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1544–1595

3° Giorno

Torquato Tasso

Sono città del suo valor superbe, e di bellezza e d'arti varie e d'opre maravigliose, e di edifici eccelsi, od onorate pur di gloria antica,

che dal nascer del giorno al sol cadente, e talor anco insin che gira intorno la fredda notte il suo stellato carro, empion di turba lieta e di festante

piazze, campi, teatri adorni e logge, ove a' diletti vari intende e passa l'ore del dì fugaci e le notturne lunghe ed algenti; e nel volar del tempo

pur se medesma volontaria inganna. Altri da l'apparente e vana fraude d'arte fallace, ond'è schernito il senso, deluso pende, e ne' prestigi incerto

maravigliando quasi il falso afferma. Ed altri a l'armonia di vari accenti, o pur al dolce suon di cetra o d'arpa, che l'alme acqueta e il cor lusinga e molce,

e gli tien lieti o mesti in varie tempre, oblia le cure. Altri carole e balli lieto rimira, e d'impudica donna, che 'n varie guise, e quasi in varie forme

le pieghevoli membra e muove e cangia, mira i lascivi salti e i modi e l'arti lusinghieri e vezzosi, e parte agogna. O dove splende pur dipinta scena

di colori e di lampe, e quinci inalza gli archi e le mete, e 'ntorno a' sacri tempi con marmorei giganti alte colonne, piange i casi d'Edippo o di Tieste;

e 'n finto cielo il finto sol gli appare tornar turbato a dietro in mezzo il corso; o con Davo e con Siro allegro ride degli scherniti vecchi i falsi inganni.

Altri i destrier feroci e pronti al corso, a destra ed a sinistra in giro volti risguarda, o 'n chiuso arringo o n'largo campo i simolacri pur d'orrida guerra

al chiaro suon de la canora tromba contempla, e de i guerrier l'insegne e l'arme. E lor virtù con lieti gridi essalta. Ma noi, che 'l Re del ciel, fattore e mastro

d'opre meravigliose invita e chiama a contemplare il magistero e l'arte divina, e questo suo lavoro adorno, ch'è di cose celesti e di terrene

con sì diverse tempre in un contesto, sarem pigri a mirarlo? o pur languenti ascolterem come l'eterno fabro fè di sua man le maraviglie eccelse?

E non più tosto rimirando intorno questa sì varia e sì mirabil mole, ciascun per sè con la sua mente indietro ritornarà, pensando al primo tempo

ch'ebbe principio il tempo e 'l novo mondo? In guisa di gran volta il ciel ricopre le somme parti e gli stellanti chiostri, onde con tante faci altrui risplende

questo sacrato a Dio sereno tempio. E 'n se medesma si riposa e fonda la gravissima, vasta e rozza terra; e l'aer vago si diffonde intorno

tenero e molle, in cui non trova intoppo chi si move per lui, sì pronto ei cede, e ch'altri il fenda di leggier consente. Senza contesa egli si sparge a tergo,

umido nutrimento a chi respira porgendo, e dolce refrigerio interno, tanto è l'aer amico al vago spirto. L'acqua ancor nutre; ed opportuna a gli usi

della vita mortal nel mondo immondo ordinata lor fu dal Padre eterno. Ma non contenta già d'incerta sede ebbe termine propio e certo loco

tra suoi certi confini, in cui s'accolse ubbediente, e ragunossi insieme al comandar de la divina voce. Disse il gran Dio: "L'acqua, ch'è sotto al cielo,

in una ragunanza omai s'accoglia, perchè l'arida fuori indi si veggia". E così fatto fu. L'acqua repente, ch'è sotto i giri del sereno cielo,

nelle sue ragunanze allor s'accolse, onde veduta fu l'arida parte; e l'eterno fattor per propio nome l'arida chiamò terra, e l'acque ondose

mare nomò ne gli ampi spazi accolte. E come suol talor ceruleo velo, che gran teatro ricoprendo adombri, quinci e quindi ritratto in sè raccorsi,

e discoprir de la dipinta mole archi, statue, colonne, altari e tempi: così al raccor de l'umida natura, ne l'arida appariro il piano e i colli,

e gli altissimi monti alzar la fronte, dianzi coperti, imperiosi in vista. E 'l mare ondoso mormorando a pena lavava i piedi al mauritano Atlante,

e del gran Tauro e di Parnaso e d'Ato, ch'allungar può la breve e fragil vita de' mortali egri, e d'Apennin nevoso l'ime parti bagnava, e quinci e quindi.

E correvano al chin dal seno alpestro de gli aspri monti i rapidi torrenti, e con rimbombo impetuoso, al corso precipitando gian le torbide onde;

correano a basso i quieti e lenti fiumi, e 'n giù correano i lucidi ruscelli. Però che Dio con la parola eterna, che scendesser correndo a l'acque impose,

e da principio l'affrettare il passo fu comandato a l'umida natura de l'acque vaghe. E lor negò quiete de la divina voce il santo impero.

Perchè ne l'ozio l'acqua è pigra e torpe; e là dove ella s'impaluda e stagna, da neghitoso grembo esala intorno vapor grave e nocente, e fieri spirti

d'aure maligne, onde perturba il cielo e quasi l'aria infetta, e parte in seno malsano nutrimento accoglie e serba nel suo limo tenace, onde sovente

lo sfortunato abitatore ammorba. Ma l'acqua che veloce in giù discende, da qual parte il suo corso ella rivolga, salubre i sani in su l'erbose rive

nutre, e i tesori suoi lieta dispensa: pesci con auree squame e molle argento, o liquidi cristalli onde s'estingua l'ardente sete a' miseri mortali.

Ma più salubre è, se tra vive pietre rompendo l'argentate e fredde corna, incontra il novo sol che 'l puro argento co' raggi indora, i passi in bene avanza,

quasi rimembri obediente ancella de l'alta voce ancora il suon celeste, che pria la mosse e la fè pronta al corso. Ma s'è natura pur ch'è propia a l'acque,

l'andare a basso e 'l non fermarsi in alto, ricercando quiete in umil parte, a che fu d'uopo la divina voce? Bastar potea la sua natura al corso,

e fu soverchio il commandar severo che le tolse il riposo, e 'n moto eterno la fè inquieta, instabile e vagante. E pur fu necessario il santo impero,

però che 'l suon de la parola eterna, se criò l'acque, creatore insieme fu de la mobil sua natura errante, che la conserva; e nel suo moto eterna

quasi la rende, e l'assomiglia al cielo. Onde la sua natura è certa legge de l'immutabil verbo, e certa sede dopo il suo lungo corso a lei prescrive.

Ma quivi ancor da le superne rote agitata si move, e torna indietro, cedendo intanto a l'arenosa terra gli usurpati confini. E 'n questa guisa

segue del sole e de le stelle erranti, ma più de la vicina e bianca luce, il certissimo errore e 'l vago giro; e da sei ore in sei s'avanza o scema.

Però che quando a l'orizonte ascende la vaga luna, in riva al mar sonante cresce il canuto flutto, e i lidi inonda vittorioso, e parte o copre o sparge

d'arida terra, insin ch'al sommo cielo aggiunga de la luna il freddo carro. Quinci mentre ella a l'orizonte estremo declina in ver l'occaso, il mar decresce,

e 'n se medesmo si raccoglie e scopre di bianchissima spuma i lidi aspersi. Ma ferve il mar di novo, e 'n fera vista gonfia l'onde spumanti, e spazio ingombra

ne l'occupata terra, allor che torna ella a quel punto de l'opposta parte, e ne l'altro emispero ad altre genti altissima risplende in mezzo al cielo.

Di novo cala il mare, e 'n umil faccia l'onde, fervide dianzi, appiana e queta, e par che fugga ed abandoni il lito, quando la luna fa ritorno in alto

nel suo oriente, ond'ella a noi si mostra. Ma non serba ogni mar l'istessa legge, quando egli cresce o scema, e varia 'n parte l'ordine e 'l moto, e 'n altri modi ondeggia.

Presso i Tauromitani assai più spesso, e ne l'Eubea, come si legge, il mare ben sette volte il dì s'avanza e scema. Gran maraviglia, onde sublime ingegno,

affaticato e vinto, a morte aggiunse, mentr'ei cercando la cagione occulta, si dolse che natura a noi l'asconda nel suo profondo e tenebroso grembo.

Ma tre fiate il giorno assorbe e mesce l'onde la tempestosa empia Cariddi, da cui latra non lunge orrida Scilla. Altri mari vi son, come s'afferma,

che ne lo spazio pur d'un mese integro soglion due volte alzar l'onde spumose e due volte inchinarle in sè ripresse. Anzi nel mar degli Etiopi adusti

non v'ha flusso e reflusso. E più lontano sotto un altro emispero e un altro polo, in cui non splende il pigro Arturo e l'Orsa, solca un gran mar d'una perpetua pace

l'ardito navigante. E quel ch'intorno la terra mormorando ognor circonda indomit'ocean, respinge e caccia lunge nel crescer suo torrenti e fiumi:

tal che paion, fuggendo, i porti e 'l lido lasciar per tema, e le deserte arene, e tornarsene indietro a' propi fonti: tanto è il poter che gli reprime e sforza

de l'ocean, che mugge alto e superbo. Ma 'l Ligustico seno, e quel de' Toschi, ch'ondeggia appresso a la novella Pisa, ch'a più onorati studi i premi serba,

e le corone a le più dotte fronti, non ha quasi de l'onde il moto alterno. Ma se da prima l'acque al chiaro suono fur mosse già da la divina voce,

perchè cercare in terra o 'n mezzo a l'onde altra cagion del lor perpetuo moto, o pur là sù fra li stellanti chiostri? Come fer molti, il cui pensiero ondeggia

pur quasi d'acqua il tremolante lume. Altri al moto divino, onde si gira la spera più sublime, assegna e rende l'alta cagione; altri a le stelle erranti,

a quelle più de la più bassa luce, ch'è più vicina, a quinci ha maggior forza ne le cose mortali a lei soggette. E di questi, altri vuol ch'obliquo o dritto

il bianco raggio inalzi l'onde o spiani; altri che de la luna il pieno aspetto riempia il mar di tempestoso flutto e scemando lo scemi; ed altri afferma

che per consentimento di natura tacito imiti il mar del cielo il corso; ma sono questi in ciò quasi concordi. Altri de' venti al respirare obliquo,

e 'n se stesso ritorto, il corso a l'onde ritorce, e le commove or quinci or quindi. Altri fu, che seguendo antica fama, disse che 'l mar, quasi spirante e vivo

grande animal, che del gran mondo è parte, manda fuori e raccoglie il corso e le onde, spirando e respirando in vari modi. Altri ne l'inegual suo letto angusto

non vuol che trovi il mar riposo o pace, e quinci sempre egli si mova e lagni con roco pianto; e l'inquieto regno gli sia di guerra pur turbato campo.

Ma più si mova fra le parti eccelse, che son quelle rivolte al freddo Carro, là dove sempre di gelato umore gravidi e pieni son gli orridi monti,

lo qual compresso in mar si stilla e versa. E perchè la gelata alta palude, che l'Aquilon superbo astringe e 'ndura, è più sublime assai, però discende

ne l'inospite Eussino. E quel trascorre nel mar Egeo col suo veloce flutto. Ma poi respinto d'arenosa piaggia fa l'Egeo ne l'Eussin ritorno, e riede

l'Eussin ne la Meotica palude. Quinci hanno i mari ognor flusso e reflusso. Alcun vi fu di più sublime ingegno, ch'a non giuste bilance il mar somiglia,

ed una parte sua solleva in alto, l'altra deprime a l'arenoso fondo; ma da quel favoloso antico varco, ove Alcide inalzò le mete e i segni,

come si disse, e da l'ondose porte, se pur sue porte ha l'ocean profondo, in guisa di torrente il mar si sgombra di seno in seno; e con diversi aspetti

egli se stesso pur figura e stringe tra' curvi lidi e l'arenose sponde. Anzi fu l'alta man del mastro eterno, che 'n tante forme figurollo e finse,

or facendo il mar lungo, or tondo, or quadro e 'n guisa di piramide e di croce anco formollo, e di mirabil vaso: sì come là, dove il Tireno inonda

di Partenope bella i lidi e i colli, gran tazza colma di spumoso umore. Ma qual si sia del mar la forma o 'l moto, posa diurna mai, posa notturna

non trova, nè silenzio in chiaro tempo od in turbato, ed in orror profondo, benchè i silenzi ne l'amica notte abbia la luna. Io la cagion primiera

non reco al sole o a le stelle erranti, non a' raggi di luna obliqui o dritti, non al ritorto respirar la rendo de gl'inquieti venti o al vario fondo,

in cui s'appende il mar sospeso in lance. Chè la prima cagion fu l'alta voce, movendo il cielo in giro e i mari insieme. Da' quai, com'altri disse, in giro parte

l'onda, ed al suo principio in giro torna. Deh, se giamai sovra una viva fonte che d'acqua intorno larga copia spande, sedesti lasso, e nel pensier t'occorse

chi è colui, che fuor del seno algente della profonda e tenebrosa terra manda fuor l'acqua, e chi la spinge avanti, perch'ella mai non cessi e non s'arresti?

quai sono i vasi e le spelonche interne da cui deriva? ed a qual loco affretta mai sempre il corso? ed onde aviene e come che questa mai non manchi e quel non s'empia?

Questi effetti sì ascosi al nostro senso pendon da quella prima e chiara voce, ch'a l'acque indulse, e le fè pronte al corso. Tu, che volgesti pur le carte antiche

e spesso volgi le moderne illustri, ricorda pur fra te come rimbombi di quella prima voce il chiaro suono: "Si ragunino l'acque". E quinci inalza

il tuo pensiero a le cagioni eterne. Il correr pria fu necessario a l'acque, per occupar la certa ed ampia sede: giunte nel propio loco, a lor convenne

in se stesse fermarsi, ed oltre il corso non affrettar con un perpetuo errore. E quinci certo avien ch'al fin si scorga ogni torrente in mare, e 'l mar non s'empie:

perchè fu dato in sorte a l'acque il corso, e circonscritto entro a' confini il mare, come impose il buon Re che fece il mondo. E quel suo comandar fu prima legge:

legge eterna e comune, a cui rubella non è natura, e tra gli spazi angusti queta il mar violento il fiero orgoglio. Se ciò non fosse, ei già diffuso e sparso

coperto avria con un dilluvio eterno la bassa terra ch'ei circonda e parte. Nè quel di lei, che fuor de l'acque appare, picciolo spazio, ei lascerebbe intero

a' faticosi e miseri mortali. Quando agitato è più fra tuoni e lampi dal gran furor de' procellosi spirti, e volge al lido e sino al cielo inalza

gran monti d'onda rapidi e spumanti, a pena tocca l'arenose rive, che 'l suo furor si frange; e 'n lieve spuma d'impeto si dissolve, e rotti e sparsi

caggion i monti, ond'ei ritorna indietro: qual de l'arena più minuta o vile o debil cosa più trovar potreste? o qual più violenta e più superba

de l'orgoglioso mare? E pure a freno l'arena tien del mar l'orgoglio e l'ira. E non temerem noi quel Re superno, che pose al mar con sì mirabil arte

per termine l'arena? e perch'uom pensi al magistero, egli medesmo il dice. Qual potrebbe altro intoppo o qual divieto, qual podestà terrena o legge o forza

tenere il Rosso mar, sublime e gonfio, ch'a l'Egitto, di lui più cavo e basso, fatto avria prima impetuoso assalto, e lui sommerso entro i suoi vasti abissi?

Già con l'Indico mar si fora aggiunto senza fatica e senza ingegno od opra de gli industri mortali e senza il vanto de' superbi tiranni. Il gran Sesostre,

ch'i regi catenati al duro giogo, quasi cavalli o buoi, soggetti a forza tenne, e tragger gli fece il propio carro per le già dome e soggiogate genti,

quel Sesostre (dico io), terrore e scempio de' regni d'Aquilone, ov'egli in alto pose la sede (e ben di ciò si gloria con fama antica il favoloso Egitto),

quell'istesso Sesostre il mar de gl'Indi e l'Eritreo tentò d'unire insieme con quel d'Egitto, e la mirabile opra il re possente abbandonò, temendo

che sommersa dal mar la verde terra non rimanesse. E quella istessa tema poscia ritenne il successor di Ciro. Eran, quando fu dato il corso a l'onde,

pieni di cavernosi e curvi monti gli antri e le tenebrose atre spelunche, e le valli palustri in varie forme pendenti, ed ime in fra montagne e colli.

E, quasi eguali al mare, i larghi campi eran già colmi di argentato umore, e tutti insieme si votar repente al comandar de la divina voce.

Da cui l'acque fur mosse, e in giù sospinte da le quattro del mondo avverse parti, e 'n una ragunanza insieme accolte. Anzi nel tempo istesso allor costrutti

per opra fur de la divina destra i larghissimi vasi, i fonti e l'urne, e gli altri lochi, in cui s'accoglie o versa. Non era ancor di là del varco angusto

che divide con l'onde Abila e Calpe, anzi Libia ed Europa, il mar d'Atlante, nè quel sì spaventoso a' naviganti tempestoso ocean, che 'ntorno inonda

di Gerione i fortunati regni, e l'Inghilterra e la vicina Irlanda; ma fur di quella voce al gran rimbombo fabricate le rive e 'l vasto letto,

in cui si radunar l'acque correnti. Nè contra il vero insuperbire ardisca l'esperienza de' mortali erranti fallace e vana, a cui di pochi lustri

il brevissimo spazio orgoglio accresce. Perchè, dico io, se ben riguardi e pensi il numero de' secoli volanti, a lui non giunge esperienza umana.

E non adduca incontra noi l'esperto che del mondo cercò le parti estreme, fosse, stagni fangosi, imi e palustri laghi, in cui si raccoglie il pigro umore,

che Dio stimò di sì gran nome indegni, e mari egli chiamò sol l'ampie e grandi ragunanze de l'acqua, anzi quell'una grandissima e perfetta, in cui s'accoglie,

come in suo luogo, il liquido elemento. E come il foco, che diviso e scevro in parti minutissime, risplende qui per nostro uso in verde legno, e 'n esca

arida, in forma di carbone acceso, o di lucida fiamma o di fumante, per cui si sparge in cenere e 'n faville, ma sotto il ciel, ch'è men sublime ed ampio,

nel cavo spazio si raccoglie insieme; o come l'aria, che si spande e spira per varie parti, e ne l'occulto grembo passa de l'onda, onde gorgoglia e spuma,

e fra spelunche e cavernosi monti penetra ancora, e ne l'interne vene de la profonda e tenebrosa terra, ma pure insieme il propio loco ingombra;

così l'acqua non men s'aduna e sparge in vario letto e tra confini angusti, ma poi raccolto in voto spazio e vasto, empie il salso elemento il propio sito.

L'altre acque in varie parti insieme accolte, a questa somiglianza anco sortiro de' mari il nome sì famoso e illustre. Sì come là, dove Aquilone algente

versa mai sempre le pruine e 'l gelo e i larghi campi e gli aspri monti agghiaccia, che son canuti di perpetua neve. Ivi, come la fama a noi divulga,

sono ampissimi stagni, e nel profondo letto e fra le superbe orride rive, quasi emule del mar alte paludi; e in gel converse, anzi indurate e strette,

quasi in lucente adamantino smalto, de le veloci rote il corso e 'l pondo sostengon del gravoso ed ampio carro che gli animali ignoti a' nostri sensi

soglion tirar, la fronte alta e superba di più ramose armati e lunghe corna, facendo lunga strada al grave plaustro là 've dianzi correa spalmata nave.

Ma di tutti maggior candido lago là sotto i sette gelidi Trioni biancheggia, e quasi eguale al mare Ircano molte ha d'intorno a le sue algenti sponde

città, provincie, regni, ignote genti, popoli barbareschi; e questi a caccia van per le rive, chè gli augei volanti o su per l'onde e dentro a l'onde istesse

cercan l'umida preda e 'l cibo usato de gli animai squamosi e de gli alati. Botnia, Botnia pescosa, assai vicina a i più lontani ed ultimi Biarmi,

intra que' suoi gelati orridi monti ha molti quasi mari; e nutre e pasce pur di quell'esca le propinque genti, e potria mezzo nutricarne il mondo.

Nè di Venere il lago in altra parte, che sotto l'Orse si dilata e spande, e nel suo spazioso e largo seno per ventiquattro porte i fiumi accoglie,

ch'entrano in lui; ma solo aperto un varco lascia al precipitoso uscir de l'acque, che per sassoso calle al mar sonante corrono, e 'l suono i suoi vicini assorda.

Ei molti accoglie ne l'ondoso grembo isole e tempi sacri al Re celeste, in cui s'adora con pietoso culto. Quivi il lago di Melce anco vi stagna

fra 'l regno di Suezia e quel de' Goti. Quel di Vetere appresso ivi mareggia, e di fulmine il tuono, o di metallo imitator del fulmine, rassembra

con quel de l'acque, allor che d'alto il corso move precipitando: onde sovente tonar diresti e fulminare il ferro, che l'alte mura impetuoso atterra.

E l'uno e l'altro di metalli abonda, sì ricche son l'aventurose rive di gran vene d'argento e di ferrigne. Ha 'l regno di Norvegia il propio lago,

che 'n vece di prodigio in sen si nutre orrido, spaventoso, empio serpente. L'ha quel d'Ibernia, ov'uom languente ed egro non può stanco spirar lo spirto e l'alma,

se quinci non è tratto. E fra' Britanni si vede un lago, che pur scema e cresce con ordine contrario al mar sonoro: in cui, quando egli cala, il lago inonda,

ma l'onde a sè raccoglie e torna indietro, quando più ferve l'ocean superbo. Ha Scozia il Tazio di famoso grido, e la maravigliosa alta palude,

che quando è più sereno e puro il cielo, nè si movon per l'aria o venti od aure, si gonfia, non so come, e l'onde accresce. Molti Germania e Francia, e quel famoso,

da cui il Rodan si parte e 'n mar trascorre. A la palude Lugea, onde si vanta la nobil Carnia, lunga età vetusta non ha scemato ancor l'onore e 'l grido:

quivi si pesca prima; e poi ch'è fatta secca ed asciutta, in lei si sparge il seme e si raccoglie; e tra le verdi piante prende l'abitator gl'incauti augelli.

E 'n tal guisa divien che 'n vari tempi l'istessa sia palude e campo e selva. E di Tracia e d'Arcadia ancor son conte le maraviglie; e ne l'avversa parte

del mondo, dove il sole asciuga ed arde la terra, sono ancor nel suolo adusto di mirabil virtù paludi e stagni, a cui di mar non fu negato il nome.

In Giudea per miracolo s'addita quello in cui piovve già dal cielo ardente la giusta fiamma, e l'altro a lui vicino, onde prima il Giordan si move e scende.

Fra Palestina giace e 'l verde Egitto ne' deserti d'Arabia un ampio lago detto di Semhovite. Or perchè narro o d'Arabi o di Siri acque stagnanti?

s'ancor la terra d'Etiopi e d'Indi, via più soggetta al sol, s'irriga e bagna de' suoi laghi famosi? e si racconta che d'alcuni bevendo uom folle e stolto

tosto diviene, e pur dal sonno oppresso si giace e da mortifero letargo. Oltra le mete ancor d'Alcide e i segni, fra 'l tropico del Cancro e l'ampio cinto

che la spera maggior divide e fascia, ne' regni dianzi ignoti un lago ondeggia, lo qual non d'ora in ora o scema o cresce nè d'uno in altro giorno, e non s'avanza

di stagione in stagione o d'anno in anno. Ma in guisa d'uom terren, che tardi aggiunga al suo perfetto stato, e tardi ancora declinando di sè minor divegna,

per cinquanta anni egli s'accresce e colma, ed altrettanti poi si scema e vota. Ma dove, Italia bella, omai tralascio i laghi tuoi descritti in mille carte

e chiarissimi ancor di fama e d'onde? Chi tace il Trassimeno? o quel ch'accoglie nel dolce seno la città di Manto? o 'l grandissimo Lario o 'l gran Benaco,

ch'assomiglia del mar l'orgoglio e l'onde? o tanti altri, onde lieta ancor t'inondi? Perchè taccio io le maraviglie antiche de' stagni di Rieti, in cui vedeansi

l'isolette ondeggianti ir quasi a nuoto? o nel lago Tarquinio i boschi ombrosi ir su per l'onde, e variar sovente forma e sembianza or con ritondo giro,

or con tre lati, e fare il terzo acuto? Ma de l'opre di Iddio chi mi trasporta a narrar di natura i vari effetti antichi e novi? e riempir le carte

sacre a la maestà del Re superno d'altro onor, d'altra istoria e d'altro nome, o d'altre rare maraviglie eccelse, che de le sue medesme? o pur son anco

l'opere di natura opre divine? E 'l magistero di natura è l'arte del fattor primo, ond'è fattura e figlia la gran madre natura; e 'n lei s'onora,

e 'n lei si riconosce e si contempla il saper e 'l poter che tutto avanza de l'alto Re, ch'è suo fattore e Padre. Lo qual de' mari diè l'imago e 'l nome,

e l'ondeggiar con tempestoso flutto a l'acque insieme accolte. E pur di tante fece un sol mar con magistero illustre, ma pur in parte occulto a' sensi erranti,

ed uno sol de l'acque ampio elemento; a cui fra la gravosa e stabil terra e l'aer leve e vago egli prescrisse la sede e 'l propio loco, e quinci e quindi

pose i fermi confini e quasi eterni. Un solo adunque è il mare insieme aggiunto d'acque infinite e d'infiniti abissi, come affermar quei che di sole in guisa

lustrar la terra o circondarla intorno, peregrinando da l'occaso a l'orto o da' regni di Borea a' regni d'Austro. Bench'alcun sia che stimi il mar Ircano

da ciascun altro mar scevro e disgiunto, perchè tutto di rive intorno è cinto. Nè dimostra altrimenti il vago senso, come ben dimostrò l'antico errore

di chi pensò che ne l'istessa guisa separato ancor fosse il mar Vermiglio e quel de gl'Indi. Ma non senso o certa esperienza di mortali industri

può dimostrar ch'a gli altri mar unite sian l'onde caspie, che divise e 'ntorno son circondate da sì lunga terra. Ma sol il peregrino ed alto ingegno,

ch'ascende al cielo, e gli stellanti chiostri di spera in spera alfin trapassa, e varca i confini del mondo e i spazi angusti, esposti a sensi, e con eterna pace

si congiunge a le pure eterne menti. Il medesimo ingegno i letti e 'l fondo cerca de' mari ondosi, e va sotterra spiando le più occulte e interne parti,

che ne' secreti suoi natura asconde: questo osò d'affermar del Caspio mare che sotterra con gli altri ancor s'aggiunga, come del greco Alfeo, come del Tigre,

come de gli altri fiumi ancor si legge. Però che Iddio, qual fondatore antico d'alta cittate, od architetto illustre, che per uso di lei profonde e lunghe

strade faccia sotterra al corso occulto de l'acque vaghe, e le conduca altronde o da fonte o da fiume o da palude: tal de' mari forò le vie nascoste

dentro la tenebrosa e fredda terra; e da' suoi fonti le rivolse in giro il Dedalo divin, se dir conviensi, sì che non sol congiunto al mar di Gade

è l'Africano insieme e quel de' Sardi, e 'l Ligustico appresso e 'l mar Tireno, l'Adriano, l'Ionio e pur l'Egeo con tante isole sue, con tanti porti,

e 'l Mirteo suo vicino, e seco il Ponto con l'Ellesponto, e la palude amara. Ma d'Arabi e di Persi e d'Indi adusti i larghi seni a l'ocean profondo

son pur congiunti, e 'n più mirabil modo. Il Caspio mar, che si rinchiude e copre per tanto spazio, e poi da gli altri appare diviso, e quasi peregrin solingo,

l'alta unione e 'l gran principio asconde. Non disse allora Iddio: "La terra appaia", ma "L'arida si veggia". Arida volle chiamar la terra, e dimostrar col nome

ch'arida fu la terra avanti il sole, avanti che nascendo il sole in cielo la seccasse co' rai, e 'n membra asciutte l'antichissima madre arida apparve.

Però ch'al suon de la divina voce corsero tutte l'acque in giù repente, ond'ella ne restò fangosa e mista d'acque stagnanti in male adorno aspetto.

Ma fu sua prima qualità vetusta l'esser arida; e secca è nota antica che la disegna e sua sostanza adempie. Come è propio de l'acqua il freddo, e 'l caldo

del foco, e l'aria è d'umida natura, così a la terra l'arido conviensi. E sì come al muggire è noto il tauro, e 'l fier leone al suo ruggir superbo,

e 'l cavallo al nitrir, così la terra per l'arido s'informa e si distingue. Ma de' primi elementi ancora immisti ciò solo intender può l'accorta mente

contemplatrice de gli obietti eterni. Ma poi che a' nostri sensi omai soggetti son de le cose instabili e caduche i gran princìpi, onde perpetua guerra

è sotto il giro de l'algente luna, in lor nulla di puro o, di sincero, o di semplice vedi o di solingo; ma son mischiati insieme, e 'n lor s'accoppia

l'una con l'altra qualità primiera. Onde la terra insieme è secca e fredda, fredda ed umida l'acqua, umida e calda l'aria, ma sovra lei vicino al cielo

è caldo e secco per natura il foco. Così le qualitati a coppia a coppia ne' primi corpi son congiunte insieme, per cui l'uno con l'altro in un si mesce

in breve pace. E come aviene in danza, che alcuno in mezzo è con due mani avinto, e con due mani avince, e quinci e quindi l'intrecciata carola in lungo giro,

mentre ella si rivolge, 'n sè ritorna; così de gli elementi il coro e 'l ballo si gira in cerchio ed in se stesso ei riede, però che l'acqua col suo freddo unita,

quasi con una mano, al suolo algente è de la fredda terra, e d'altra parte, con altra quasi mano umida tocca l'aria, che posta pur fra l'acqua e 'l foco,

sè per l'umido suo con l'acqua implica, e col suo caldo sè accompagna al foco. E de le due nature in sè discordi e guerreggianti, la contesa e l'ira

divide e parte, e lor congiunge in lega. Oh mirabil del mondo, in un congiunta con varie tempre e con tenaci nodi catena indissolubile e più salda

che duro ferro o lucido adamante, per magistero del superno fabro! Oh de le cose instabili e caduche ordin fermo, costante e quasi eterno!

Che nel tuo variar perpetuo osservi leggi incorrotte, universali, antique, che note sono a l'Etiope adusto ed al gelido Scita; e parte assembri

ne le vicende e nel tuo moto incerto le certe leggi, e sovra 'l ciel divine. Ma poichè fur nel suo profondo sito de l'acque scorse i gran diluvi accolti,

vide Dio ch'era bello il novo mare, con gli occhi no, ma con la mente eterna, onde il fatto da lui nobil lavoro e l'opre sue medesme egli contempla.

Lieta vista, gioconda, e vago aspetto quello è del mar, quando tranquillo e piano biancheggia mormorando appresso il lito. E bella vista ancor, se 'l dorso inaspra

lenta e piacevole aura, e l'onde increspa, quando ei ceruleo over purpureo appare a' riguardanti, e non percote irato con violenza la vicina terra.

Ma dolcemente le distende intorno l'amiche braccia, e le si avvolge in seno. Ma non in questa guisa o bello o caro fu il sembiante del mare al Re celeste;

nè qui de la beltà giudice è il senso, ma la ragion de la mirabile opra nel giudicio divino è bella, e piace. In prima il mare a l'ampia terra intorno

è d'ogni umor di lei perpetuo fonte, e per oscure e tenebrose strade sotto la cavernosa e rara terra se medesmo egli pur divide e parte,

quasi per mine occulte assai profonde. E poi che da se stesso in lor s'è chiuso, con gli obliqui suoi corsi ascende in alto: da lo spirto che 'l move alfin sospinto,

rotto de l'aspra terra il duro grembo, fuori se n'esce. E de' purgati umori il terrestre amaror cangiato ha in dolce. E, trapassando, da i metalli ei prende

qualità via più calda, onde sovente con fervide acque egli s'accende e bolle ne l'isole, che 'l mar circonda e bagna, e ne' lochi vicini al salso lido,

talvolta in quei che son fra terra e lunge. Bello il mar dunque è nel giudicio eterno, perchè sotterra ha 'l suo profondo corso. Bello, perchè nel salso ed ampio grembo

tutti raccoglie e d'ogni parte i fiumi, e ne' termini suoi se stesso affrena. Bello, perchè 'l principio e quasi il fonte è de le pioggie, e d'ogni umor che versi

l'aria ristretta in brina o 'n neve o 'n gelo; e riscaldato da gli ardenti raggi, le sue parti più lievi esala in alto, le quali arrivan poi nel loco algente,

ove di raggi ripiegati e torti non giunge il caldo. Ivi ristrette insieme sono dal freddo che circonda intorno e caggiono in gravoso e denso umore.

Tal che l'arido seno indi s'impingua de la terra, che poi concepe e figlia tante e sì varie e sì leggiadre forme di piante, d'animai, di fiori e d'erbe.

E chi negar può fede al ver ch'io parlo, veggendo come ferve al foco ardente e fuma il vaso che d'umore è colmo, sì che le parti sue sottili e levi

spirando in aria, egli si vota o scema? Ma de l'istesso mar l'onda sovente ne le spugne raccolta e cotta al foco, de gli assetati naviganti e lassi

serve al bisogno, e gli consola in parte. Ma bellissimo è il mare inanzi a gli occhi de la divina ed immutabil mente, perchè con le spumose e torte braccia

tante isole nel sen raccoglie e stringe. E perch'ei le remote e varie parti de la terra congiunge, e i lidi opposti da la natura; e largo e piano il varco

porge al nocchier, che lui trapassa e corre care portando e preziose merci e quindi e quinci: onde il difetto adempie de l'una gente, a l'altra il peso alleggia

scemando quel che di soverchio abonda. E porta insieme ancor di cose occulte, anzi d'ignote maraviglie e strane moderna istoria e peregrina fama.

Ma da qual alto e in mar pendente scoglio e da qual più sublime eccelsa rupe, da qual sommo di monti alpestre giogo che signoreggi d'ambe parti il mare,

vedrò la sua beltà sì chiaro, e tanto, quant'ella innanzi al suo fattor s'offerse? Ma se pur è sì bello e sì lodato anzi il divin cospetto il mare ondoso,

più bella assai festante e folta turba è de' fedeli suoi raccolta e mista, ch'anzi le porte e dentro il tempio ondeggia, ed offre i voti; e le preghiere al cielo

devota sparge: onde s'ascolta un suono, pur come d'onda che si rompa al lito. Così quel suo pietoso e lieto aspetto ne le maravigliose e sacre pompe,

e la serena sua tranquilla pace conservi il gran Clemente; e 'l culto accresca ne le quattro del mondo avverse parti, mentre apre il cielo e i suoi tesori eterni,

e le sue grazie altrui comparte e dona; nè faccia me di rimirarlo indegno. Poi disse Dio: "La terra ancor germogli l'erba sua verde, e 'l suo fecondo legno,

che produca i suoi frutti; e questo e quella conforme al seme che nel seno asconde". Così diss'egli. E la gran madre antica, che scosso avea de l'acque il grave peso,

già respirava, ed alleggiata in parte parea, quando fuor diede i novi parti. Perchè la voce del soprano impero costante e certa ed immutabil legge

fu quasi di natura; e 'n parte alcuna ella non varia al variar de' lustri, ma si conserva ancor di tempo in tempo. Però de la pregnante e grave terra

quasi la prima prole è il verde germe; e poi che dal suo freddo umido seno egli s'inalza alquanto, erba diviene, e vigore e fermezza alfin acquista,

talchè fien si dimostra, o 'n altra forma perfetta appare, e 'n sua cresciuta etade ha ciascuna di lor l'erboso e 'l verde. Per cui, quasi sorelle e nate insieme,

non ci paion l'istesse, e non diverse molto; ma l'una assai somiglia l'altra. E senza aiuto altrui la vecchia madre queste produsse, e non fu d'uopo altronde

strana virtute, oltre il divino impero. Fu chi pensò ch'alta cagione il sole fosse di ciò che 'n lei s'appiglia o nasce, lo qual la scalda con gli ardenti raggi,

e 'l suo natio vigor dal suo profondo con quel vital calore attragge in alto; ma dietro sua ragion s'inganna e falle, perchè la madre terra è più vetusta,

e nata pria che 'n ciel nascesse il sole. Non gli perturbi adunque un vano errore e lascin d'adorar del sole il lume, come di vita sia cagione eterna.

Cessin le maraviglie antiche e nove, cessino i preghi, i sacrifici e i voti; cessin non pur marmorei alti colossi, ma con gli altari i simolacri e i tempi.

E cessi ogni fallace ed empio culto, onde ancor quella sciocca e rozza gente, ch'oltre le mete e le colonne alberga, sotto l'ignoto ciel, la terra ignota

che l'ocean da noi scompagna e parte, adora il sole, e come a Dio supremo gli idoli suoi bugiardi a lui consacra. E sappia, scorta omai da santa voce,

per cui del nato mondo in lei rimbombi la maraviglia, e del celeste fabro l'opra e 'l lavoro e 'l magistero adorno: sappia ella, dico omai, s'inganno o dubbio

in que' semplici petti ancor rimane, sappia che quel lucente ardente sole che tutto del suo lume il mondo illustra, e tutto il corre, e lui circonda intorno,

quell'aureo fonte di serena luce, quel grand'occhio del ciel, quell'alto padre de la vita mortal, quel duce eccelso, lo qual co' raggi suoi ne guida e scorge,

novo e giovane più di fieno e d'erba, cede lor di vecchiezza il primo onore! Ma che! Fu prima a le lanute gregge ed a' cornuti armenti il verde pasto

preparato de l'erbe! e 'l cibo umano fu d'ogni providenza allora indegno! E quel Signor, ch'a' tardi e pigri buoi ed a' cavalli rapidi e correnti

il facil nutrimento anzi dispose, dolci apparecchi a te care vivande, onde tu goda e ricca mensa ingombri. Quel che le mandre tue ti nutre e pasce,

o pur le torme in prato erboso impingua, in gran vasi d'argento e di fin oro condisce il cibo, e ti nutrisce e giova, e co' sapori ti lusinga il gusto.

Ma 'l germogliare ancor di seme sparso altro non è ch'un prepararti avanti quel che la vita ti mantenga e servi. E l'erbe ancor son nutrimenti umani,

e l'altre che produce il suol fecondo, quasi fra l'erbe e le frondose piante in mezzo poste, e di natura incerta. Benchè non tutti da l'erbosa terra

nascon di semi sparsi i germi e i parti; nè la gramigna, onde corona illustre ebbe ne' tempi antichi il buon romano; nè la canna, che tempra in dolce suono

spesso al pigro pastore i rozzi amori; nè la menta, nè 'l croco, e mille e mille senza altro seme ancor produce e cria la terra, umida il volto e pingue il seno:

perchè ne la radice o pur nel fondo quasi è virtù di seme. E 'n questa guisa la vota canna, poi ch'un anno intiero cresce vestita di sue verdi spoglie,

da sua radice manda e sporge in fuori un non so che, lo qual di seme ha forza o pur ragione, e l'è di seme in vece. Nè de la canna già l'oliva è nata,

ma da la canna pur nasce la canna, l'oliva da l'oliva: onde s'adempie quel che da prima Dio di lor dispose. E quel che fu nel primo antico parto

generato di terra e fuor prodotto da le tenebre oscure in chiara luce, di stagion in stagion, di tempo in tempo, nel simil suo rinasce e si rinova,

e ne la sua progenie è quasi eterno. Deh pensa come al suon di pochi detti e di comandar breve allor repente la raffreddata e secca e steril terra

sentì del partorir la pena e 'l duolo. E i cari frutti a generar commossa, aprì del chiuso ventre i verdi chiostri. Come donna pur dianzi egra e dolente,

deposto il negro manto e 'l vel lugubre, veste di ricche spoglie e d'aurei fregi, con arte vaga oltre l'usato adorna; così la terra, che 'n dogliosa vista

mesta appariva e 'n squallido sembiante, d'erbe e di fiori e di frondose e liete piante novelle a l'abbellite membra fece la verdeggiante e ricca veste,

tessendo al lungo crin varie ghirlande. Deh pensa teco ancor di parte in parte, quante fè maraviglie Iddio creando; e perchè resti al cor profondo affisso

l'alto miracol suo, dovunque giri gli occhi e 'l pensier ne l'opere create, ti sovvenga di lui, che fece il tutto. Perchè non è sì vile e rozza pianta,

o sì minuta in terra erba negletta, che rinovar non possa al cor l'imago e la memoria del fattore eterno, e richiamarne i miseri mortali.

Prima del fien veggendo i fiori e l'erba, pensa fra te che pur di fieno in guisa l'umana carne si disfiora, e perde il suo natio colore, arida in vista,

e la gloria mortal troncata in erba cade repente. Oggi leggiadro amante è nel più verde e più sereno aprile de la felice sua gioiosa vita,

nudrito di pensier dolci e soavi, e di speranze giovenili altero, e di purpurei adorno e d'aurei fregi, sparso d'arabo odor la chioma e 'l volto,

robusto per l'età, raggira intorno un gran destriero, e lo sospinge al corso; o con estrania pompa in finto aspetto appare altrui sotto mentite larve,

gravi lance rompendo in chiuso arringo. Domani è tinto di pallor di morte, con occhi ne la fronte oscuri e cavi, o con le membra debili e tremanti

preme odiose piume, e ferve e langue con interrotte voci a pena intese. Quegli di sue ricchezze antiche e nove, da sè raccolte o pur da gli avi illustri,

de la sua fama e del suo onor superbo, e da folta seguito ed umil turba, anzi da numerosa e lunga greggia de' propi servi e de' ministri eletti,

o pur de' lusinghieri e finti amici, esce da l'alto suo dorato albergo, e torna poi con orgoglioso fasto; ed uscendo e tornando, invidia e sdegno

move nel primo e ne l'estremo occorso; e d'ogni intorno vede a l'alte porte accorrer gente, ch'ivi adduce e tragge grazia, prezzo, favor, mercede e cibo.

A le ricchezze alta possanza arroge di libera città governo, impero d'armate squadre, e da gl'invitti regi onor concesso e potestà sublime,

e peregrina guardia in lucide armi temuta e fiera, e 'n disusata foggia: quinci il timore o di gravoso essiglio, o de la povertà spogliata e nuda,

o di tenebre oscure in carcer tetro, di gravi ceppi o pur d'orrida morte, la plebe e i cavalier perturba ed ange. Ma che? lo spazio di una breve notte,

fianchi, stomaco, febre ardente e grave l'assale e doma; e da sì lieto stato, da sì sublime altezza, anzi dal mondo l'infelice signor rapisce a forza,

dispogliando repente a lui d'intorno di questa vita la dipinta scena. E tanta maiestà sparir confusa ratto si vede, e quasi in sogno e 'n ombra.

Così rassembra un fior languente e vile la gloria de' mortali: alta e superba pur dianzi, è di fortuna gioco e scherno. Ma con le cose, onde la vita e 'l pasto

aver poscia devean gli egri mortali, prodotto fu micidiale il tosco. Nacque col grano la cicuta insieme, con gli altri cibi immantinente apparve

l'elleboro, e 'l color fu bianco e negro. Apparve noto a la matrigna ingiusta poi l'aconito, e non rimase occulta la mandragora in terra, e non s'ascose

il papaver, che sparge il grave succo. Debbiam dunque accusar la mano eterna che fece il mondo, e vi produsse in terra quel che la vita poi guasti e corrompa?

Ma pensar non debbiam ch'al ventre ingordo tutto debba servire empendo il sacco, o lusingar con sua dolcezza il gusto? Perch'ogni cibo preparato od esca

nota s'offerse ed opportuna e pronta. Ed ha ciascuna e la ragione e il modo ond'ella giovi. E se del tauro il sangue fu già veneno a te, famoso duce,

che pria vinto fugasti il re de' Persi, poi te medesmo al suo poter soggetto far non sdegnasti e la tua patria antica, devea però quell'animal robusto,

che si destina al giogo ed all'aratro, e 'n molti usi ci giova e 'n mille modi, non esser nato? od esser nato essangue? Non hai ragione, onde tu schifi o fugga

quel che ti noce, e 'l tuo migliore elegga? Le mansuete e semplicette agnelle, o pur le capre, abitatrici alpestri de gli aspri monti e de l'inculte rupi,

sanno schivar quel che l'affligge e noce discernendo col senso. A te s'aggiunge col senso la ragion, celeste dono, e lunga insieme esperienza ed arte.

Ma da quel che ci noce, anco sovente util si tragge, e 'n pro si volge il danno, e giovevole altrui sovente appare quel ch'è dannoso a gli altri. E 'n questa guisa

il mar col bene si contempra e mesce, tal che nulla è da Dio creato indarno. La cicuta a gli storni è caro cibo, nè, benchè freddo, noce al caldo corpo

del picciolo animal. Ricerca ancora la pernice il veratro, indi si pasce. Tai son le tempre, onde si schifa il danno. La mandragora e l'oppio il sonno allice,

ma giova ancora a la virtù languente de le famose donne, e de gli eroi vinti dal mal, benchè da l'armi invitti. Del buon veratro il buon remedio antico

è ne la filosofica famiglia in pregio ancor, perch'egli punge e desta l'ingegno usato a le question profonde: come di Preto già sepperle figlie,

e 'l forsennato Alcide, e quel famoso ch'al buon Pericle fu maestro e duce. E la cicuta ancor rabbiosa fame rintuzzando reprime. Or volgi adunque

l'accuse in grazie, e Dio ringrazia e loda, che deriva dal mal sì pronto il bene, e da la morte ancor la vita ei trasse. E non pensar ch'oltre l'impero e 'l suono

de la sua voce, generare ardisca disdegnosa la terra audace parto; benchè la folle antichità la finga madre de' fieri mostri e de' giganti.

Ma l'infelice e sventurata felce, che non produce mai frutto nè fiore, e l'infecondo loglio uscir produtti dal suo propio principio, e non altronde

corrotti e trasmutati in altra forma. E di coloro ebber sembiante imago, di cui devean poi le parole e i sensi germogliar ne le sacre antiche carte

inutilmente, e mescolati al vero farlo men puro e men sincero in parte: sì come avien, quando a progenie illustre l'illegittima prole insieme è mista.

Anzi il Signore istesso i suoi perfetti, ch'ebbero in lui costante e salda fede, poi rassomiglia a quel cresciuto seme, ch'abbia prodotto al fin maturo il frutto.

E già per adempir l'eterna legge de la sua voce e 'l suo sovrano impero, in un momento avea la madre antica maturati nel grembo i cari germi;

eran fecondi già gli erbosi prati, e 'n guisa omai di tempestoso mare ondeggiavan di spighe i verdi campi. Ogn'erba, ogni virgulto, ogni arboscello,

ogni umil pianta, e con le spoglie eccelse ogni arbor più frondoso e più sublime, e ciò che per nutrirne o per altro uso de la vita mortal germoglia e cresce,

era già sorto, e verdeggiando in alto con larga copia empieva il fertil grembo de l'ampia terra, e d'importuna pioggia non si temea, nè d'improviso turbo,

o di sonora e torbida tempesta. Chè non potea de l'inesperto e pigro neghitoso cultor l'indugio e l'ozio, o la sua tracotanza, od aria impura

e stemperata, o fulmine o procella, od altro sdegno pur del cielo irato nuocere al già maturo e dolce frutto, o danno fare a l'ondeggianti spighe.

Nè de l'aspra sentenzia il gran divieto de la terra impedia la copia ancora: ch'erano allor più antichi i vari frutti del peccar nostro e di vetusta colpa,

onde a sì duro e faticoso culto siam condennati, ed a ritrarne il cibo con lo sparso sudor del propio volto. E tutti ancora al suon de l'alta voce

i boschi verdeggiar con denso orrore di folte piante e d'intricati rami. E quelli, che drizzar la verde cima sogliono al ciel con più sublime altezza,

cedri odorati, abeti e pini, palme premio de' vincitori, o pur cipressi imitatori de le antiche mete. L'umili ancor, come i ginebri e i salci,

dispiegavano omai la verde chioma, e quelle piante ancor di cui s'ordiva nobil corona a l'onorate fronti, dico le rose e i sacri allori e i mirti,

sorgendo insieme frondeggiar repente, con sua propia virtù distinte e scevre, quasi di varie note in vari modi da mano eterna a lor notizia inscritte.

Ma solamente allor ne' primi tempi senza que' suoi pungenti ispidi dumi spiegò le foglie la purpurea rosa. A la bellezza poi del vago fiore

aggiunta fu la dura acuta spina, perchè al nostro piacer sia appresso il duolo e ci rammenti il peccar nostro antico, per cui fu condannata (e ben convenne)

a partorir la terra ortiche e spine. Ma come avien ch'a quel divino impero molte, quasi ritrose e ribellanti, neghino obedienza in fare il frutto,

e non sian nate ancor del propio seme? L'arbore, onde già cinse il crine incolto, sì com'è vecchia fama, il forte Alcide, or biancheggiar si vede, or negra appare;

ma pur frutti non fanno o queste o quelle. Son infecondi ancora il salce e l'olmo, ma ciascun ha di lor suo propio seme, come vedrai, se ben riguardi e pensi

che soggetto a le foglie è un picciol grano, móskonnomato già dal Greco industre, che pose lungo studio e molta cura in fare i nomi, e fabricolli e finse.

E questo ha forza pur di seme occulto, come hanno l'altre ancor, che da radice sogliono germogliar. Ma legge impose l'eterna voce a le più degne e conte,

di cui far volle Iddio memoria illustre. Come la vite e la tranquilla oliva, di cui l'una produce il dolce vino, e l'altra l'olio; e 'l vin conforto e gioia

è de' più dolorosi afflitti cori, l'olio ci fa lucente e lieto 'l volto. Ma chi potrebbe annoverar, parlando, tante e sì varie di virtù secreta

e di sembianza, e da sì varie parti translate piante e peregrine illustri, o nostre pure, e sotto il nostro cielo cresciute od in selvaggia orrida parte,

o tra le mura pur del propio albergo, che fanno istoria sì famosa e lunga? Basta la vite sol, che in alto estende le torte braccia, e con frondosi giri

a l'olmo amico s'avviticchia e lega. Basta la vite solo a farci accorti di nostra vita; e di natura essempio a noi si mostra, anzi è più degna imago

di imagin naturale o di celeste. E rassomiglia umilemente altera della madre natura il Padre eterno, Padre del cielo; o pur l'eterno Figlio,

ch'a se stesso di vite il nome impose, e cultor nominò, parlando, il Padre, e noi, per fede ne la Chiesa inserti, di chiamar si degnò sarmenti e tralci:

però ch'a noi, come a la fertil vite, conviensi, o come a la feconda oliva, producer largamente i dolci frutti, senza spogliar giamai per tempo o caso

de la speranza non terrena il verde; ma con sempre fiorito e lieto aspetto rassomigliarla, e verdeggiar ne l'opra ed offerirne a Dio la gloria e 'l merto,

ch'è divino cultor di pura mente. Ma sono in dignità vicine a queste quelle felici piante aventurose, che de la Madre sua son quasi imago:

la qual è nel cipresso e ne la palma rassomigliata, e d'odorato cedro e di platano ancor non prende a sdegno, o pur di mirra la sembianza e 'l nome.

Ma pur queste medesme ed altre ancora utili sono a' magisteri, a l'arte di nostra vita, e quasi a ciò prodotte da la natura, anzi dal fabro eterno

con la natura insieme allor create. Altra par nata a gli edifici eccelsi, altra a tesser di sè le navi o i carri, altra a far lance o pur saette ed archi,

armi temute ne l'orribil guerra, altra ci nacque destinata al foco, altra a far ombra a' peregrini erranti nel mezzo giorno, od a coprir d'intorno

con le ramose braccia i dolci fonti, o pur le mense fortunate a pieno. Ma che sia propio di ciascuna, o come l'una da l'altra si distingua e parta,

o quai dentro a la rozza orrida scorza siano amori secreti e odi occulti, è studio forse d'ozioso ingegno. E 'l ricercar qual nel profondo grembo

de l'ampia terra le radici estenda, qual nel sommo di lei s'appigli a pieno, qual dritta nasca, e sovra un saldo tronco lieta s'avanzi e s'avvicini al cielo,

e qual cresca le braccia, e più distorta, e in molti rami si divida e parta, e qual umil serpendo, a terra inchina le verdi fronde, e non ardisca alzarsi

senza il fido sostegno a cui s'apprenda, cura oziosa è pur di vana mente. Ma quelle che divise e quasi sparse per l'aria son con molti rami intorno,

sogliono aver ancor profonde a dentro le sue radici assai distese in giro, perchè natura stabilisce e fonda de le superne parti il grave peso

incontra il mormorar di Borea o d'Austro. Ne la nativa ancora inculta scorza è gran divaro. Altra l'ha rozza ed aspra, altra men dura, altra più molle e liscia,

altra d'una corteccia appar contenta, altra di molte si ricopre e veste. Ma quel che maraviglia in vero apporta, è che ritrovi in lor, se ben riguardi,

i diversi accidenti e i vari essempi di gioventute e di vecchiezza umana, perchè le piante ancor novelle e verdi han polita la scorza e quasi estesa;

ma s'adivien che per molti anni invecchi, s'empie di rughe ed increspata inaspra. Ed altre germogliar recise e tronche sogliono. Ad altra, nel troncar, il ferro

apporta quasi inevitabil morte. Altra già fu che impetuoso turbo da le radici sue divelse, e poscia ella risorse, e s'appigliò di novo

nel duro grembo de l'antica madre, sì come ben due volte almeno avvenne ne' campi di Farsaglia; e 'n altra parte altra non pur, come si scrive e conta,

ne la medesma terra anco s'apprese; ma fu talvolta che reciso ed arso il pino trapassò di selva in selva, e verdeggiò tra le robuste querce:

miracol raro di natura e grande, se maraviglie fa l'alma natura. Ma chi riguarda come il buon cultore i vizi curi dell'inferme piante,

e de l'egra natura in lor corregga vari difetti e gli trasmuti in meglio, di curar se medesmo apprenda il modo. Il bel pomo african, che in molle scorza

mille quasi purpuree e bianche gemme asconde e copre, e poi le sparge aperte, onde l'arida sete estingua in parte, l'acido suo sapore in dolce succo

cangia sovente. E 'l mandorlo d'amaro dolce diviene, e l'amaror maligno affatto lascia, se forato è il tronco a le radici, e dentro il foro infitto

di pece un cuneo ei ricevendo accoglie ne la pingue midolla. E l'orzo ancora è medicina a le frondose piante, e le fa belle oltre misura e liete,

tanto può l'arte del cultore industre. Ma s'egli è neghitoso e pigro a l'opre, per negligenza di coltura e d'arte gli alberi vanno ognor di male in peggio.

Altri mutano ancor colore e forma, senza l'aiuto di coltura amica. E la candida pioppa in negro tinge le bianche foglie, e si trasmuta in loglio

sovente il lino, ed il sisimbrio in menta per soverchia coltura ancor si volge. Così l'animo ancor, se studio o cura delle sue macchie nol polisce e terge,

perde il natio candore, e tutto annera, o pur di grande egli diviene angusto, e d'alto basso, e se medesmo inchina; ma per culto s'inalza, e lieto aspira

già quasi al cielo, e se medesmo avanza. Dunque di coltivar l'umana mente apprendano i mortali, e i vari morbi sanar de l'alma in sè languente ed egra.

Or chi potrebbe annoverar, parlando, i vari frutti, e dimostrar distinti i colori, i sapori, i propi effetti e la propia virtù mal nota al gusto?

Non sol mille maniere e mille forme d'arbori fanno i frutti in mille guise, ma in una sorte istessa, e 'n una parte molta varietà s'osserva e mira

di color, di figura o pur di sesso. Sì come ne la palma altri ritrova da la femina sua distinto il maschio, perchè, come ella sia commossa e spinta

d'interno amor, quasi le braccia estende, e brama al suo marito esser congiunta. Ed il medesmo avien tra fico e fico, perchè 'l selvaggio a quel ch'alberga e nasce

tra le ben chiuse e ben guardate mura, si pianta appresso, o pur si lega e stringe l'uno con l'altro frutto; e 'n questa guisa l'infirmità si cura; e si ritiene

ch'egli non caggia al fin disperso e guasto. Qual di natura è questo oscuro enigma? Forse in tal modo ella c'insegna e mostra che da gli strani ancora a noi congiunti

virtù s'acquista a le buone opre, e ferma costanza. Adunque Italia omai rimiri, Italia ancor languente, ancora inferma, via più che 'n guerra, in neghitosa pace,

che l'interno suo mal non vede o sente; miri gli orridi monti, e 'n loco alpestre cerchi la gente orribile e selvaggia: quinci il tenero suo, che langue e cade,

anzi il morbido suo confermi e 'nduri per unione o per essempio almeno. Ma in niun peggior modo e più spiacente traligna, e perde la robusta pianta

il suo vigor e la sua prima forza, s'egli adivien, come sovente incontra, che in femina di maschio egli si cangi. E quinci l'uomo ancor si guardi e schivi

d'ammollir, quasi donna, il cor robusto che natura gli diè, tra i vezzi e gli agi, per ozio, per diletto o per lusinga. Ma fra le piante ancor distinte e scevre

natura amica amor vi pose e pace; pose fra l'altre inimicizia ed ira. Il bel pomo gemmato e 'l verde mirto, o pur il mirto e la feconda oliva

son per natura amici, e in breve spazio piantati appresso senza oltraggio e danno. Ma pur la dolce vite e 'l dolce fico avversi sono oltra misura e 'nfesti.

Chi 'l crederebbe? e tu, natura, insegni che tra' buoni talvolta è sdegno e guerra. Ma si marita ancor la vite e 'l fico, come adivien quando fra regno e regno

quetan le nozze l'odiosa guerra. E chi 'l marito allor disbarba e svelle, langue la sua consorte in breve e more. Nobile essempio de l'amore umano

e di fè marital costante e salda. Ma 'l caulo, s'a la vite s'avvicina, tempra quel generoso e grande spirto, onde poscia il suo vino avampa e ferve;

e giova a gli ebri: in cotal guisa ammorza l'interna fiamma fervida e fumante. Ma d'innocenza han sovra gli altri il vanto il bel pomo granato e 'l dolce melo,

nè fanno ad altra pianta oltraggio ed onta. Ed innocente il pino inalza e spande la chioma al cielo, ed ampio spazio adombra con larghi crini e con le braccia estese;

picciol loco sotterra ingombra e prende con le radici. E sotto a l'ombra amica verdeggiano securo il mirto e 'l lauro. Sotto l'ombra così di re possente,

che di tesoro ingordo o di terreno non si dimostra, e non si usurpa a forza de' suoi vicini l'occupata parte, crescon molti sovente in lieta pace,

e fiorisconvi ancor gli studi e l'arti de l'eloquenza, e i meritati onori. Vi sono piante di natura incerta e di gemina vita in acqua e 'n terra.

La mirica è fra queste. E spesso abonda ne' solitari luoghi e ne' deserti; ne' laghi e ne gli stagni ancor ci nasce, sembiante a quei che variar sovente

soglion le parti, e d'uno a l'altro campo seguir fortuna, e d'un signore a l'altro, per natura maligni e per costume. Ma de le piante al fin chi tace il pianto?

chi tacer può le lagrime stillanti de le ruvide scorze? e i vivi umori, lucidi, trasparenti, insieme accolti? Sparge dal legno suo tenace e lento

sue lagrime il lentisco, e 'l dolce succo fuor versa ancor di lagrime odorate il balsamo, arboscel pregiato e caro nel regno de gli Ebrei. Ma 'l verde Egitto

e l'Africa arenosa ancora il pianto de la ferula vide. Il chiaro elettro è lagrimoso umor, che scarso cade d'arbor fumosa, e 'n un bel pianto impetra.

Ma pur troppo il parlar s'avanza e cresce, e ne gli aperti e smisurati campi de la terra e del mar confine o freno non trova al corso: ond'ei disperso, errante

per le cose minute andria vagando, in cui sì grande appare e sì possente Dio creator che fece ancor l'eccelse. Dunque fia d'uopo di fermarlo, avinto

da la necessità, ch'è dura e salda, prima ch'a la fatica il breve giorno manchi di questa mia vita caduca. Voi che mirate le diverse piante

ne gli orti, ne le selve o pur ne i monti, ne le paludi ancora e ne gli stagni, o pur de l'Eritreo nel rosso grembo, e vagheggiate i verdi tronchi e i rami,

e le fiorite lor frondose chiome, nel poco ormai riconoscete il molto, e col pensiero a brevi e scarsi detti gran maraviglie ancor giunger potrete,

pensando a quel Signor che fece il mondo maraviglioso di lavoro e d'arte. Lo qual disse: "Germogli ancor la terra il legno, che produca il dolce frutto

sovra la terra". Allor a l'alta voce, come paleo che nel suo ferro affisso a la prima percossa ei va rotando, e con molte sue rote in sè ritorna,

così la terra va girando a cerchio le sue stagioni, onde si spoglia e veste, e i cari frutti suoi produce e serba. Chè pur la sferza con divina voce

quel che comanda a la natura, al cielo, perch'ella d'anno in anno i certi giri volga sembianti al primo. Alfin gli adempia, quand'avrà fine il tempo e fine il mondo,

ned ella sola avrà quiete e pace, ma i cieli avranno ancor riposo eterno.

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