In questa notte, che il rigor del verno gela, e più l'uom nel suo gran fallo antico, il dì n'apparve; in questo albergo istesso nacque, e nato s'accolse il Figlio eterno,
a cui per farsi il Padre il mondo amico l'opra di sua salute avea commesso; e quando d'umiltà segno più espresso mostrò chi su gli abissi i fondamenti
e le stelle formò, chi scote il cielo, or tra le brine e 'l gelo esposto? e con la mano, e co' lamenti chiede foco ad un velo,
bench'ei di gigli intorno e di viole copra la terra, e che riscaldi il sole? Umiltà fu, poi che tra pompe ed ostro ei potendo venir di real corte,
mosse notturno e sconosciuto il piede, e per solingo calle in umil chiostro; umiltà fu, che di sublime e forte, egro e basso divenne, or chi se 'l crede?
Oh quanta poca eredità possiede! Ove le donne e i cavalieri egregi? la nobil cuna al mio Signor che nasce, chi gli odori e le fasce
ricche prepara, e le corone e i fregi? Cheto e nudo si pasce de l'onor de le selve, e di quel poco che gli ministra la stagione e 'l loco.
Ma grand'amor, ch'ogn'altro amore avanza, fa ch'essendo egli Dio nato immortale, e le mie pene e 'l mio mortal si cinse; ma la divina e la mortal sembianza
unio con modo inusitato e tale, che mai da che fu unita ei se ne scinse, in cui morendo ancor la morte estinse. E potea pur senza abitar la terra
riparar l'uomo e le ruine antiche, e per altrui fatiche o pur d'angelo in forma, e 'n pace e 'n guerra mille e più schiere amiche,
seco recar, ma solo ed uomo e Dio (miracolo d'amor) nacque e morio. Più non si vanti omai Belo, né Pluto, ché son gl'idoli loro a terra sparsi,
e 'l folle culto al sacro tempio aperta vede la strada; al sommo Re tributo omai portano i re, già sono apparsi: vedi l'incenso e l'or, la mirra offerta.
A lui Giudea consacri, a lui converta i suo' profani altari; a lui sospenda i voti il mondo ritornato in pace. Vedi se qui pur giace;
come il suo nome si dilati e stenda. Io le trombe già n'odo: ecco la Chiesa, ecco questa vil terra al cielo ascesa.
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