto in mezzo a così grande e lungo spazio, ch'a pena giunge a que' remoti oggetti! Ma se da vetta o da sublime scoglio
volgesti il guardo al mar con gli occhi intenti, quante l'isole in lui diffuse e sparse ti si mostraro in vista? o negra nave di care merci e preziose onusta,
spiegando in alto le sue bianche vele, in guisa d'ale, da la salda antenna, sovra il ceruleo suo spumante dorso? Certo minor di candida colomba
s'offerse a gli occhi la minuta imago, tanto nel vano e ne gli spazi immensi l'umana vista indebilisce e perde. Già gli alti monti a le profonde valli
credesti eguali, e di ritonda forma, chè non apparve in mezzo antro o spelonca, ned altra sua inegual scoscesa parte; ma tutto si nasconde il cavo e il voto
per lontananza, e con aperto inganno ogni disugguaglianza in lei s'adegua. E ritonde le torri ancor diresti, bench'abbian quattro lati e quattro facce,
e sian rivolte a l'Aquilone e a l'Austro, ed a l'altre del mondo avverse parti. Però senz'alcun dubbio esperto credi che 'n lungo spazio ogni lontana imago
si confonde e s'inganna il senso errante in molte guise. Adunque è grande il sole, ma quel di sua grandezza è certo segno, che, perchè sian stelle infinite in cielo,
da ciascuna di loro il lume sparse; e 'n un raccolto a discacciar non basta la mestizia e l'orror d'oscura notte; ma solo il sol, che l'orizzonte ascende,
anzi, mentre s'aspetta, e pria ch'ei s'erga sovra la terra e sparga i primi raggi, le tenebre dissolve, e l'auree stelle supera di splendore; e l'aria densa,
e dal freddo notturno in gel ristretta diffonde e sparge; e 'l liquido sereno con via più dolci tempre illustra e scalda. Onde l'aure odorate inanzi al giorno
spirano mormorando, e piove intanto il rugiadoso e cristallino umore. E quinci apprendi del maestro eterno l'arte divina, che lontano il sole
dispose, e in guisa moderò l'ardore che per soverchio non infiamma il suolo, nè per difetto ancor l'agghiaccia, o lascia languido e mesto ed infecondo al parto.
E de la bianca luna intendi o pensa cose conformi e somiglianti a queste. Perchè (sì come dissi) il corpo è grande, e se fuor traggi il sol lucente e bello,
più d'altro appare che nel ciel risplenda; ma non sempre si vede, e non riluce in ogni tempo con egual sembianza; ma riempie talora il voto cerchio,
talvolta scema si dimostra in parte. Anzi, mentre ella cresce, oscura e fosca divien da un lato, e nel calar imbruna da l'altro; e de l'eterno e saggio fabro
dir non possiamo il magistero e l'arte, perchè dar volle in cielo un chiaro essempio col variar de l'incostante luna a l'incostanza umana, al modo incerto
di nostra vita instabile e vagante, ch'un perpetuo tenor giamai non serba, nè 'n fermo stato si mantiene e dura. Ma cresce prima e se medesma avanza,
sin che di sua grandezza aggiunga al sommo; dechina poscia e si consuma, e cade sin ch'al fin pur s'estingue e torna in nulla. Dunque nè di sua gloria in vista altero
alcun sen vada, o mostri orgoglio e fasto per gran tesoro accolto, o 'n sua possanza troppo confidi, oltra ragion superbo; nè per corona antica ed aureo scettro
altrui rassembri imperioso e grave. Ma di sè la caduca e fragil parte disprezzi, e solo estimi i beni interni e l'anima immortal, cui nulla estingue;
e de le cose umane i giri incerti pensi e ripensi; e 'l suo pensier affisso tenga a l'eterne pur, come a suo centro. E se la luna impallidita e scema
col perturbato aspetto unqua l'attrista, più de l'anima sua si dolga e gema, ch'acquista la virtù, tesoro e dono prezioso del cielo, onde s'avanza,
e poi la perde, e 'l primo onore antico e la sua dignitate in sè non serba. E veramente a' vaghi e lunghi errori de l'instabil pianeta uom folle e stolto
vaneggiando somiglia; e 'n vari modi, come la luna, si trasmuta e cangia. Alcun vi fu, che de la mente umana c'ha due potenze o pur due parti insieme,
e l'una a far, l'altra a patir acconcia, quella ch'illustra rassomiglia il sole, questa, ch'illuminata indi rischiara il tenebroso e fosco, ei fa sembiante
a la luna, ch'altronde il lume prende e de l'altrui splendor lucente appare. Perchè la parte in noi soggetta a morte, se l'intelletto ha parte a morte esposta,
pur col lume de l'altra alluma ed orna in sè mille leggiadre e chiare forme. Ma quella ch'i suoi raggi altrui comparte, temer non può di morte il duro fato,
talchè Dio la credea nel secol prisco filosofando l'ingegnosa turba. Altri Dio no, ma creatura e parto da Dio prodotto, a cui di sole il nome
per l'alta luce sua concede e dona. Ma 'n disparte si stia di acuto ingegno l'animosa ragione, e ceda intanto a quel che più conferma antica fede,
ed animosa pur, che meglio il vero d'ogni primo intelletto in Dio conosce. Or dimostriam come l'errante luna giovi col variare, e parte accresca
le cose che la terra in sen produce, o nudre il mar nel salso umido grembo: però che il crescer suo riempie e colma d'umor i corpi, e 'l suo scemar gli scema,
e quasi vota: in sì soavi tempre l'umido e 'l caldo ella congiunge e mesce. Perchè fredda non è la bianca luna, com'altri estima, e solo algente appare
a paragon del sole, onde si scalda. Però, quando ella col suo cerchio intero mostra da l'alto cielo il pieno aspetto, emula vaga del fratello ardente,
e (se dir lece) quasi un sol notturno, allor le notti tepide e serene son più de l'altre, in cui d'adunca falce mostra l'imago, o con argentee corna
s'incurva avanti il sole o pur da tergo. Allor via più germoglia il verde tronco con nove frondi e rami, e più s'impingua l'umida sua midolla entro la scorza.
E più ripiena è in mar la dura conca di prezioso cibo; e pur aviene ch'altri dormendo sotto il cielo aperto, la testa grave del suo umor riempie.
Lascio or da parte come l'aria e i venti ella commova, o 'l mar perturbi e queti. E tanto basti aver narrato omai di sua grandezza e de' suoi vari effetti,
ond'ella giova. E non dee senso umano esser giamai di mensurarla ardito, chè quivi il suo giudizio è incerto e falso. Cotanto è grande, e 'n cotal guisa illustra
gli abitatori e le città disgiunte dal vastissimo mar, da l'ampia terra. O sian in parte ove dechina il sole, o pur ne' regni de la bella Aurora,
o sotto l'Orse e ne la zona algente, o pur ne la fervente arida fascia che per mezzo il terren divide e cinge, gl'illustra, dico, e quasi al modo istesso,
non altri con obliqui e torti raggi, altri con dritti; e questa è vera prova ch'ella sia grande e 'nvan repugna il senso o la falsa ragion, che 'l falso afferma,
e non v'ha luogo ingegno di sofista. Ma quel che fece a noi sì caro dono de la mente immortal, c'insegni ancora a conoscer il vero. E quella eterna
sua sapienza, ond'egli fece il mondo, grande in picciole cose ancor dimostra, maggior ne le maggiori a noi la scopre, sì come è il sole e la ritonda luna.
Benchè, se quello o questa in parte agguagli, o paragoni al suo fattor sovrano, verso di lui, ch'ogni grandezza accoglie in se medesmo, e come cosa angusta
l'universo nel pugno astringe e serra, e quello e questa avran sembianza e forma d'avido pulce o di formica industre. Fece nel tempo istesso ancor le stelle
quel che prima avea fatto il fermo cielo nel dì secondo, e non a pieno adorno. Bench'altri stelle di nomar presuma i sublimi non pur celesti lumi,
e quasi eterni, nel suo giro affissi, ma le comete e le figure ardenti, che in varie forme fiammeggiar ne l'alta aria veggiamo o nel sublime foco,
che sotto il giro de la luna accolto con lei s'aggira di perpetuo moto. Ma queste colà sù mai certo loco aver non ponno o pur grandezza e forma,
od ordine costante; e 'n breve tempo sparir da gli occhi, e dileguarsi in tutto soglion per l'aria dissipate e sparse, sì come quelle che dal sen fumante
han de la terra 'l nutrimento e l'esca. O se la madre gli diniega il cibo arido, che diviene in breve adusto, viver non ponno, onde tra spazi angusti
la vita loro è terminata e chiusa. Talor non passa un giorno, anco talvolta nel punto che s'infiamma ella s'estingue. Onde quell'animal che 'n riva nasce
de l'Ipani sonante e vede a pena un solo e breve sol nato con l'alba, giungendo inanzi sera al fato estremo: quell'animal, dico io, ch'avara e scarsa
ebbe più d'altro la natura e 'l cielo, con sorte via migliore in terra ei nasce, che nel ciel queste varie accese forme. E stelle pur altri le appella e noma,
altri stelle cadenti. Onde sì spesso agogna rimirando il volgo errante, se morir ponno, o se cader le stelle, ch'esser devrian per dignitate eterne
o quasi eterne, e trapassar vivendo de' secoli volanti il lungo corso. Ma così parla chi ragiona a' sensi del volgo infermo, e 'l suo parlar gli adatta.
Ma tra queste figure in cielo accese e quasi impresse, e di sua nota aduste, han loco alcune sì costante e certo e così lunga e così stabil vita,
ch'altri le stima del sublime cielo parte non pur, ma bella e cara parte: sì come è quella via lucente e bianca, che del latte al candor i lumi aggiunge
di tante fisse stelle ivi cosparse; la qual è via, ch'adduce a l'alta reggia de' favolosi divi; e strada ancora onde a l'animo umano è aperto il varco,
per cui discenda nel corporeo albergo, e poi ritorni rivolando in alto a la sua pura e sua fatale stella. Così credeano, e questa è fama antica.
Ma la cometa di possente aspetto, ch'i purpurei tiranni e i regi invitti ancide fiammeggiando, e muta i regni, breve spazio ha di vita a tanta possa,
e di due anni il corso a pena adempie. Così nel tempo de l'infanzia umana invecchia e more la terribil luce, che dà spavento a' miseri mortali.
Questa giamai tra 'l Capricorno e 'l Cancro apparir non ci suole, o pur di rado ivi si può mostrare, e pria ch'avampi con sua gran forza la dissolve il sole.
Ma oltre quella obliqua e torta strada per cui fanno i pianeti eterno giro, s'infiamma, e splende tra quel cerchio e l'Orse; indi spiegando la sua ardente chioma,
o pur la barba di sanguigna fiamma accesa e sparsa, e spaventosa in vista, con annunzio di morte altrui minaccia. E questa ancor, benchè dannosa e fera,
sortì di stella il glorioso nome, che non conviene a sì maligno aspetto; nè d'innocente luce unqua si vanta, bench'altri dica ch'a Nerone Augusto
innocente apparisse, e in ciò lusinga: perch'ella nocque col lasciarlo in vita al mondo tutto e fu nocente ed empia più nel salvar sì dispietato mostro,
che in occider altrui sembrasse unquanco. Ma se di queste fu la pura e bella e santa luce, fida e cara scorta de' peregrini regi d'Oriente,
sallo colui, che di sua mano eterna formolla in prima, e le diè luce e moto che parer volontario allor potea, come s'ella intelletto avesse ed alma.
Ma questa fu de la divina destra opra novella, e fatta a sì grande uopo. L'altre create già nel quarto giorno furon (come si stima) e mente e vita
ebbero dal celeste eterno fabro. Vita non già, che si nutrisca e prenda forza dal cibo, e per digiun languisca, cercando col suo corso il vitto e l'esca
da la terra e dal mar, che sempre esala, come alcuni affermar del secol prisco, ch'ebber di sapienza ingiusta fama; ma lieta e gloriosa e pura vita,
che in Dio sempre mirando, in lui s'eterna, e di sapere e del suo amor si pasce. Queste divine e gloriose menti furon da Dio create il dì primiero
innanzi al sole e' bei stellanti giri. E poi da lui divise il giorno quarto ne' propi luoghi, come accorto duce i suoi fidi guerrier distingue e squadra,
e 'n guardia lor dispone, e lor confida città forte ed alpestra o torre eccelsa. Parte fu messa a raggirar nel corso, non faticoso e non costretto a forza,
quelle sublimi sue lucenti rote; e parte ancor fin dal principio eterno a la difesa de le genti umane fur destinate da quel Re supremo,
e poi devean, quai messaggier volanti, far manifesto il suo voler in terra, portando e riportando or grazie, or preghi: grazie divine ognor veloci e pronte,
e preghi umani spesso e lenti e tardi. Altri mai sempre al suo servizio intenti stanno fidi ministri appresso e 'ntorno, e sembran quasi innumerabil prole.
Nè da quel dì che prima gli occhi aperse il padre Adamo a la serena luce, tanti del suo corrotto e impuro seme de' faticosi e miseri mortali
fur già produtti a travagliar nel mondo, quanti di quei divini alati spirti fur destinati a quella eterna pace, a quel piacer, che non ha fine o tempo,
che gli fa sempre neghittosi e lieti d'un ozio eterno e senza officio ed opre, e senza cura de' terreni affanni. E chi gli astringe e quel gravoso impaccio
dei girar senza posa i cieli a forza, quasi animali a la marmorea rota legati, o 'n guisa d'Ission penoso, ch'avinto giace e sempre è mosso in giro,
erra egualmente, e 'n sua menzogna adombra. E 'l gran maestro di color che sanno, quel che in tante sue scole insegna il mondo, seguendo il moto e 'l senso, infide scorte,
erra egli ancor, ma con men grave errore, quando ei quelle divine eterne menti filosofando annoverar presume; e 'n numero sì breve accoglie e stringe
i cittadini del celeste regno. Però che quanti sono i vari moti, onde con vari modi è mosso il cielo, tanti motori a l'alte spere assegna.
Ed oltra questi non adora e placa, o non conosce nel divino impero altri offici, altri numi ed altri dei. E senza propio ministero ed opra
non estimò che 'n oziosa vita vivesser pigri e neghittosi indarno. Dunque sol tanti, al suo giudicio errante, esser potean quanti a' celesti giri
potesser poi bastar. Gli altri soverchi tutti estimava, ed adorati invano, finti di Grecia numi o pur d'Egitto. E non s'avide il pellegrino ingegno
che ne la gloriosa eterna reggia altri esser denno ancor gli offici e l'opre, che quella sol di raggirare attorno le eterne spere nel contrario moto.
E conoscer non volle, o pur s'infinse, che più alto e più degno e nobil fine si conveniva a gl'intelletti eterni, di quello, senza cui soverchie estima
le nature divine, e quasi invano. Chè 'l mover sempre le stellanti rote è fin corporeo, e quasi a' corpi affisso, e ne' corpi occupato, e basso ufficio,
verso di quel de' più sublimi spirti, che stanno appresso e 'ntorno al Re superno. Altro fin dunque più sublime ed alto, altro più degno ed onorato oggetto,
altro più santo ministero e sacro, numero via maggior ricerca e vuole de le menti immortali. E già non debbe il Signor de' signori e 'l Re de' regi
in solitaria reggia e 'n voto regno regnar quasi solingo; e 'l basso mondo empier d'abitatori, onde s'accresca de l'imperio terren l'orgoglio e 'l fasto.
Nè devea dare a' gloriosi augusti ed a gli altri qua giù corona e scettro, tante genti, tante arme e tante squadre, ed esserciti tanti, e 'n tante guise
ne la terra e nel mar raccolti e sparsi; nè riserbar per sè schiera o falange, bench'egli basti solo. Ah troppo indegno era de la sua gloria, e troppo anguste
son le misure a la materia affisse. Troppo i numeri scarsi, onde si conta tutto ciò che la terra e 'l mar profondo nel grembo accoglie o 'l cielo esposto a' sensi.
Altro numero è ancor, che non s'accresce per secare il continuo, e tutti avanza i numeri qua giuso. Or chi presume d'annoverar le pure eterne menti?
Deh non vedete or quanti raggi intorno sparga questo corporeo instabil sole, lo qual del sommo Sole è quasi un raggio? Or quanti sparger dee raggi lucenti,
quante fiamme là suso e quanti ardori quel primo de la luce eterno fonte? Ma nol cape il pensier, nè lingua esprime, e quel che sovra 'l ciel si conta e segna,
innumerabil sembra a' sensi umani. E certo alta ragion, giudicio eterno mosse il sommo Signor, che fece il mondo, a far più numerosi i più perfetti,
perchè ne gl'imperfetti ei non abonda. Quinci adivien che le feroci belve son poche e rare in solitaria selva, o 'n monte ermo e selvaggio; e d'altra parte
pascono i campi i numerosi armenti, e copiose ancor le greggie umili seguono del pastor la fida scorta. Ma de' figli d'Adamo il seme sparso
riempie Europa, e l'altre parti ingombra de la terra, ch'è stretta e bassa mole s'al ciel la paragoni ampio e sublime. E 'l ciel de' propi abitatori illustra,
più che di stelle assai, le parti eccelse. E non contento de' suoi primi antichi e quasi eterni abitator celesti, i peregrini ancora in sè raccoglie,
e nati in terra di terrestre limo. E l'alte sedi a la straniera turba lieto prepara e l'accompagna, e giunge a l'angeliche squadre, e quasi agguaglia.
Benchè d'Adamo i mal concetti figli non sian affatto a l'ampio cielo esterni, perchè celeste è l'alta e bella origo de l'alma umana; e lieta al ciel ritorna,
sì come a vera patria, e patria antica, da questa de la terra ombrosa chiostra, ove ella visse peregrina errante. E se l'uom cinto di corporee membra
nacque d'Adam, che di fangosa terra fu generato, ei pur di Dio rinacque rigenerato poi d'acqua e di spirto, e come erede de' paterni regni
aspira a le celesti alte corone. Ma dove mi trasporta inanzi al tempo l'umano amor, che 'n noi sì dolce inesta nostra natura? Ora il mirabil corso
seguiam del cielo e de le stelle erranti, a cui quasi motrici il Padre eterno assegnò quelle eccelse e pure menti; non quasi forme in sua materia immense,
ma quasi auriga al suo veloce carro. E quinci incominciar del cielo i moti, l'un da la destra a la sinistra parte, l'altro da la sinistra in ver la destra.
E chiamo destra il lucido oriente, onde si move il primo ciel rotando, che tutti gli altri seco affretta e tragge, e dal propio cammin quasi distorna.
Sinistra parte l'occidente appello, onde si muovon gli altri, e 'l sole istesso, che pur da l'oriente a noi si mostra con l'altrui moto, e ne lo spazio integro
d'un giorno è ricondotto, ond'ei si parte. Perchè in un dì, che in sè la luce e l'ombra contegna, compie il suo perfetto giro la prima sfera, e l'altre in vario tempo
col propio moto fan contrario il corso, qual minuta formica o picciol verme, che da rota corrente è tratto intorno, ed egli intanto a la contraria parte
da se medesmo move assai più lento. In trenta anni sen va correndo a cerco quel che rassembra a noi pigro, Saturno, più veloce de gli altri, e più corrente;
ed in due volte sei placido Giove, ed in due anni appresso il fiero Marte (chè 'n questa guisa ei si conosce e noma dal volgo in terra), e 'n un sol anno il sole,
e 'n poco men la graziosa stella, la qual lieta si leva inanzi a l'alba, e Lucifero ha nome; e poi n'appare Espero detta allor che 'l sol tramonta.
E 'n quasi pari spazio in sè ritorna quel già creduto messaggier volante. In venti giorni poscia e 'n sette appresso fa il suo viaggio la più tarda luna,
che più veloce assembra, e questo aviene perchè in giro minor si volge, e riede colà più tosto, onde si mosse in prima. E questa fu quasi maestra antica
di partir l'anno, che 'n sei mesi e 'n sei divise a' suoi Romani il vecchio Numa. Però che tante volte il sol raggiunge, tornando a quel principio onde partissi.
Ma prima in questa guisa i Greci ancora l'avean partito e i più vetusti Ebrei. Romolo poi, meno al celeste corso ch'al guerreggiare intento, e quasi rozzo
de le cose divine, in diece parti l'avea diviso. E questo error corresse il saggio re sabin, canuto il mento. In questo modo i duo pianeti illustri,
da chi gli scorge nel perpetuo corso furo ordinati col lor giro a l'anno. Anno è il ritorno del corrente sole dal segno istesso nel medesmo segno
onde si parte; anzi nel punto affisso nel segno, quasi a termine costante. Perchè tornando a la medesma stella onde partissi, dilungata alquanto
la trovarebbe, e trasportata a cerco, dal primo ciel col suo veloce ratto. Ma chi gli scorge a far la state e 'l verno? Questi l'Italia e tutta Europa appella
col nome de gli dei bugiardi e falsi, ma pur angeli sono, e pure menti de l'alta providenza in ciel ministre; la qual dispose per camino obliquo
i sette erranti, e 'n mezzo a gli altri il sole, perch'ei ci vari le stagioni e i tempi; e 'n questa guisa sia cagione al mondo ch'altri nasca, altri muoia, e vita in morte
trasmuti, e morte in vita in giro alterno. Perchè, mentre lontano il sol dimora in quel lato, onde spira il nubilo Austro, di lunghissime notti il nostro adombra,
e l'aria si raffredda, e si perturba d'ogni intorno a la terra, e in folta pioggia condensati vapori, e in larghe falde càgion di neve, che poi stretta in gelo
ricopre il dorso de gli alpestri monti, e frenando a' gran fiumi il ratto corso, tardi gli rende, e quasi in saldo vetro converte paludi e i pigri stagni.
Ma quando ei dal meriggio a noi ritorna, in mezzo quasi del camin ritondo, parte la notte e 'l giorno in spazio eguale e l'aria scalda con soavi tempre.
Allor Zefiro spira, allor se 'n riede la primavera verdeggiante e lieta con l'erbe e i fiori, sua dolce famiglia, e gravida la terra il sen fecondo,
che pur dianzi chiudea la neve e 'l ghiaccio, apre soavemente a' novi parti. Germoglian le fiorite ombrose piante, nascono gli animali in terra e 'n acqua,
e si conserva la perpetua prole, insin che il sol, quanto più può, s'appressa a' freddi regni d'Aquilon nevoso. Dove ei nel Cancro si ritiene e ferma
quasi il suo corso, e fa più lungo il giorno, e con più tardi passi omai per dritto sul capo nostro quasi egli si spazia, e l'aria d'ogn'intorno a noi riscalda.
Arida fa la terra e i semi sparsi, e degli arbori i frutti ancor matura. In questo mese è fiammeggiante il sole oltre misura, e meno obliqui raggi
spiega più d'alto ad illustrar la terra. Son lunghissimi allora i giorni estivi e brevissime l'ombre; ed a l'incontro ne' brevissimi giorni il corpo opaco
lunghissime fa l'ombre opposto al sole. E questo aviene a noi che abbiamo albergo infra quel cerchio onde ritorna Apollo, e l'altro che da l'Orse il nome prende,
poste non lunge a' gelidi Trioni. E noi mai sempre solo al destro lato l'ombre mandiamo inverso Borea e 'l Carro; ed altri sono in più fervente clima,
i quai de l'anno uno e duoi giorni interi ombra non fanno, allor che gira il sole nel cerchio del meriggio, e d'altra parte con dritti raggi gli rischiara e scalda.
Ed allora adiviene in quelle parti che per l'angusta bocca i cavi pozzi illuminati siano insino al fondo, come in Siene e 'n Berenice ancora,
e più lontan ne l'onorata reggia, c'ha due rami del Nilo, e quinci e quindi, e da la suora di Cambise estinta ebbe già il nome e la famosa tomba.
Ed oltre l'odorata aprica terra de gli Arabi felici, ha strana gente, che sparge l'ombra (e ne sortisce 'l nome) d'entrambi i lati, incontra 'l Borea e l'Austro.
E questo avien, mentre vicino il sole a' freddi regni d'Aquilon trapassa, e già lieto n'accoglie il novo autunno ricco di pomi e del suo vin spumante,
con verde ancora e pampinosa spoglia. Allora tempra i rai del sole estivo, scema gli ardori e l'ombra amica accresce, e la notte co' giorni in Libra agguaglia;
ed innocente ne conduce al verno, in cui di novo il sol da noi si parte, e s'avicina a gli Arabi ed a gl'Indi. Questi sono del sole il moto e 'l corso,
queste del tempo le vicende e i giri, per cui qui si governa umana vita. Ma degna ancor di maraviglia è l'arte del fabro eterno, e la sublime ed alta
sua providenza, ch'a le strade oblique de' sette erranti il termine prescrisse, e via più angusta via ristrinse al sole. Però che solo il sol giamai non varia
la torta linea, che divide e fende il cerchio de la vita in parti eguali. Gli altri escon fuor, o l'una o l'altra parte, qual più, qual meno; e la feconda luna
vagar per tutto il cerchio ardita suole. Esce Venere fuor del cerchio istesso, più de la luna audace, e più feconda; e quinci avien che ne' deserti inculti
sia l'Africa arenosa e l'India adusta, di sì vari animai nudrice e madre. Nè qui biasmar la providenza eterna, ch'a l'ordine del mondo, al sommo, al colmo
di tutte l'altre cose in lui produtte giungon le dispietate e strane belve maraviglia e decoro, e i fieri mostri. Or mentre il sol per l'alta via rotando
giamai non esce dal camin prescritto, mostra con questo chiaro illustre essempio al monarca del mondo il calle angusto da virtute e da legge a lui prefisso.
E s'egli ha incontra da l'opposta parte la tonda luna, ch'al superbo Drago preme la testa o pur la coda ingombra, le niega i dolci raggi e 'l chiaro lume,
e 'n mezzo si frapon l'arida terra, perchè la luna impallidita adombra. E se la vaga luna a lui s'aggiunge, il che due volte ne' Gemelli aviene,
il sole in parte a noi s'oscura e vela. E quinci avisa che s'imbruna e perde per difetto là sù celeste luce, non è luce mortal nel basso mondo,
non splendor di fortuna, onde s'abbaglia l'inferma vista de l'errante volgo, la qual talvolta non si turbi e manchi. E solleva il pensiero a l'alta e prima
santa luce divina, e luce eterna, che là sù non conosce occaso od orto, nè difetto giamai, nè scema o langue. Ma già di nostra umanità vestita
fece seco ecclissar turbato il sole, oltre suo stil, con maraviglia e scorno de la natura lagrimosa e mesta, nè la cagion conobbe umano ingegno.
Ma come appressi e s'allontani il sole, perchè da sera la incostante luna nasca sempre, e 'n su l'alba ella s'asconda; perchè Saturno, Giove e 'l fiero Marte
serbin ordin contrario, inanzi il giorno tutti nascendo, e poi caggendo a sera; e d'altri effetti sì diversi e tanti ch'appaion colà sù di spera in spera,
varie fur le cagioni addotte in prova da varie sette in contemplar discordi. Altri, osservando i duo contrari moti ne' cieli, e dal primier conversi e rapti
i men sublimi incontra 'l propio corso, disser che d'ogni cielo il propio centro centro è del mondo, e 'ntorno a lui si volge pieno e perfetto il lor ritondo giro.
Nè questi sovra a gli stellanti chiostri han locato altro corpo ed altro cielo, ma poser sotto lor que' sette erranti, che fan sì varia l'armonia superna,
e l'ammirabil sua celeste lira, molte dando a ciascun rotanti spere, come rote diverse o molti carri si danno ad un signor per vari effetti,
de' quali il porta alcuno, altro il riporta per contrario sentiero, onde partissi. E de' globi volgenti e rivolgenti, qual più, qual meno, il lor giudizio abonda.
Ma tre de le portanti e vaghe spere concede prima al sole il vecchio Eudoso. Tre similmente a l'incostante luna, quattro a gli altri pianeti. E di que' giri,
che riportano indietro, un meno assegna fuor che a la luna, a cui nel loco estremo uopo non è chi la riporti o torni. Ma due poscia Calippo al sol n'aggiunse
de le portanti; e due portanti ancora giunse al servigio del notturno lume. Sinchè in tutto cinquanta oltre le cinque fur numerate da gli antichi ingegni.
Tanti carri, di stelle e d'or cosparsi, tante fervide rote e tanti ordigni, tanti e sì vari moti e tanti giri servono a la suprema eterna mole,
che 'n se medesma si raggira e volge. E 'l gran maestro di color che sanno, quel che 'n mille sue scole insegna il mondo, seguì costoro, allor che 'n alto intese,
forse con doppio error, che i corpi accrebbe molto, e molto scemò le pure menti. Ma la novella età via più conturba l'ordine antico, e sfere aggiunge a sfere,
e moti a' moti; anzi tremante il cielo primo ci finge, e quasi infermo e stanco, mentre ch'egli s'appressa, o fa lontano. E 'n questa guisa baldanzosa ardisce
vincer d'arte e d'ingegno il secol prisco, volgendo pur e rivolgendo intorno al propio centro, che del mondo è centro, i vari cieli a lor giudicio eterni.
Altri per altra via seguiro Iparco, e Tolomeo, ch'a le stellanti sfere fa quasi oltraggio, e 'n lor divisa o finge i moti, e i cerchi assai distorti e strani.
Mirabil mostro! e mentre al sol concede tre sfere erranti, senza dubbio afferma che quella, che fra l'altre in mezzo gira, non fa centro del mondo il propio centro,
l'ultima in parte ancor distorce e piega. Afferma ancor che mentre il sol rotando va in questa guisa, or più s'appressa al centro de l'universo, or sen fa più lontano.
Nel maggior cerchio ancora un picciol cerchio va immaginando, il qual si mova intorno sovra i poli suoi propi, e lasci il centro del mondo fuor del mezzo; e 'n lui ripone
il sole, ora in sublime ed alto sito, ora in più basso, ora appressar la terra, or dilungarsi, or con distorto corso contra gli ordin de' segni andar errando,
ora seguirlo; e ne l'istesso modo fa ritrosa la luna, e 'l suo bel cerchio finge ineguale, e non ritondo a pieno; e la figura le distorce e 'l corso.
Così di queste due discordi sette l'una ben non dimostra e non ci appaga, l'altra, mostrando, è ingiuriosa ed empia contra i celesti giri, a cui la forma
e ritonda e perfetta invidia e toglie, e 'l lor semplice moto. Onde natura disdegnosa sen duole e sen richiama. E la filosofia seco ripugna
a l'apparenza, e con ragioni invitte le ribellanti scole a terra sparge. Ma 'l senso ancora a la ragione amico mostrar si può, s'altri in lontane parti
peregrinando, a gli Etiopi adusti giungerà mai ne la fervente zona, dov'è 'l cinto maggior che fascia il mondo. Ivi, se 'l sole in quel suo picciol cerchio
inegual si movesse, egual non fora il dì più lungo a la più lunga notte. E se la luna, pur nel cerchio impari, e non ritondo, si girasse attorno,
uopo saria mutar talvolta il sito a quella macchia, ond'è 'l volto asperso. Dunque più non presuma ardito ingegno, incontra il vero, incontra il ciel superbo,
finger nove là sù figure e mostri. Ma che? ci afferma ancor l'età vetusta le non credute maraviglie antiche. E de' suo' mille e mille e mille lustri,
e mille e mille il favoloso Egitto par che si vanti; e 'n più moderne carte de le menzogne sue famose e conte la già vecchia memoria ancor non langue.
E si ragiona ancora, ancor si scrive che nel girar de' secoli volanti la prima spera si rivolge intorno, non da l'orto lucente al nero occaso,
ma dal settentrione al mezzogiorno. E quinci dimostrar, s'io dritto estimo, come il veloce sol più e più si affretti, mentr'ei declina pur dal cerchio obliquo.
E gl'istessi affermar, crescendo ardire, che il sol due volte dal lucente occaso nacque, e due volte ancor morì ne l'orto, portando a noi da l'occidente il giorno,
e lui chiudendo ne l'avversa parte. E 'l mutar di quel punto, in cui fermarsi ci sembra il sole, e far più lungo il corso, che solstizio nomò l'antica Roma,
di tanto variar cagione esterna forse credeano; e fu da gli altri ascritto a l'alto ingegno de gli Egizi industri. E mutato il solstizio ancor si narra,
perchè fu già ne' lucidi Gemelli, or è nel Cancro. È dunque instabil punto quel che sembra là sù sì forte affisso? Nè costante è del ciel l'ordine e l'arte,
nè costanza è ne' corpi, o sian d'immonda rozza materia o di più scelta e pura. E se pur questo è ver, è vero ancora che del settentrion l'eccelsa parte
fia nel meriggio alfin cangiata e volta; e quella in questa, e 'l sol che gira errando per le distorte vie d'obliquo cerchio, allor farà più dritto alto viaggio
per quella fascia ond'è partito il mondo. Tante varietati e sì discordi vedrà, quando che sia, l'età futura, ne gli ordini supremi; e pur son queste
del ciel le veci, ov'è chi 'l crede e 'l pensa? E di ciò la cagion si adorna e finge, mutando i regni, anzi pur regi al cielo, da cui l'un fu scacciato e l'altro impero
già prese, de le stelle alto monarca. E regnando il primier, che fu Saturno, da la parte or sinistra il ciel si mosse. Poscia usurpando Giove alto governo,
repente il volse dal contrario lato; e mutando del cielo il moto e 'l giro, tutte insieme cangiò le cose a forza qua giù soggette al variar de' cieli.
Allor, come si finge uom curvo e bianco e ne l'ultima età vicino a morte, rivolse indietro a gli anni il propio corso, e ritornò verso l'età matura,
e già perfetta; e quinci passo passo vago giovin divenne, e poi fanciullo, e con tenere membra alfine infante; e da l'infanzia giunse al fine estremo
di questa vita, e si nascose in grembo, pargoleggiando, de l'antica madre. Oh di favole antiche ombroso velo, per cui traluce l'incostanza incerta
de' corpi tutti, e de' supremi ancora! A' quali ha dato Dio perpetua legge, e lunghissima ancor, ma non eterna. Però, quando che sia, quiete averanno,
cessando il lor continuo e certo corso. E ben di ciò vedransi in cielo i segni anzi il gran dì de l'ultimo spavento, in cui deve cadere accesa ed arsa
questa del mondo ruinosa mole. Allor vedrassi il sol converso in sangue, ed altri segni spaventosi e fieri nel volto mostrerà l'orrida luna.
Però disse (creando) il fabro eterno: "Siano i segni ne' tempi, e sian ne' giorni, e sian ne gli anni i segni". E i segni or sono pur quasi note ne la luna impresse,
e 'n fronte al sol medesmo, ond'ei ci mostra ciò che fa d'uopo a la terrena vita de' faticosi e rigidi mortali. Spesso in turbata vista anunzia il cielo
venti e procelle e tempestosa pioggia. E l'arida stagion conosce ancora l'uom già canuto e per lungo uso esperto. Ed una pur di tante cose insegna
quel ch'è vero Signore e vero mastro, quando egli disse: "Rosseggiando il cielo già si contrista, onde sarà tempesta". E questo avien, quando si move il sole
per entro fosca e tenebrosa nube de l'aer denso e 'mpuro, onde traluce, quasi per colorato e grosso vetro. Però sanguigno, quasi involto ei sembra,
o quando intorno al sol si gira e volge gemino sole, e pur tre soli insieme fan di sè spaventosa e fiera mostra, sì come vide già l'antica Roma,
ed ora a' nostri tempi avien sovente là sotto i sette gelidi Trioni. Talor veggiam entro l'oscure nubi distese in lungo variar le verghe
i colori de l'Iri, e fiero turbo quinci ancor si dimostra e pioggia e nembo, almen d'aria mutata indizio aperto. L'instabil luna ancora a noi predice
col vario aspetto il variar de' tempi. Perchè sottile e pura il terzo giorno, stabil serenità promette e segna. Ma s'ella ingrossa mai l'un corno e l'altro
quasi vermiglia, allor altrui minaccia gran pioggia e folta, e pur di torbido Austro il violento impetuoso assalto. Ma i vari segni in ciel via più distingue
ne' regni d'Aquilon, canuto e scaltro per lunga esperienza il buon nocchiero. E se giamai quella che il sol circonda, nebilosa corona, o l'auree stelle,
in se medesma si dilegua e cade, quasi egualmente al suo sparir s'attende un placido sereno e 'l mar tranquillo. Ma quando ad una parte ella si frange,
da quella, onde si rompe il bel contesto de l'aerea corona, attende il vento. Se da più parti ella si squarcia e solve, nascono da più lati i feri spirti
quasi repente, e fan contesa e guerra in cielo e 'n mar, ch'è tempestoso campo delle sonore e torbide procelle. Ma questi segni fa costanti e vari
l'alto voler di lui, che move il tutto. Così li piaccia a noi pace tranquilla mostrar da l'alto, e disgombrar d'intorno quel che sovrasta minaccioso e grave
a questa vita procellosa e 'ncerta.
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