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1544–1595

1677

Torquato Tasso

Mira devotamente, alma pentita, un tempio augusto e grande, e le nove opre in lui del novo Sisto, che d'ogni parte a contemplar n'invita;

ove il sol raggi spande, ed egli le sue grazie, anzi di Cristo, ch'oggi è nato, oggi apparso ed oggi è visto, divina imago d'invisibil Padre,

che seco fece e col suo spirto il mondo. Quel ch'apparse a Mosè qual viva fiamma, che luce e non infiamma; quel ch'Egitto percosse e 'n mar profondo

aperse a' fidi il passo e l'empie squadre lasciò sommerse al fondo; quel d'eserciti Dio, che dona e toglie le vittorie e le spoglie;

quel Re di gloria e Re del ciel superno oggi si mostra qui nel Figlio eterno. E con divinità mirabil tempre d'umanità contesta

unisce, e quel ch'appare o cela a' sensi solo egli sa, com'il congiunga e 'l tempre; ma 'l volo han corto a questa opra sublime i miei pensieri accensi,

od altra mente ch'invaghisca e pensi, mentre maravigliando a' santi giri piena di riverenza e di spavento, vinta natura si conosce e vede

da l'animosa fede, con l'ingegno immortal, che meno è lento. E qual cristallo, in cui non passi o spiri o pioggia od aura o vento,

tal a quel raggio sol d'eterno amore s'apre il virgineo fiore; e perché arroge al mondo empio e protervo, Vergine è Madre, e 'l Re somiglia il servo.

Pensiero, aperto è il cielo, e mille e mille corone e fiamme e lampi d'angelico splendor l'han fatto adorno; ma da le parti lucide e tranquille

di que' celesti campi, sparsi d'un bel candor che vince il giorno, e da quell'armonia che gira intorno, la rozza turba a contemplare inchina,

desta a la nova luce e desta al canto. E quell'umile albergo, ov'è nascosa già ne la notte ombrosa, che stende riverente il sacro manto,

de gli angeli e del cielo alta Regina, col vecchierello accanto, e 'l parto adora, che promesso fue tra l'asinello e 'l bue,

e vedrai dove un loco angusto il serra miracolo a' celesti eguale in terra. O maggior, come credo e veggio, o parmi, ch'ogni divina mente,

ogni sfera celeste ancor l'onori. Per lui deposte già l'insegne e l'armi ne l'ultimo oriente e ne l'avversa parte, e queti i cori

che di Marte accendean fiamme e furori; e non è sol fra sé la terra amica, serrando a Giano favoloso il tempio; ma fra la terra e 'l cielo è stabil pace,

nato uomo e Dio verace, che offrendo se medesmo al fero scempio, sosterrà pena sol di colpa antica, e può domar quell'empio

ch'ordì per nostra morte il primo inganno, fatto di noi tiranno; e qual trofeo lasciando il preso incarco, aprir del cielo e d'Acheronte il varco.

Già divien muto Apollo e l'antro e l'onde e gli dei falsi e vani, la cui morte nel canto egli predisse; né Dafne ne la quercia altrui risponde

più con accenti umani; ma quel fine ha lo spirto, ond'ella visse, ch'a gl'idoli superbi il ciel prescrisse; e giace Amon ne la deserta arena,

ove tempesta fece Austro spirando pur come soglia in procelloso Egeo; co' templi di Mitreo giace il gran carro, ove legò domando

Berecinzia i leoni; or non gli affrena; giacciono o sono in bando i Coribanti ancor di Creta e d'Ida, che rimbombò di strida;

e da gli altari suoi dolente fugge Api ed Anubi, e più non latra o mugge. E 'l vero ch'adombrar le prime carte, sparge luce novella,

luce, ch'è luce de l'eterna luce. Correte, o genti, da lontana parte con la serena stella, ch'a ritrovare il Signor vostro è duce.

Ed offrite co' regi, a cui riluce, come a Dio, come a Re, che il fine attende, mirra odorata e 'nsieme incenso ed oro; co' pastori il lodate, e 'l vostro affetto

non vinca un rozzo petto; e con gli angeli fate i balli e 'l coro, e con qual mente più s'illustra e 'ntende, coronati fra loro,

ch'a le schiere celesti, a le terrene egual gioia conviene; e d'uom, ch'è vero Dio, l'amore e 'l zelo oggi esalta la terra, umilia il cielo.

Sisto, la nostra mente al ciel solleva con l'imagini sante, e i sensi interni purgati, e l'alma dal terreno e grave desta al maraviglioso ed alto suono:

però quasi umil dono t'offre, canzone, il core e spera e pave, ed invaghisce di que' cori eterni, a l'armonia soave,

anzi se stesso pur gli sacra e molce al suon canoro e dolce: poich'odori non ho, ch'io sparga o incenda, o statue o spoglie d'or, ch'al tempio appenda.

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