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1544–1595

383

Torquato Tasso

Chi di mordaci ingiuriose voci m'arma la lingua come armato ho 'l petto di sdegno? e chi concetti aspri m'inspira? Tu, che sì fera il cor m'ancidi e coci,

snoda la lingua e movi l'intelletto o nata di dolor giustissim'ira. Vada or lunge la lira, conviensi altro istrumento a sì feroci

voglie, in sì grave effetto: tal che fin di lassù n'intenda il suono l'iniqua Luna, in cui disnor ragiono. Già spiegava nel ciel l'umide ombrose

ali la figlia de la Terra oscura col Silenzio e col Sonno in compagnia, ed involvea de le più liete cose ne le tenebre sue quella figura

per cui tra lor eran distinte pria: Diana ricopria il volto suo tra folte nubi acquose sparse per l'aria pura,

per mostrarsi (ahi crudele!) in tempo poi che fosser più dannosi i raggi suoi. Allor, moss'io d'Amor, tacito mossi i passi per la cieca orrida notte

per quella parte ov'ha il cor gioia e pace; ma, gli altri veli suoi da sé rimossi, folgorò Cinzia, e ne le oscure grotte l'ombra scacciò con risplendente face.

Così al pensier fallace, quando a la riva più vicin trovossi, fur le vie tronche e rotte: così seccò nel suo fiorir mia speme

e dura man dal cor ne svelse il seme. Or che dirò di te, Luna rubella d'ogni pietà, di quel piacer ch'infonde Amor nei lieti amanti invidiosa?

Ahi! come adopri mal la luce bella che non è tua, ma in te deriva altronde, benché vada di lei lieta e fastosa. Tu per te tenebrosa

e via men vaga sei d'ogni altra stella ch'in ciel scopra le bionde chiome; e quel bel che i rai solar ti danno tutto impieghi spietata in altrui danno.

Forse ciò fai perché i lascivi amori pudica aborri e di servar desiri in altri il fior di castità pregiato? Deh! non sovvienti che tra l'erbe e i fiori

scendesti in terra da i superni giri a dimorar col pastorello amato? E che ti fu già grato temprar di Pane i non onesti ardori

quetando i suoi sospiri, vinta da pregio vil di bianca lana, da pietà no, ché sei cruda e inumana? Oh quante volte ad Orion, che carco

di preda e di sudor fea da la caccia, stanco dal lungo errare, a te ritorno, sciugasti col tuo vel l'umida faccia, e di tua propria man lentasti l'arco

e lasciva con lui festi soggiorno! Ma 'l vergognoso scorno non soffrì Apollo e l'oltraggioso incarco, anzi seguì la traccia

del tuo amatore e fé ch'a lui la vita togliesti incauta con crudel ferita. Ben ti dee rimembrar che poi scorgesti estinto il caro corpo in riva al mare

che del tuo stral trafitta avea la fronte, onde tu sovra quel mesta spargesti lavando la sua piaga in stille amare da l'egre luci un doloroso fonte,

dicendo: "Ah man, voi pronte a l'altrui morte, vita a me togliesti! Ché non si può chiamare vita or la mia, se non vogliam dir viva

chi de l'alma e del cor il fato ha priva". Pur forse, o dea, te 'n vai del pregio altera di castità, perché ferino volto vestir festi Atteon, spruzzando l'acque?

Or dimmi, lui rendesti errante fera perché ti vide il bel del corpo occolto o perché a le tue voglie ei non compiacque? Ver è, se ben si tacque,

ch'egli a forza e con voglia aspra e severa da le tua braccia sciolto se 'n gisse, mentre tu d'ardor ripiena al collo gli facei stretta catena.

Ma tu t'ascondi, ed a gli accesi rai tenebre intorno aspergi or de' tuoi falli udendo di quaggiù vere novelle. Chiuditi pur, né ti mostrar più mai,

perché non merti in ciel vezzosi balli guidar in compagnia de l'altre stelle. Così de le fiammelle sue chiare il sol più non t'indori omai;

e reggere i cavalli notturni il Fato a te vieti in eterno donando altrui di lor l'alto governo.

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